Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

XXVIII Domenica del Tempo Ordinario

 

logo 3FEM22N The Parable Of The Wedding Feast Frans Francken the Younger (Flemish, 1581 - 1642) , ipa

Tutti invitati, buoni e cattivi

C’è una festa preparata da tempo, la tavola è apparecchiata, tutto è pronto ma gli invitati non arrivano. Da qui prende avvio la parabola raccontata da Gesù nel Vangelo di questa domenica. Un’immagine che sorprende perché a preparare il banchetto è un re e l’occasione è una festa di nozze per suo figlio. Ci si aspetterebbe che un invito simile fosse accolto con entusiasmo. E invece gli invitati trovano altro da fare: uno va al campo, un altro pensa ai propri affari, altri ancora reagiscono con ostilità.

Il racconto sembra quasi voler fotografare una situazione molto più vicina alla nostra di quanto si possa pensare. Non sempre, infatti, ci si allontana dalle cose importanti con una scelta precisa. Più spesso succede lentamente, lasciandole semplicemente da parte. Ci sono sempre altre urgenze, altri appuntamenti, altre preoccupazioni che sembrano meritare attenzione. Così anche ciò che un tempo aveva un posto centrale nella vita può finire ai margini, senza drammi e senza grandi decisioni, semplicemente perché ci si è abituati a farne a meno. Davanti al rifiuto degli invitati, la festa però non viene annullata. Il re manda i suoi servi per le strade e li invita a raccogliere tutti quelli che incontrano. La sala si riempie di persone molto diverse tra loro, «buoni e cattivi», dice il Vangelo. È un’immagine che allarga improvvisamente l’orizzonte del racconto: la festa non appartiene a un gruppo ristretto e non è il premio riservato a chi si considera migliore degli altri. La porta è aperta e l’invito raggiunge anche chi non avrebbe mai pensato di riceverlo.

È proprio questo uno dei tratti più belli della pagina evangelica, che trova un’eco immediata nella I lettura (Isaia 25,6-10). Il profeta Isaia, molti secoli prima, aveva immaginato il futuro come un grande banchetto preparato da Dio «per tutti i popoli»: vino, cibi abbondanti, una tavola finalmente libera dalle paure e dalle tristezze che accompagnano la vita. E soprattutto un Dio capace di asciugare le lacrime. La festa diventa così il modo con cui la Bibbia racconta una promessa: quella di un mondo finalmente riconciliato, nel quale nessuno debba più sentirsi solo o abbandonato. La parabola di Matteo, però, introduce un elemento inatteso. Quando la sala è ormai piena, il re si accorge di un uomo che non indossa l’abito nuziale e lo fa allontanare. Ma se quell’uomo è stato raccolto per strada, come avrebbe potuto essere pronto per una festa di nozze?

La questione non riguarda un vestito ma è piuttosto l’immagine di qualcosa che deve accadere dentro la persona. Entrare alla festa non significa semplicemente occupare un posto, ma lasciarsi coinvolgere da ciò che sta accadendo. La fede non può rimanere una consuetudine esteriore, qualcosa che si riceve e poi si conserva senza che abbia conseguenze sulla vita. L’invito ricevuto chiede una risposta e, soprattutto, un cambiamento.

È un tema che attraversa tutto il Vangelo di Matteo: la Parola ascoltata diventa autentica quando comincia a prendere forma nelle scelte quotidiane. La “veste” è allora il modo concreto con cui una persona vive ciò che ha ricevuto. Non la perfezione o l’assenza di errori, ma una vita che prova a camminare nella direzione indicata dal Vangelo. Alla fine rimane una scena semplice e potente: una sala che rischiava di restare vuota e che invece si riempie di persone arrivate dalle strade. È forse questa la direzione verso cui conduce l’intero racconto.

Dio non smette di preparare la festa perché qualcuno ha rifiutato l’invito. Continua a chiamare e ad aprire le porte. Continua a cercare persone là dove si trovano.

