Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

XV Domenica del Tempo Ordinario

 

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Quando il Vangelo mette radici

La parabola del seminatore (Matteo 13,1-23), con cui si apre il grande discorso delle parabole nel Vangelo di Matteo, racconta anzitutto l’avventura della parola di Dio. Gesù la paragona a un seme: una realtà piccola e apparentemente insignificante, che tuttavia racchiude una forza vitale straordinaria. Chi guarda soltanto alle apparenze vede un granello; chi sa attendere vede già il raccolto nascosto dentro quel seme. Per comprendere la parabola non bisogna fermarsi subito ai diversi tipi di terreno. L’accento principale cade sul risultato finale. È vero che una parte del seme cade sul sentiero, tra i sassi o in mezzo alle spine, ma questi particolari servono soprattutto a mettere in evidenza il contrasto con l’esito conclusivo: il seme che cade nella terra buona produce un raccolto sorprendente, addirittura il cento per uno, una resa impensabile per l’agricoltura del tempo.

La parabola nasce in un momento difficile della vita di Gesù. Attorno a lui crescono le incomprensioni e i rifiuti, e anche i discepoli possono essere tentati dallo scoraggiamento. Ecco allora il messaggio che Gesù intende consegnare: non bisogna misurare l’efficacia della parola di Dio dai risultati immediati. Ci saranno sempre resistenze e fallimenti, ma la fecondità finale della parola supererà ogni aspettativa.

Questa parola è profondamente diversa dalle nostre parole, spesso consumate nel rumore e nelle discussioni sterili. Come ricorda il profeta Isaia nella prima lettura (55,10-11), essa non ritorna a Dio senza aver compiuto ciò per cui è stata mandata. Nella Bibbia il dire di Dio coincide con il suo agire: la sua parola non è soltanto un messaggio, ma una forza che trasforma la realtà. Tuttavia questa forza non si impone mai. Gesù sceglie il linguaggio delle parabole proprio perché desidera coinvolgere la libertà dell’ascoltatore. La parabola non offre risposte preconfezionate, ma invita a riflettere e a prendere posizione. Per questo alcuni rimangono in superficie, mentre altri si aprono a una comprensione più profonda. Il problema non è che Dio si rifiuti di parlare, ma che l’uomo può chiudere il cuore e diventare incapace di ascoltare davvero.

La spiegazione della parabola mette in evidenza i diversi modi di accogliere la parola. C’è chi la perde subito per superficialità, chi si entusiasma per un momento ma non resiste alla prova, chi la lascia soffocare dalle preoccupazioni e dagli interessi della vita. Solo il terreno buono è colui che la ascolta, comprende e custodisce. Matteo insiste particolarmente su questo verbo: “comprendere”. Non basta udire; occorre lasciare che la parola illumini l’intelligenza e trasformi la vita.

Il messaggio finale rimane però quello della speranza. Gesù non si sofferma sui terreni sterili, ma sul raccolto abbondante. Dio continua a seminare anche quando il terreno sembra poco promettente. Per questo nessun genitore deve disperare per un figlio che si è allontanato dalla fede, nessun educatore deve considerare inutile il bene seminato, nessun cristiano deve lasciarsi vincere dallo scoramento. Il seminatore continua a gettare il seme che, prima o poi, troverà la terra buona in cui germogliare. Possiamo allora pregare: «Signore Gesù, rendi il nostro cuore terra buona. Liberalo dalla superficialità e dalle distrazioni, perché il seme del tuo Vangelo possa mettere radici profonde e portare frutti abbondanti».

XIV Domenica del Tempo Ordinario

 

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La prima lettura e il Vangelo di questa domenica sono uniti da un filo molto preciso: la mitezza. Zaccaria (9,9-10) annuncia un re che giunge a Gerusalemme in modo del tutto inatteso. Non cavalca un cavallo da guerra, non è circondato da eserciti, non manifesta la propria autorità attraverso la forza. È un re “umile”, che inaugura una regalità diversa da quella conosciuta dagli uomini. Quando, al termine del Vangelo, Gesù invita i discepoli a imparare da lui perché è «mite e umile di cuore», il lettore comprende che quella profezia trova in lui il suo compimento.

