Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La bellezza dell’imperfezione

La bellezza dell’imperfezione

La paura di sbagliare, la difficoltà di non essere all’altezza… i continui messaggi multimediali che ci vogliono perfetti, prestativi, scattanti, speciali… a lungo andare logorano, feriscono, indeboliscono.

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Cosa ci può aiutare

In questi giorni spesso si sente parlare di resilienza, un termine particolarmente inflazionato al quale in molti fanno riferimento quando vogliono parlare della capacità di adattamento, del recupero delle forze dopo una delusione, dell’abilità di sapersi rialzare, reinventare.

Resilienza è un termine che, dal punto di vista etimologico deriva dal verbo latino resilire: rimbalzare, saltare in dietro e significa, nell’ambito della metallurgia: la capacità che alcuni metalli hanno di saper assorbire gli urti senza rompersi.

Dal punto di vista psicologico, la resilienza è la capacità che un individuo ha nel rispondere ai cambiamenti, ai traumi che vive, rimodulando la propria esistenza e, al bisogno, sapendo ricostruire uno o più aspetti della propria vita senza lasciarsi scalfire dagli eventi o perdere la propria identità.

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Come spiegare questo concetto

Dal punto di vista concettuale tutto può sembrare essere chiaro, ma… nella pratica, come ci si può allenare? In che modo ci si può preparare ad essere resilienti e, come possiamo trasmettere in modo efficace ai nostri figli il significato di quanto abbiamo appena letto?

Per rendere più concreto e dunque più comprensibile ai nostri occhi e non solo, ci può venire in aiuto una tecnica giapponese dalle origini molto antiche: il kintsugi.

La tecnica

La parola “kintsugi” si scrive coi kanji 金継ぎ, che rispettivamente significano “oro” (金) e “aggiustare” (継ぎ). Letteralmente possiamo tradurlo con “aggiustare con l’oro” o anche “toppa dorata”. A volte vi potrebbe accadere di incontrare anche la parola Kintsukuroi, scritto coi kanji 金繕い che significano rispettivamente “oro” e “riparatore” (繕い), quindi “riparatore che usa l’oro”.

L’origine di questa pratica pare risalga ad un periodo che va dal 10.000a.C. al 400 a.C. e una leggenda racconta di uno Shogun (un’alta carica militare) che, bevendo il suo tè, ruppe la tazza e commissionò un artigiano affinchè potesse ripararla rendendola nuovamente efficiente e all’altezza della sua carica.

Dopo diverse ore di lavoro, l’artigiano tornò con la tazza riparata: un capolavoro artistico dove ogni frammento di ceramica che si era creato con la rottura era legato al suo vicino attraverso una linea di lacca e polvere d’oro.

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Rendere preziose le ferite

Era nata l’arte del kintsugi, una nuova forma di artigianato che, partendo da delle ceramiche danneggiate, le riportava a nuova vita attraverso un sapiente uso di materiali preziosi quali l’oro, l’argento o la lacca mista a polvere d’oro.

Da un punto di vista artistico questa tecnica si arricchì di tre diverse forme di applicazione:

  • Hibi (ひび) ovvero “crepa”, dove si riparano le semplici crepe;
  • Kake no Kintsugi Rei (欠けの金継ぎ例), ovvero “esempio di riparazione dorata (del pezzo) mancante”, in cui si crea il pezzo mancante su misura, realizzato interamente in lacca e oro;
  • Yobitsugi (呼び継ぎ) ovvero “invito ad aggiustare/unirsi”, dove si utilizza un pezzo proveniente da un’altra porcellana molto simile ma comunque non quello originale

...e dal punto di vista psicologico potremmo dire che ogni sua sfumatura arricchisce noi tutti di un esempio pratico su come potremmo approcciare il nostro quotidiano, le nostre piccole o grandi ferite della vita da un altro punto di vista.

L'importanza delle crepe

E se l’arte del kintsugi deve la bellezza del suo risultato al numero di crepe, rotture o pezzi mancanti e danneggiati… perché non incominciare con il guardare alle nostre ferite e cicatrici con occhi diversi?

Un vasellame integro non potrebbe mai essere prezioso quanto una ceramica che è stata danneggiata e riparata con meticolosa attenzione. E così siamo noi. Non potremmo essere ugualmente importanti, unici e preziosi se non avessimo incontrato delle difficoltà che ci hanno resi imperfetti.

L’arte di abbracciare il danno

L’arte del kintsugi è anche denominata come “l’arte di abbracciare il danno” intesa come capacità di saper accogliere le cicatrici che le rotture possono lasciarci.