XXVII Domenica del Tempo

 

logoRAXXEC Parable of the tenants of the vineyard, Jan Luyken, 1703 - 1762. Reimagined by Gibon. Classic art with a modern twist reimagined , ipa

C’è un’immagine che attraversa le letture di questa domenica e che dice, forse più di tante parole, come Dio guarda alla nostra vita: è l’immagine della vigna. Isaia, nella I lettura, racconta di un uomo che prepara con amore la sua vigna: la dissoda, la libera dalle pietre, vi pianta una vite scelta, costruisce una torre e prepara tutto perché possa dare frutto. Un’immagine bellissima dell’amore di un Dio che non si limita a guardarci da lontano, ma si prende cura di noi con pazienza e tenerezza.

Questa stessa immagine torna nel Vangelo, nella parabola dei vignaioli. Qui il racconto diventa drammatico: il padrone affida la vigna ad alcuni uomini e poi parte. Quando manda i suoi servi a raccogliere i frutti, questi vengono maltrattati e uccisi. Alla fine manda il proprio figlio, pensando che ne avranno rispetto, ma anche lui viene ucciso. Gesù sta parlando di sé, della sua storia ormai vicina alla morte, ma sta parlando anche di qualcosa che riguarda ciascuno di noi. Perché il padrone, dopo aver preparato la vigna, parte. Non rimane lì a controllare i vignaioli. È un’assenza che non significa abbandono: è il modo con cui Dio ci dice che si fida di noi, che prende sul serio la nostra libertà.

Qui sta il dramma: gli uomini ai quali la vigna è stata affidata finiscono per sentirsi padroni. Dimenticano che hanno ricevuto qualcosa e cominciano a comportarsi come se fosse tutto loro. È una tentazione molto umana: trasformare un dono in un possesso. Succede anche a noi. Pensiamo ai figli, che non sono una nostra proprietà, ma che ci sono affidati per un tratto di strada. O alle persone su cui abbiamo responsabilità: possiamo viverle come qualcosa da controllare e possedere, o come un dono di cui prenderci cura.

La parabola è una domanda rivolta a noi: che cosa abbiamo fatto dei doni che Dio ci ha affidato, della nostra vita, delle persone che ci ha messo accanto, del tempo, delle possibilità di amare e di ricominciare? Nella I lettura Dio non chiede alla sua vigna nulla di straordinario se non che porti frutto. E il frutto della nostra vita non è per forza fatto di grandi imprese. Può essere più semplice: una telefonata a una persona sola, una parola trattenuta quando sarebbe stato facile ferire, un perdono dato, un’attenzione a chi normalmente non vediamo, la disponibilità ad aiutare senza aspettarci un riconoscimento.

E in questa domenica, che quest’anno coincide con il 4 ottobre, festa di San Francesco, viene spontaneo pensare a lui. Egli ha saputo guardare il mondo non come qualcosa da possedere, ma come un dono da accogliere con gratitudine e da custodire. Nel suo sguardo il creato diventa una grande casa nella quale ogni cosa rimanda al Creatore. Il Vangelo ci ricorda, però, che la storia della vigna passa attraverso il rifiuto del Figlio. La pietra scartata dai costruttori diventa pietra d’angolo. Quella che sembrava una sconfitta, la morte di Gesù, diventa invece il punto da cui Dio fa nascere qualcosa di nuovo. È questa la speranza cristiana: Dio non si arrende davanti ai nostri rifiuti, chiusure e fallimenti.

XXVI Domenica del Tempo Ordinario

logoMKG146983 The Prophet Ezekiel (silver gilt and tempera on panel) by Moscow School, (17th century); Private Collection; (add.info.: fl. early 6th century BC;); Mark Gallery, London, UK. , Bridgeman Images

 

Una parola che inquieta il nostro perbenismo

Figlio, va’ oggi a lavorare nella vigna». È una richiesta semplice quella che un padre rivolge ai suoi due figli. Il primo risponde di no: «Non ne ho voglia». Poi, però, ci ripensa e va. Il secondo risponde invece: «Sì, signore», ma alla fine non ci va. Gesù racconta questa storia ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo e domanda: «Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». La risposta è evidente: quello che, alla fine, è andato nella vigna.

