Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MC 6,30-34)

UNO SGUARDO ATTENTO E PREMUROSO

 Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla. Gesù e gli apostoli - Il  Corriere Apuano

            I “discepoli” che erano andati in missione ritornano come “apostoli” da Gesù e gli rendono conto del loro operato. Gli raccontano, probabilmente pieni di gioia, i prodigi che hanno potuto compiere per suo incarico, e quello che hanno insegnato. Gesù allora li invita a recarsi con lui in un “luogo solitario”, in modo da restare “per proprio conto”, perché la folla era talmente numerosa da impedire loro persino di mangiare. Con questo suo invito Gesù riconosce la fatica e lo sforzo sostenuto dai Dodici. Anche lui infatti si reca spesso in luoghi solitari per pregare e desidera che chi è con lui faccia lo stesso, procurandosi un tempo di pace e di riposo. Come dire, c’è il momento della missione e dell’impegno e c’è il momento del riposo, c’è il momento dell’accoglienza e c’è il momento della solitudine. Un riposo però che si mantiene aperto ad una fondamentale disponibilità.

            Al suo arrivo nel luogo prescelto - precisa l’evangelista - Gesù “vide” una grande folla e ne “ha compassione” perché erano come pecore che non hanno pastore, e immediatamente si mette a insegnare loro molte cose. Gesù si rende conto della condizione dei molti uomini che con un simile zelo si sono precipitati ad aspettarli sulla riva. Vede in loro pecore che non hanno pastore: un popolo che nessuno guida, del quale nessuno ha cura, che corre il pericolo di smarrirsi e di andare in perdizione. Questa miserevole condizione del popolo desta la compassione di Gesù e lo induce a comportarsi come un nuovo Mosè.

            Gesù ha compassione dell’uomo perché lo vede vagare senza direzione, affamato e assetato. Gesù ha fame di persone libere e felici. Egli ci chiama in disparte per chiederci: e voi, quale fame avete? Ci invita a riposarci senza avere la presunzione di sentirci indispensabili: per coloro che restano in piedi con i loro ragionamenti non c’è né pane né pesce. Il tempo estivo può essere dunque una buona occasione per vivere un po’ di questo riposo. «Quando entriamo nel raccoglimento - diceva infatti Romano Guardini - lo spazio interiore si apre e la divina Presenza può annunciarsi in noi».

XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MC 6,7-13)

Lectio divina quotidiana e continua sul Vangelo di Marco – Carmelitane DCJ

LO STILE DEL DISCEPOLO

 

            Gesù, dopo aver fatto toccare con mano come la sua buona notizia crei scandalo, davanti al rifiuto di Nazaret manda i discepoli a tutto Israele. Gesù li invia per ampliare il raggio della sua azione, per contrastare i demoni e per far prendere coscienza ai discepoli che la sua azione non è quella di un navigatore solitario: vengono inviati infatti a due a due, per mostrare a loro e ai loro ascoltatori che non vengono a nome proprio, bensì sono testimoni del messaggio che hanno ricevuto da Gesù

            Si noti poi come la logistica e la strategia missionarie sono estremamente esigenti: i discepoli non devono preoccuparsi di portare con sé nulla, se non un bastone, sandali e una veste. Dev’essere chiaro ai discepoli e ai loro uditori che essi non hanno niente e che non possono portare niente, tranne il loro messaggio e il loro potere. Proprio in corrispondenza con questo corre alla mente quello che Pietro dirà allo storpio, alla porta “Bella” del tempio: «Argento e oro non ho. Ma ti do quello che ho: In nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!» (At 3,6). Se essi vengono accolti, non devono avere pretese, ma essere contenti di quello che capita. Se vengono rifiutati, non devono semplicemente andarsene, ma far capire le conseguenze di un tale comportamento.

            Come si vede, il testo più che insistere sul contenuto dell’annuncio si sofferma molto sullo stile di colui che viene inviato. Lo stile che deve avere il discepolo di Gesù è all’insegna di un atteggiamento interiore di grande libertà. In questo modo egli suggerisce, con molta concretezza, come sciogliersi dalle catene dei bisogni. Se si pensa quanti bisogni oggi sono indotti da interessi economici dentro la nostra società, si coglie a fondo quale lieto messaggio di libertà vi sia nella Parola di quest’oggi.