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Benvenute dunque “delusioni”, benvenute “ferite”... non vi stavo aspettando, ma vi accolgo. Sarete voi il frutto della mia esperienza, la conseguenza di aver agito e sarete proprio voi il motivo della mia bellezza di domani. Grazie al nostro incontro mi sarò rafforzata, avrò imparato cose che prima non conoscevo, mi sarò confrontata con situazioni che ignoravo e, qualora qualcosa mi avesse danneggiata, vuol dire che mi avrà dato l’opportunità di fare un lavoro su me stessa, sui diversi pezzi della mia vita, della mia persona, del mio carattere.

 

Giulia Di SipioScritto da Giulia Di Sipio, Diplomata in Counseling Relazionale (Iscrizione albo nazionale An.Co.Re n°275), specializzata in Counseling Gastronomico, Consulente Genitoriale, da anni collabora come volontaria presso l'Associazione Orizzonte (www.associazioneorizzonte.it)  per facilitare l'inclusione e l'autonomia dei ragazzi diversamente abili, promuovere iniziative volte a sostegno delle famiglie con disabilità e potenziare le occasioni di lavoro per una buona genitorialità. Dal 2020 collabora con la Parrocchia degli Angeli Custodi per offrire un supporto pratico ed emotivo a chi ne sente il bisogno. Responsabile e referente dello Sportello di Ascolto “La famiglia al centro” e “Ascoltiamoci” , per informazioni e appuntamenti  📞+39-347-1692195

Diversità = libertà (e viceversa)

Diversità = libertà (e viceversa)

Inizi a sentirti libero quando smetti di guardare gli altri per sentirti bello

Stavo scrivendo un post su Instagram questa mattina quando mi son trovata a fare questa riflessione: 

 

Inizi a sentirti libero quando smetti di guardare gli altri per sentirti bello

 

Oggi, 25 aprile, stavo pensando alla libertà e al significato che questa parola oggi ha per me. Ho richiamato alla memoria la giornata di ieri, la distribuzione delle tute ai ragazzi diversamente abili dell’Associazione Orizzonte ODV con cui collaboro… e... ho ricordato la sensazione di benessere che avverto ogni volta che sono in mezzo a loro.

Il diverso

Spesso, il "diverso" ci destabilizza mettendo in dubbio le nostre certezze. Nell’insicurezza che la diversità ci fa avvertire, fin da bambini iniziamo a lavorare su noi stessi per omologarci alle persone che ci circondano. (Una fatica immane spesso!!!)

 

Provate un momento a fare mente locale. Quante energie ogni giorno investite per avvicinarvi ai modelli che vi circondano: estetici, professionali, sportivi… In ogni contesto, se vi fermate a riflettere, vi accorgerete che esiste uno stile al quale tutti tendono ad uniformarsi.

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Da elemento di disturbo...

Immaginate di entrare all’interno di una sala riunioni e di essere gli unici ad indossare un vestito chiaro. Intorno a voi, solo abiti scuri. E’ primavera magari, ma, chissà perchè, soltanto Voi avete scelto di usare un completo panna, tutti gli altri indossano tailleur neri. Come vi sentireste?

Forse in un primo momento vi potrebbe anche venire in mente l’idea di tornare a casa a cambiarvi.

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...a risorsa

Quando ero piccola facevo nuoto agonistico. Mi allenavo 6 giorni a settimana ed il cloro in pochissimo tempo consumava i costumi, così era necessario acquistarne sempre di nuovi. Tutte nella squadra indossavamo “Arena”, la marca che andava di moda in quegli anni e nessuna di noi aveva mai provato a cercare un’alternativa (magari più economica). Un bel giorno mia madre, entrando in un nuovo negozio di articoli sportivi, trovò un brand sconosciuto che costava un terzo e decise di farmi un regalo. Ricordo come se fosse ieri la vergogna che mi assalì quando indossai un costume “diverso” da quello delle mie compagne. Mi sentivo osservata, giudicata, isolata… eppure, dopo pochi mesi, anche le altre amichette si “omologarono” a me. 

 

Se in un primo momento il mio costume era stato un elemento di disturbo, una voce fuori dal coro… poi si era rivelato, per l’intero gruppo: una risorsa, una rottura di schemi, un rompere un’abitudine non funzionale.

 

Essere uguali agli altri ci dà l’illusione di essere più forti, più giusti, migliori.

...eppure, se investiamo tutte le nostre energie per essere come gli altri ed abbattere dunque quella distanza fisiologica, biologica, naturale, chiamata diversità, come possiamo dare spazio alla nostra creatività, apertura, individualità?

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Come affrontare la diversità

La diversità non va temuta, ma, al contrario: difesa, nutrita, allenata, enfatizzata, accudita. Anche se a volte ci fa sentire soli e sbagliati!!! 