Ma proprio questa risposta mette in luce il problema. Si può dire «sì» a Dio e poi non fare ciò che quel sì comporta. Si possono pronunciare parole religiose, conoscere la Scrittura, avere una buona immagine di sé e, nello stesso tempo, non lasciarsi realmente coinvolgere dalla volontà del Signore. La fede, prima o poi, deve diventare vita.

È questa anche la prospettiva della prima lettura, nella quale il profeta Ezechiele (18,25-28) richiama la possibilità di cambiare strada. Dio non guarda l’uomo come se fosse prigioniero per sempre del suo passato: considera il cammino che egli sceglie di compiere. Per questo una persona può allontanarsi dal bene e tornare, oppure vivere oggi nel bene e domani abbandonarlo. La sua storia rimane aperta. Ed è proprio qui che si comprende il primo figlio. Il suo «no» non è l’ultima parola. Ci ripensa, si pente e va. Gesù non esalta il suo rifiuto, ma il fatto che abbia saputo cambiare.

Per questo arrivano le parole che dovevano suonare scandalose agli ascoltatori: «I pubblicani e le prostitute vi precedono nel regno di Dio». Non perché il loro peccato sia giustificato, ma perché alcuni di loro, ascoltando Giovanni Battista, hanno riconosciuto il proprio errore e hanno cambiato vita. Quelli che sembravano lontani si sono lasciati raggiungere dalla parola di Dio; quelli che si consideravano vicini, invece, hanno ascoltato senza lasciarsi mettere in discussione. La provocazione riguarda anche noi. Il rischio non è solo quello di fare il male, ma di abituarci a una fede fatta di parole e buone intenzioni che non diventano mai scelte concrete. Possiamo sapere molto bene che cosa dovremmo fare e continuare, tranquillamente, a non farlo. Ma la parabola contiene anche una grande speranza: un «no» può diventare un «sì». Possiamo aver sbagliato, aver perso tempo, esserci allontanati; possiamo però ancora cambiare direzione. Dio non ci identifica con ciò che siamo stati.

E forse per questo dovremmo essere più prudenti anche nel giudicare gli altri. Ci sono persone che consideriamo lontane dalla fede e che, davanti alla sofferenza di qualcuno, sanno aiutare. A parole possono dire «no», ma con la loro vita compiono gesti che assomigliano molto a un «sì». Noi vediamo ciò che appare; Dio vede il cuore. La vigna, infatti, non è semplicemente un luogo di lavoro. Nel linguaggio biblico richiama una relazione d’amore, qualcosa che deve essere coltivato e custodito. Quando il Padre dice «va’ a lavorare nella vigna», ci invita a prenderci cura del rapporto con lui, a vivere da figli, a lasciare che la fede dia forma concreta alla nostra esistenza.

E allora la domanda del Vangelo diventa molto semplice: che cosa sto facendo del mio «sì» a Dio? Dove deve diventare concreto?

XXV Domenica del Tempo Ordinario

logo3C8HJCM Painting Parable of the Workers in the Vineyard by Francesco Maffei, Museo di Castelvecchio, Verona, Italy. , Alamy/IPA

La parabola degli operai della vigna, al capitolo 20 del Vangelo secondo Matteo, riassume in modo efficace la varietà dei modi e tempi della sequela. Un padrone esce più volte sulla piazza per chiamare operai a lavorare nella sua vigna: all’alba, alle nove, a mezzogiorno, alle tre e infine alle cinque del pomeriggio, quando rimane soltanto un’ora prima del tramonto. È proprio questo continuo uscire del padrone a costituire uno degli elementi più significativi del racconto: Dio non si stanca di cercare l’uomo e continua a chiamarlo, qualunque sia l’ora della sua vita.

La stranezza emerge al momento della paga. Il padrone comincia dagli ultimi e dà a ciascuno un denaro, cioè la paga di una giornata intera, fino ad arrivare ai primi, che si aspettavano di ricevere di più. Anche a loro viene dato un denaro, esattamente quanto era stato pattuito. La loro protesta nasce da una logica che ci è familiare: abbiamo lavorato di più, dunque meritiamo di più. Ed è proprio qui che la parabola ci provoca, mettendo in discussione la nostra idea di giustizia, di merito e perfino di Dio.

