Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

Solennità dell’Epifania del Signore

logoXJL86566 The Adoration of the Magi, 1530 by Master of the Prodigal Son, (fl.1530-60); 68x56 cm; Museo de Santa Cruz, Toledo, Spain; (add.info.: by of the Prodigal Son Master). , Bridgeman Images

 

Dove cerchiamo la Luce?

L’Epifania non è il racconto di un viaggio suggestivo né una scena secondaria del presepe. È il momento in cui il Vangelo mostra con chiarezza dove Dio sceglie di farsi riconoscere e chi, sorprendentemente, riesce ad accorgersene. Matteo costruisce il suo racconto su un grande contrasto che attraversa tutto il testo. Da una parte c’è l’Oriente lontano, il cielo con le sue stelle, l’ampiezza del mondo e delle sue domande; dall’altra c’è Gerusalemme, centro religioso, luogo delle Scritture, città in cui tutto dovrebbe essere chiaro e riconoscibile. In mezzo, quasi a sorpresa, compare Betlemme, un villaggio marginale, privo di prestigio e di potere, che non promette nulla. Ed è proprio lì che tutto converge, perché Dio sceglie di manifestarsi non dove l’uomo concentra le sue sicurezze, ma là dove meno se lo aspetta.

I protagonisti del racconto sono stranieri. Non appartengono al popolo dell’alleanza, non sono esperti delle Scritture, non rientrano nelle categorie religiose consuete. Eppure sono loro a mettersi in cammino. Non possiedono risposte, ma una domanda che li inquieta e li spinge a partire. Vedono una stella e decidono di prenderla sul serio, lasciandosi orientare da essa. La stella non elimina la fatica del viaggio né rende il percorso più facile, ma offre una direzione, e questo basta per non restare fermi. A Gerusalemme, invece, il clima è opposto. Qui si conoscono le Scritture, si sanno citare i profeti, si è capaci di indicare con precisione il luogo in cui dovrebbe nascere il Messia. Ma questa conoscenza non diventa movimento. Tutto resta fermo.

Il racconto evangelico è sorprendentemente severo: si può sapere molto di Dio, frequentare i luoghi della religione, maneggiare parole sacre, e tuttavia non riconoscere il momento in cui Dio passa davvero. Quando i Magi arrivano a Betlemme, ciò che trovano potrebbe sembrare una smentita delle loro attese. Non c’è nulla di grandioso: solo un bambino, una madre, una casa qualunque. Ed è proprio lì che avviene l’Epifania. I Magi si fermano, si abbassano, adorano. Comprendono che Dio non si impone con la forza, ma chiede di essere riconosciuto nella fragilità; che la luce che cercavano non abbaglia, ma invita a uno sguardo capace di accogliere. Il gesto dell’adorazione rivela che la vera conoscenza non è possesso né controllo, ma relazione. Non basta vedere per comprendere: occorre lasciarsi coinvolgere, accettare di cambiare posizione, di scendere dal proprio punto di vista. I Magi non capiscono tutto, ma si fidano, e questa fiducia li trasforma. Lo si intuisce dal finale del racconto, quando tornano al loro paese per un’altra strada: non perché abbiano trovato un percorso più comodo, ma perché l’incontro con quel bambino ha cambiato il loro modo di camminare.

L’Epifania continua così a interrogarci anche oggi. Ci chiede dove cerchiamo la luce e se siamo davvero disposti a muoverci quando essa ci conduce fuori dai luoghi abituali. Ci ricorda che Dio spesso si lascia incontrare ai margini, che i lontani possono riconoscere prima dei vicini ciò che conta davvero, e che la fede non cresce accumulando certezze, ma accettando di lasciarsi orientare da una luce sufficiente per il passo successivo.

Forse è questo il dono più vero dell’Epifania: non una risposta che chiude le domande, ma una luce che le accompagna, rendendo possibile il cammino.

