Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

Ascensione del Signore

logoDUCCIO di Buoninsegna (b. ca. 1255, Siena, d. 1319, Siena) Appearence on the Mountain in Galilee 1308-11 Tempera on wood, 36,5 x 47,5 cm Museo dell\\'Opera del Duomo, Siena The Appearance on the Mountain in Galilee is simpler and barer and descriptive details are deliberately left out: Christ is entrusting the apostles with the task of spreading the faith (the books that two of the disciples are holding are a reminder of preaching) and nothing must distract attention from his words. --- Keywords: -------------- Author: DUCCIO di Buoninsegna Title: Appearence on the Mountain in Galilee Time-line: 1301-1350 School: Italian Form: painting Type: religious , ipa

Abitare l’invisibile: la fede nei giorni comuni

Gesù ci ha lasciato una promessa semplice e decisiva: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». E tuttavia questa presenza non si impone con l’evidenza delle cose visibili; dopo l’Ascensione, essa si consegna a una forma più discreta, che non sempre è facile riconoscere. È per questo che, soprattutto nei momenti di fatica o di solitudine, può affiorare nel cuore una domanda sincera: «Signore, dove sei?».

Questa domanda, però, non nasce contro la fede, ma spesso la attraversa e la purifica. Può diventare l’inizio di un cammino più profondo, perché esiste un modo di essere presenti che non riempie subito il vuoto, ma lo abita, accendendo il desiderio e rendendo più attento lo sguardo. In questo senso, la fede non è soltanto adesione a delle verità, ma è anche un modo nuovo di vedere. È uno sguardo che si affina, che impara a cogliere ciò che, a prima vista, rimane nascosto. E i segni della presenza del Signore, seppure discreti, non mancano: sono piccoli, spesso silenziosi, ma reali.

Essi si lasciano intravedere là dove qualcuno ama con sincerità, dove un gesto gratuito rompe la logica dell’interesse, dove una persona si prende cura dell’altra senza cercare riconoscimento. Si manifestano nella fedeltà di tante vite semplici, nella pazienza di chi resiste al male, nella dedizione di chi serve senza apparire. E ancora, in modo particolare, in una comunità che prega, che condivide il pane e la vita, che prova a vivere il Vangelo con sobrietà e verità.

Anche l’amore tra due persone, forse inconsapevolmente, può diventare luogo di una presenza più grande, perché nel dono reciproco si apre uno spazio che li supera. E c’è un luogo ancora più vicino, spesso trascurato: il cuore, quando si raccoglie nel silenzio e si dispone ad ascoltare. Tuttavia, il Vangelo non si limita a invitarci a riconoscere questa presenza; ci affida anche una responsabilità. L’invito di Gesù – «Andate» – è chiaro: portate nel mondo ciò che avete ricevuto, lasciate che la misericordia, il perdono e la speranza prendano forma nelle vostre scelte concrete. Questo compito non richiede gesti straordinari, ma una vita credibile. Le parole sono importanti, ma è la testimonianza a renderle persuasive. Quando parla qualcuno che condivide le nostre stesse fatiche e domande, lì il Vangelo diventa più vicino, comprensibile e incisivo.

Il nostro tempo, segnato da una forte ricerca di senso, sembra spesso offrire risposte fragili. In particolare i giovani portano dentro una sete di infinito che difficilmente trova spazio in una cultura dell’immediato come la nostra. Per questo diventa sempre più decisivo chiedersi: quali segni concreti offriamo loro? Non servono discorsi complessi, ma persone capaci di ascolto, accoglienza e rispetto, che sappiano allargare lo sguardo e non chiudersi nelle divisioni, che scelgano la fraternità invece della contrapposizione. Il cristiano è chiamato a costruire legami, a generare comunione. L’Ascensione invita proprio a questo: ad alzare lo sguardo senza fuggire dalla terra. Più lo sguardo si apre, più il cuore si dilata e riconosce gli altri come fratelli. Resta allora una certezza che orienta tutto: la nostra vita non è chiusa nel provvisorio. In Cristo si è aperto un passaggio oltre ciò che passa, e nulla di ciò che è vissuto nell’amore va mai perduto. Per questo possiamo vivere con fiducia, imparando a riconoscere i segni della sua presenza e, insieme, a diventarne noi stessi, con semplicità e verità, dei segni vivi.