Gesù non propone un codice di morale sociale, ma rivela il volto del Padre, la cui libertà non è mai arbitrio, perché in Dio libertà e amore coincidono: «Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?». Noi vorremmo che Dio seguisse i nostri criteri di proporzione e di ricompensa; Dio, invece, rimane libero e sorprendente, perché la sua libertà è sempre orientata al bene. Il problema non è la bontà di Dio verso gli ultimi, ma il nostro sguardo, che rischia di diventare “cattivo” proprio quando la sua bontà supera le nostre aspettative.

La prima lettura, tratta dal profeta Isaia, offre la chiave per comprendere questo capovolgimento: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie». Dio non ragiona secondo i nostri criteri, perché la sua giustizia è inseparabile dalla misericordia. Il profeta ci invita perciò a cercare il Signore e ad abbandonare le nostre vie, lasciandoci raggiungere da una logica più grande della nostra.

Per Matteo gli operai della prima ora richiamano Israele, il popolo che per secoli ha lavorato nella vigna del Signore, custodendo l’alleanza di Abramo. Ma il capovolgimento annunciato da Gesù la apre anche a chi arriva dopo: la salvezza non è un privilegio da difendere, ma un dono da condividere. Così la parabola diventa una parola rivolta alla Chiesa di ogni tempo: nessuno può considerarsi proprietario della grazia, né guardare con sospetto chi arriva dopo.

Se guardiamo con sincerità alla nostra vita, scopriamo che, in fondo, ciascuno di noi è un operaio dell’ultima ora. Possiamo aver ricevuto la fede fin dall’infanzia o aver incontrato il Signore in età adulta, ma quale ricompensa potremmo pretendere? Il denaro della parabola non è semplicemente una paga: è il simbolo dell’unico dono che tutti desideriamo, l’incontro con il Signore, l’essere con lui, abitare nella sua casa «tutti i giorni della vita» (Salmo 27,4). Questa è la vera ricompensa, ed è la stessa per tutti.

Le diverse ore della giornata diventano allora immagine delle diverse stagioni dell’esistenza: c’è chi viene chiamato al mattino, chi nella maturità, chi quando il giorno sembra ormai declinare. Essere chiamati nella vigna non è una punizione, ma una grazia, la possibilità di vivere con e per il Signore. La vigna è la nostra interiorità, la famiglia, il lavoro, le relazioni e il mondo che ci viene affidato perché possiamo renderlo sempre più umano, accogliendo, perdonando, comprendendo e prendendoci cura di chi è più fragile.

 

 

XXIV Domenica del Tempo Ordinario

logo LLR5238966 Episode in life of Jesus Christ (chromolitho) by French School, (19th century); Private Collection; (add.info.: Episode in life of Jesus Christ. Bible education card, late 19th century.); Look and Learn / Rosenberg Collection. , Bridgeman Images

 

Il perdono, l’unica strada che spezza il male

Ci sono parole di Gesù che, anche dopo duemila anni, continuano a disorientarci. Tra queste c’è il suo invito a perdonare senza misura. Una proposta che va contro la logica dell’uomo, abituato a fare i conti, a pretendere giustizia, a conservare memoria delle ferite ricevute. Eppure è proprio su questo terreno che il Vangelo di questa domenica ci rivela il volto più autentico di Dio e ci mostra lo stile della comunità cristiana.

La domanda di Pietro nasce dall’esperienza quotidiana: «Quante volte dovrò perdonare mio fratello?». Già il fatto di parlare di sette volte esprime una disponibilità fuori dal comune, ben oltre quanto insegnavano i rabbini del tempo. Ma Gesù sorprende ancora una volta: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette». Non propone una cifra da raggiungere. Elimina ogni contabilità. Il perdono evangelico non conosce misure perché nasce dall’amore di Dio, che non calcola i meriti e non pesa le colpe con il bilancino della convenienza.

Questa prospettiva illumina anche la prima lettura (Siracide). Il sapiente mette davanti ai nostri occhi una verità tanto semplice quanto esigente: il rancore e la vendetta non risolvono il male, ma finiscono per imprigionare anzitutto chi li coltiva. Chi vive ripiegato sulle offese subite, chi alimenta il desiderio di rivalsa o aspetta il momento per restituire il colpo, finisce per lasciare che il male dell’altro diventi anche il proprio male.

