Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

Il valore della noia

Estate inoltrata. Tempo di vacanze. Le città si spopolano. Le famiglie partono. Non tutte. Alcune restano per motivi di lavoro. E così ci si organizza, ci si prova… a trovare la miglior soluzione possibile per far sì che anche i più piccoli abbiano un loro contesto in cui stare e ricaricare le pile dopo l’anno scolastico e l’impegno (anche emotivo) di questo inverno.

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Ma non sempre ci si riesce. A volte accade che ci si debba affidare, fidare e…arrangiare. Non siamo perfetti. Nessuno lo è di noi. (E’ importante ricordarselo sempre, aiuta a sentirsi più leggeri 😊) …e così, nonostante gli sforzi, le accortezze… senza la solita frenetica routine di sempre, per qualcuno, nonostante l’impegno ad organizzare delle situazioni familiari divertenti e piacevoli per tutti (specie se si è in vacanza), la giornata si arricchisce di momenti privi di attività, di cose da fare… della noia.

Inizia così la folle ricerca di “come impegnare il tempo”, “degli hobby”, delle attività sportive mai fatte (o abbandonate anni fa…) e il dover stare senza fare niente si trasforma rapidamente in una condanna, piuttosto che in un privilegio. Anche per i bambini.

Ma se invece di affrettarci a trovare “come riempire l’improvviso vuoto che si è creato”, ci fermassimo e provassimo a dare spazio al nostro corpo e alla nostra mente per stare, rallentare, godere in modo diverso delle sfumature delle giornate, della attività quotidiane… potremmo apprezzare i colori dei paesaggi che ci circondano, dedicarci con maggior lentezza alle piccole cose del quotidiano, scoprire il piacere di avere del tempo davanti a noi non programmato… e potremmo insegnare tutto questo anche ai nostri bambini.

 

Tutti noi (ma i più piccoli in modo particolare), per poter dare spazio alla creatività, fantasia, immaginazione… abbiamo bisogno di interrompere le nostre abitudini e dedicarci del tempo. La mente, l’ispirazione… vogliono poter vagare senza meta prima di offrirci una risposta, un’alternativa, un nuovo input. E quale migliore occasione della pausa estiva?

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Lasciare per un po’ il bisogno di controllare sempre tutto, di avere le giornate perfettamente organizzate non soltanto ci permetterà come adulti di rilassarci, ma soprattutto offrirà ai nostri bimbi un’occasione importantissima per sperimentarsi, ingegnarsi in attività diverse dal solito, farsi delle domande. Conoscersi.

Lasciamo che siano anche loro parte attiva di come trascorrere il tempo libero dagli impegni e diamo loro fiducia. Se continueremo ad essere noi i registi delle giornate, non saranno mai stimolati nel fare qualcosa in prima persona… e nemmeno nel prendersi la responsabilità di come investire le proprie energie (anche temporali). Cogliamo questo momento per fare ciò che ci concediamo raramente (come il non controllare) e che facciamo fatica solitamente a fare perché siamo presi da tante preoccupazioni che non riusciremmo a gestirne delle altre (come il lasciare spazio ai figli).

Godiamo dell’estate nella sua totalità e nelle sue caratteristiche. Portatrice di svaghi, di colori, di leggerezza… è la stagione che ci invita, allo stesso tempo, a stare con quello che c’è, con il silenzio pomeridiano dopo aver pranzato, con alcune notti insonni per il troppo caldo, con la lontananza dalle proprie certezze e comodità, con l’assenza dagli impegni… e con l’opportunità di darsi modo (e concederlo ai nostri figli) di prepararsi al nuovo anno.

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È proprio quando ci si ferma e ci si concede una pausa da tutto ciò che ci circonda normalmente che iniziamo ad accorgerci di ciò che è veramente importante, delle nostre priorità, di come vorremmo essere, di cosa ci piacerebbe realmente fare.

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- Leggi anche: Come gestire il fascino dei videogiochi sui più piccoli

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Giulia Di SipioScritto da Giulia Di SipioCounselor Relazionale (Iscrizione albo nazionale An.Co.Re n°275), specializzata in Counseling Gastronomico (autrice del libro "Il Cibo come via, gli Archetipi come guida"), Wedding Counselor Consulente Genitoriale,  da anni collabora con l'Associazione Orizzonte (www.associazioneorizzonte.it)  per facilitare l'inclusione e l'autonomia dei ragazzi diversamente abili, promuovere iniziative volte a sostegno delle famiglie con disabilità e potenziare le occasioni di lavoro per una buona genitorialità. Dal 2020 collabora con la Parrocchia degli Angeli Custodi per offrire un supporto pratico ed emotivo a chi ne sente il bisogno, percorsi di accompagnamento al Matrimonio per le coppie, Orientamento scolastico e lavorativo, Mediazione dei conflitti. Responsabile e referente dello Sportello di Ascolto “La famiglia al centro” e “Ascoltiamoci” , per informazioni e appuntamenti  📞+39-347-1692195.

 

 

Come gestire il fascino dei videogiochi sui più piccoli

...e ottimizzare le risorse di uno strumento sempre più demonizzato

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Qualche anno fa durante un viaggio di lavoro mi trovai ad assistere ad una scena piuttosto insolita: una mamma era immersa a scrivere qualcosa con il suo cellulare mentre il suo bimbo di pochissimi anni guardava un cartone animato da un altro cellulare saldamente ancorato al suo passeggino. In un negozio di giocattoli.

Questa scena mi è rimasta fortemente impressa. Ricordo la mia emozione nello stare in uno spazio così pieno di colori e di stimoli che, assistere alla loro non curanza, tanto erano immersi nei loro mondi, mi fece riflettere a lungo.

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I bambini si sa, fin da quando sono piccolissimi amano giocare. Il gioco per loro, non solo un’attività divertente, ma è anche un mezzo per scoprire il mondo, accrescere le loro conoscenze, interagire con gli altri, sviluppare le loro capacità relazionali e comunicative.

Man mano che i bambini crescono e i giochi via via diventano più complessi, queste abilità si sviluppano e i giochi, da senso-motori, piano piano, gradualmente diventano simbolici, di ruolo… fino a prevedere regole ben precise, specifiche abilità e una maggior consapevolezza di sé.