Iniziamo da noi stessi e poi con i bambini che ci sono accanto, fin da quando sono piccoli. 

Come si fa a spiegare a un ragazzino che viene bullizzato per il suo aspetto, la sua stravaganza, la sua fragilità che è il più fico di tutti?!! Insegnandogli a usare il suo “essere speciale” come un superpotere contro i prepotenti. 

...e dando l’esempio nel nostro quotidiano che non essere come gli altri non vuol dire essere peggiore o migliore. 

Diversità = libertà

Ecco che allora la diversità può essere intesa come pluralità di facce, di colori, di lingue, di credo, di culture. Diversità anche come intuizione, fantasia, complessità individuale, capacità di vedere la realtà secondo altri punti di vista e nuove prospettive... Diversità come capacità di  uscire dai soliti schemi, di cambiare direzione: magari andando nel verso opposto a quello degli altri seguendo la voce del cuore e dell’intuizione.

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Diversità come libertà dunque, di essere veramente ed autenticamente ciò che siamo. Se io mi accetto per quello che sono, con le mie caratteristiche, i miei difetti... allora sì che mi sentirò finalmente libero di potermi esprimere senza la paura del giudizio (mio e degli altri)!!!

 

Giulia Di SipioScritto da Giulia Di Sipio, Diplomata in Counseling Relazionale (Iscrizione albo nazionale An.Co.Re n°275), specializzata in Counseling Gastronomico, Consulente Genitoriale, da anni collabora come volontaria presso l'Associazione Orizzonte (www.associazioneorizzonte.it)  per facilitare l'inclusione e l'autonomia dei ragazzi diversamente abili, promuovere iniziative volte a sostegno delle famiglie con disabilità e potenziare le occasioni di lavoro per una buona genitorialità.  
Dal 2020 collabora con la Parrocchia degli Angeli Custodi per offrire un supporto pratico ed emotivo a chi ne sente il bisogno. 
Responsabile e referente dello Sportello di Ascolto “La famiglia al centro” e “Ascoltiamoci” , per informazioni e appuntamenti  📞+39-347-1692195

 

Non togliere le castagne dal fuoco a tuo figlio!  

Non togliere le castagne dal fuoco a tuo figlio!

Ripensando a come sono cambiate le cose in così poco tempo da quando il Covid ha travolto e fermato le nostre vite (o tentato di fermarle), ora più che mai guardandoci intorno è facile scorgere ed ascoltare di storie che raccontano di situazioni difficili, persone che si trovano ad affrontare veri e propri drammi personali, giovani impauriti che non sanno come riprendere in mano la loro vita e investire nel loro futuro…

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Il paradosso del momento

Quotidianamente, soprattutto chi ha a che fare con dei contesti ampi come la Parrocchia, l’Associazione Orizzonte con cui collaboro… ci si imbatte in storie complesse, emozioni importanti da gestire, dinamiche disfunzionali difficili da interrompere… e sempre più, di questi tempi, accade di incontrare famiglie dove il problema è, paradossalmente, l’eccessivo benessere dei propri figli.

Come le stesse statistiche confermano, soprattutto negli ultimi anni, il numero di giovani nella fascia di età vicino ai venti anni affetti da depressione è aumentato. Spesso è difficile che riescano a comprenderne da soli il perché di questo malessere, ma, per una qualche ragione, si sentono infelici ed insoddisfatti.

Spesso, una delle spiegazioni che maggiormente viene data è che i genitori di oggi, rispetto a quelli di ieri sono eccessivamente efficienti e tendono ad intervenire troppo in fretta per togliere le cosiddette castagne dal fuoco.

Prevenire in questo caso non aiuta

Piuttosto che facilitare i figli nell’imparare a superare da soli le avversità della vita, spesso le mamme e i papà liberano loro la strada dagli ostacoli, evitano loro le delusioni, i fallimenti… e, così facendo, piuttosto che fortificarli e renderli autonomi, li impoveriscono di strumenti e, soprattutto, di esperienze. Evitare ad un figlio di sbagliare, nel medio-lungo termine diventa un’arma a doppio taglio: da un lato ci si pone nella posizione scomoda di poter essere additati come “responsabili” del suo malessere, delle sue scelte o delle sue non scelte… e dall’altro lo si priva della possibilità di mettere le mani in pasta, di provare, mettersi alla prova e, dunque, crescere.

Non sarà certo un caso che tra i detti più famosi ci sia “sbagliando si impara”, no?

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"Non è ciò che fai per i tuoi figli, ma ciò che hai insegnato loro a fare per sé stessi, che li farà realizzare come esseri umani".
Ann Landers

Una riflessione molto interessante trovata un po’ di tempo fa riportava questo quesito: "Può essere che schermando sin da piccoli i nostri ragazzi dall'infelicità stiamo finendo per privarli della felicità da adulti?"