            Lo aveva ben compreso la grande mistica francese Madeleine Delbrêl che scriveva: «Noialtri, gente della strada, crediamo con tutte le nostre forze che questa strada, che questo mondo dove Dio ci ha messo è per noi il luogo della nostra santità. Noi crediamo che niente di necessario ci manca. Perché se questo necessario ci mancasse, Dio ce lo avrebbe già dato».

XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MC 6,1-6)

 

incammino – #InCammino

LA CONOSCENZA DI GESÙ

 

            Dopo la formazione dei discepoli tra le due sponde del mare di Tiberiade, nella pericope odierna Marco presenta la missione personale di Gesù a Nazaret e nei villaggi vicini. Gesù se ne va spontaneamente, assieme ai suoi discepoli, nella sua patria, lì dove ci sono quelli che lo conoscono da tempo. Evidentemente a Gesù sta a cuore parlare alla sua gente.

            L’inizio del racconto è assai simile a quello di Cafarnao: Gesù insegna di sabato nella sinagoga, e i suoi ascoltatori sono profondamente colpiti (cf. 1,21-22). Altrettanto sorprendenti sono le differenze successive. Anche in Cafarnao ci si chiedeva: «Che è mai questo?». Ma poi si chiamava l’azione di Gesù «un insegnamento fatto con autorità», e si riconosceva il suo potere sui demoni. I compaesani di Gesù pongono solo domande e si scandalizzano di lui, chiudendosi alla sua persona e alla sua missione.

            All’inizio dicono: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani?». E proseguono: «Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Le prime domande sull’origine e sulla natura delle due principali forme in cui Gesù opera – insegnamento e azioni di potenza – sono di una importanza decisiva. Le altre sono chiaramente retoriche. L’evangelista constata infatti che la gente del suo villaggio “sa” già chi egli è. Conoscere Gesù “alla maniera umana”, per riprendere un’espressione di Paolo (2Cor 5,16: “secondo la carne”), significa sicuramente rimanere scandalizzati. Se Gesù è proprio colui che essi conoscono, allora nulla di ciò che possono vedere o sentire da lui riuscirà a convincerli di qualcos’altro rispetto a ciò che già sanno. Si rammenti qui la frase di Lutero: “È molto meglio per te che Cristo venga attraverso l’evangelo. Se entrasse ora dalla porta si troverebbe in casa tua e tu non lo riconosceresti”.

            Questa accoglienza negativa da parte della gente del suo paese è l’occasione scelta da Marco per riportare la celebre dichiarazione di Gesù: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». Di solito si presta attenzione solo alla prima parte della frase, dimenticando che Gesù aggiunge: «tra i suoi parenti e in casa sua». Così facendo Marco sostiene che anche la famiglia di Gesù ha impiegato del tempo prima di riconoscere il profeta di Dio.

            L’episodio si conclude con un’annotazione un po’ disincantata da parte dell’evangelista: «E lì non poteva compiere nessun prodigio». Commenta a questo proposito Origene: «Queste parole ci insegnano che i miracoli si compivano in mezzo ai credenti, poiché “a chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza” (Mt 25,29), mentre invece tra gli increduli i miracoli non solo non producevano effetto, ma addirittura, come ha scritto Marco, non potevano produrlo. Fa’ attenzione, infatti, a queste parole: “Non poté compiere alcun miracolo”; difatti, non ha detto: “Non volle”... bensì: “Non poté”... (Mc 6,5), perché si sovrappone al miracolo che sta per compiersi una collaborazione efficace proveniente dalla fede di colui su cui agisce il miracolo, e che l’incredulità impedisca tale azione» (Origene, Comment. in Matth., 10, 17-19).

XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MC 5,21-43)

image5 - Il Popolo Veneto

LA FEDE CHE SALVA

E DONA LA PACE

 

            Finita la “giornata delle parabole”, Gesù, sempre nella stessa barca, traversa due volte il lago di Tiberiade. Egli continua il programma di formazione dei discepoli, questa volta con atti concreti, facendo loro sperimentare diversi tipi di liberazione con altrettanti gesti di potenza. Nel brano che la liturgia ci offre quest’oggi, li mette a contatto in particolare con la malattia incurabile di una donna e con la morte prematura di una giovinetta.