Negli ultimi anni però, è ormai sotto gli occhi di tutti, un ruolo importantissimo lo stanno svolgendo i videogiochi, (cellulari e tablet inclusi). Ma quali effetti questi dispositivi hanno sui bambini? In quale misura possono essere dannosi o funzionali al processo di crescita?

Come tutte le cose, la giusta misura è nel mezzo. Demonizzare in modo categorico la tecnologia che in questo momento accompagna la crescita dei bambini che ci circondano sarebbe un’esagerazione, un porsi in modo eccessivamente polare rispetto a qualcosa che indubbiamente offre delle risorse.

Facendo infatti una riflessione il più possibile oggettiva, grazie anche ai numerosi studi che sono stati fatti recentemente, i videogiochi (cellulari e tablet inclusi) facilitano l’approccio al pensiero tecnologico, stimolano alcuni processi mentali di memoria e pensiero induttivo, le capacità logiche e la formulazione di strategie, la coordinazione oculo-motoria… ma, se non gestiti dalle figure di riferimento (genitori ed insegnanti) tendono ad avere degli effetti negativi, a volte anche piuttosto gravi: estraniamento dalla realtà, mancanza di empatia, sedentarietà, sovrappeso, eccessivo senso di potere e di controllo, disturbi della vista, cattive relazioni sociali.

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Molto importante, di certo da non trascurare, è la scelta poi dei contenuti dei videogiochi! Se ci soffermiamo infatti a considerare quelli dai contenuti violenti, è ormai assodato come questi desensibilizzino il cervello da certe immagini e provochino, a lungo andare, l’insorgere di comportamenti aggressivi.

Proviamo dunque a trovare una mediazione con i nostri bambini, fin dal principio. Scegliamo insieme a loro i giochi che desiderano acquistare, documentiamoci in anticipo sull’argomento e l’ambientazione e stabiliamo delle fasce orarie in cui permettere loro di usare i dispositivi tecnologici.

Uno dei problemi più grandi è infatti l’abuso da videogiochi, il trascorrere ore e ore davanti ad uno schermo rischiando, con il tempo, di non avere più la perfetta consapevolezza da ciò che è finzione e da ciò che non lo è, da ciò che è lecito e da ciò che non lo è.
Uno dei rischi più grandi quando si passa troppo tempo videogiocando è quello connesso all’insorgenza di una vera e propria dipendenza. Inoltre, quando si sta per un tempo eccessivamente lungo di fronte ai videogiochi, spesso si può incorrere in un sovraccarico di informazioni che rende i bambini incapaci gestire, elaborare ed interpretare, la mole di dati cui si trovano esposti.

Ricapitolando, potremmo concludere dicendo che:

*È importante che un adulto supervisioni i contenuti e il tempo trascorso dai bambini sui videogiochi e che questa attività non diventi prevalente nell’arco della giornata (due ore sarebbe il tempo massimo consigliato da più esperti);

*Inserire delle pause durante l’utilizzo del videogioco così da permettere il riposo del bambino, sia dal punto di vista del sistema cognitivo che di quello visivo, ma anche e soprattutto per fargli riprendere in modo costante contatto con la realtà che lo circonda;

*Incentivare sfide con amici o fratelli così da rendere il videogioco un pretesto per socializzare e stare in compagnia, piuttosto che per isolarsi.

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Nella società in cui viviamo è difficile pensare che un bambino possa essere tenuto lontano dalla tecnologia e dai rischi ad essa connessi. Quello che premia, anche in questo caso è il buon senso, l’investimento energetico nei momenti di scambio, di dialogo, di condivisione… e di supervisione.

È importante che gli adulti osservino quello che fanno i più piccoli intervenendo all’occorrenza; perché grandi si diventa poco a poco, superando i propri limiti, nella sicurezza di avere qualcuno accanto che crede in noi, ci permette di sbagliare, ma è pronto ad intervenire qualora ce ne fosse bisogno.

 

Giulia Di SipioScritto da Giulia Di SipioCounselor Relazionale (Iscrizione albo nazionale An.Co.Re n°275), specializzata in Counseling Gastronomico, Wedding Counselor Consulente Genitoriale,  da anni collabora con l'Associazione Orizzonte (www.associazioneorizzonte.it)  per facilitare l'inclusione e l'autonomia dei ragazzi diversamente abili, promuovere iniziative volte a sostegno delle famiglie con disabilità e potenziare le occasioni di lavoro per una buona genitorialità. Dal 2020 collabora con la Parrocchia degli Angeli Custodi per offrire un supporto pratico ed emotivo a chi ne sente il bisogno, percorsi di accompagnamento al Matrimonio per le coppie, Orientamento scolastico e lavorativo, Mediazione dei conflitti. Responsabile e referente dello Sportello di Ascolto “La famiglia al centro” e “Ascoltiamoci” , per informazioni e appuntamenti  📞+39-347-1692195.

Il valore della gentilezza

Il valore della gentilezza

“Se puoi scegliere tra l’avere ragione o essere gentile, scegli di essere gentile” Wayne W. Dyer

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…se non altro avrai l’opportunità di poter intessere un dialogo, spiegare il tuo punto di vista, trovare una mediazione.

Perché è importante la gentilezza?

Quante volte vi siete trovati in fila davanti alle poste, soprattutto ora che non ci si può entrare, ma occorre prendere appuntamenti, aspettare fuori la porta… e avete discusso con qualcuno o assistito a delle sceneggiate su chi dovesse entrare per primo?

Di fronte ai valori e agli standard proposti dalla società in cui viviamo in questa parte del mondo, vivere è diventato sempre più un fatto competitivo: una gara a coloro che arrivano prima, impiegano minor tempo, investono meno energie, guadagnano di più… L’ascolto dell’altro, la cura del prossimo… sono diventati sempre più rari, più difficili da incontrare. Impegnati nel raggiungimento dei nostri obiettivi, nel portare a termine i nostri compiti, nel rispettare le nostre routine, spesso ci dimentichiamo che, per essere felici e sereni con noi stessi è importante che ci sia anche il benessere degli altri.

Se provate un attimo a chiudere i vostri occhi… come vi sentireste in una stanza con altre persone tutte arrabbiate?