VI Domenica di Pasqua

logo BFM286726 Icon from Crete depicting the Holy Trinity (tempera on wood) by Greek School, (18th century); 30.3x24.4 cm; Lindenau Museum, Altenburg, Germany; (add.info.: Die Allerheiligste Dreifaltigkeit;); Bildarchiv Foto Marburg. , Bridgeman Images

 

Il Paràclito, respiro di Dio nel cuore dei discepoli

Nel clima intimo dell’ultima cena, il Vangelo di Giovanni ci mostra Gesù che parla ai suoi come chi affida un testamento. Egli sa che sta per concludersi il tempo della sua presenza visibile, e con parole piene di tenerezza prepara i discepoli a ciò che verrà. Ma non sono parole di addio: sono parole di promessa. La sua presenza non finirà, cambierà soltanto forma. Gesù parte da ciò che è più essenziale: la relazione con lui. «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti».

Non è il linguaggio del dovere, ma quello dell’amore. Gesù non chiede un’obbedienza fredda; i suoi comandamenti sono un dono, la via per imparare ad amare come lui ha amato. Custodirli significa proteggere la fiamma del suo amore, come si veglia una piccola luce perché continui a illuminare la notte. A chi vive questo legame, fa una promessa sorprendente: «Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito». Il termine indica qualcuno chiamato a sostenere, a difendere come un avvocato che accompagna chi deve affrontare una prova difficile.

Nel Vangelo di Giovanni, la vita di Gesù appare spesso come un grande processo in cui il mondo sembra giudicare e rifiutare la sua verità. In quella stessa tensione anche i discepoli sono coinvolti. Per questo Gesù promette lo Spirito che li guiderà alla verità. Gesù lo chiama “un altro” Paràclito, perché il primo è stato lui stesso. Durante la sua vita terrena egli è stato guida, difesa e consolazione. Li ha sostenuti nei momenti difficili. Ora, però, annuncia qualcosa di ancora più grande.

Fino a quel momento, la sua presenza era “presso” i discepoli; dopo la Pasqua, sarà “dentro” di loro. Ed è qui il cuore del cambiamento. Un maestro parla dall’esterno, istruisce, incoraggia, corregge; ma non può trasformare dall’interno. Lo Spirito invece illumina la mente e il cuore, rende comprensibile ciò che prima sembrava oscuro, trasforma il modo di vedere e di vivere. È come se Gesù dicesse: io ho seminato il Vangelo nella vostra vita, ma sarà lo Spirito a farlo germogliare. Per questo promette: «Non vi lascerò orfani». La sua partenza non significa abbandono; è come il tramonto del sole, che scompare all’orizzonte ma continua a diffondere la sua luce. Così la Risurrezione non allontana Gesù dai suoi, ma inaugura una presenza nuova e più profonda.

Il mondo non lo vedrà più con gli occhi del corpo, ma i discepoli lo riconosceranno, perché la sua vita diventerà la loro. Gesù riassume tutto con parole che risuonano come un centro di luce: «Io sono nel Padre, voi in me e io in voi». Non si tratta più solo della vicinanza tra maestro e discepolo: è comunione di vita. Così la vita di Dio scorre nel cuore dei credenti, introducendoli nella comunione d’amore tra il Padre, il Figlio e lo Spirito.

La condizione è custodire il dono di Gesù. «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama». In chi ama accade lo straordinario: «Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui». L’amore di Dio non resta a senso unico; chi ama entra in un movimento di reciprocità e di rivelazione.

Gesù non lascia ai suoi solo parole o ricordi, ma il dono dello Spirito: una presenza viva che continua la sua opera, illumina, consola, guida alla verità tutta intera. Come il vento che non si vede ma gonfia le vele e spinge la barca al largo, così lo Spirito accompagna il cammino dei discepoli, fino a condurli nel cuore stesso di Dio.