II Domenica dopo Natale

logoBBG11761449 Saint John the Evangelist on Patmos, 15th century (tempera on wood) by Mates, Joan or Juan (c.1370-1431); Musee Goya, Castres, France; (add.info.: Joan Mates; around 1370 - 1431. Saint John the Evangelist on Patmos, 1st quarter of the 15th century. Tempera on wood, H. 0.78 m; L. 0.92 m. Goya Museum, Castres INV number. 894-5-1); \\u00A9 Bernard Bonnefon. All rights reserved 2025. , Bridgeman Images

Nella seconda domenica dopo Natale la liturgia ci propone testi di grande spessore teologico, quasi a invitarci a compiere un passo ulteriore: dopo la semplicità e l’immediatezza del linguaggio natalizio, siamo chiamati ad approfondire il mistero che ci è stato rivelato. Non si tratta di abbandonare lo stupore, ma di abitarlo in modo più maturo. Giovanni, nel Prologo, non racconta ciò che è accaduto a Betlemme, ma ci dice cosa è entrato nel mondo e quale realtà si è resa finalmente visibile nella storia. Il suo sguardo non si ferma all’evento. Ne svela il significato ultimo.

«In principio era il Logos». L’evangelista apre il Vangelo con quel tono solenne che richiama deliberatamente le prime parole della Genesi. Non si tratta di un inizio cronologico, ma del fondamento stesso dell’essere. Alla radice della realtà non c’è il silenzio né il caos, ma una Parola viva; non un Dio isolato, ma un Dio che è comunicazione, relazione, comunione. Il Logos è rivolto a Dio ed è Dio: ciò che si manifesta nel tempo non è qualcosa di estraneo a Dio, ma l’espressione di ciò che Dio è da sempre. Il Natale appare così come la rivelazione storica di una verità eterna.

Questa Parola, prosegue Giovanni, è anche luce. La luce splende nelle tenebre: non le ignora, non le cancella, non le nega, ma le attraversa senza lasciarsene soffocare. È una luce che non abbaglia e non costringe, ma che rimane fedele a sé stessa anche quando incontra resistenza. In questa affermazione, insieme discreta e potente, l’evangelista affida alla fede una certezza essenziale: la luce di Dio non viene meno.

Il cuore luminoso del Prologo è l’affermazione decisiva: «Il Logos si fece carne». Qui si concentra tutta la novità cristiana. La Parola eterna non rimane al di sopra della storia, ma entra nel tempo; non si limita a illuminare dall’esterno, ma assume la condizione umana nella sua concretezza. La “carne” non indica semplicemente l’umanità di Gesù, ma la sua esposizione al limite, alla fragilità, alla finitezza. È proprio la carne, così com’è, il luogo che Dio sceglie per rendersi presente.

Per descrivere questa presenza, Giovanni ricorre a un’immagine di grande bellezza biblica: la Parola «pose la sua tenda» in mezzo a noi. Il riferimento è alla tenda dell’incontro nel deserto, segno della vicinanza di Dio al suo popolo durante il cammino. Ora, però, quella tenda non è più uno spazio sacro separato, ma una vita umana. Dio non abita più in un luogo delimitato: abita la storia, condivide il tempo degli uomini. La rivelazione assume così una forma sorprendentemente sobria: non l’imponenza di un tempio, ma la discrezione di una dimora fragile.

Il Prologo non nasconde il paradosso che accompagna questa scelta. La Parola viene nel mondo che ha creato e tuttavia non è riconosciuta. La rivelazione non produce consenso automatico. Eppure Giovanni non si arresta davanti al rifiuto: accanto ad esso custodisce una promessa decisiva. A chi accoglie la Parola è dato il potere di diventare figlio di Dio: una vita nuova che nasce non da legami naturali o da iniziative umane, ma da un dono che viene da Dio.

L’inno si conclude con un’affermazione che riassume e illumina l’intero percorso: Dio nessuno lo ha mai visto; il Figlio unigenito lo ha rivelato. Dio resta invisibile, ma non inaccessibile. Si lascia conoscere attraverso una vita vissuta nella comunione con il Padre. In Gesù, grazia e verità – dono e rivelazione – coincidono pienamente.