Sebbene la gentilezza sembri quasi una qualità fuori moda o addirittura data per scontata, la sua presenza nel nostro quotidiano è qualcosa di più di un “grazie”, “prego”, “per favore”! …è un approccio al mondo, agli altri, alle persone che ci sono vicine. È un modo di vivere le relazioni, di portare avanti una conversazione, di coltivare un ambiente lavorativo… e se trasmessa ai nostri figli attraverso l’educazione può fare la differenza nella qualità delle loro (e nostre) vite.

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“Una parola delicata, uno sguardo gentile, un sorriso bonario possono plasmare meraviglie e compiere miracoli”
William Hazlitt

Cosa significa educare alla gentilezza?

Spesso si confonde l’educazione tradizionale trasmessa attraverso le buone maniere con l’educazione alla gentilezza: un processo complesso e costante che ha inizio quando siamo bambini e prosegue fin quasi alla fase adulta.

All’interno dei nuclei familiari e poi tra i banchi di scuola, i bambini crescono apprendendo dalle persone che li circondano il modo di rispondere a quanto accade loro nel quotidiano. Educare alla gentilezza significa mostrare a questi piccolini che non occorre essere prepotenti, violenti… per farsi valere ed essere “considerati”, ma al contrario: gentili, attenti, premurosi, rispettosi di sé stessi e degli altri.

Essere gentili ci rende aperti al dialogo con le persone che ci circondano, disposti ad un confronto autentico con chi abbiamo davanti… e se qualcuno ha provato in più di una circostanza ad affermare che “essere gentili” equivale ad essere deboli o fragili, vuol dire che non si è mai soffermato a pensare di quanto la gentilezza sia in realtà una caratteristica delle persone forti e sagge, di coloro che sanno ascoltare, di tutte quelle persone che hanno una buona autostima e che non hanno bisogno di prevaricare sugli altri.

Educare alla gentilezza: come fare?

Iniziamo con l’essere gentili verso noi stessi.  Impegniamoci nel trattare noi stessi come se avessimo a che fare con il nostro migliore amico. Ovunque noi siamo, in qualsiasi situazione ci troviamo, niente è più incisivo del nostro esempio per trasmettere l’importanza di essere gentili. Portare l’attenzione su quanto il nostro comportamento sia determinante nel processo educativo e formativo dei nostri bambini, non soltanto ci aiuterà nel sentirci meglio, ad innalzare le nostre stesse vibrazioni… ma farà in modo che “gli adulti di domani” apprendano sul campo gli effetti di un approccio alla vita dai toni più delicati ed equilibrati nei volumi.

Sentirci degli “esempi” ci fa sentire scomodi e un pochino ansiosi?

Niente paura! …essere dei modelli da seguire non vuol dire che dobbiamo essere perfetti! Anzi, tutt’altro! Avere la consapevolezza che il nostro ruolo ci pone in una posizione tale per cui, i bambini che ci vedono, i nostri figli, i nipotini, gli alunni… possono, attraverso la nostra immagine, apprendere dei valori, dei comportamenti… ci deve solo far riflettere su quanto sia importante essere autentici e onesti. Se avvertiamo di aver sbagliato, di non essere stati garbati in una situazione, di aver alzato eccessivamente i volumi, impariamo a parlarne. Coltiviamo una sana comunicazione, un dialogo costante che miri a spiegare le situazioni che la vita ci pone davanti e la qualità delle nostre risposte.

Essere gentili non è infatti un aggettivo che una volta “acquisito” non può venire meno. È importante riconoscere le infinite sfumature dei nostri stati d’animo, delle circostanze che affrontiamo… ed è altrettanto importante mostrare ai nostri bambini che talvolta anche gli adulti sbagliano. E ne sanno parlare.

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Dall’educazione alla gentilezza all’educazione emotiva

Imparare a dialogare con i nostri piccoli dei nostri errori, dei diversi stati d’animo… portare l’attenzione su quelle situazioni che ci fanno perdere il controllo per vedere insieme le possibili alternative, le diverse prospettive ed opportunità… non soltanto coltiva una relazione, un’intimità con l’altro… ma introduce anche un’altra tematica importante: il riconoscimento e la gestione delle emozioni. Se io sono arrabbiato, ho tutto il diritto di essere arrabbiato, ma non per questo sono legittimato a rispondere male alle persone che mi circondano.

Saper dare un nome alle emozioni che provo nei diversi momenti della mia giornata e allenarmi per far sì che ognuna di esse abbia un suo ruolo, una sua dignità, ma non il sopravvento… è anche questa una competenza importante nella vita di ognuno di noi. Allenarla fin da bambini è fondamentale.

Per la qualità della vita del nucleo familiare di oggi e delle persone adulte di domani.

 

Giulia Di SipioScritto da Giulia Di SipioCounselor Relazionale (Iscrizione albo nazionale An.Co.Re n°275), specializzata in Counseling Gastronomico, Wedding Counselor Consulente Genitoriale,  da anni collabora con l'Associazione Orizzonte (www.associazioneorizzonte.it)  per facilitare l'inclusione e l'autonomia dei ragazzi diversamente abili, promuovere iniziative volte a sostegno delle famiglie con disabilità e potenziare le occasioni di lavoro per una buona genitorialità. Dal 2020 collabora con la Parrocchia degli Angeli Custodi per offrire un supporto pratico ed emotivo a chi ne sente il bisogno, percorsi di accompagnamento al Matrimonio per le coppie, Orientamento scolastico e lavorativo, Mediazione dei conflitti. Responsabile e referente dello Sportello di Ascolto “La famiglia al centro” e “Ascoltiamoci” , per informazioni e appuntamenti  📞+39-347-1692195.

 

Ri-partire sì, ma con moderazione!

Ri-partire sì, ma con moderazione!

Come guardare alla ri-partenza, alla riapertura delle attività e alla nuova quotidianità nel rispetto del nostro ben-essere

Lo avevamo tanto atteso: il caldo, l’estate, i vaccini, il calo dei contagi, la riapertura dei locali, la graduale ripartenza di tutte le varie attività… eppure…Nonostante lo stavamo tutti aspettando da mesi, ora che sembra che finalmente siamo arrivati al dunque, non tutti si sentono pronti.

E’ come se, avessero finalmente aperto la gabbia ad un passerotto e questi avesse perso il desiderio di volare.