L'importanza di potersi guardare indietro

Non sarà certo questa la sede per rispondere in modo semplicistico ad una domanda tanto profonda, ma, mi piacerebbe molto riportare l’attenzione su quanto sia costruttivo e formativo per ciascun individuo potersi guardare indietro, vedere il proprio percorso di vita e, ripercorrendo con la memoria le diverse difficoltà, avere l’opportunità di congratularsi con sé stesso per averci provato, per aver investito le sue energie, per aver lottato in nome di un ideale e di un obiettivo e per averlo raggiunto.

Rispetto al passato è sicuramente molto bello poter assistere a così tanti genitori che parlano con i propri figli, che interagiscono con loro, che si mettono in discussione per loro… ma, come tutte le cose nella vita (e nelle relazioni), se è troppo, “stroppia”. E diventa disfunzionale.

"Preparate vostro figlio alla strada, non la strada per vostro figlio" (Dr. Thomas P. Johnson, psichiatra infantile) è il motto che dovremmo tenere a mente ogni volta che ci sorge un dubbio su come intervenire e come gestire una determinata situazione.

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Aiutare a volte è anche saper fare un passo indietro

Le domande che potrei dunque pormi per facilitarmi nell’individuazione della mia posizione nel quotidiano sono: In che modo mi ha chiesto aiuto? Sto realmente ascoltando mio figlio e le sue richieste o sto cercando di anticiparle? Come potrei guidarlo nel prendere consapevolezza della situazione che sta vivendo e supportarlo nel farlo diventare responsabile ed autonomo? Di fronte ad un problema mi sto mettendo al suo fianco per fargli sentire il mio sostegno mentre lui lo affronta o sto cercando di intervenire direttamente io?

Fermarsi un attimo a riflettere e porsi delle domande, anche nei momenti di difficoltà, non è perdere tempo, calibrare l’intervento. Studiare la strategia. Migliorare l’efficacia. In questo caso è: agire dopo aver “sentito” le mie motivazioni e quelle di mio figlio. Se io prendo coscienza di dove mi trovo, delle emozioni che avverto, allora posso aiutare l’altro nel fare le sue valutazioni, prendere le sue decisioni, orientare la direzione del suo percorso.

 

Giulia Di SipioScritto da Giulia Di Sipio, Diplomata in Counseling Relazionale (iscrizione albo nazionale An.Co.Re n.275), nel 2013, specializzata in Counseling Gastronomico, Consulente Genitoriale, da anni collabora come volontaria presso l'Associazione Orizzonte ODV (www.associazioneorizzonte.it) per facilitare l'inclusione e l'autonomia dei ragazzi diversamente abili, promuovere iniziative volte a sostegno delle famiglie con disabilità, potenziare le occasioni di lavoro per una buona genitorialità e con la Parrocchia degli Angeli Custodi per offrire un supporto pratico ed emotivo a chi ne sente il bisogno. Se desideri ricevere maggiori informazioni sul servizio “La famiglia al centro” o “Ascoltiamoci” , chiama pure il numero 347 1692195, fisseremo un colloquio conoscitivo. Anche telefonico. Parliamone Insieme.Come facilitare la scelta post maturità di vostro figlio“Smettere di controllare”

Come facilitare la scelta post maturità di vostro figlio

Come facilitare la scelta post maturità di vostro figlio

Scelta

Anni impegnativi per tutti quei ragazzi che, in procinto di terminare il loro percorso di studi alle scuole superiori si preparano al grande salto che li vedrà impegnati in una nuova fase della loro vita, quella universitaria.

Come affrontare la questione

La scelta della facoltà a cui iscriversi è un momento molto importante nella vita di un ragazzo. Spesso i genitori non sanno come aiutare i propri figli e, la difficoltà tra il suggerire un percorso piuttosto che un altro, spesso è bilanciata dalla tendenza di lasciarli liberi di scegliere il loro indirizzo.

Come rapportarsi dunque a questo momento così delicato? Influenzare oppure fare un passo indietro? Come essere di aiuto, di supporto senza rischiare di essere considerati “invadenti”?

Creare un’atmosfera familiare non ansiosa e distesa è il primo passo.

Ascoltare quali sono i desideri potenziali del ragazzo anche alla luce del passato, ricordando insieme tutti gli episodi in cui si è espresso spontaneamente, può essere un buon inizio. Non abbiate fretta, ma ponetevi in una posizione neutra: “Se fossi al tuo posto, considerate le passioni che mi sembra che tu abbia io… Se mi trovassi nella tua posizione, riflettendo su quello che mi racconti…”sono frasi che possono aiutare il dialogo.