V domenica di Pasqua

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Dimorare in Gesù, credere in Dio

Nelle ultime domeniche del tempo di Pasqua la liturgia ci conduce nel cuore dei discorsi che Gesù pronuncia durante l’Ultima Cena raccontate nel Vangelo di Giovanni. Sono parole intime, dette in una notte carica di attesa e inquietudine, quando Gesù sa che la sua ora è ormai vicina. In questi discorsi egli apre il suo cuore ai discepoli e consegna loro una chiave per comprendere ciò che sta per accadere.

Il racconto si apre con un clima di turbamento. I discepoli percepiscono che qualcosa sta cambiando: Gesù ha parlato della sua partenza e il loro cuore è inquieto. In questo contesto risuonano parole che hanno il tono di una consolazione: «Non sia turbato il vostro cuore. Credete in Dio e in me credete». Gesù non ignora la fragilità dei suoi amici. Poco prima egli stesso aveva confessato di essere turbato nell’anima. Conosce bene il peso della paura e dell’incertezza. Tuttavia indica una strada per attraversarle: credere.

Nel linguaggio di Giovanni questa parola ha un significato molto concreto: non parla quasi mai di “fede” come sostantivo ma usa il verbo “credere”. È come se Giovanni volesse ricordare che la fede non è qualcosa che si possiede, ma un gesto che si compie. Credere significa affidarsi, consegnarsi, mettere la propria vita nelle mani di Dio. Anche l’ordine delle parole nella frase di Gesù è significativo: «Credete in Dio e in me credete». Le due espressioni si richiamano a indicare che sono inseparabili. Fidarsi di Dio e di Gesù è un unico atto.

Poi Gesù rassicura i discepoli con un’immagine semplice: «Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore». Non un luogo lontano, ma una casa dove c’è posto per molti. “Dimora” richiama il verbo “rimanere”, così caro a Giovanni. La fede è questo: rimanere con Gesù, abitare nella sua amicizia.

E quando Gesù aggiunge: «Vado a prepararvi un posto», i discepoli non capiscono ancora pienamente. Egli parla della sua Pasqua, della strada che si aprirà attraverso la sua morte e Risurrezione. È come se dicesse: io vado davanti a voi per aprire la porta della casa del Padre, perché anche voi possiate entrare. Nonostante queste parole, restano confusi. Tommaso prende la parola: «Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?». La risposta di Gesù illumina tutto il discorso: «Io sono la via, la verità e la vita». Non indica semplicemente un cammino da seguire, ma afferma che la strada è Lui stesso. La via è la strada che conduce alla meta; la verità è la rivelazione che fa conoscere Dio; la vita è il dono ultimo a cui tutto tende. In Gesù queste tre realtà coincidono. Egli è la strada che porta al Padre, è la rivelazione del Padre ed è la vita che il Padre comunica.

Il dialogo continua con un’altra domanda. Filippo dice: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». È il desiderio profondo dell’uomo religioso: vedere Dio. Ma Gesù risponde con parole sorprendenti: «Chi ha visto me ha visto il Padre». Non c’è bisogno di cercare altrove: il volto di Dio si lascia riconoscere nella persona di Gesù, nelle sue parole e opere. Alla fine Gesù ritorna al cuore del suo invito: credere. «Credete a me… credete in me». Credere a qualcuno significa fidarsi della sua parola e affidargli la propria vita. È questo il movimento della fede secondo il Vangelo di Giovanni. Non una semplice convinzione religiosa, ma una relazione viva con Cristo. Quando l’uomo compie questo passo, il turbamento non scompare del tutto, ma perde la sua forza. Il cuore trova una stabilità nuova, perché scopre di non essere più solo: la strada esiste, la casa del Padre è aperta, e la via per arrivarci ha il volto di Gesù.