Qualcuno potrà forse anche sorridere nel leggere questo esempio, magari per qualcun altro sembrerà quasi assurdo pensare che ci possa essere questa reticenza, ma le statistiche parlano chiaro: è come se ci fossimo in un certo qual modo abituati a stare a casa, ad essere limitati nel nostro agire, ad avere il coprifuoco serale.

Sebbene la ri-apertura segni per molti un ritorno alla normalità, per tanti altri questo riavvicinamento alla vita “pre-covid” risulta difficoltoso, a volte perfino fonte di stress e di ansia.

La "Sindrome della capanna"

In questo lungo arco di tempo ci si è talmente abituati a trascorrere le nostre giornate in casa in una posizione di comfort (per quanto possa essere stata difficile) che ora, tornare a dover organizzare la nostra settimana prevedendo uno spazio per lo sport, gli hobby, il tempo libero e la socializzazione, oltre al lavoro e alla famiglia… sembra difficile tanto da essere motivo di malessere.

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Secondo molti esperti, la situazione anomala che la popolazione ha subito durante il covid ha generato un atteggiamento che è stato definito “sindrome della capanna”. L’espressione non intende un vero e proprio disturbo psicologico, piuttosto una condizione che può sorgere in tutte quelle persone che hanno vissuto per un lungo periodo isolate.

Di recente stavo parlando con una signora, la quale mi riferiva il suo “benessere nello stare a casa, ora che ci si era abituata”. “Non sento perfino il desiderio di andare a fare la spesa ormai!” ha esclamato con naturalezza sorridendo.

La signora, dal suo punto di vista voleva manifestarmi come avesse accolto positivamente il periodo di chiusura forzata, ma ai miei occhi e soprattutto, per il mio sentire, il suo atteggiamento manifestava più tristemente il NON DESIDERIO di voler uscire alla luce del sole a fare una passeggiata, il non avvertire la mancanza di una vita sociale e libera da vincoli e costrizioni.

La sindrome della capanna, in inglese tradotta con “cabin fever” fu una problematica individuata negli Stati Uniti agli inizi del ‘900, quando i cercatori d’oro che vivevano per lunghi periodi in ambienti selvaggi e inospitali, tornati alla vita “normale”, in città, facevano fatica a riadattarsi.  

Se aggiungiamo la paura del contagio da Covid, nemico silenzioso e invisibile, è facile comprendere quanto oggi questa problematica possa esacerbarsi.

Impariamo a gestire le nostre emozioni

Come fare dunque ad affrontare questo delicato momento della nostra vita (o di chi ci è accanto) senza forzarsi o provare disagio e malessere?

Un buon inizio potrebbe essere quello di lavorare sulla gestione delle nostre emozioni. Se non siamo soliti a dare loro un nome possiamo iniziare con il prendere consapevolezza con il loro mondo e la loro eterogeneità. Non tutte le emozioni sono uguali! Quante volte pensiamo di essere tristi e invece ci accorgiamo solo dopo, magari in un secondo momento, che l’emozione primaria era magari un’altra? Magari la rabbia…

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Prestare attenzione agli stati d’animo, domandarsi cosa ci agita veramente, avere il coraggio di andare all’origine dei nostri disagi è un lavoro impegnativo da farsi da soli se non lo si è mai fatto, ma si può provare a chiedere aiuto ed iniziare. Quali paure avvertiamo? Cosa temiamo che possa realmente accadere se interrompiamo uno schema e diamo vita a qualcosa di nuovo?

Gestire l’emotività non è qualcosa che si impara in un giorno, ben inteso, ma ognuno di noi può scegliere di allenarsi a perseguirla. Le tecniche di rilassamento, la meditazione, lo yoga… possono aiutare… ma anche fermarsi di tanto in tanto e portare l’attenzione sulla respirazione è un modo semplice che può rivelarsi particolarmente utile a tutti.

Finalmente hanno riaperto le diverse attività: bar, ristoranti, locali, centri commerciali, palestre… e come tutte le volte che avviene un cambiamento, molte sono le persone che avvertiranno un senso di disagio, una resistenza nel dover psicologicamente affrontare una nuova quotidianità. Piuttosto che ignorarla, sfidarla o assecondarla eccessivamente, proviamo ad accoglierla. Non lasciamo travolgerci dagli eventi, dagli amici più “spericolati” o dalle situazioni!

Qualche strategia per il nostro benessere

Riconosciamo le nostre emozioni, il nostro sentire e troviamo delle piccole mediazioni con noi stessi.

Programmiamo una piccola gradualità nella nostra personale riapertura. Non è importante (e forse neanche funzionale al nostro benessere) ricominciare a fare tutto quello che facevamo prima del lockdown. Guardarsi in dietro può esserci molto utile: proviamo a fare un bilancio delle attività che ci piaceva particolarmente fare, alle compagnie con cui ci sentivamo bene… e scegliamo come investire oggi il nostro tempo e le nostre energie.

Se avvertiamo una sensazione di sfiducia o diffidenza nei confronti del prossimo, pensiamo anche alle tante manifestazioni di generosità, resistenza e senso civico che hanno caratterizzato questo momento di difficoltà. Non è mai tutto di un colore, no?

Se la nostra vita era frenetica, caotica, stancante… diciamocelo: non siamo obbligati a ricominciare da dove eravamo rimasti!

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Pensiamo a cosa vogliamo fare oggi.

… e immaginiamoci le persone che vogliamo essere. Oggi e domani.

Facciamo progetti che ci iniettano ottimismo e non dimentichiamoci di portare l’attenzione su uno stile di vita sano: buona alimentazione, buon riposo, una buona attività fisica. Pianifichiamo almeno 3 passeggiate a settimana. Da soli o in compagnia, se possibile scegliamo dei luoghi che ci permettano di stare il più possibile a contatto con la natura.

Scegliamo al mattino un abbigliamento comodo che ci valorizzi quando usciamo e che ci faccia sentire a nostro agio.

…e soprattutto, non dimentichiamoci di sorridere. Anche con la mascherina, sorridere fa bene a noi, prima che agli altri.

E se dovessimo avvertire che da soli non riusciamo ad affrontare la situazione, il disagio che stiamo avvertendo, chiediamo aiuto.