Il brano di Matteo (11,25-30) si apre con una preghiera di lode. È una delle pagine più belle del Vangelo, perché ci permette di intravedere qualcosa dell’intimità che lega Gesù al Padre. Le sue parole non nascono da una situazione favorevole. Nei versetti precedenti, infatti, Matteo ha raccontato incomprensioni e rifiuti. Eppure Gesù non si lascia imprigionare dalla delusione. Guardando gli avvenimenti con gli occhi della fede, riconosce che proprio lì è all’opera il disegno di Dio e per questo può dire: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra».

Il motivo della sua gioia appare subito sorprendente: «Hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli». Queste parole non vanno intese come una critica alla cultura o all’intelligenza. Il contrasto è più profondo. Da una parte vi sono coloro che ritengono di possedere già tutte le chiavi per comprendere Dio; dall’altra vi sono coloro che rimangono aperti all’ascolto e alla sorpresa. I “piccoli” del Vangelo non sono semplicemente i meno istruiti. Essi rappresentano tutti coloro che non fanno affidamento sulle proprie sicurezze e che, proprio per questo, sono disponibili ad accogliere il dono di Dio. Nella tradizione biblica richiamano la figura dei poveri del Signore, gli anawim, che attendono tutto da Dio e non da sé stessi.

Da qui il discorso raggiunge il suo centro. Gesù parla della relazione unica che lo unisce al Padre: «Nessuno conosce il Figlio se non il Padre e nessuno conosce il Padre se non il Figlio». Nella Bibbia il verbo “conoscere” indica una relazione viva e profonda, non una semplice acquisizione di nozioni. Il mistero di Dio non è una conquista dell’intelligenza umana, ma un dono che il Figlio comunica a chi si lascia guidare da lui. A questo punto si comprende meglio anche l’invito finale: «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi». Non è un’aggiunta marginale, ma l’ultima conseguenza di tutto ciò che precede. Il Dio che Gesù rivela si avvicina anzitutto a coloro che portano il peso della vita e conoscono la propria fragilità.

Gesù non promette una vita senza fatiche. Propone però un modo nuovo di portarle: «Prendete il mio giogo sopra di voi». Nell’ambiente ebraico il giogo era immagine della Legge e della condizione del discepolo. Gesù lo identifica con la comunione con lui. Il peso diventa leggero non perché scompaia, ma perché viene condiviso. L’ultima parola del brano ci riporta ancora una volta alla figura del Messia annunciato da Zaccaria. Gesù non si definisce potente o glorioso, ma «mite e umile di cuore». È questa la forma concreta con cui Dio sceglie di manifestarsi: non attraverso la forza che si impone, ma attraverso una vicinanza che accoglie e sostiene.

XIII Domenica del Tempo Ordinario

logoDFMH6F Gerbrandt van den EECKHOUT - Prophet Elisha and the woman of shunem - 1644 - Museum of Fine Arts - Budapest, Hungary. Image shot 1644. Exact date unknown. , ipa

Ci sono parole del Vangelo che non si lasciano addomesticare. Ogni volta che le ascoltiamo tornano a provocarci come la prima volta. Tra queste vi sono certamente quelle che Gesù pronuncia alla fine del capitolo 10 di Matteo: «Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me». Parole che sembrano quasi urtare contro il senso più naturale dell’esistenza, perché toccano gli affetti più profondi, quelli che ci hanno generato e quelli che abbiamo generato.

Eppure Gesù non sta facendo una classifica degli affetti. Non invita a voler bene meno ai genitori o ai figli, né pretende di sostituirsi a loro. Il suo obiettivo è più profondo. Egli sa che anche l’amore più bello può trasformarsi in possesso, che perfino gli affetti più sacri possono diventare una prigione quando vengono caricati dell’attesa di darci ciò che soltanto Dio può donare. Quando una persona diventa il centro assoluto della nostra vita, finiamo inevitabilmente per chiederle troppo: sicurezza, felicità, pienezza, salvezza. È un peso che nessun essere umano è in grado di portare.

Per questo Gesù si colloca al centro non contro gli affetti, ma a loro favore. Solo chi riconosce che il senso ultimo della vita non dipende da una persona, da un ruolo o da un legame, può amare veramente senza trattenere, senza dominare, senza soffocare. La fede non impoverisce l’amore umano; lo libera. Lo rende meno ansioso, meno possessivo, più gratuito.