Gesù sviluppa questo insegnamento con la parabola del servo spietato. Un uomo riceve dal suo padrone il condono di un debito enorme, che non avrebbe mai potuto restituire. È un gesto di misericordia sproporzionato, che cambia radicalmente la sua situazione. Eppure, appena uscito, quell’uomo incontra un compagno che gli deve una cifra insignificante e pretende quanto gli spetta, fino a farlo mettere in prigione. È qui che il re pone la domanda decisiva: «Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?».

Questa domanda svela il cuore del Vangelo. Il punto di partenza non è il nostro sforzo di essere più buoni, ma la misericordia di Dio che ci precede sempre. Dio non ci ama perché siamo capaci di perdonare; è lui che, perdonandoci gratuitamente, ci rende capaci di fare ciò che umanamente sarebbe impossibile. Il perdono, allora, non è semplicemente un dovere morale, ma il segno che la grazia ricevuta sta realmente trasformando la nostra vita. Chi ha sperimentato la misericordia del Padre non può continuare a vivere secondo la logica della vendetta o del risentimento.

Per questo il perdono cristiano non coincide con il rimuovere superficialmente il male subito o far finta di niente. Dio stesso non perdona chiudendo gli occhi davanti al peccato. Il suo perdono è creativo: ricostruisce ciò che era stato distrutto, apre un futuro dove sembrava esserci soltanto una ferita, rende possibile una vita nuova. Perdonare significa non permettere che il male abbia l’ultima parola, scegliendo di non restarne prigionieri e offrendo all’altro la possibilità di ricominciare.

XXIII Domenica del Tempo Ordinario

logo2J2HGD7 Prophet Ezekiel - fresco - Filippo Comerio - last years of 18th century - Arcene (Bg), Italy, church of St.Archangel Michael , ipa

 

Chi ti vuole bene non tace

Matteo racconta la parabola della pecora smarrita in un modo diverso da Luca. Luca parla della pecora “perduta”, immagine di chi si è lasciato travolgere dal male; Matteo, invece, usa un verbo più delicato: la pecora si è “smarrita”, ha perso l’orientamento, ha imboccato una strada che la sta portando lontano. Non è una differenza da poco. Matteo non si concentra anzitutto sulla colpa, ma sul rischio di chi si allontana. Per questo, subito dopo la parabola, Gesù parla della correzione fraterna. Tutto nasce da una convinzione che attraversa il Vangelo: il Padre non si rassegna a perdere nessuno. «Il Padre vostro che è nei cieli non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli».

È questa la luce che illumina il Vangelo di questa domenica. Viviamo in una cultura che ci spinge a pensare che ognuno debba badare soltanto a sé stesso. “La mia vita è mia”, si dice spesso, quasi che le nostre scelte non abbiano conseguenze sugli altri. Eppure nessuno è un’isola. La nostra vita è intrecciata con quella di tante persone e ciò che siamo, nel bene e nel male, lascia sempre una traccia. Una parola può incoraggiare o ferire, un gesto può aprire una strada o chiuderla, una vita vissuta con autenticità rende tutti un po’ migliori, mentre l’indifferenza e il male impoveriscono anche chi ci sta accanto.

Per questo la prima lettura presenta il profeta come una sentinella. La sentinella non è chi controlla gli altri, ma chi veglia perché nessuno corra verso il pericolo senza essere avvertito. È l’immagine di una responsabilità che nasce dall’amore. Se voglio bene a una persona, non posso restare spettatore quando vedo che sta prendendo una strada che la farà soffrire.

Gesù, però, ci mette in guardia da due errori opposti. Il primo è credere di avere sempre ragione e pensare di correggere gli altri con durezza, come se la verità potesse essere imposta. Il secondo è rifugiarsi nell’indifferenza: “Sono affari suoi”. È la domanda di Caino: «Sono forse io il custode di mio fratello?» (Genesi 4,9). Tra questi due estremi Gesù apre una strada diversa: quella della vicinanza, del dialogo e della pazienza.