Festa della Santa Famiglia (Anno A)

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The flight to Egypt by Giotto in Scrovegni chapel, Padua , Peregrine

Una voce più forte di ogni Erode

Il Vangelo della Santa Famiglia ci presenta una scena di grande concretezza: una famiglia costretta a fuggire per salvare un bambino. Giuseppe riceve un messaggio in sogno: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto». Quell’“alzati”, nel testo originale, richiama l’idea del risveglio. È come se Dio gli dicesse: non lasciarti paralizzare dalla paura, reagisci, custodisci la vita che ti è affidata.

La fede di Giuseppe nasce così: non dal comprendere tutto, ma da un piccolo, decisivo movimento del cuore. La fuga in Egitto non è un episodio isolato. È la storia stessa di Israele che ritorna: anche il popolo aveva conosciuto la minaccia, l’esilio e la protezione di Dio. Gesù rivive quelle tappe fin dall’inizio della sua vita. Il Figlio di Dio entra nella nostra storia non da spettatore, ma da dentro: sperimenta insicurezza, ostilità, precarietà. È un messaggio forte: Dio non ci salva rimanendo lontano dai problemi, ma condividendo fino in fondo la nostra condizione umana.

Tutti i movimenti di questa famiglia – partire, fuggire, tornare, cercare un luogo dove abitare – parlano ancora oggi. Ci sono famiglie costrette a lasciare la propria terra per guerra o persecuzione; e ci sono famiglie che non si muovono geograficamente, ma conoscono ugualmente la fatica: instabilità nel lavoro, tensioni negli affetti, malattie, preoccupazioni per i figli, lutti che lasciano senza fiato.

La Santa Famiglia non è un’immagine idealizzata, ma un compagno di strada per chi vive giorni difficili. La loro vicenda dice che Dio non abbandona chi attraversa la notte, e che la sua protezione spesso passa attraverso gesti semplici: una decisione fiduciosa, un passo coraggioso, una scelta custodita nel silenzio. Quando Erode muore, Giuseppe spera finalmente di rientrare a casa. È il desiderio di tutti: fermarsi, ritrovare stabilità, ripartire con serenità. Ma anche questo progetto viene rimesso in discussione: un nuovo pericolo costringe la famiglia a cambiare ancora direzione. Alla fine si stabiliscono a Nazaret, un villaggio povero e nascosto. Eppure proprio lì Gesù crescerà. È una lezione preziosa: la pace spesso si trova nei luoghi che non avevamo previsto, nelle parti più semplici e nascoste della vita. A questo punto sorge spontanea una domanda: perché noi non riceviamo sogni così chiari come quelli di Giuseppe? In realtà, come cristiani abbiamo un dono ancora più grande: il Vangelo. “Angelo” e “Vangelo”, in greco, condividono la stessa radice: entrambi rimandano all’annuncio. L’angelo porta un messaggio; il Vangelo è il messaggio stesso. Ma il Vangelo possiede qualcosa in più: il prefisso eu- che significa “buono, bello”. È la buona notizia che illumina la vita. Ciò che un angelo potrebbe sussurrarci in un sogno, il Vangelo ce lo offre con maggiore chiarezza, mentre siamo svegli.

Se accolto ogni giorno, anche per pochi istanti, il Vangelo diventa una luce che orienta i passi: nei conflitti apre alla riconciliazione, nelle difficoltà invita a rimettersi in cammino, nelle fatiche quotidiane fa intravedere orizzonti più ampi.

Finché sapremo lasciarci guidare da questa Parola e custodire la capacità di sognare, il nostro cuore resterà giovane.

 

Natale del Signore (Anno A) – 25 dicembre 2025

 

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L’umile sapienza del bue e dell’asino

Tra le figure che abitano stabilmente il nostro presepe, il bue e l’asino occupano un posto affettivo e quasi inevitabile. Ma Luca non li nomina e Matteo neppure. La scena evangelica della nascita è molto sobria; non appare né una stalla né una grotta, ma solo una parola che ricorre con insistenza, a segnare il luogo dell’evento: la mangiatoia. Vi è un’essenziale povertà di dettagli. Da dove, dunque, provengono il bue e l’asino? Non dalla volontà di colmare lacune narrative, né dal desiderio di rendere più realistica la scena. L’origine è molto più antica e teologicamente articolata e nasce dall’ascolto della Scrittura nella liturgia dei primi secoli, quando la comunità cristiana meditava l’inizio del libro di Isaia nei giorni immediatamente precedenti al Natale.