            Il clima emotivo che domina le due scene evidenzia chiaramente la verifica della fede. Alla donna emorroissa Gesù dice: «Figlia la tua fede ti ha salvata»; al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». Si noti poi come Gesù è mostrato dall’evangelista nella sua profonda umanità; accetta di toccare l’impurità di due donne senza futuro: un’adulta che perde sangue da dodici anni (impura secondo la legge ebraica; dissanguata anche economicamente per spese mediche!) e una giovane di dodici anni che sta morendo. Gesù identifica la prima in mezzo alla folla per rivelare che, entrando in comunione con la nostra umanità, ha preso su di sé il peso della malattia. Di seguito, pur deriso dalla gente in lutto, solleva la seconda dal sonno della morte (il verbo usato è quello della risurrezione), alla presenza dei genitori e di tre discepoli.

            Si realizzano così le parabole del Regno, anticipate dalla buona notizia iniziale: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino» (1,15). La vita nuova si manifesta incontrando e toccando Gesù, segno della misericordia di Dio verso l’umanità. Egli inaugura il tempo in cui ristabilire la piena dignità delle persone, a partire dalle più fragili e discriminate: desidera infatti reintegrare le nostre relazioni affinché possiamo diventare testimoni dell’incontro personale con lui.

            Negli incontri descritti, Gesù conferma che la vera pace, la vera guarigione e la vera vita per l’uomo dipendono dalla profondità della fiducia che si ha verso di lui: quando si fa l’esperienza di toccare la persona di Cristo vivente e la forza della sua risurrezione, è allora che si è guariti dalle nostre paure, dalle nostre malattie e si è salvati dalla morte. Forse per questo André Louf, monaco trappista e autore spirituale tra i più noti anche in Italia, ha scritto: «Posso benissimo sapere molto a proposito della fede, e anche condividere molto questa conoscenza con altri, senza mai compiere il passo decisivo della fede, che implica sempre un abbandono esistenziale a Gesù».

XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MC 4,35-41)

Nella tempesta, fidarsi di Gesù - Punto Famiglia

 

LA PICCOLA BARCA IN BALIA DELLE ONDE

Il racconto della tempesta sedata manifesta Gesù come liberatore. L’esercizio di un potere sul mare è, nel Primo Testamento, una delle immagini principali associate al «Dio liberatore». Il rapporto è evidente. L’episodio della tempesta sedata è un miracolo della manifestazione del mistero di Dio che è presente in Gesù. Attraverso Gesù, Dio opera la liberazione, e la opera come liberazione potente.

I diversi elementi del brano hanno un valore simbolico: il viaggio in barca è uno dei grandi simboli della vita; il mare è figurativo degli ostacoli: attraversandolo, l’uomo s’imbatte nell’impedimento per antonomasia. Nella mitologia babilonese, non a caso, il mare è rappresentato come mostro. Nei salmi è spesso presente, invece, l’immagine di Dio che ne tiene a bada la forza, che ne custodisce le acque affinché non superino il limite che è stato loro fissato; la piccola barca che si muove in mezzo alle onde, e le onde che la riempiono fino quasi a riempirla, richiamano con immediatezza espressiva la condizione del limite umano di fronte alla grandezza delle forze del mondo.

Il mondo è evidentemente più grande di noi: c’era da prima della nostra esistenza e probabilmente continuerà dopo di noi. I suoi elementi sfuggono al nostro controllo, non si lasciano dominare alle nostre attese. È, appunto, l’immagine evocata da quella piccola barca che appare in balia delle onde: è l’unico luogo di sicurezza nell’insicurezza costitutiva rappresentata dal mare, secondo la tradizione biblica.

Mentre la burrasca imperversa, Gesù è a bordo della barca, a poppa, e dorme. Appare ai presenti (e ai lettori) inspiegabilmente impassibile. È questo contrasto che mette in movimento la dinamica del brano e che stimola quella della nostra fede. È una tensione nota, per esperienza, ad ognuno di noi: il silenzio di Dio esattamente quando avremmo bisogno che parlasse ed intervenisse, che si facesse vedere e sentire. «Perché, Signore, ti tieni lontano, nei momenti di pericolo ti nascondi?», recita in apertura il Salmo 10. Il brano è costruito su questo movimento tra paura e fede: la paura del mare – la tempesta, le onde, la morte – e la fiducia in quella presenza che c’è, ma appare non operante.