Con l'occasione si riporta l'iniziativa attiva il giovedì mattina: "Mi ascolto, Mi amo" che mira attraverso un percorso guidato, i partecipanti ad essere facilitati nell'acquisire una maggior consapevolezza del proprio corpo, dei propri sensi, del proprio sentire. Per informazioni contattare il numero 347-1692195

Giulia Di SipioScritto da Giulia Di SipioCounselor Relazionale (Iscrizione albo nazionale An.Co.Re n°275), specializzata in Counseling Gastronomico, Wedding Counselor Consulente Genitoriale,  da anni collabora con l'Associazione Orizzonte (www.associazioneorizzonte.it)  per facilitare l'inclusione e l'autonomia dei ragazzi diversamente abili, promuovere iniziative volte a sostegno delle famiglie con disabilità e potenziare le occasioni di lavoro per una buona genitorialità. Dal 2020 collabora con la Parrocchia degli Angeli Custodi per offrire un supporto pratico ed emotivo a chi ne sente il bisogno, percorsi di accompagnamento al Matrimonio per le coppie, Orientamento scolastico e lavorativo, Mediazione dei conflitti. Responsabile e referente dello Sportello di Ascolto “La famiglia al centro” e “Ascoltiamoci” , per informazioni e appuntamenti  📞+39-347-1692195.

Quando il "Matrimonio" genera conflitto

Per indole sono sempre stata particolarmente attratta dall’organizzazione di feste, compleanni… Fin da piccola mi è sempre piaciuto fare in modo che le ricorrenze si trasformassero da “cene in famiglia” a occasioni di scambio e celebrazioni del “passaggio”. Studiavo i menù, l’apparecchiatura, il servizio…, l’accoglienza e la restituzione. Ogni ospite era per me un dono e ci tenevo che lui tornasse a casa, dopo quell’incontro, nutrito, non solo dal pasto.

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Diventata adulta, per lavoro mi ritrovai a seguire per alcuni anni, un gran numero di eventi. Maggiormente “matrimoni”. Il mio ruolo era quello di verificare che tutto andasse a buon fine. Da supervisore quale ero dovevo assistere ai festeggiamenti… e fare in modo gli sposi fossero soddisfatti della giornata. Spesso mi interfacciavo con loro anche prima del fatidico giorno e, ben presto, compresi che per essere all’altezza di un tale compito era necessario formarsi a dovere. Frequentai un corso da event planner presso l’Accademia degli Eventi a Roma e poi successivamente mi specializzai diventando Wedding Planner con Enzo Miccio. I percorsi didattici furono interessanti e ricchi di aspetti molto utili e pratici, ma, una cosa mi colpì particolarmente: pochissima attenzione era stata data all’aspetto simbolico, spirituale dell’Evento e pochissima attenzione era stata data alle problematiche relazionali ed emozionali che ci si trova a vivere durante l’organizzazione.

Il Matrimonio come passaggio di vita

Tra le diverse ricorrenze, se prendiamo ad esempio il Matrimonio, uno dei momenti di passaggio più importanti per una coppia di persone, attraverso questo Rito che dà origine ad una nuova famiglia: davanti all’altare ci sono soltanto i due giovani fidanzatini, ma dietro le quinte, nell’organizzazione della giornata, ci sono in realtà le loro famiglie e un gran numero di altre persone. Ognuna con le sue idee e con le sue aspettative.

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Tante sono state le volte in cui mi sono imbattuta in veri e propri litigi tra i futuri coniugi intenti nello scegliere i dettagli del loro grande giorno o famiglie intere che discutevano su quanti primi piatti fossero più adatti per fare una bella figura con gli invitati! Per non parlare poi del giorno fatidico e delle frasi poco carine scambiate a proposito degli amici o dei familiari presenti…

Se da un lato il matrimonio rappresenta l’inizio di una nuova vita insieme, la condivisione della stessa casa, la progettualità di fare dei figli… dall’altro, è anche l’unione vera e propria di due realtà, ognuna con le sue peculiarità, il proprio vissuto, le proprie convinzioni, la propria scala di valori. Nonostante ci siano infiniti testi, corsi… che spiegano come organizzare correttamente una bella cerimonia e dei meravigliosi festeggiamenti… pochi si soffermano a trattare la tematica delle difficoltà relazionali, emozionali, pratiche che il matrimonio stesso racchiude!

Le insidie dell’organizzazione

Pensate a quanto sia difficile, già nel nostro quotidiano scegliere il locale adatto ai nostri amici del sabato sera ed immaginate quanto, in proporzione, possa essere difficoltoso soddisfare e accontentare tutte quelle persone che in un modo o nell’altro si sentono protagoniste e coinvolte a tal punto da voler partecipare nelle scelte e nelle decisioni. Per quanto ci si sforzi di sottolineare che a sposarsi siano “solo gli sposi”, in realtà la questione è molto più complessa e la scelta delle bomboniere può diventare una questione difficile da mediare tra la sposa, la madre e la futura suocera… per non parlare della gestione degli invitati e della realizzazione del tableau!

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La vera complessità del matrimonio diventa dunque proprio l’unione delle due differenti famiglie e di tutto ciò che questo porta con sé: cultura, tradizioni, usanze, amici... E se pensiamo poi, ai nuclei familiari di oggi, a quanto siano “allargati”, è facile rendersi conto di come sia, quasi inevitabile, che delle dinamiche disfunzionali possano affiorare e prendere il controllo generando conflitti.

L’importanza di un mediatore

I mesi che lo precedono, spesso non sono più vissuti come un tempo di preparazione al Rito, una celebrazione del cambiamento e del nuovo inizio… ma, un susseguirsi di appuntamenti, tensioni e stress che fanno perdere di vista il senso, l’essenza, la ragione profonda di quel passo.

Come fare dunque a far sì che tutto questo non accada? Come si può dunque arrivare alle nozze vivendo con intensità e totalità ogni singolo momento senza l’ansia, le preoccupazioni, la frenesia dei preparativi? Un’idea potrebbe essere quella di affiancare, nei mesi antecedenti le nozze uno spazio individuale e di coppia con un professionista, un Counselor che possa accompagnare i futuri sposi nelle varie tappe facilitandone le discussioni, mediando le controversie, riportando l’attenzione sulla consapevolezza e sulla responsabilità di ciascuno, trasformando i disagi in risorse, lasciando che la piramide dei valori e di ciò che è veramente importante: “il sentire” non si perda nel “fare”.