Non ponetevi come coloro che già sanno la risposta esatta. Lasciate che i vostri figli prendano consapevolezza dell’importanza della scelta e lasciate a loro la responsabilità del percorso che li poterà alla decisione.  Siate specchi. Riflettete loro la posizione che solitamente assumono, gli atteggiamenti che di solito hanno, le preferenze che in generale esprimono… e guidateli dolcemente nella strada che li condurrà ad una preferenza.

Molto interessante sarebbe per esempio fare insieme un’analisi del rendimento degli ultimi anni scolastici, le materie che hanno maggiormente coinvolto vostro figlio/a, parlare di quelle che sono le ambizioni, le paure, i sogni…

Considerando le aspettative e le attitudini, da genitori si può facilitare la scelta aiutando a fare luce lì dove magari si brancola nel buio.

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Fate una ricerca insieme

Sul web è ormai pieno di siti on line dove si possono fare dei test attitudinali, dove si trovano i diversi piani di studio, le prospettive di lavoro, le soft skill che una determinata carriera universitaria richiede e i possibili sbocchi dopo la laurea.

Fate in modo che l’argomento “università” non sia un tabù, un terreno ostile che lascia affiorare vulnerabilità e permette alla conversazione di divampare in una minacciosa discussione dai toni alti.

Può essere utile prendere nota insieme, magari su di un foglio, i pro e i contro di un determinato percorso, gli aspetti di disagio e di risorsa di una facoltà, di una università piuttosto che un’altra.

Valutate con serenità le difficoltà di un certo corso di laurea ed il tempo per laurearsi… riportate magari la vostra personale esperienza di vita, ma siate chiari nel parlare: è la Vostra esperienza, non quella di vostro figlio. Lui farà la sua! Può solo trarre degli spunti di riflessione confrontandosi con il vostro trascorso!

Tanti anni fa, quando dovetti scegliere il mio personale percorso, trovai ad esempio molto utile un’indagine statistica sul numero degli iscritti alle diverse facoltà rapportato alle persone che trovavano più facilmente lavoro. È inutile spingere verso un orientamento che magari non offre sufficienti possibilità solo perché è quello che più vi piace o che maggiormente corrisponde ai vostri ideali, non credete?

Ogni periodo storico ha le sue peculiarità. Analizzate insieme quello che vi trovate ad affrontare mettendo insieme le caratteristiche personali, il temperamento, le attitudini.

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Il ragazzo deve sentirsi padrone della propria scelta, altrimenti potrebbe non responsabilizzarsi e mollare alla prima difficoltà.

Non vuole più studiare

E se dal confronto dovesse emergere che vostro figlio/a non volesse più studiare?

Provate insieme a parlarne. Cercate di lasciare da parte il giudizio (nemico silenzioso, ma spesso presente…) e sforzatevi di mettervi nei suoi panni, di comprendere se sta attraversando un periodo difficile nell’evoluzione adolescenziale o se si sente insicuro ed ha bisogno di essere motivato e valorizzato.

Valutate insieme le convenienze e quali possono essere le resistenze a cercare altro invece dello studio per andare avanti; spesso si tratta di un’opposizione dispettosa e competitiva, ma a volte accade che il ragazzo ha delle buone idee, delle interessanti intuizioni e facilitarlo nella sua espressione può aiutare voi a capire e lui a delineare il percorso più idoneo nella concretizzazione dei suoi progetti.

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Desidera un anno di pausa

…e se vi chiedesse un anno sabatico dopo la maturità? Sovente accade che questa richiesta non venga presa in considerazione da molti genitori, ma anche in questo caso, non sarà certo il conflitto a rendere più semplice il momento! Ricordatevi il ruolo che da genitori dovreste assumere, ossia quello di guida verso l’autonomia. Analizzate insieme le diverse opzioni e opportunità. Dialogate e verificate quali sono le idee di vostro figlio. Potrete sempre trovare insieme una mediazione, un punto di incontro.

Un periodo lontano dai libri per apprendere una nuova lingua o fare un’esperienza all’estero potrebbe essere una valida alternativa magari!

Suggerite di fare insieme delle ricerche su internet su quali potrebbero essere le diverse possibilità ad un inizio immediato di percorso universitario. A livello nazionale ed europeo ci sono spesso progetti interessanti per i giovani. Proprio di recente ne è stato presentato uno che la stessa Parrocchia ha sponsorizzato: il Servizio Civile Universale.

Concentratevi sull’importanza che voi avete in questo momento cruciale nella vita dei vostri figli e lasciate che siano loro a mostrarvi attraverso il dialogo, i silenzi, le resistenze… dove necessitano di un supporto, di una rassicurazione, di una guida.