È proprio la fede, in questo movimento, a rivelarsi oltre la paura di ciò che non tocchiamo con mano: si rivela come forza più grande di ciò che non possiamo controllare. Ed è l’interrogativo impegnato che il brano ci suscita: riusciamo ad avere fede nell’aiuto del Signore anche se sta “dormendo”, se del suo intervento non vediamo immediatamente gli effetti? Nei momenti critici della vita, davanti a bisogni e preoccupazioni, alla minaccia che ci sovrasta, sino alla realtà della morte incombente, riuscire a custodire la fede è segno del nostro rispondere con verità alla sfida del credere.

CORPUS DOMINI (MC 14,12-16.22-26)

L’EUCARISTIA, SCUOLA DI GRATITUDINE

Corpus Domini 2021 al tempo del Coronavirus: IMMAGINI, VIDEO, FRASI e  CITAZIONI da condividere su Facebook e WhatsApp | Stretto Web

 

            La solennità del Corpus Domini ci dà la possibilità di riflettere ulteriormente sull’istituzione dell’Eucaristia, mistero della nuova alleanza, tesoro inesauribile, per il quale non possiamo che provare uno stupore sempre crescente.

            Di questa alleanza, nei racconti dell’Ultima Cena, viene spesso sottolineata la dimensione orizzontale di dono ai fratelli. Ma c’è una dimensione verticale che, seppur meno evidente, è essenziale e condiziona quella orizzontale. Essa si manifesta nella preghiera di ringraziamento che Gesù pronuncia due volte, prima sul pane e poi sul calice. Scrive infatti l’evangelista: «Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro… Poi prese un calice e rese grazie». Si tratta di una preghiera di estrema importanza. Durante la sua vita, Gesù spesso ha assunto spontaneamente l’atteggiamento filiale di amore riconoscente, cioè l’atteggiamento che più corrisponde alla sua condizione di Figlio. I vangeli ci riferiscono in effetti diversi casi in cui egli ha ringraziato pubblicamente il Padre, anche in situazioni che appaiono particolarmente insolite, dove noi non penseremmo affatto di rendere grazie a Dio. Si pensi per esempio alla situazione di mancanza che precede la moltiplicazione dei pani, alla situazione di delusione quando Gesù si accorge che la sua predicazione viene criticata e respinta dalle autorità o alla situazione di lutto quando muore il suo amico Lazzaro. In tutti questi casi Gesù si rivolge al Padre e non fa altro che ringraziare.

Nell’Ultima Cena Gesù sa benissimo che quel pasto non sarà un pasto come gli altri; sa che quel pane e quel vino non resteranno un pane e un vino ordinari, cioè cibo e bevanda materiali. Mentre rende grazie, è consapevole di quello che farà subito dopo e vede che il Padre gli offre la possibilità di un dono incomparabilmente più grande, più sostanzioso, più generoso: il dono di se stesso, per comunicare agli uomini la vita divina. Un aspetto dunque importante dell’Eucaristia è quello di essere un dono del Padre. Nello stesso tempo questo ringraziamento anticipato costituisce una rivelazione eccezionale della vita interiore di Gesù, della sua unione filiale con il Padre, della sua fiducia più assoluta in lui. Tutto ciò che Gesù sta per affrontare diventa allora un sacrificio di comunione e di ringraziamento.

SS. TRINITÀ (MT 28,16-20)

UNO PER UNO FA SEMPRE UNO

 LA SANTA TRINITÀ E LA SUA LEGGE - CALABRIAPOST

            Per la solennità della SS. Trinità, spero di fare cosa gradita nel presentare un breve testo di don Tonino Bello, che ci permette di entrare con intelligenza nell’incommensurabile mistero della Trinità, un Dio Uno e Trino: «Carissimi fratelli, l’espressione me l’ha suggerita don Vincenzo, un prete mio amico che lavora tra gli zingari, e mi è parsa tutt’altro che banale. Venne a trovarmi una sera nel mio studio e mi chiese che cosa stessi scrivendo. Gli dissi che ero in difficoltà perché volevo spiegare alla gente (ma in modo semplice, così che tutti capissero) un particolare del mistero della

Diocesano Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi e Luce e vita, Molfetta 1994, II, 336-338). Santissima Trinità: e cioè che le tre Persone divine sono, come dicono i teologi con una frase difficile, tre relazioni sussistenti.

