La bellezza dell’imperfezione

La bellezza dell’imperfezione

La paura di sbagliare, la difficoltà di non essere all’altezza… i continui messaggi multimediali che ci vogliono perfetti, prestativi, scattanti, speciali… a lungo andare logorano, feriscono, indeboliscono.

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Cosa ci può aiutare

In questi giorni spesso si sente parlare di resilienza, un termine particolarmente inflazionato al quale in molti fanno riferimento quando vogliono parlare della capacità di adattamento, del recupero delle forze dopo una delusione, dell’abilità di sapersi rialzare, reinventare.

Resilienza è un termine che, dal punto di vista etimologico deriva dal verbo latino resilire: rimbalzare, saltare in dietro e significa, nell’ambito della metallurgia: la capacità che alcuni metalli hanno di saper assorbire gli urti senza rompersi.

Dal punto di vista psicologico, la resilienza è la capacità che un individuo ha nel rispondere ai cambiamenti, ai traumi che vive, rimodulando la propria esistenza e, al bisogno, sapendo ricostruire uno o più aspetti della propria vita senza lasciarsi scalfire dagli eventi o perdere la propria identità.

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Come spiegare questo concetto

Dal punto di vista concettuale tutto può sembrare essere chiaro, ma… nella pratica, come ci si può allenare? In che modo ci si può preparare ad essere resilienti e, come possiamo trasmettere in modo efficace ai nostri figli il significato di quanto abbiamo appena letto?

Per rendere più concreto e dunque più comprensibile ai nostri occhi e non solo, ci può venire in aiuto una tecnica giapponese dalle origini molto antiche: il kintsugi.

La tecnica

La parola “kintsugi” si scrive coi kanji 金継ぎ, che rispettivamente significano “oro” (金) e “aggiustare” (継ぎ). Letteralmente possiamo tradurlo con “aggiustare con l’oro” o anche “toppa dorata”. A volte vi potrebbe accadere di incontrare anche la parola Kintsukuroi, scritto coi kanji 金繕い che significano rispettivamente “oro” e “riparatore” (繕い), quindi “riparatore che usa l’oro”.

L’origine di questa pratica pare risalga ad un periodo che va dal 10.000a.C. al 400 a.C. e una leggenda racconta di uno Shogun (un’alta carica militare) che, bevendo il suo tè, ruppe la tazza e commissionò un artigiano affinchè potesse ripararla rendendola nuovamente efficiente e all’altezza della sua carica.

Dopo diverse ore di lavoro, l’artigiano tornò con la tazza riparata: un capolavoro artistico dove ogni frammento di ceramica che si era creato con la rottura era legato al suo vicino attraverso una linea di lacca e polvere d’oro.

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Rendere preziose le ferite

Era nata l’arte del kintsugi, una nuova forma di artigianato che, partendo da delle ceramiche danneggiate, le riportava a nuova vita attraverso un sapiente uso di materiali preziosi quali l’oro, l’argento o la lacca mista a polvere d’oro.

Da un punto di vista artistico questa tecnica si arricchì di tre diverse forme di applicazione:

  • Hibi (ひび) ovvero “crepa”, dove si riparano le semplici crepe;
  • Kake no Kintsugi Rei (欠けの金継ぎ例), ovvero “esempio di riparazione dorata (del pezzo) mancante”, in cui si crea il pezzo mancante su misura, realizzato interamente in lacca e oro;
  • Yobitsugi (呼び継ぎ) ovvero “invito ad aggiustare/unirsi”, dove si utilizza un pezzo proveniente da un’altra porcellana molto simile ma comunque non quello originale

...e dal punto di vista psicologico potremmo dire che ogni sua sfumatura arricchisce noi tutti di un esempio pratico su come potremmo approcciare il nostro quotidiano, le nostre piccole o grandi ferite della vita da un altro punto di vista.

L'importanza delle crepe

E se l’arte del kintsugi deve la bellezza del suo risultato al numero di crepe, rotture o pezzi mancanti e danneggiati… perché non incominciare con il guardare alle nostre ferite e cicatrici con occhi diversi?

Un vasellame integro non potrebbe mai essere prezioso quanto una ceramica che è stata danneggiata e riparata con meticolosa attenzione. E così siamo noi. Non potremmo essere ugualmente importanti, unici e preziosi se non avessimo incontrato delle difficoltà che ci hanno resi imperfetti.

L’arte di abbracciare il danno

L’arte del kintsugi è anche denominata come “l’arte di abbracciare il danno” intesa come capacità di saper accogliere le cicatrici che le rotture possono lasciarci.

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Benvenute dunque “delusioni”, benvenute “ferite”... non vi stavo aspettando, ma vi accolgo. Sarete voi il frutto della mia esperienza, la conseguenza di aver agito e sarete proprio voi il motivo della mia bellezza di domani. Grazie al nostro incontro mi sarò rafforzata, avrò imparato cose che prima non conoscevo, mi sarò confrontata con situazioni che ignoravo e, qualora qualcosa mi avesse danneggiata, vuol dire che mi avrà dato l’opportunità di fare un lavoro su me stessa, sui diversi pezzi della mia vita, della mia persona, del mio carattere.

 

Giulia Di SipioScritto da Giulia Di Sipio, Diplomata in Counseling Relazionale (Iscrizione albo nazionale An.Co.Re n°275), specializzata in Counseling Gastronomico, Consulente Genitoriale, da anni collabora come volontaria presso l'Associazione Orizzonte (www.associazioneorizzonte.it)  per facilitare l'inclusione e l'autonomia dei ragazzi diversamente abili, promuovere iniziative volte a sostegno delle famiglie con disabilità e potenziare le occasioni di lavoro per una buona genitorialità. Dal 2020 collabora con la Parrocchia degli Angeli Custodi per offrire un supporto pratico ed emotivo a chi ne sente il bisogno. Responsabile e referente dello Sportello di Ascolto “La famiglia al centro” e “Ascoltiamoci” , per informazioni e appuntamenti  ?+39-347-1692195

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