«Se il tuo fratello commette una colpa, va’ e parlane con lui, da solo». Colpisce la discrezione di Gesù. Non invita a umiliare, a esporre l’altro davanti agli altri, ma a custodirne la dignità. Lo scopo non è dimostrare di avere ragione, ma salvare una relazione, “guadagnare il fratello”. Solo chi ama davvero trova il coraggio di dire una parola scomoda e, nello stesso tempo, il rispetto per attendere i tempi dell’altro.

Anche quando Gesù dice: «Sia per te come il pagano e il pubblicano», non invita a chiudere una porta. Basta ricordare come lui ha trattato i pagani e i pubblicani: li ha cercati, li ha ascoltati, si è seduto alla loro tavola. Se una persona continua a non ascoltare, non smette per questo di essere amata. Anzi, è proprio allora che ha più bisogno di incontrare qualcuno che non perda la speranza su di lei.

Il Vangelo si conclude con parole che conosciamo bene: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro». Non è una promessa riservata ai grandi raduni. Gesù parla di una piccola comunità, di una famiglia, di due amici che scelgono di riconciliarsi, di persone che cercano insieme il bene, che pregano con un cuore solo, che si prendono cura l’una dell’altra. È lì che lui continua a rendersi presente.

Forse questo è il volto della Chiesa che il Vangelo ci consegna: non una comunità di persone perfette, ma di uomini e donne che non si rassegnano a perdere nessuno, che sanno correggere senza umiliare, attendere senza stancarsi, amare senza mettere condizioni. Perché agli occhi di Dio nessuna vita è senza valore e nessuno è mai così lontano da non poter ritrovare la strada di casa.

XXII Domenica del Tempo Ordinario

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La conversione più difficile

Esiste una conversione più difficile delle altre. Non è quella che porta a riconoscere Gesù come il Cristo, ma quella che ci conduce ad accettare il modo con cui egli ha scelto di essere il Messia. È questa la grande lezione del Vangelo di questa domenica. Dopo la solenne professione di fede di Pietro a Cesarea di Filippo, l’evangelista introduce una nuova tappa del racconto con una formula significativa: «Da allora Gesù cominciò...» (Matteo 16,21). Da quel momento il Maestro non parla più soltanto della sua identità, ma del destino che lo attende: Gerusalemme, la passione, la morte e la Risurrezione.

È una svolta che disorienta i discepoli. Pietro ha riconosciuto il Messia, ma continua a immaginarlo secondo le attese del suo tempo: un re forte, un liberatore vittorioso, capace di restaurare la gloria di Israele. Gesù, invece, rivela un volto di Dio completamente diverso. La sua regalità passerà attraverso il dono della vita, non attraverso il potere; attraverso la croce, non attraverso il successo. Per questo Pietro reagisce con decisione: prende Gesù in disparte e tenta perfino di correggerlo. «Questo non ti accadrà mai». È il gesto di chi vuole bene al Maestro, ma pensa di sapere quale sia la strada giusta. La risposta di Gesù è tanto severa quanto illuminante: «Mettiti dietro di me, satana».

Quelle parole non significano: «Allontanati da me», ma piuttosto: «Torna dietro di me, torna a fare il discepolo». Pietro ha smesso di seguire e ha iniziato a precedere Gesù, pretendendo di indicargli il cammino. Per questo diventa uno scandalo, cioè un ostacolo. Il problema non è la sua buona fede, ma la sua mentalità: «Tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini». È questa la tentazione che attraversa ogni tempo. Si può professare una fede sincera e continuare a ragionare con i criteri del mondo. Pensare secondo gli uomini significa misurare tutto con il successo, il prestigio, il potere, cercando una superiorità sugli altri e fuggendo tutto ciò che sa di fragilità e di croce. In questa logica un Dio crocifisso appare incomprensibile.

Pensare secondo Dio, invece, significa lasciarsi trasformare dalla logica del dono. I privilegi diventano responsabilità, i talenti occasione di servizio, la forza capacità di sostenere chi è più debole. È lo stile dei santi, che hanno saputo vedere nei doni ricevuti non un motivo di vanto, ma un compito da condividere.