Tutto ciò può allargare le vedute e far sentire il ragazzo più protagonista della propria vita e del proprio futuro e niente può rassicurare di più un giovane che sapere di avere i suoi genitori accanto.

 

Scritto da Giulia Di Sipio, Diplomata in Counseling Relazionale (iscrizione albo nazionale An.Co.Re n.275), nel 2013, specializzata in Counseling Gastronomico, Consulente Genitoriale, da anni collabora come volontaria presso l'Associazione Orizzonte ODV (www.associazioneorizzonte.it) per facilitare l'inclusione e l'autonomia dei ragazzi diversamente abili, promuovere iniziative volte a sostegno delle famiglie con disabilità, potenziare le occasioni di lavoro per una buona genitorialità e con la Parrocchia degli Angeli Custodi per offrire un supporto pratico ed emotivo a chi ne sente il bisogno. Se desideri ricevere maggiori informazioni sul servizio “La famiglia al centro” o “Ascoltiamoci” , chiama pure il numero 347 1692195, fisseremo un colloquio conoscitivo. Anche telefonico. Parliamone Insieme.

19 marzo Festeggiamo i nostri papà

19 marzo: festeggiamo i nostri papà

…riflettendo sul concetto di Genitorialità

father 22194 1920Le origini della Festa del Papà

La Festa del Papà, come la intendiamo noi oggi, è una festa complementare a quella della
mamma che nasce all’inizio del XX secolo negli Stati Uniti. Le prime testimonianze ci raccontano la storia di una signora dal nome Sonora Smart Dodd che, ispirata dalla predica ascoltata in Chiesa
in occasione della Festa della Mamma, decise di sollecitare l’istituzionalizzazione di una data in onore anche dei papà. I primi festeggiamenti vennero così fissati il 19 giugno 1910, compleanno del babbo della Signora Dodd.  

La Festa del Papà in Italia

In Italia, come in molti paesi di fede cattolica, la Festa del Papà è il 19 marzo, il giorno dedicato a San Giuseppe, padre putativo di Gesù, figura emblematica di fedeltà, amorevolezza, dedizione…
alla famiglia. Protettore anche dei bambini orfani e dei soggetti più fragili della società, con lui e con la sua figura si onora la paternità e la solidarietà. In molti usi e costumi, in occasione di questa data, infatti, in passato, venivano accompagnati i festeggiamenti di questa ricorrenza con gesti di carità, come ad esempio: invitare i poveri a pranzo.
Presentando la Festa del Papà abbiamo parlato di quanto sia una ricorrenza complementare alla Festa della Mamma. Ma perché è così importante che queste due figure all’interno della vita di ciascun individuo siano tra loro complementari? Cosa si intende con questa espressione e come ci siamo arrivati?
Quando arriva il desiderio di fare un bambino…
In linea di massima, la decisione di avere un bambino, all’interno di una coppia, rappresenta allo stesso tempo un punto di arrivo e di partenza. Se da un lato, dopo un periodo di conoscenza, di fidanzamento, di convivenza, si decide di coronare questa unione con la nascita di un bambino, dall’altro, la nascita di un figlio sancisce per la coppia l’inizio di una nuova fase: diventare genitori. Dal punto di vista individuale, il desiderio di avere un figlio è un momento che potremmo definire come “evolutivo” e che invita, sia l’uomo che la donna a chiedersi se desiderano o meno diventare papà o mamma. Questo interrogativo è particolarmente carico di significati psicologici ed è spesso anche fonte di un vero e proprio momento di “passaggio” per la vita del singolo: attraverso la consapevolezza di voler fare un figlio, la persona ripercorre la sua vita, fa i conti con il suo essere stato a sua volta “figlio”, con i suoi genitori, con le loro mancanza e con la “responsabilità” di assumersi un impegno che sarà per tutta la vita.

silhouette 1923656 1920La genitorialità, definizione e funzioni

Il desiderio di ciascun individuo diventa un desiderio condiviso, di coppia, sulla base del quale si va ad individuare il terreno comune per la genitorialità.
Ma cosa significa esattamente questa parola? La definizione di genitorialità, riconosciuta da psicologi e terapeuti è: una fase di sviluppo dell’adulto in cui si genera la capacità di creare, proteggere, nutrire, amare, rispettare e provare piacere per un essere altro da sé, che non è necessariamente un bambino da generare e crescere.
Questa definizione ci porta come prima riflessione a prendere atto che: “essere genitori va al di là dell’avere un figlio”, e presuppone che il possedere una serie di abilità e il sentire una serie di istinti nei confronti di un’altra persona fa parte dello sviluppo della persona stessa. Potremmo dunque dire, che è la manifestazione che diventa massima con la nascita di un figlio. Le funzioni e le modalità di espressione della genitorialità sono molteplici e tra tutte ricordiamo le seguenti: la funzione protettiva: che prevede l’offrire cure adeguate al bambino in termini di accudimento, protezione fisica e sicurezza; la funzione affettiva; la funzione regolativa, ovvero la capacità di trasmette al bambino di regolare i propri stati emotivi e organizzare risposte comportamentali adeguate; la funzione normativa: la capacità di porre limiti e una struttura di riferimento al bambino e che comprende l’atteggiamento genitoriale verso norme, istituzioni e regole sociali.