Il profeta, all’inizio del suo libro, lancia un’accusa all’ingratitudine del popolo: «Il bue conosce il proprietario e l’asino la greppia del padrone, ma Israele non conosce, il mio popolo non comprende» (Isaia 1,3). È un versetto di grande forza simbolica: gli animali riconoscono chi li nutre, mentre l’uomo smarrisce la memoria del suo Dio. Quando questo testo veniva ascoltato insieme al racconto lucano – dove il bambino è deposto proprio in una mangiatoia – il legame era immediato. In latino Isaia dice: asinus novit praesepe domini sui. La parola praesepe, “greppia”, è la stessa che la tradizione cristiana avrebbe poi scelto per designare la scena della nascita.

Da questa vicinanza linguistica e teologica nacque l’intuizione: accanto al Bambino deposto nel prato della sua umiltà, si collocarono gli animali che, secondo Isaia, sanno riconoscere il loro Signore. Il bue e l’asino sono dunque un commento visivo alla Scrittura, una predicazione muta che parla per contrasti: gli animali comprendono ciò che spesso sfugge all’uomo. Non sono elementi decorativi, ma figure profetiche. Nel presepe, la loro presenza chiede a chi guarda di comprendere: il Signore è qui, ti nutre, si offre a te. Lo riconosci? La tradizione patristica ha poi arricchito il simbolo con ulteriori sfumature. Il bue, animale del sacrificio nel tempio di Gerusalemme, è stato letto come rappresentazione di Israele, la comunità della promessa e dell’attesa messianica. L’asino, considerato impuro nella legislazione antica, è diventato il simbolo delle genti, dei popoli lontani, di chi ancora non conosceva il Dio di Abramo. Nel presepe, dunque, questi due animali stanno insieme come immagini dell’intera umanità: chi appartiene alla storia d’Israele e chi arriva da orizzonti remoti, entrambi raccolti attorno a un Bambino che viene per tutti. Significativa è, poi, la postura con cui l’arte cristiana li ha raffigurati: non distesi in un atteggiamento di riposo, ma in posizione vigile, quasi adorante. È il mondo creato che riconosce la sua origine; è la realtà umile e quotidiana che intuisce la presenza del suo Signore.

Questi simboli antichi non sono estranei al nostro tempo. Oggi, più dell’ostilità verso il Vangelo, pesa la distrazione: una sorta di anestesia dello sguardo che ci abitua a tutto e non ci fa riconoscere più nulla. Il Natale ripropone la domanda di Isaia: che cosa siamo capaci di riconoscere davvero? La frenesia delle feste, le luci, gli impegni possono trasformarsi in una grande mangiatoia che non nutre più: tutto è pieno, e tuttavia tutto resta vuoto.

Il presepe, con la sua calma disarmante, ci restituisce la capacità di vedere. Il Natale non chiede di riempire la scena, ma di riconoscere ciò che dà vita. Davanti a una mangiatoia, un Dio che si fa piccolo continua a cercare il nostro stupore.

IV domenica di Avvento

Giuseppe, l’uomo della notte, del silenzio e dei sogni

PANEQUOTIDIANO, «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te  Maria, tua sposa» – #InCammino

 

l Vangelo dell’ultima domenica di Avvento ci conduce nella casa silenziosa di Giuseppe. Qui, prima ancora del Natale, tutto si muove attorno a un turbamento profondo. Il sogno di Giuseppe, infatti, nasce come rovesciamento di un incubo. La realtà gli era appena crollata addosso: Maria, la sua promessa sposa, è incinta. Matteo dice che lo è «per opera dello Spirito Santo», ma questo annuncio teologico non attenua lo smarrimento di un giovane uomo che non aveva mai visto – né nella Scrittura né nella storia – un concepimento così. Giuseppe si trova stretto tra due decisioni dolorose: denunciare pubblicamente Maria, esponendola all’accusa di adulterio, oppure sciogliere il legame in segreto. Per capire la drammaticità del momento basta ricordare che, nel mondo ebraico, il matrimonio era valido già dal primo accordo tra i due, anche se gli sposi non vivevano ancora insieme. È proprio in questo periodo che Maria risulta incinta: una gravidanza così era punita dalla legge come adulterio.