Per questo Gesù invita i discepoli: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua». Non propone una rassegnata sopportazione delle difficoltà quotidiane, ma il coraggio di rimanere fedeli al Vangelo anche quando questo comporta un prezzo da pagare. La croce non è la ricerca della sofferenza, ma la conseguenza dell’amore vissuto fino in fondo.

Il paradosso conclusivo racchiude il cuore del messaggio cristiano: «Chi vorrà salvare la propria vita la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia la troverà». È la legge del Vangelo: la vita non si possiede trattenendola, ma donandola.

La vicenda di Pietro diventa così anche la nostra. Ogni giorno siamo chiamati a passare da una fede che vorrebbe un Dio secondo i nostri progetti a una fede che si lascia convertire dal pensiero di Dio. È un cammino che dura tutta la vita, ma è l’unico capace di condurci alla libertà e alla gioia autentica.

XXI Domenica del Tempo Ordinario

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Se Gesù ti interrogasse, sapresti rispondere?

Gesù si trova a Cesarea di Filippo, ai confini della terra d’Israele. È un luogo simbolico, quasi una soglia tra il mondo ebraico e quello pagano. Dopo aver discusso con i suoi avversari, sceglie questo scenario appartato per rivolgere ai discepoli la domanda più importante del Vangelo: «La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Le risposte si rincorrono: Giovanni Battista, Elia, Geremia, uno dei profeti. Sono giudizi lusinghieri, ma tutti rivolti al passato. La folla vede in Gesù il ritorno di una grande figura della storia di Israele. Nessuno, però, comprende che con lui Dio sta facendo qualcosa di assolutamente nuovo. Allora Gesù cambia interlocutore e passa a chi ha condiviso il suo cammino. «Ma voi, chi dite che io sia?».

È una domanda che attraversa i secoli senza perdere la sua forza. Non cerca una definizione imparata a memoria, ma una risposta personale. Ognuno, prima o poi, deve confrontarsi con essa. Chi è davvero Gesù per la mia vita? Se non ci fosse, cambierebbe qualcosa nel mio modo di amare, di affrontare il dolore, di guardare al futuro? La fede comincia quando queste domande smettono di essere teoriche e toccano l’esistenza. A nome di tutti risponde Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Nel Vangelo di Matteo questa professione di fede è particolarmente intensa. Gesù non è soltanto il Messia atteso: è il Figlio nel quale Dio stesso si rende vicino all’uomo. Per questo Gesù proclama beato Pietro: «Né la carne né il sangue te l’hanno rivelato...». La fede non nasce solo dall’intelligenza o dallo studio. Si può sapere molto di Gesù senza averlo realmente incontrato. Riconoscerlo come il Figlio di Dio è sempre un dono che il Padre offre a chi si lascia aprire gli occhi del cuore.

È qui che il Vangelo interpella anche noi. Non basta sapere chi è Cristo; occorre scoprire chi è per noi. Le parole della tradizione diventano vere solo quando si riempiono della nostra storia, delle nostre ferite, delle nostre speranze.

La risposta più autentica, allora, non è necessariamente quella più raffinata. È quella che nasce da una relazione. È poter dire, magari con poche parole ma con sincerità: Signore, la mia vita senza di te non sarebbe la stessa. Subito dopo Gesù affida a Simone una missione nuova: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa». Cambiargli il nome significa cambiargli la vita. Pietro diventa la roccia non perché sia l’uomo più forte, ma perché Dio ama costruire la sua opera attraverso persone fragili che si fidano di lui.

Per la prima volta compare nel Vangelo la parola “Chiesa”. Prima di essere un’organizzazione, essa è la comunità di coloro che hanno riconosciuto in Gesù il Figlio del Dio vivente. Ad essa il Signore promette che «le porte degli inferi» non prevarranno. È un’immagine che indica il potere della morte: il male non avrà l’ultima parola, perché la vita del Risorto sarà sempre più forte. Anche le chiavi consegnate a Pietro non rappresentano un privilegio, ma un servizio. Custodire la casa, aprire le porte, confermare i fratelli nella fede: è questo il compito affidato a chi guida la comunità cristiana. L’autorità evangelica non nasce dal desiderio di dominare, ma dalla responsabilità di servire.