In questa prospettiva si comprende anche il riferimento alla croce. Prendere la propria croce non significa coltivare il gusto della sofferenza, ma accettare che l’amore autentico comporta sempre una rinuncia a sé stessi. Non esiste relazione vera senza il coraggio di uscire dal proprio egoismo. La croce è il contrario dell’autoreferenzialità; è la scelta quotidiana di non mettere il proprio interesse al centro di tutto.

La prima lettura (2Re 4,8-11.14-16) offre una sorprendente immagine di questa libertà interiore. La donna di Sunem accoglie il profeta Eliseo senza alcun tornaconto. Gli prepara una stanza, gli offre ospitalità, gli crea uno spazio nella sua casa. È un gesto apparentemente semplice, ma rivela una grande sapienza spirituale: fare posto a qualcuno significa rinunciare a occupare tutto lo spazio con sé stessi. Ogni autentica accoglienza nasce da una diminuzione dell’io.

Non è un caso che proprio da quella disponibilità nasca una promessa di vita nuova. La donna, segnata da una sterilità che sembrava definitiva, riceve il dono inatteso di un figlio. La Scrittura suggerisce così una verità che attraversa tutta la rivelazione biblica: chi trattiene perde, chi condivide genera; chi chiude le porte si impoverisce, chi apre la propria casa e il proprio cuore scopre una fecondità impensata.

Anche il Vangelo termina parlando di accoglienza. Dopo aver pronunciato parole severe sulla radicalità della sequela, Gesù si sofferma sui gesti più piccoli: ospitare, ricevere, offrire persino un bicchiere d’acqua fresca. È come se volesse ricordarci che le grandi scelte evangeliche si verificano sempre nei dettagli della vita ordinaria. Non sono le dichiarazioni solenni a misurare la fede, ma la capacità concreta di fare spazio.

XII Domenica del Tempo Ordinario

 

logoHGP7400050 Jeremias, Old Hunstanton, by Frederick Preedy, detail of Tree of Jesse, Victorian, Norfolk, 1862 (stained glass) by Preedy, Frederick (1820-98); Church of St. Mary, Old Hunstanton, Norfolk, UK; \\u00A9 Neil Holmes. All rights reserved 2026. , Bridgeman Images

La paura è cattiva consigliera

Nella vita di ogni persona la paura occupa inevitabilmente uno spazio profondo. Nasce quando avvertiamo che qualcosa potrebbe ferirci, toccare la nostra serenità, incrinare gli equilibri su cui pensiamo di poter contare. A volte si manifesta davanti alle grandi prove dell’esistenza, altre volte si insinua nelle pieghe più ordinarie delle giornate: nelle relazioni che si complicano, nelle fragilità che emergono, nelle incertezze del futuro, nelle fatiche che sembrano troppo pesanti da sostenere. La paura ci rende vulnerabili, ci fa sentire esposti, e spesso ci induce a difenderci chiudendoci in noi stessi oppure arretrando di fronte alle responsabilità della vita.

Anche la pagina del Vangelo di questa domenica attraversa con realismo questo territorio umano così delicato. Gesù non parla a uomini invincibili, ma a discepoli fragili, esposti, ancora attraversati da dubbi e inquietudini. Egli conosce bene il cuore dell’uomo e sa quanto facilmente la paura possa paralizzare, togliere libertà interiore, spegnere il coraggio della testimonianza. Per questo le sue parole non assumono il tono del rimprovero, ma quello di una vicinanza che sostiene e rialza: «Non abbiate paura». È un invito che ritorna più volte nel Vangelo perché tocca uno dei punti più sensibili dell’esistenza umana.

Gesù non promette una vita senza prove, né assicura ai suoi discepoli un cammino privo di opposizioni. Al contrario, prepara i suoi a confrontarsi con l’incomprensione, con il rifiuto e talvolta perfino con l’ostilità. Tuttavia ricorda loro che nessuna oscurità può soffocare definitivamente la verità del Vangelo.

La prima lettura illumina ulteriormente questo cammino attraverso la figura del profeta Geremia. Il profeta sperimenta la solitudine, l’umiliazione, la derisione di chi lo circonda; sente il peso di una missione che sembra diventare motivo di persecuzione. Eppure, proprio nel momento più duro, Geremia non smette di confidare in Dio. Dentro la sua sofferenza rimane viva la certezza che il Signore non abbandona chi si affida a lui. La fede non elimina automaticamente il dolore, ma impedisce che esso abbia l’ultima parola.