 

III Domenica di Pasqua

logo AMO1217788 Christ\\\\\\'s Appearance to the Two Disciples journeying to Emmaus, 1835 (oil on panel) by Linnell, John (1792-1882); 56x78 cm; Ashmolean Museum, University of Oxford, UK; \\u00A9 Ashmolean Museum . , Bridgeman Images

Quando la Parola mette in cammino

La strada che da Gerusalemme conduce a Emmaus non è soltanto una via geografica. È una soglia interiore. Su quella strada, nel pomeriggio di Pasqua, Luca colloca due discepoli che camminano allontanandosi dal centro della promessa, mentre il sole scende e con esso sembrano spegnersi le loro speranze. È l’ora del disincanto, il tempo in cui la fede appare smentita dai fatti. Essi parlano, ma le loro parole non aprono futuro. Ripercorrono gli eventi, li analizzano, li raccontano con precisione, e tuttavia tutto converge verso una conclusione amara: «Noi speravamo». La speranza è al passato. Il loro è un sapere chiuso, che conosce i fatti ma non ne coglie il senso. Gesù si accosta come uno straniero. Non rivendica un riconoscimento immediato. Cammina con loro, al loro passo, assumendo la forma discreta del compagno di viaggio. Luca annota che i loro occhi erano impediti a riconoscerlo: non perché Gesù sia irriconoscibile, ma perché il loro sguardo è ancora prigioniero di una lettura incompleta della storia. La prima parola del Risorto è una domanda. Chiede di che cosa parlino, che cosa li occupi, che cosa li renda tristi. È una domanda che scava, perché obbliga i discepoli a mettere in parola la loro ferita. La pedagogia pasquale comincia sempre dall’ascolto del dolore umano. Clèopa risponde con una punta di ironia: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme». In realtà, proprio colui che viene considerato estraneo è l’unico che conosce il senso profondo degli eventi. I discepoli raccontano tutto: Gesù profeta, la condanna, la croce, la tomba vuota, le parole delle donne. Raccontano il Vangelo intero, ma come una storia fallita. È possibile dire tutto su Gesù e non riconoscerlo. È a questo punto che il Risorto prende la parola con forza: «Stolti e lenti di cuore a credere». Non è un giudizio morale, ma una diagnosi spirituale. Il cuore, nella Bibbia, è la sede dell’intelligenza. La lentezza non riguarda il sentimento, ma la capacità di comprendere. Il problema dei discepoli non è l’emozione spenta, ma l’intelligenza non ancora convertita. Allora Gesù compie il gesto decisivo: interpreta le Scritture. Da Mosè ai profeti, rilegge l’intera storia di Dio come una storia che conduce alla croce e alla gloria. Non offre una spiegazione astratta, ma insegna a leggere la vita dentro la Parola e la Parola dentro la vita. La fede pasquale nasce qui: quando la Scrittura diventa chiave di lettura dell’esistenza. Mentre camminano e ascoltano, qualcosa muta dentro i discepoli. Più tardi lo diranno con parole semplici e vere: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore?». È il segno che la Parola, finalmente compresa, ha iniziato a generare vita. Giunti a Emmaus, Gesù fa come se dovesse andare oltre. I discepoli lo invitano a restare, mossi da un gesto di ospitalità che nasce dall’ascolto. E nel gesto dello spezzare il pane gli occhi si aprono. Il gesto eucaristico, così familiare e insieme decisivo, diventa il luogo del riconoscimento. Ma proprio quando riconoscono Gesù, egli scompare dalla loro vista. Non è più davanti a loro, perché ora è dentro: nella Parola compresa, nel pane condiviso, nella vita trasformata. Il racconto potrebbe finire qui, nella quiete della sera. Invece ricomincia. I due discepoli si alzano subito, nella notte, e tornano a Gerusalemme. La strada è la stessa, ma tutto è cambiato. Prima era una fuga, ora è una missione. Prima era discesa verso il tramonto, ora è salita verso la città della promessa. Emmaus è la storia di ogni discepolo: una storia in cui lo smarrimento può diventare rivelazione, la tristezza ardore, la strada di ritorno luogo di un nuovo inizio.