Il racconto si conclude con una sorpresa. Gesù ordina ai discepoli di non dire ancora a nessuno che egli è il Cristo. Hanno pronunciato le parole giuste, ma non ne comprendono ancora il significato pieno. Solo la croce e la risurrezione riveleranno quale Messia egli sia: non un re potente secondo i criteri del mondo, ma il Figlio che salva donando la propria vita.

XX Domenica del Tempo Ordinario

logo3AJ41NX This 17th-century religious painting, part of the Seven Acts of Mercy series, depicts the biblical story of Christ and the Canaanite woman. Painted in the studio of Frans Francken II around 1640-1650, it illustrates Christ?s compassion towards the woman, reflecting Christian themes of mercy and faith. , ipa

 

Una donna pagana e una lezione a tutti

Alcuni passi evangelici sollevano difficoltà interpretative al lettore. Abituati a una rappresentazione di Gesù come risposta pronta al grido dei sofferenti, l’episodio della donna cananea (Matteo 15,21-28) appare problematico: il comportamento di Gesù – il silenzio iniziale, la parola di rigetto, il rimando apparentemente duro – disorienta e interroga. Gesù esce dai confini di Israele e si dirige verso le regioni di Tiro e Sidone, in terra pagana. Persino la donna è una cananea e appartiene a un popolo ritenuto lontano dall’alleanza, simbolo dell’idolatria e dell’impurità. Eppure è proprio lei a riconoscere in Gesù il “Figlio di Davide”. Il suo è anzitutto il grido di una madre: non chiede nulla per sé, ma implora la guarigione della figlia.

La reazione di Gesù lascia spiazzati. Non le rivolge neppure una parola. Il silenzio pesa, e ancora più sorprendente è l’atteggiamento dei discepoli: la loro richiesta può essere intesa anche come un secco «mandala via». È allora che Gesù pronuncia una frase destinata a scandalizzare: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele». Presa isolatamente, sembrerebbe una chiusura definitiva. In realtà esprime una verità storica: durante la sua vita terrena Gesù svolge la propria missione anzitutto all’interno di Israele; solo dopo la Pasqua il mandato missionario raggiungerà tutte le genti.

Matteo, però, vuole dire qualcosa di più profondo. Gesù mette in scena la mentalità del suo tempo, facendo emergere quella visione ristretta che divide l’umanità tra “noi” e “gli altri”, tra chi si ritiene vicino a Dio e chi è considerato escluso. La donna, da parte sua, non si lascia scoraggiare. Non interpreta il silenzio come un rifiuto definitivo. Continua a seguire Gesù, gli si prostra davanti e pronuncia una preghiera brevissima: «Signore, aiutami!». È una delle invocazioni più essenziali del Vangelo, nella quale si concentra tutta la fede di chi non ha altro appiglio se non il Signore.

Gesù rincara la dose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». Il termine “cagnolini” si riferisce al modo in cui molti giudei indicavano i pagani. Gesù porta alla luce un pregiudizio diffuso, spingendolo fino alle sue estreme conseguenze perché possa essere smascherato. Ed è proprio qui che la donna sorprende tutti. Non si offende. Con un’umiltà disarmante accoglie l’immagine proposta da Gesù e la trasforma in una professione di fede: «È vero, Signore; eppure anche i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». La sua è una risposta straordinaria. Non chiede il pane dei figli; le basta una briciola. Ma proprio questa immagine rivela un’intuizione decisiva: la misericordia di Dio è così abbondante da non impoverire nessuno.

A questo punto Gesù depone la maschera pedagogica. Non è più il Maestro che provoca, ma il Signore che si lascia commuovere dalla fede autentica: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E la figlia viene guarita nello stesso istante.

Il centro del racconto non è tanto il miracolo, quanto il riconoscimento di una fede sorprendente. Mentre molti appartenenti al popolo eletto faticano a comprendere Gesù, una donna pagana diventa modello di fiducia, perseveranza e umiltà. Matteo anticipa così l’apertura universale del Vangelo: il Regno di Dio non conosce confini etnici, religiosi o culturali. La vera appartenenza nasce dalla fede.

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