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Scegliere una figura che ci supporti nelle relazioni tra sé stessi e gli altri, imparando a utilizzare una comunicazione efficace e nello stesso tempo assertiva, che tenda ad orientare, sostenere e sviluppare le potenzialità degli sposi, promuova atteggiamenti attivi e propositivi e stimoli le capacità decisionali, può diventare dunque un aspetto importante per vivere con maggior presenza, autenticità, serenità.

Giulia Di SipioScritto da Giulia Di Sipio, Counselor Relazionale (Iscrizione albo nazionale An.Co.Re n°275), specializzata in Counseling Gastronomico, Wedding Counselor e Consulente Genitoriale,  da anni collabora con l'Associazione Orizzonte (www.associazioneorizzonte.it)  per facilitare l'inclusione e l'autonomia dei ragazzi diversamente abili, promuovere iniziative volte a sostegno delle famiglie con disabilità e potenziare le occasioni di lavoro per una buona genitorialità. Dal 2020 collabora con la Parrocchia degli Angeli Custodi per offrire un supporto pratico ed emotivo a chi ne sente il bisogno, percorsi di accompagnamento al Matrimonio per le coppie, Orientamento scolastico e lavorativo, Mediazione dei conflitti. Responsabile e referente dello Sportello di Ascolto “La famiglia al centro” e “Ascoltiamoci” , per informazioni e appuntamenti  📞+39-347-1692195.

La bellezza dell’imperfezione

La bellezza dell’imperfezione

La paura di sbagliare, la difficoltà di non essere all’altezza… i continui messaggi multimediali che ci vogliono perfetti, prestativi, scattanti, speciali… a lungo andare logorano, feriscono, indeboliscono.

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Cosa ci può aiutare

In questi giorni spesso si sente parlare di resilienza, un termine particolarmente inflazionato al quale in molti fanno riferimento quando vogliono parlare della capacità di adattamento, del recupero delle forze dopo una delusione, dell’abilità di sapersi rialzare, reinventare.

Resilienza è un termine che, dal punto di vista etimologico deriva dal verbo latino resilire: rimbalzare, saltare in dietro e significa, nell’ambito della metallurgia: la capacità che alcuni metalli hanno di saper assorbire gli urti senza rompersi.

Dal punto di vista psicologico, la resilienza è la capacità che un individuo ha nel rispondere ai cambiamenti, ai traumi che vive, rimodulando la propria esistenza e, al bisogno, sapendo ricostruire uno o più aspetti della propria vita senza lasciarsi scalfire dagli eventi o perdere la propria identità.

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Come spiegare questo concetto

Dal punto di vista concettuale tutto può sembrare essere chiaro, ma… nella pratica, come ci si può allenare? In che modo ci si può preparare ad essere resilienti e, come possiamo trasmettere in modo efficace ai nostri figli il significato di quanto abbiamo appena letto?

Per rendere più concreto e dunque più comprensibile ai nostri occhi e non solo, ci può venire in aiuto una tecnica giapponese dalle origini molto antiche: il kintsugi.

La tecnica

La parola “kintsugi” si scrive coi kanji 金継ぎ, che rispettivamente significano “oro” (金) e “aggiustare” (継ぎ). Letteralmente possiamo tradurlo con “aggiustare con l’oro” o anche “toppa dorata”. A volte vi potrebbe accadere di incontrare anche la parola Kintsukuroi, scritto coi kanji 金繕い che significano rispettivamente “oro” e “riparatore” (繕い), quindi “riparatore che usa l’oro”.

L’origine di questa pratica pare risalga ad un periodo che va dal 10.000a.C. al 400 a.C. e una leggenda racconta di uno Shogun (un’alta carica militare) che, bevendo il suo tè, ruppe la tazza e commissionò un artigiano affinchè potesse ripararla rendendola nuovamente efficiente e all’altezza della sua carica.

Dopo diverse ore di lavoro, l’artigiano tornò con la tazza riparata: un capolavoro artistico dove ogni frammento di ceramica che si era creato con la rottura era legato al suo vicino attraverso una linea di lacca e polvere d’oro.

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Rendere preziose le ferite

Era nata l’arte del kintsugi, una nuova forma di artigianato che, partendo da delle ceramiche danneggiate, le riportava a nuova vita attraverso un sapiente uso di materiali preziosi quali l’oro, l’argento o la lacca mista a polvere d’oro.

Da un punto di vista artistico questa tecnica si arricchì di tre diverse forme di applicazione:

  • Hibi (ひび) ovvero “crepa”, dove si riparano le semplici crepe;
  • Kake no Kintsugi Rei (欠けの金継ぎ例), ovvero “esempio di riparazione dorata (del pezzo) mancante”, in cui si crea il pezzo mancante su misura, realizzato interamente in lacca e oro;
  • Yobitsugi (呼び継ぎ) ovvero “invito ad aggiustare/unirsi”, dove si utilizza un pezzo proveniente da un’altra porcellana molto simile ma comunque non quello originale

...e dal punto di vista psicologico potremmo dire che ogni sua sfumatura arricchisce noi tutti di un esempio pratico su come potremmo approcciare il nostro quotidiano, le nostre piccole o grandi ferite della vita da un altro punto di vista.

L'importanza delle crepe

E se l’arte del kintsugi deve la bellezza del suo risultato al numero di crepe, rotture o pezzi mancanti e danneggiati… perché non incominciare con il guardare alle nostre ferite e cicatrici con occhi diversi?

Un vasellame integro non potrebbe mai essere prezioso quanto una ceramica che è stata danneggiata e riparata con meticolosa attenzione. E così siamo noi. Non potremmo essere ugualmente importanti, unici e preziosi se non avessimo incontrato delle difficoltà che ci hanno resi imperfetti.

L’arte di abbracciare il danno

L’arte del kintsugi è anche denominata come “l’arte di abbracciare il danno” intesa come capacità di saper accogliere le cicatrici che le rotture possono lasciarci.