II Domenica di Pasqua

logoLRI4690221 The disbelief of apostle Thomas. Detail. 14th century (fresco) by Sienese School, (14th century); Monastero di San Benedetto (Santuario Sacro Speco), Subiaco, Rome, Lazio, Italy; (add.info.: The incredulite of apostle Thomas Detail. Fresco of the school of Siena. 14th century. Superior Church. Monastery of Saint Benedetto (Sacro Speco), Subiaco (Rome), Italy); Luisa Ricciarini. , Bridgeman Images

Tommaso, ossia il coraggio del dubbio

La scena con cui si apre il racconto evangelico è facile da immaginare: una stanza chiusa, poche persone raccolte insieme, molte parole non dette e la sensazione che tutto ciò che era stato promesso si sia improvvisamente fermato. Le porte chiuse raccontano una comunità tesa, che si protegge e cerca sicurezza, ma che proprio in questa chiusura scopre lo spazio in cui la Risurrezione può entrare. È lì, in questa situazione ordinaria e quasi domestica, che Gesù appare e si mette in mezzo, creando uno spazio in cui gli altri possono ritrovare il coraggio di vivere, mostrando che la vita nuova non ha bisogno di grandi gesti, ma di presenza autentica.

Il suo saluto, «Pace a voi», è come un respiro profondo che riporta calma e orientamento, simile a quando qualcuno entra in una stanza tesa e con la sola presenza restituisce serenità. Gesù mostra le mani e il fianco, ricordando ai discepoli che la vita nuova non cancella ciò che è stato difficile: le ferite restano visibili, così come restano visibili le tracce delle prove che ciascuno attraversa. La gioia nasce dalla consapevolezza che proprio quella storia ferita può continuare, trasformandosi in occasione di crescita e di apertura, in uno spazio in cui anche le esperienze dolorose trovano un nuovo significato.

Da qui prende forma l’invio dei discepoli, non come un compito da organizzare immediatamente, ma come uno stile di vita che si radica nella presenza e nel sostegno reciproco. Entrare nelle situazioni bloccate senza forzarle, rimettere in movimento relazioni ferme, restituire fiducia dove sembrava spenta: tutto questo è reso possibile dal dono dello Spirito, il soffio che apre strade, rinnova il cuore e rende possibile ciò che da soli non riusciremmo a compiere. È lo Spirito che trasforma gesti e parole in vita, che accompagna ogni passo dei credenti, sostituendo la paura con coraggio, la chiusura con apertura, il dubbio con possibilità. La figura di Tommaso, detto Didimo, cioè Gemello, aggiunge un’altra dimensione alla scena. Il suo dubbio non è rifiuto, ma ricerca sincera: vuole toccare con mano, verificare con i propri sensi, capire con i propri tempi. Questo mostra che la fede cresce attraverso l’incontro e la pazienza, e che il dubbio non è un ostacolo, ma una porta attraverso cui la fiducia può entrare e radicarsi. Gesù lo incontra nella sua richiesta, torna proprio per lui e non lo giudica, mostrando che la presenza amorevole accoglie domande ed esitazioni. La confessione «Mio Signore e mio Dio» nasce da questa relazione, ma è anche il frutto di una comunità che sostiene e accompagna, e diventa espressione di una fede viva, formata nel tempo, nell’ascolto e nella disponibilità ad aprirsi. In questo senso, Tommaso non è solo il dubbioso della storia, ma il simbolo di chi cerca autenticità, e la sua esperienza ci insegna che il dubbio, quando accolto, non indebolisce la fede, ma la rende più profonda e consapevole.

L’ultima parola del testo si rivolge a chi legge: la beatitudine per coloro che credono senza aver visto invita a percorrere la fede come cammino di fiducia, sostenuti dal dono dello Spirito, capaci di accogliere le proprie domande e di aprire la propria vita agli altri. La Risurrezione prende forma nei gesti concreti, nella disponibilità ad ascoltare chi ha paura, nel coraggio di offrire perdono e fiducia, e nella capacità di costruire relazioni autentiche. Credere significa lasciarsi trasformare, permettere allo Spirito di guidare i passi, e scoprire che ogni piccolo gesto di apertura, ogni parola detta con sincerità, ogni atto di vicinanza può diventare seme di vita nuova, facendo della nostra quotidianità un luogo dove la Pasqua continua a fiorire.