Matteo definisce Giuseppe “giusto”. Non perché esegua meccanicamente il codice, ma perché sa ascoltare anche la legge del cuore. La sua giustizia è fatta di misericordia, di discernimento, di una tenerezza forte e silenziosa. È giusto perché non si lascia imprigionare dalla durezza della norma e, prima di tutto, vuole proteggere Maria. Decide di sciogliere il vincolo in segreto: preferisce pagare un prezzo personale piuttosto che esporre l’amata alla vergogna e alla morte.

In questo atteggiamento si rivela la grandezza di Giuseppe. Egli insegna che la vera giustizia non è cieca applicazione della legge, ma capacità di leggere le persone prima dei codici. C’è la legge scritta sulla carta e c’è quella impressa nella coscienza: quando le due entrano in conflitto, occorre scegliere la via che salva. Ed è proprio qui che Dio interviene. Un angelo, nel sogno, gli dice: «Non temere di prendere con te Maria». Il sogno non è evasione dalla realtà, ma conferma luminosa del bene che Giuseppe aveva già intuito. L’incubo si capovolge: ciò che sembrava una minaccia diventa una vocazione. Giuseppe accoglie, non senza timore, un compito inedito e più grande di lui. La sua obbedienza – semplice, ferma, nascosta – apre la strada all’incarnazione.

C’è un tratto profondamente umano in questa pagina. Anche noi custodiamo un sogno di vita affettiva piena, perché nasciamo nella relazione e viviamo di relazioni. Per questo l’incubo del tradimento, dell’incomprensione, della solitudine, è uno dei più dolorosi che la vita possa riservare. Quando l’amore viene ferito – tra marito e moglie, tra genitori e figli, tra amici –, il cuore sanguina a lungo.

Ma Giuseppe ricorda che nessuna ferita affettiva è irreparabile. Che il sogno non va accantonato, ma purificato. Che Dio può trasformare ciò che appare come una fine in un inizio nuovo. È lo stile di Dio: entrare nelle nostre fratture per farne culla di una vita nuova.

Arrivati all’ultima tappa dell’Avvento, il Vangelo ci invita a riconoscere che la preparazione al Natale non consiste solo in riti o in attese spirituali generiche, ma nella disponibilità ad accogliere il modo sorprendente con cui Dio entra nelle nostre storie. Come Giuseppe.

 

 

III domenica di Avvento

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E se il Messia non fosse come te lo aspetti?

La terza domenica di Avvento prende il suo nome dalle parole di san Paolo: «Rallegratevi sempre nel Signore». Per questo è la domenica della gioia: il rosaceo sostituisce per un giorno il viola, e tutta la liturgia ci invita a una speranza più luminosa, fiduciosa del Signore che viene. L’evangelista Matteo presenta Giovanni Battista come «il più grande fra i nati da donna»: un uomo essenziale e coraggioso, che ha dedicato la propria vita a preparare la via al Signore. Eppure, quando viene rinchiuso in prigione manda a chiedere a Gesù se sia davvero lui il Messia. Gesù non risponde con definizioni teoriche, ma con i segni concreti annunciati da Isaia nella I lettura: i ciechi vedono, gli storpi camminano, i sordi odono, i poveri sono raggiunti da una buona notizia.