            Don Vincenzo sorrise, come per compatire la mia pretesa e comunque, per dirmi che mi cacciavo in una foresta inestricabile di problemi teologici. Io, però, aggiunsi che mi sembrava molto importante far capire queste cose ai poveri, perché, se il Signore ci ha insegnato che, stringi stringi, il nucleo di ogni Persona divina consiste in una relazione, qualcosa ci deve essere sotto. E questo qualcosa è che anche ognuno di noi, in quanto persona, stringi stringi, deve essere essenzialmente una relazione. Un io che si rapporta con un tu. Un incontro con l’altro. Al punto che, se dovesse venir meno questa apertura verso l’altro, non ci sarebbe neppure la persona. Un volto, cioè, che non sia rivolto verso qualcuno non è disegnabile…

            Colsi l’occasione per leggere al mio amico la paginetta che avevo scritto. Quando terminai, mi disse che con tutte quelle parole, la gente forse non avrebbe capito nulla. Poi aggiunse: “Io ai miei zingari sai come spiego il mistero di un solo Dio in tre Persone? Non parlo di uno più uno più uno: perché così fanno tre. Parlo di uno per uno per uno: e così fa sempre uno. In Dio, cioè, non c’è una Persona che si aggiunge all’altra e poi all’altra ancora. In Dio ogni Persona vive per l’altra. E sai come concludo? Dicendo che questo è una specie di marchio di famiglia. Una forma di ‘carattere ereditario’ così dominante in ‘casa Trinità’ che, anche quando è sceso sulla terra, il Figlio si è manifestato come l’uomo per gli altri”.

            Quando don Vincenzo ebbe finito di parlare, di fronte a così disarmante semplicità, ho lacerato i miei appunti. Peccato: perché, tra l’altro, avevo scritto delle cose interessanti. Per esempio: che l’uomo è icona della Trinità (“facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza”) e che pertanto, per quel che riguarda l’amore, è chiamato a riprodurre la sorgività pura del Padre, l’accoglienza radicale del Figlio, la libertà diffusiva dello Spirito. Ero ricorso anche a ingegnose immagini, come quella del pozzo di campagna la cui acqua sorgiva viene accolta in una grande vasca di pietra e di qui, in mille rigagnoli, va a irrigare le zolle. Ma forse don Vincenzo aveva ragione: avrei dovuto spiegare molte cose. Sicché ho preferito trattenere questa sola idea: che, come le tre Persone divine, anche ogni persona umana è un essere per, un rapporto o, se è più chiaro, una realtà dialogica. Più che interessante, cioè, deve essere inter-essente (“Uno per uno fa sempre uno. Verso la Pasqua, casa della Trinità”, pubblicato nel volume “Antonio Bello, Omelie e scritti quaresimali. Scritti di mons. Antonio Bello, Edizioni Archivio

PENTECOSTE (GV 15,26-27; 16,12-15)

L’ERMENEUTICA DELLO SPIRITO

 Dalla Pasqua alla Pentecoste che è il mistero della Chiesa creata dallo  Spirito (Benedetto XVI) … che è anche uno dei temi forti portati avanti dal  movimento neocatecumenale – San Paolino's Voice

            Per la solennità della Pentecoste la liturgia ci propone alcuni versetti di Giovanni dove Gesù parla dell’attività e della realtà dello Spirito. Scrive l’evangelista “Quando verrà il Paraclito…”. Ma qual è il significato etimologico di questa parola greca (paracletos), che non sempre tutti comprendiamo? Il senso di “Paraclito” - tradotto di solito con “Consolatore” - indica l’idea di vicinanza benefica, edificante, ricreante. Letteralmente significa “colui che è chiamato-vicino”, dunque: una persona invocata perché stia vicina all’uomo per il bene dell’uomo.

            A questo riguardo, se prestiamo bene attenzione, notiamo che le parole che Gesù rivolge ai suoi discepoli segnalano due diverse modalità di azione del Paraclito: una modalità rivolta al mondo (15,26-27) ed una modalità rivolta alla comunità (16,12-15).

