

Dove cerchiamo la Luce?
L’Epifania non è il racconto di un viaggio suggestivo né una scena secondaria del presepe. È il momento in cui il Vangelo mostra con chiarezza dove Dio sceglie di farsi riconoscere e chi, sorprendentemente, riesce ad accorgersene. Matteo costruisce il suo racconto su un grande contrasto che attraversa tutto il testo. Da una parte c’è l’Oriente lontano, il cielo con le sue stelle, l’ampiezza del mondo e delle sue domande; dall’altra c’è Gerusalemme, centro religioso, luogo delle Scritture, città in cui tutto dovrebbe essere chiaro e riconoscibile. In mezzo, quasi a sorpresa, compare Betlemme, un villaggio marginale, privo di prestigio e di potere, che non promette nulla. Ed è proprio lì che tutto converge, perché Dio sceglie di manifestarsi non dove l’uomo concentra le sue sicurezze, ma là dove meno se lo aspetta.
I protagonisti del racconto sono stranieri. Non appartengono al popolo dell’alleanza, non sono esperti delle Scritture, non rientrano nelle categorie religiose consuete. Eppure sono loro a mettersi in cammino. Non possiedono risposte, ma una domanda che li inquieta e li spinge a partire. Vedono una stella e decidono di prenderla sul serio, lasciandosi orientare da essa. La stella non elimina la fatica del viaggio né rende il percorso più facile, ma offre una direzione, e questo basta per non restare fermi. A Gerusalemme, invece, il clima è opposto. Qui si conoscono le Scritture, si sanno citare i profeti, si è capaci di indicare con precisione il luogo in cui dovrebbe nascere il Messia. Ma questa conoscenza non diventa movimento. Tutto resta fermo.
Il racconto evangelico è sorprendentemente severo: si può sapere molto di Dio, frequentare i luoghi della religione, maneggiare parole sacre, e tuttavia non riconoscere il momento in cui Dio passa davvero. Quando i Magi arrivano a Betlemme, ciò che trovano potrebbe sembrare una smentita delle loro attese. Non c’è nulla di grandioso: solo un bambino, una madre, una casa qualunque. Ed è proprio lì che avviene l’Epifania. I Magi si fermano, si abbassano, adorano. Comprendono che Dio non si impone con la forza, ma chiede di essere riconosciuto nella fragilità; che la luce che cercavano non abbaglia, ma invita a uno sguardo capace di accogliere. Il gesto dell’adorazione rivela che la vera conoscenza non è possesso né controllo, ma relazione. Non basta vedere per comprendere: occorre lasciarsi coinvolgere, accettare di cambiare posizione, di scendere dal proprio punto di vista. I Magi non capiscono tutto, ma si fidano, e questa fiducia li trasforma. Lo si intuisce dal finale del racconto, quando tornano al loro paese per un’altra strada: non perché abbiano trovato un percorso più comodo, ma perché l’incontro con quel bambino ha cambiato il loro modo di camminare.
L’Epifania continua così a interrogarci anche oggi. Ci chiede dove cerchiamo la luce e se siamo davvero disposti a muoverci quando essa ci conduce fuori dai luoghi abituali. Ci ricorda che Dio spesso si lascia incontrare ai margini, che i lontani possono riconoscere prima dei vicini ciò che conta davvero, e che la fede non cresce accumulando certezze, ma accettando di lasciarsi orientare da una luce sufficiente per il passo successivo.
Forse è questo il dono più vero dell’Epifania: non una risposta che chiude le domande, ma una luce che le accompagna, rendendo possibile il cammino.