Pasqua di Risurrezione

 

logoXLF3780535 Peter and John hurry to the empty tomb - Bible by Hole, William Brassey (1846-1917); (add.info.: Peter and John hurry to the empty tomb and inspect the linen cloths. \\\\\\'So they ran both together: and the other disciple did outrun Peter, and came first to the sepulchre\\\\\\' John xx 3-10. (discover Jesus\\\\\\' physical body has disappeared) Illustration by William Hole 1846-1917. The Life of Jesus Nazareth , London Eyere and Spottiswoode, nd (signed 1913)); Lebrecht History. , Bridgeman Images

Il primo giorno della nuova creazione

Il mattino di Pasqua, nel Vangelo di Giovanni, non si apre con un annuncio trionfale, ma con un passo esitante, un andare nel buio che ancora abita il cuore dei discepoli, anche quando l’alba ha già cominciato a vincere la notte.

Maria di Magdala si reca al sepolcro «quando era ancora buio». Questa semplice nota temporale non è soltanto cronologica: racconta una condizione interiore. La luce nuova della creazione è iniziata, eppure lo sguardo umano fatica ancora a riconoscerla. La Risurrezione è già realtà, ma il cuore degli uomini non la percepisce subito. La pietra ribaltata, primo segno di una realtà sconvolta, non genera immediatamente la fede, ma provoca un’interpretazione dolorosamente razionale: il corpo è stato portato via, il Signore sottratto anche alla memoria. Da questo fraintendimento nasce una corsa, una tensione che attraversa l’intero racconto e ne scandisce il ritmo. Corrono Maria, Pietro e il discepolo che Gesù amava, come se i loro cuori avessero intuito che lì, in quel sepolcro vuoto, si giocava qualcosa di decisivo, pur senza poter ancora dire cosa.

Giovanni descrive questa corsa con rara finezza narrativa, mostrando due modi diversi di confrontarsi con il mistero: l’impeto dell’amore, che arriva per primo e si arresta sulla soglia, e l’autorità della riflessione, che giunge dopo, entra, osserva, cerca di comprendere.

Dentro il sepolcro non c’è il corpo, ma non c’è neppure il disordine di un furto. Le tele giacciono ordinatamente, il sudario è ancora avvolto nello stesso luogo. È una scena silenziosa, immobile, sospesa, e proprio per questo eloquente, come se parlasse al cuore più che agli occhi.

Giovanni insiste sul vedere, ma distingue sottilmente tra diversi livelli dello sguardo. Maria vede e interpreta secondo la logica del lutto; Pietro vede e riflette, ma resta fermo a una comprensione incompleta; il discepolo amato, invece, vede e crede. Non vede il Risorto, non assiste direttamente all’evento, ma coglie, in quella disposizione delle tele, l’impossibilità di una spiegazione puramente umana. Lascia che il cuore faccia un passo oltre ciò che la mente può dimostrare, e in quell’atto semplice e silenzioso nasce la fede.

La fede pasquale, in Giovanni, non nasce da una prova spettacolare, ma da un segno discreto che chiede di essere interpretato; non da un’evidenza che si impone, ma da uno sguardo che si lascia trasformare. Il sepolcro vuoto non racconta ancora tutto; anzi, l’evangelista annota con sobrietà che «non avevano ancora compreso la Scrittura», ricordando che la Risurrezione non è una semplice rianimazione, ma una creazione nuova, un passaggio radicale verso la vita piena che solo l’incontro con il Risorto potrà rendere comprensibile fino in fondo.

In questo inizio di Pasqua, Giovanni consegna alla Chiesa di ogni tempo un’esperienza fondativa: la fede nasce spesso nel chiaroscuro, tra segni incompleti e interpretazioni fragili, e cresce là dove l’amore accetta di non possedere tutto, ma di sostare, guardare, e fidarsi. È il primo giorno della nuova creazione, e come all’alba del mondo, la luce c’è già, anche se l’uomo deve ancora imparare a riconoscerla. È una luce che non abbaglia, ma invita a un passo lento e attento, a uno sguardo che sa aspettare, aprendo il cuore al miracolo silenzioso della vita nuova.