            Il Paraclito ha innanzitutto il compito di attualizzare l’evento storico di Gesù, accaduto in un tempo e in un luogo, rendendolo disponibile per ogni tempo e per ogni luogo. Lo Spirito è il protagonista che mantiene aperta la storia di Gesù rendendola perennemente attuale e salvifica. Senza lo Spirito, la storia di Gesù - compresa la sua risurrezione - sarebbe rimasta una storia chiusa nel passato, non un evento perennemente contemporaneo. Lo Spirito è la continuità fra il tempo di Gesù e il tempo della Chiesa.

In secondo luogo, lo Spirito della verità ha il compito di “guidare i discepoli a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e annuncerà le cose future”. Lo Spirito da un lato attinge a qualcosa di già detto, che per noi credenti è la Parola incarnata nelle Scritture; dall’altro lavora su dati nuovi, che sono gli eventi che via via attraversano la vita delle comunità cristiane. Rispetto a questi eventi, sempre nuovi, lo Spirito dona alle comunità la capacità di discernere come la Parola di Gesù vada interpretata. Lo Spirito dunque mette in sinergia e in tensione Scritture e vita. La verità di cui qui si parla, dunque, non è statica, ma viva, dinamica, soggetta sempre a nuove letture, nuove interpretazioni, certamente non affidata soltanto a quanto detto da Gesù, ma anche agli accadimenti storici che reinterpretano ed accrescono continuamente le sue parole. Ecco perché Gregorio Magno amava dire: «divina eloquia cum legente crescunt – le parole divine crescono insieme con chi le legge» (Homilia in Ezechielem, 1, 7, 8). Lo Spirito santo è dunque l’ermeneuta del non-detto di Cristo che ispira ai discepoli nella storia una fedeltà creativa al vangelo.

ASCENSIONE DEL SIGNORE (MC 16,15-20)

 

“PREDICATE IL VANGELO”

 

           Festa dell'Ascensione di Gesù al Celo - METROPOLIA ORTODOSSA DI AQUILEIA

            Nel giorno in cui la Chiesa celebra l’Ascensione, troviamo nella pericope evangelica l’invito di Gesù ai suoi discepoli a predicare il Vangelo ad ogni creatura, o a tutta la creazione, come dovremmo tradurre esattamente. Così come nel primo versetto del vangelo di Marco, ritorna in quest’ultima pagina (considerata però una “finale canonica” di Marco, cioè un’aggiunta) il termine euanghélion, la bella notizia che è Gesù Cristo. Chi crederà a questa buona notizia e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Ci viene posto così davanti il giudice degli ultimi tempi. Lui che è il principio, la pietra angolare, a questo punto diventa anche la pietra di confronto. Chi lo accetta, e quindi si pone sulla strada indicata da lui, capirà che è la strada della vita; chi non lo accetta e nel confronto con lui sceglie per un’altra direzione, ha davanti a sé un’altra soluzione. Gesù si pone, nella parola del redattore, sulla stessa linea della Torah per Israele. Dietro, ovviamente, c’è un desiderio enorme, un grido enorme: scegli la vita. Da qui in poi la Torah, la Legge, è lui; seguire lui significa seguire la vita; rinunziare a lui significa allontanarsi dalla vita; in questo senso qui c’è già una condanna in atto.

            C’è poi l’aggiunta che fa spazio a tutti quei segni, miracoli e prodigi che accompagnano abitualmente il diffondersi di un entusiasmo religioso e che qui l’autore cerca di ricondurre continuamente alla potenza operativa e salvatrice di Gesù. Quella stessa forza che durante la vita terrena aveva permesso agli indemoniati di essere liberati, ai malati di essere guariti, ai morti di essere risuscitati, quella stessa energia è adesso dentro la comunità dei discepoli. È un modo simbolico di sottolineare questa costante presenza del risuscitato nella comunità dei suoi amici.

            Questa è la garanzia, ma è una garanzia che non è più tangibile con gli occhi della carne, come era durante la vita terrena di Gesù, che ora siede alla destra del Padre e vive in un tempo qualitativamente diverso dal nostro tempo, che non significa però estraneità da questo tempo e da questo mondo. C’è una assenza presente e una presenza assente del resuscitato nella vita della sua comunità; ed è ciò che dà l’energia, la forza straordinaria ai suoi discepoli di predicarlo in tutto il mondo.

 

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