Al di là dell’essere madre o padre

Anche senza un’eccessiva riflessione, subito è facile comprendere di come “il concetto di
genitorialità” non prevede alla base una distinzione tra madre e padre, ma attiva un ragionamento più armonico e complesso che vuole l’attenzione sulle funzioni, sul fine, piuttosto che sul “genere”. Potremmo forse affermare che, il desiderio di maternità e quello di paternità partono da una base comune e si sviluppano poi in modo differente e complementare fino a ritrovarsi nel concetto di genitorialità. 
Nel momento in cui piuttosto che sulle differenze e sulle distinzioni (tra il desiderio di maternità e paternità), si inizia a porre l’accento su un concetto comune, è molto più semplice il movimento all’interno di un contesto più ampio, maggiormente stimolante e nutriente: la differenza tra uomo e donna diventa così una fonte di arricchimento e di risorsa.

baby 2868116 1920Maternalità + Paternalità = Genitorialità

Soprattutto in epoca recente, ai tradizionali termini che tutti abbiamo più o meno sentito “maternità” e “paternità”, se ne sono aggiunti due meno noti… proviamo un po’ a vederli insieme.
Durante la gravidanza della donna, i cambiamenti sono incredibili: da quelli biologici a quelli
psicologici. Con il termine “maternità” andremo dunque a riferirci a tutte quelle trasformazioni fisiche, ormonali… che una mamma, fin dal principio si trova ad affrontare, mentre con la parola “maternalità” andremo a riferirci a quel processo di rielaborazione mentale che la donna fa, dal punto di vista psicologico, rispetto ai grandi cambiamenti che sta affrontando.
E riferendoci al padre? Bè, anche i nostri papà devono affrontare un percorso complesso ed impegnativo: anche per gli uomini ci sono dei cambiamenti da dover rielaborare: la trasformazione della sua compagna/moglie, l’ambito sociale, lo stile di vita… da un punto di vista “visibile”; il dover fare i conti con l’essere diventato padre ed il dover iniziare a sentire sé stesso padre, dal punto di vista intrapsichico.
Il “sentirsi padre” non è un concetto semplice. Esso si riferisce alla percezione emotiva della paternità e con la costruzione della propria nuova immagine: non più figlio, ma padre. Anche questo processo di consapevolezza, che potremmo definire “paternalità”, richiede un tempo ed un’elaborazione, per molti versi similare alla maternalità.
Ma se nella transizione iniziale la madre vive la difficoltà della gestazione, essa è facilitata dal punto di vista psichico nell’elaborazione perché vive direttamente le trasformazioni, ciò che sta accadendo e, temporalmente, può permettersi di farci i conti fin da subito, Il papà invece, nonostante tutto il suo impegno, vive questo passaggio in differita, con maggior coinvolgimento solo “dopo” la nascita del bambino e durante la sua crescita, ma non per questo con minore intensità.
In questa ottica, secondo questa visione, maternalità e paternalità, sono dunque due processi evolutivi che gli individui compiono a partire da un evento comune, con tempistiche differenti, e che trovano nel concetto di genitorialità e nella relazione con il bambino, la loro massima espressione.

 

 
 Scritto da Giulia Di Sipio, Diplomata in Counseling Relazionale (iscrizione albo nazionale An.Co.Re n.275), nel 2013, specializzata in Counseling Gastronomico, Consulente Genitoriale, da anni collabora come volontaria presso l'Associazione Orizzonte ODV (www.associazioneorizzonte.it) per facilitare l'inclusione e l'autonomia dei ragazzi diversamente abili, promuovere iniziative volte a sostegno delle famiglie con disabilità, potenziare le occasioni di lavoro per una buona genitorialità e con la Parrocchia degli Angeli Custodi per offrire un supporto pratico ed emotivo a chi ne sente il bisogno. Se desideri ricevere maggiori informazioni sul servizio “La famiglia al centro”“Ascoltiamoci” , chiama pure il numero 347 1692195, fisseremo un colloquio conoscitivo. Anche telefonico. Parliamone Insieme.