Per cogliere la portata di questa risposta, bisogna tornare alle attese del Battista. Giovanni aveva annunciato un Messia forte, deciso, capace di compiere un giudizio netto. Attendeva un intervento che ristabilisse l’ordine violato. Gesù, invece, entra nella storia con una mitezza sorprendente: si avvicina ai poveri, guarisce, consola, annuncia la pace. Non impone il bene con la forza, ma guarisce le ferite dall’interno. È uno stile che apre nel cuore di Giovanni un interrogativo profondo, nato non dalla debolezza ma dalla serietà della sua fede. Il dubbio del Battista nasce infatti dal dolore: il profeta fedele è in prigione, mentre il persecutore continua a vivere nella sicurezza. In questa contraddizione risuona la domanda che affida ai suoi discepoli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?».

È la domanda di chi ha creduto e non comprende più i modi di Dio; la domanda di ogni credente quando il male sembra prevalere e Dio tace. Qui si apre un passaggio decisivo. I grandi trascinatori di folle parlano sempre di giustizia e rinnovamento per conquistare consenso. Gesù non appartiene a questa logica. Egli inaugura una rivoluzione molto più profonda: la rivoluzione della bontà.

Questa rivoluzione nasce nelle fragilità dell’uomo; non sradica il male all’istante, ma lo indebolisce dall’interno; non colpisce i malvagi, ma risana i feriti. È un cambiamento lento ma reale, e questa lentezza sconcerta Giovanni. Perciò Gesù non risponde con un “sì”, ma con un invito: «Andate e riferite ciò che vedete e udite». Chiede di riconoscere Dio non nelle nostre attese, ma nei segni che egli semina: germogli di vita nuova, ferite che si rimarginano, cuori che ritrovano speranza. È così che la bontà entra nella storia: lentamente, ma in modo irreversibile. E aggiunge: «Beato chi non si scandalizza di me». Beato chi non inciampa nella mitezza, chi resta nella fiducia anche attraversando il dubbio. Perché la fede non è il cammino di chi non dubita mai, ma di chi, proprio dentro il dubbio, impara ad affidarsi a Dio così com’è.

Giovanni farà questo passo, e proprio così diventerà il più grande. Ma «il più piccolo nel Regno dei cieli è più grande di lui», perché chi accoglie la logica nuova di Cristo – la mitezza, la bontà che salva – entra già nel Regno e partecipa fin d’ora della novità che il Signore è venuto a portare.

II domenica di Avvento

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Il cuore che il deserto risveglia

                                                                                      Ogni seconda domenica di Avvento la liturgia ci invita a incontrare Giovanni il Battista, il precursore che prepara il cuore dell’umanità alla venuta del Signore. Per descriverlo, gli evangelisti richiamano le parole di Isaia (40,3): «Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore». Quel versetto, nato per consolare gli esuli di Babilonia e annunciare il ritorno di Dio al suo popolo, diventa per Giovanni la chiave della sua esistenza. L’ha meditato a lungo, fino a riconoscervi la propria vocazione: essere voce, non protagonista; essere colui che avverte, orienta, scuote, e indica che il tempo della salvezza è ormai vicino.

Il Battista non è un personaggio facile da accogliere. Ha i tratti di uno che non cerca consenso: essenziale, radicale, quasi scolpito dal vento del deserto. Il confronto con Gesù mette in luce differenze evidenti. Giovanni sceglie la solitudine; Gesù attraversa villaggi e città. Giovanni vive di austerità; Gesù entra nelle case, siede a mensa con i peccatori. Giovanni parla del giudizio; Gesù annuncia una buona notizia che apre alla speranza.

Eppure Giovanni continua a esercitare un singolare fascino. Forse perché non edulcora il messaggio, non annacqua la verità per renderla sopportabile. In un tempo in cui spesso si evitano parole che disturbano, egli osa parlare alla coscienza. Non accarezza, risveglia. Ma il suo sguardo penetrante non si ferma alle situazioni più fragili. Anzi, le parole più taglienti le riserva a chi si rifugia dietro le proprie sicurezze religiose: «Non dite: abbiamo Abramo per padre. Dio può far sorgere figli di Abramo da queste pietre». È un avvertimento che ci riguarda. Non bastano riti, tradizioni o abitudini per sentirsi al riparo. Senza una reale conversione interiore, anche le pietre potrebbero essere più pronte di noi ad accogliere lo Spirito, che non si lascia imbrigliare dalle nostre garanzie esteriori.