Domenica delle Palme

logo3598046 Crucifixion, 1490-93, Italy by Italian School, (15th century); Museo di Capodimonte, Naples, Campania, Italy; (add.info.: Unknown painter of Verona, active in the last quarter of 15th century. Crucifixion, 1490-93. Renaissance. Museo di Capodimonte. Naples, Italy.); Tarker. , Bridgeman Images

Sul Golgota, l’albero della vita

Il racconto della Passione secondo Giovanni, soprattutto nella sezione che va dal Golgota alla sepoltura (Giovanni 19,17-42), non è solo la cronaca di una morte violenta. È una grande meditazione teologica, costruita con immagini, rimandi, silenzi. Tutto è carico di senso, nulla è lasciato al caso. Gesù è condotto al luogo detto del Cranio, il Golgota, e lì è crocifisso insieme ad altri due: uno da una parte e uno dall’altra, «e Gesù in mezzo». Giovanni insiste su questo “in mezzo”, come se non fosse ovvio. Ma non lo fa per distrazione: vuole suggerire un’immagine antica e potentissima. In mezzo al giardino delle origini, racconta la Genesi, si trovava l’albero della vita. Ora quell’albero è la croce. Da essa pende il frutto che dona la vita al mondo.

Nel suo Vangelo Giovanni ha preparato questo momento fin dall’inizio. Quando Gesù promette a ridosso della chiamata dei primi discepoli che il cielo si aprirà e gli angeli saliranno e scenderanno sul Figlio dell’uomo, sta evocando la scala sognata da Giacobbe. Ma quella scala, per il credente, ha un nome preciso: è la croce. È da lì che il cielo e la terra tornano a comunicare. Non esiste uno sguardo profondo su Dio che non passi attraverso questo legno. Sotto la croce si muove un’umanità divisa e insieme ricomposta. I soldati romani, pagani, si spartiscono le vesti di Gesù; la tunica, invece, resta intatta, tirata a sorte. Poco distante stanno quattro donne, tutte ebree, tra cui Maria e Maria di Magdala. Uomini e donne, pagani ed ebrei: l’evangelista sembra voler dire che la salvezza non conosce confini. La croce piantata nel mezzo del mondo apre i quattro punti cardinali della storia. La tunica senza cuciture, che non viene strappata, ha affascinato a lungo i Padri della Chiesa. È la veste del sommo sacerdote, ma anche il segno dell’unità della Chiesa, che non può essere lacerata. Come la rete della pesca miracolosa, che pur colma non si spezza, così la comunità dei credenti è chiamata a restare una.

Sotto la croce Gesù pronuncia parole essenziali. Affida sua madre al discepolo amato e il discepolo alla madre. Nasce qui una nuova famiglia, fondata non sul sangue ma sulla fede. Maria, chiamata “donna” come a Cana, appare come la nuova Eva, madre di un’umanità riconciliata. Le nozze annunciate all’inizio del Vangelo trovano ora il loro compimento: lo sposo dona la vita per la sua sposa, la Chiesa. Poi Gesù dice: «Ho sete». È la sete dell’uomo, del desiderio profondo che attraversa ogni vita. È la stessa sete evocata davanti al pozzo di Sicar. E infine: «È compiuto». Non è un grido di sconfitta, ma di pienezza. L’amore è arrivato fino all’estremo. Chinato il capo, Gesù consegna lo Spirito.

Dal suo costato trafitto sgorgano sangue e acqua. Giovanni vede in quel gesto l’adempimento delle Scritture: Gesù è il nuovo tempio, da cui scaturisce la sorgente che risana il mondo. È l’acqua del Battesimo e il sangue dell’Eucaristia, il fiume di vita che rende fecondo anche il “mare morto” dell’esistenza umana. Il racconto si chiude in un giardino. Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo, che un tempo aveva cercato Gesù di notte, ora agiscono alla luce del giorno. Portano aromi in abbondanza, come per la sepoltura di un re. Il sepolcro è nuovo, e nessuno vi è mai stato deposto. È una morte nuova, che già profuma di vita. Il giardino torna a essere ciò che era all’inizio: il luogo dell’incontro tra Dio e l’uomo. Sul Golgota, là dove tutto sembrava finire, il paradiso viene silenziosamente riaperto.