“Smettere di controllare”

un breve cortometraggio, dal profondo significato

Quante volte nella nostra vita, nelle nostre relazioni, ci sentiamo in dovere di modificare il corso degli eventi, di dover intervenire per conto di un nostro familiare, di dover avere tutto sotto controllo, quasi come se la riuscita o meno di una determinata cosa, anche se non riguarda direttamente la nostra vita, sia comunque una nostra responsabilità?

Se siete genitori, quante volte vi capita di anticipare ciò che dovrebbe fare vostro figlio perché pensate che da solo non ce la possa fare o che magari, senza il vostro aiuto, non sia in grado di raggiungere il risultato sperato? Ma sperato “da chi” poi?

Se vi fermate un attimo a riflettere, nelle relazioni con i vostri partner, quante sono le occasioni in cui vi intromettete in questioni che non vi riguardano direttamente, giustificando il vostro intervento con la frase “è a fin di bene”?

Il breve cortometraggio che vi presento questa mattina, riporta una interessante riflessione su tutti questi temi.

https://www.youtube.com/watch?v=ouVS4x5q0PI

Il giovane monaco Dechen, protagonista di questo cartone animato, ha una grande passione per il giardinaggio e le piante e così, quando incontra un fiore in difficoltà, nel bel mezzo di un temporale, decide di prelevarlo dal suo contesto originario per portarlo nel monastero, dove pensa che sarà al sicuro.

A fin di bene, Dechen compie una scelta per conto di un altro essere vivente, ma da quel momento accade qualcosa che il giovane monaco non si sarebbe mai aspettato: il piccolo fiore, al riparo dalla tempesta e dal maltempo, al sicuro delle mura e con le amorevoli cure di Dechen, inizia ad appassire. A nulla valgono le attenzioni del giovane monaco: la piantina non sembra riprendersi tanto che alla fine, cattura l’attenzione del Maestro più saggio che obbliga il suo discepolo a riportare il fiorellino all’aperto, dove stava in origine.

Dechen non può fare altro se non ubbidire, ma dal momento che smette di controllare e decidere per il suo fiore, questo riprende il suo splendore.

La breve favoletta rappresentata in questo cartone animato ci mostra una morale molto comune nelle nostre vite: a tutto c’è un limite e tutto ha una misura, anche l’amore.

Quando vogliamo bene qualcuno, spesso pensiamo che in nome di quell’affetto siamo legittimati a fare scelte e azioni che precludono l’interesse dell’altro. Addirittura, a volte lo scavalcano. Certi di stare agendo nel giusto, per il benessere della persona a noi cara agiamo, magari in modo inconsapevole, privando l’altro della possibilità di scegliere, di sbagliare, di fare esperienza e quindi anche di crescere.

Non sempre, (anzi, quasi mai) l’esercizio del controllo sulla vita delle persone a noi care è un intervento nutriente ed appagante (per la relazione e per la crescita della persona coinvolta). Chi avverte di aver subito una scelta può infatti o sentirsi scavalcato, privato della libertà e del diritto di agire oppure, al contrario, sentirsi nella posizione di non doversi assumere alcuna responsabilità. In entrambe le situazioni il risultato sarà l’aver perso un’occasione per sperimentare/sperimentarsi e quindi apprendere nuove conoscenze, fare nuove esperienze. In una parola: crescere.

Come per la pianta ed il fiorellino, non sono le troppe cure che aiutano a stare in forze; a volte è molto più galvanizzante ed utile sapere di aver affrontato una tempesta ed essere riusciti, con le sole proprie risorse a superare le difficoltà. Nonostante ci possa sembrare strano e paradossale, nell’arco della nostra esistenza, saranno proprio le problematiche che sapremo superare quelle che ci aiuteranno nel costruire la nostra identità e rafforzare la nostra autostima

Avere coscienza dei propri mezzi e delle proprie abilità ci aiuta nell’affrontare con responsabilità quello che la vita ci pone lungo il cammino della nostra esistenza ed individuare, via via che le difficoltà si presentano, quali sono gli strumenti che dovremo andare ad integrare, a rafforzare, a ricercare per diventare sempre più autonomi e autoefficaci.

Scritto da Giulia Di Sipio, Diplomata in Counseling Relazionale (iscrizione albo nazionale An.Co.Re n.275), nel 2013, specializzata in Counseling Gastronomico, Consulente Genitoriale, da anni collabora come volontaria con l'Associazione Orizzonte ODV (www.associazioneorizzonte.it) nelle sue attività per facilitare l'inclusione e l'autonomia dei ragazzi diversamente abili, promuovere iniziative volte a sostegno delle famiglie con disabilità potenziare le occasioni di lavoro per una buona genitorialità.

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