Viene spontaneo domandarsi quale fosse il giudizio di Gesù su Giovanni. I Vangeli lasciano trasparire ammirazione: Gesù apprezza la forza della sua testimonianza, la coerenza, la passione per la verità. Non a caso inizia la sua predicazione con lo stesso invito: «Convertitevi». Ma fra i due c’è una differenza decisiva. Giovanni descrive un Dio che si avvicina per compiere un giudizio; Gesù rivela un Dio che si avvicina per offrire salvezza. Non perché ignori la gravità del male, ma perché mette al centro la misericordia: non è lo sforzo che apre la strada all’incontro con Dio, è l’incontro con Dio che rende possibile una vita nuova. La conversione non è un’impresa eroica, è la risposta a un amore che sorprende e precede. Questo è il primo movimento della fede: lasciarsi raggiungere da un Dio che non resta lontano, che non misura dall’alto, ma si fa compagno, incoraggiamento, pace.

In Avvento, la Chiesa è chiamata ad annunciare questo, non ad aggiungere pesi sulle spalle già stanche, né a unirsi al coro di chi condanna e recrimina, ma a mostrare il volto luminoso di un Dio che desidera la nostra rinascita. Il Battista ci libera dalla sonnolenza del cuore, ci prepara all’incontro. Ma è Gesù che porta a compimento il sogno di Dio: un amore che trascina fuori dalle paure, rinnova la vita e apre strade inattese.

 

I domenica di Avvento – anno C –

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Il mondo dorme, ma Dio è già in cammino verso di noi
Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo Matteo 24,44ll tempo di Avvento, che oggi ha inizio, è il tempo della venuta – la parola stessa significa “qualcuno o qualcosa che sta per venire” – e ci richiama al valore dell’attesa e della speranza. Ma che cosa si profila all’orizzonte della nostra esistenza? Dove va la storia? Che ne sarà del mondo e di noi, quando si chiuderà la nostra vicenda segnata da precisi limiti di tempo e di spazio? Sono interrogativi che spesso preferiamo eludere, per non turbare la fragile quiete del presente. Non mancano i profeti di sventura, che annunciano futuri carichi di paure e di catastrofi. Ciò che invece sembra mancare è una coscienza collettiva del futuro, un respiro interiore capace di guardare oltre l’oggi, dilatando l’orizzonte della speranza.

Anche noi cristiani, talvolta, sembriamo aver smarrito l’attesa, come se la fede non avesse più nulla da desiderare. Eppure, la fede autentica vive di un futuro promesso: un futuro che non è incerto né oscuro, ma che ha un nome e un volto: Gesù Cristo, il Signore che viene. L’Avvento ci invita a riaccendere l’attesa, a ricordare che la storia non è un andare verso il nulla, ma verso un incontro. Egli è già venuto nella nostra carne, viene oggi nei segni della sua presenza – nella Parola, nell’Eucaristia, nei poveri, nella vita che rinasce – e verrà nella gloria, quando tutto sarà compiuto e Dio sarà tutto in tutti.

Il 

brano del Vangelo (Matteo 24,37-44) contiene un breve passaggio esortativo per far riflettere sulla necessità di rimanere svegli e riconoscere la presenza del Signore. Richiama l’episodio di Noè e del diluvio, insieme all’immagine del ladro notturno: due scene che evocano un evento improvviso, imprevisto, capace di cogliere l’uomo alla sprovvista. I contemporanei di Noè e il padrone di casa distratto sono accomunati dalla stessa spensieratezza: vivono immersi nelle loro occupazioni, ma senza pensiero, senza sguardo sul futuro, senza attenzione al senso profondo della vita. Talmente presi dalle mille faccende quotidiane, non si accorgono di nulla: il diluvio arriva e li travolge. Quando aprono gli occhi è troppo tardi. Come quel padrone che prende precauzioni solo dopo che i ladri gli hanno svaligiato la casa. «Bisognava pensarci prima», diremmo noi. Ed è proprio questo il cuore dell’esortazione di Gesù, che Matteo ripete alla sua comunità e anche a noi oggi: «Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà» (Matteo 24,42).