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Benvenute dunque “delusioni”, benvenute “ferite”... non vi stavo aspettando, ma vi accolgo. Sarete voi il frutto della mia esperienza, la conseguenza di aver agito e sarete proprio voi il motivo della mia bellezza di domani. Grazie al nostro incontro mi sarò rafforzata, avrò imparato cose che prima non conoscevo, mi sarò confrontata con situazioni che ignoravo e, qualora qualcosa mi avesse danneggiata, vuol dire che mi avrà dato l’opportunità di fare un lavoro su me stessa, sui diversi pezzi della mia vita, della mia persona, del mio carattere.

 

Giulia Di SipioScritto da Giulia Di Sipio, Diplomata in Counseling Relazionale (Iscrizione albo nazionale An.Co.Re n°275), specializzata in Counseling Gastronomico, Consulente Genitoriale, da anni collabora come volontaria presso l'Associazione Orizzonte (www.associazioneorizzonte.it)  per facilitare l'inclusione e l'autonomia dei ragazzi diversamente abili, promuovere iniziative volte a sostegno delle famiglie con disabilità e potenziare le occasioni di lavoro per una buona genitorialità. Dal 2020 collabora con la Parrocchia degli Angeli Custodi per offrire un supporto pratico ed emotivo a chi ne sente il bisogno. Responsabile e referente dello Sportello di Ascolto “La famiglia al centro” e “Ascoltiamoci” , per informazioni e appuntamenti  📞+39-347-1692195

Diversità = libertà (e viceversa)

Diversità = libertà (e viceversa)

Inizi a sentirti libero quando smetti di guardare gli altri per sentirti bello

Stavo scrivendo un post su Instagram questa mattina quando mi son trovata a fare questa riflessione: 

 

Inizi a sentirti libero quando smetti di guardare gli altri per sentirti bello

 

Oggi, 25 aprile, stavo pensando alla libertà e al significato che questa parola oggi ha per me. Ho richiamato alla memoria la giornata di ieri, la distribuzione delle tute ai ragazzi diversamente abili dell’Associazione Orizzonte ODV con cui collaboro… e... ho ricordato la sensazione di benessere che avverto ogni volta che sono in mezzo a loro.

Il diverso

Spesso, il "diverso" ci destabilizza mettendo in dubbio le nostre certezze. Nell’insicurezza che la diversità ci fa avvertire, fin da bambini iniziamo a lavorare su noi stessi per omologarci alle persone che ci circondano. (Una fatica immane spesso!!!)

 

Provate un momento a fare mente locale. Quante energie ogni giorno investite per avvicinarvi ai modelli che vi circondano: estetici, professionali, sportivi… In ogni contesto, se vi fermate a riflettere, vi accorgerete che esiste uno stile al quale tutti tendono ad uniformarsi.

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Da elemento di disturbo...

Immaginate di entrare all’interno di una sala riunioni e di essere gli unici ad indossare un vestito chiaro. Intorno a voi, solo abiti scuri. E’ primavera magari, ma, chissà perchè, soltanto Voi avete scelto di usare un completo panna, tutti gli altri indossano tailleur neri. Come vi sentireste?

Forse in un primo momento vi potrebbe anche venire in mente l’idea di tornare a casa a cambiarvi.

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...a risorsa

Quando ero piccola facevo nuoto agonistico. Mi allenavo 6 giorni a settimana ed il cloro in pochissimo tempo consumava i costumi, così era necessario acquistarne sempre di nuovi. Tutte nella squadra indossavamo “Arena”, la marca che andava di moda in quegli anni e nessuna di noi aveva mai provato a cercare un’alternativa (magari più economica). Un bel giorno mia madre, entrando in un nuovo negozio di articoli sportivi, trovò un brand sconosciuto che costava un terzo e decise di farmi un regalo. Ricordo come se fosse ieri la vergogna che mi assalì quando indossai un costume “diverso” da quello delle mie compagne. Mi sentivo osservata, giudicata, isolata… eppure, dopo pochi mesi, anche le altre amichette si “omologarono” a me. 

 

Se in un primo momento il mio costume era stato un elemento di disturbo, una voce fuori dal coro… poi si era rivelato, per l’intero gruppo: una risorsa, una rottura di schemi, un rompere un’abitudine non funzionale.

 

Essere uguali agli altri ci dà l’illusione di essere più forti, più giusti, migliori.

...eppure, se investiamo tutte le nostre energie per essere come gli altri ed abbattere dunque quella distanza fisiologica, biologica, naturale, chiamata diversità, come possiamo dare spazio alla nostra creatività, apertura, individualità?

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Come affrontare la diversità

La diversità non va temuta, ma, al contrario: difesa, nutrita, allenata, enfatizzata, accudita. Anche se a volte ci fa sentire soli e sbagliati!!! 

Iniziamo da noi stessi e poi con i bambini che ci sono accanto, fin da quando sono piccoli. 

Come si fa a spiegare a un ragazzino che viene bullizzato per il suo aspetto, la sua stravaganza, la sua fragilità che è il più fico di tutti?!! Insegnandogli a usare il suo “essere speciale” come un superpotere contro i prepotenti. 

...e dando l’esempio nel nostro quotidiano che non essere come gli altri non vuol dire essere peggiore o migliore. 

Diversità = libertà

Ecco che allora la diversità può essere intesa come pluralità di facce, di colori, di lingue, di credo, di culture. Diversità anche come intuizione, fantasia, complessità individuale, capacità di vedere la realtà secondo altri punti di vista e nuove prospettive... Diversità come capacità di  uscire dai soliti schemi, di cambiare direzione: magari andando nel verso opposto a quello degli altri seguendo la voce del cuore e dell’intuizione.

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Diversità come libertà dunque, di essere veramente ed autenticamente ciò che siamo. Se io mi accetto per quello che sono, con le mie caratteristiche, i miei difetti... allora sì che mi sentirò finalmente libero di potermi esprimere senza la paura del giudizio (mio e degli altri)!!!

 

Giulia Di SipioScritto da Giulia Di Sipio, Diplomata in Counseling Relazionale (Iscrizione albo nazionale An.Co.Re n°275), specializzata in Counseling Gastronomico, Consulente Genitoriale, da anni collabora come volontaria presso l'Associazione Orizzonte (www.associazioneorizzonte.it)  per facilitare l'inclusione e l'autonomia dei ragazzi diversamente abili, promuovere iniziative volte a sostegno delle famiglie con disabilità e potenziare le occasioni di lavoro per una buona genitorialità.  
Dal 2020 collabora con la Parrocchia degli Angeli Custodi per offrire un supporto pratico ed emotivo a chi ne sente il bisogno. 
Responsabile e referente dello Sportello di Ascolto “La famiglia al centro” e “Ascoltiamoci” , per informazioni e appuntamenti  📞+39-347-1692195

 

Non togliere le castagne dal fuoco a tuo figlio!  