V Domenica di Quaresima

logoXIR193452 The Raising of Lazarus, Scenes from the Life of Christ (mosaic) by Byzantine School, (6th century); Sant\\\\\\'Apollinare Nuovo, Ravenna, Italy. , Bridgeman Images

 

Ricordati che puoi risorgere

A Betania la morte ha un odore preciso, quasi riconoscibile: è l’odore della pietra chiusa, del pianto che riempie la casa, della speranza che sembra arrivare troppo tardi. Tutto il racconto di Lazzaro si muove dentro questo spazio segnato dal lutto: una famiglia ferita, due sorelle che vegliano un’assenza, un amico che non c’è più e un sepolcro che sembra avere l’ultima parola.

La morte, del resto, non ha bisogno di essere creduta: si impone con una evidenza brutale, attraversa le cronache quotidiane, abita i conflitti irrisolti, si affaccia sulle strade dove tante vite, soprattutto giovani, si spezzano improvvisamente. Eppure, proprio mentre la vediamo ovunque, impariamo anche a rimuoverla, a far finta che non ci riguardi, come se la distanza potesse proteggerci dalla sua domanda radicale. Il Vangelo di Giovanni, invece, non consente questa fuga. Ci obbliga a fermarci davanti al sepolcro, a sostare in quel luogo scomodo dove il dolore non può essere addolcito né spiegato. Ci fa intuire che vivere è, in fondo, un continuo tentativo di uscire dalla morte: da situazioni che ci chiudono, da relazioni che si spengono, da paure che ci rendono immobili. Ma quando ogni via di uscita sembra sbarrata, quando la pietra è ormai sigillata, che cosa resta? Resta l’amicizia, ed è forse questa la luce più sorprendente del racconto. Gesù ama Lazzaro, ama Marta e Maria; Betania è per lui una casa, un rifugio, un luogo dove deporre la stanchezza accumulata lungo le strade e ritrovare il gusto della relazione gratuita. Per questo, quando giunge il messaggio – «Il tuo amico è malato» – Gesù non può restare lontano, anche se tornare significa esporsi al pericolo, rientrare in un territorio ostile, avvicinarsi a una morte che lo riguarda ormai da vicino.

Qui l’amore assume il volto del rischio. Gesù sa che restituire la vita a Lazzaro gli costerà la propria, e infatti dopo Betania la sua sorte è segnata. L’amico vive perché l’amico accetta di perdere la vita. È una legge dura, ma profondamente vera: l’amore autentico non è mai senza ferite, non è mai senza prezzo.

Davanti alla tomba Gesù piange. Piange senza trattenersi, senza difendersi, come piangono gli amici quando la morte spezza un legame irrinunciabile. Non è un pianto rassegnato, ma un pianto che protesta, che si ribella, che dice un “no” radicale alla logica implacabile della morte. Le lacrime di Gesù ci ricordano che la fede non elimina il dolore e non chiede di mascherarlo, ma lo attraversa fino in fondo. Poi, nel silenzio carico di attesa, risuona una parola che rompe l’immobilità del sepolcro: «Lazzaro, vieni fuori!». Non è soltanto il richiamo di un morto alla vita, ma una parola che attraversa il tempo e continua a raggiungere ogni uomo e ogni donna. Perché il vero miracolo non è tornare alla vita di prima, destinata comunque a finire, ma entrare in una vita nuova, capace di oltrepassare la morte senza esserne schiacciata.

«Io sono la Risurrezione e la vita», dice Gesù, parlando non al futuro ma al presente. La Risurrezione non è rimandata all’ultimo giorno: accade già ora, ogni volta che una pietra viene tolta, ogni volta che qualcuno trova il coraggio di uscire dal proprio sepolcro interiore.

Per questo il comando continua a risuonare anche per noi: «Togliete la pietra!». Togliere ciò che chiude il cuore, ciò che rende indifferenti al dolore degli altri. La Risurrezione finale non sarà altro che il compimento di queste piccole, faticose risurrezioni quotidiane. La parola cristiana, allora, non è «ricordati che devi morire», ma un’altra, più esigente e più luminosa: «Ricordati che puoi risorgere». Già ora, ogni giorno, alla voce di Colui che non smette di chiamare: «Vieni fuori».

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