Vegliare significa vivere con fede e con speranza. È credere che Dio non ci abbandona, ma ci accompagna e ci custodisce in ogni circostanza, anche nelle prove più difficili. Chi veglia sa che, come Noè nel diluvio, è al sicuro dentro l’arca della fiducia e dell’amore di Dio. Vegliare, inoltre, non significa pensare solo a sé, ma saper guardare chi ci vive accanto. Molti vivono sereni senza preoccuparsi di Dio, e questo ci interroga: perché turbare coscienze tranquille? Parlare o tacere? Non serve discutere o convincere. Solo chi ha sperimentato la bontà di Dio può testimoniare con sincerità. Chi ha conosciuto la gioia del Vangelo sa che esiste una pace più profonda di ogni successo o piacere. A noi è chiesto di irradiare questa gioia, mostrando che il Dio che giudica è anzitutto il Dio che ama, il buon Pastore che cammina accanto a noi.

Con lui al nostro fianco, non c’è nulla da temere: né la morte, né il dolore, né il futuro.

NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO RE DELL'UNIVERSO

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Il re inchiodato

In verità io ti dico: oggi sarai con me nel paradiso Luca 23,43

Nella scena del Calvario raccontata dall’evangelista Luca colpisce profondamente il comportamento del malfattore, che diventa l’icona più luminosa della fede nell’ultima ora. Egli è crocifisso accanto a Gesù, ma, a differenza dell’altro, non si lascia imprigionare dalla disperazione. Le sue parole, pronunciate nel momento della massima oscurità, rivelano un cuore che si apre alla luce. Ci sono due suoi interventi, brevi ma intensi.

Il primo è rivolto all’altro condannato: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». In queste parole si manifesta una straordinaria umiltà: egli riconosce il proprio peccato e accetta la pena come giusta. Non cerca giustificazioni, non incolpa nessuno; guarda la verità di sé con realismo e con fiducia. È il primo passo di ogni conversione: la consapevolezza della propria colpa e, insieme, la percezione che accanto a sé c’è un innocente che non smette di amare.

Il secondo intervento è una supplica rivolta direttamente a Gesù: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». È una preghiera breve, ma racchiude una fede sorprendente. Il malfattore capisce che Gesù sta davvero entrando nel suo regno, proprio nel momento in cui tutti lo vedono sconfitto. Ci vuole uno sguardo di fede per riconoscere un re nella debolezza, per vedere nella croce un trono e nella morte una vittoria.

Gli occhi della carne vedono solo un uomo umiliato, schernito, agonizzante; gli occhi del cuore, invece, illuminati dalla grazia, vedono la regalità dell’Amore che si dona fino alla fine. Come è giunto a questa fede? Probabilmente il malfattore ha visto e sentito parlare di Gesù: sa che «non ha fatto nulla di male» e, forse, ha ascoltato la sua parola di perdono: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno ». Ha percepito che Gesù continua a fare del bene anche mentre riceve del male, che il suo potere non è quello della forza ma dell’amore.

Ed ecco la risposta immediata e sorprendente: «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso». Gesù non promette un domani lontano, ma un “oggi”: l’oggi della salvezza, l’oggi in cui l’amore apre le porte del paradiso. Anche sulla croce, Gesù regna: esercita il suo potere sovrano, che non è quello di dominare ma di salvare, di perdonare, di creare dal nulla un mondo nuovo fondato sulla grazia.

Cristo, dunque, regna dalla croce: non con la potenza delle armi, ma con la forza dell’amore che perdona. Il suo trono è il legno del sacrificio, la sua corona è di spine, il suo scettro è la misericordia. Egli è il re che salva, il re che si fa servo, il re che porta con sé in paradiso chi si affida a lui.

La solennità di Cristo Re dell’universo ci invita a lasciarci giudicare da questo volto di regalità: un re disarmato, che regna dal patibolo e che continua a dire a ogni cuore pentito: «Oggi sarai con me nel paradiso ».

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