Non togliere le castagne dal fuoco a tuo figlio!

Ripensando a come sono cambiate le cose in così poco tempo da quando il Covid ha travolto e fermato le nostre vite (o tentato di fermarle), ora più che mai guardandoci intorno è facile scorgere ed ascoltare di storie che raccontano di situazioni difficili, persone che si trovano ad affrontare veri e propri drammi personali, giovani impauriti che non sanno come riprendere in mano la loro vita e investire nel loro futuro…

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Il paradosso del momento

Quotidianamente, soprattutto chi ha a che fare con dei contesti ampi come la Parrocchia, l’Associazione Orizzonte con cui collaboro… ci si imbatte in storie complesse, emozioni importanti da gestire, dinamiche disfunzionali difficili da interrompere… e sempre più, di questi tempi, accade di incontrare famiglie dove il problema è, paradossalmente, l’eccessivo benessere dei propri figli.

Come le stesse statistiche confermano, soprattutto negli ultimi anni, il numero di giovani nella fascia di età vicino ai venti anni affetti da depressione è aumentato. Spesso è difficile che riescano a comprenderne da soli il perché di questo malessere, ma, per una qualche ragione, si sentono infelici ed insoddisfatti.

Spesso, una delle spiegazioni che maggiormente viene data è che i genitori di oggi, rispetto a quelli di ieri sono eccessivamente efficienti e tendono ad intervenire troppo in fretta per togliere le cosiddette castagne dal fuoco.

Prevenire in questo caso non aiuta

Piuttosto che facilitare i figli nell’imparare a superare da soli le avversità della vita, spesso le mamme e i papà liberano loro la strada dagli ostacoli, evitano loro le delusioni, i fallimenti… e, così facendo, piuttosto che fortificarli e renderli autonomi, li impoveriscono di strumenti e, soprattutto, di esperienze. Evitare ad un figlio di sbagliare, nel medio-lungo termine diventa un’arma a doppio taglio: da un lato ci si pone nella posizione scomoda di poter essere additati come “responsabili” del suo malessere, delle sue scelte o delle sue non scelte… e dall’altro lo si priva della possibilità di mettere le mani in pasta, di provare, mettersi alla prova e, dunque, crescere.

Non sarà certo un caso che tra i detti più famosi ci sia “sbagliando si impara”, no?

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"Non è ciò che fai per i tuoi figli, ma ciò che hai insegnato loro a fare per sé stessi, che li farà realizzare come esseri umani".
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Una riflessione molto interessante trovata un po’ di tempo fa riportava questo quesito: "Può essere che schermando sin da piccoli i nostri ragazzi dall'infelicità stiamo finendo per privarli della felicità da adulti?"

L'importanza di potersi guardare indietro

Non sarà certo questa la sede per rispondere in modo semplicistico ad una domanda tanto profonda, ma, mi piacerebbe molto riportare l’attenzione su quanto sia costruttivo e formativo per ciascun individuo potersi guardare indietro, vedere il proprio percorso di vita e, ripercorrendo con la memoria le diverse difficoltà, avere l’opportunità di congratularsi con sé stesso per averci provato, per aver investito le sue energie, per aver lottato in nome di un ideale e di un obiettivo e per averlo raggiunto.

Rispetto al passato è sicuramente molto bello poter assistere a così tanti genitori che parlano con i propri figli, che interagiscono con loro, che si mettono in discussione per loro… ma, come tutte le cose nella vita (e nelle relazioni), se è troppo, “stroppia”. E diventa disfunzionale.

"Preparate vostro figlio alla strada, non la strada per vostro figlio" (Dr. Thomas P. Johnson, psichiatra infantile) è il motto che dovremmo tenere a mente ogni volta che ci sorge un dubbio su come intervenire e come gestire una determinata situazione.

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Aiutare a volte è anche saper fare un passo indietro

Le domande che potrei dunque pormi per facilitarmi nell’individuazione della mia posizione nel quotidiano sono: In che modo mi ha chiesto aiuto? Sto realmente ascoltando mio figlio e le sue richieste o sto cercando di anticiparle? Come potrei guidarlo nel prendere consapevolezza della situazione che sta vivendo e supportarlo nel farlo diventare responsabile ed autonomo? Di fronte ad un problema mi sto mettendo al suo fianco per fargli sentire il mio sostegno mentre lui lo affronta o sto cercando di intervenire direttamente io?

Fermarsi un attimo a riflettere e porsi delle domande, anche nei momenti di difficoltà, non è perdere tempo, calibrare l’intervento. Studiare la strategia. Migliorare l’efficacia. In questo caso è: agire dopo aver “sentito” le mie motivazioni e quelle di mio figlio. Se io prendo coscienza di dove mi trovo, delle emozioni che avverto, allora posso aiutare l’altro nel fare le sue valutazioni, prendere le sue decisioni, orientare la direzione del suo percorso.

 

Giulia Di SipioScritto da Giulia Di Sipio, Diplomata in Counseling Relazionale (iscrizione albo nazionale An.Co.Re n.275), nel 2013, specializzata in Counseling Gastronomico, Consulente Genitoriale, da anni collabora come volontaria presso l'Associazione Orizzonte ODV (www.associazioneorizzonte.it) per facilitare l'inclusione e l'autonomia dei ragazzi diversamente abili, promuovere iniziative volte a sostegno delle famiglie con disabilità, potenziare le occasioni di lavoro per una buona genitorialità e con la Parrocchia degli Angeli Custodi per offrire un supporto pratico ed emotivo a chi ne sente il bisogno. Se desideri ricevere maggiori informazioni sul servizio “La famiglia al centro” o “Ascoltiamoci” , chiama pure il numero 347 1692195, fisseremo un colloquio conoscitivo. Anche telefonico. Parliamone Insieme.Come facilitare la scelta post maturità di vostro figlio“Smettere di controllare”

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