È un messaggio profondamente attuale anche per il nostro tempo. Viviamo in una società nella quale spesso si ha paura di difendere il bene e di testimoniare il Vangelo con semplicità e chiarezza. Talvolta prevale la tentazione del silenzio, dell’adattamento, della prudenza eccessiva, quasi che la fede dovesse rimanere confinata nella sfera privata. Ma il Vangelo ricorda che la luce non può essere nascosta e che il discepolo è chiamato a vivere con autenticità, senza lasciarsi dominare dalla paura del giudizio o dell’incomprensione.

Le parole di Gesù, però, non invitano alla durezza o allo scontro. Il cristiano non testimonia il Vangelo imponendosi sugli altri, ma lasciando trasparire uno stile nuovo di vita: uno stile fatto di fiducia, mitezza, perseveranza e speranza. La vera forza del credente nasce dalla consapevolezza di essere custodito da Dio. In fondo, la paura più grande dell’uomo è quella di sentirsi solo. Il Vangelo risponde proprio a questa ferita: nessuna notte è attraversata senza la presenza di Dio, nessuna prova è priva del suo sguardo, nessuna fragilità è esclusa dalla sua misericordia. Per questo il cristiano può continuare a camminare anche nei momenti difficili, sapendo che il Signore lo precede e lo accompagna.

 

XI Domenica del Tempo Ordinario

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GNG5261185 Notre Dame de Paris cathedral sculpture : Christ and his disciples Paris France; Godong. , Bridgeman Images

 

 

 

 

Terminato il tempo pasquale e celebrate le grandi solennità del Signore, la liturgia riprende il cammino del Tempo Ordinario con la lettura del Vangelo secondo Matteo. Ci troviamo alle soglie del capitolo 10, il grande discorso missionario, introdotto da una scena intensa e profondamente umana: Gesù guarda le folle e ne prova compassione. L’evangelista scrive infatti: «Vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore» (Matteo 9,36). Lo sguardo di Gesù non si ferma all’apparenza. Egli vede la fatica interiore delle persone, il loro smarrimento, la loro condizione di dispersione. L’immagine delle pecore senza pastore appartiene alla tradizione biblica e richiama il popolo privo di guide autentiche, incapace di trovare orientamento e pace.

Anche la prima lettura, tratta dal libro dell’Esodo (Es 19,2-6), illumina questo tema. Israele, giunto al Sinai dopo la liberazione dall’Egitto, ascolta la proposta di alleanza da parte di Dio: «Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa». Il Signore non chiama il suo popolo soltanto a ricevere dei benefici, ma a diventare segno della sua presenza nel mondo. Dentro questa prospettiva si comprende anche l’immagine della messe utilizzata da Gesù: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!» (Matteo 9,37-38). L’immagine è metaforica e, nel linguaggio biblico, possiede una profondità particolare. Siamo abituati ad applicare immediatamente queste parole al tema delle vocazioni sacerdotali, pensando soprattutto alla necessità di avere molti preti. Certamente la tradizione della Chiesa ha letto anche in questo senso il testo evangelico, ma il significato originario appare più ampio.

 

 

Nella Scrittura, infatti, la mietitura è spesso simbolo del compimento finale della storia. Nel capitolo 13 di Matteo, nella spiegazione della parabola della zizzania, Gesù afferma esplicitamente che la mietitura rappresenta la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli incaricati di raccogliere il raccolto definitivo del Regno. La messe pronta indica dunque l’umanità giunta alla sua maturazione.

Per questo il problema evocato da Gesù non riguarda solo il numero dei ministri, ma la scarsità dei testimoni di coloro che accolgono la chiamata a partecipare all’opera di Dio. È una questione che coinvolge tutta la comunità ecclesiale.

La compassione di Cristo nasce dal rischio che il “grano” vada perduto. Gli uomini e le donne del suo tempo – e di ogni tempo – possono rimanere dispersi, stanchi e sfiniti, incapaci di giungere alla pienezza della vita. Gesù desidera invece che nessuno si perda, che ogni esistenza possa essere raccolta nei granai del Regno. Per questo invita i discepoli a pregare. Il miracolo della salvezza, infatti, domanda anche una risposta umana: accogliere la chiamata, lasciarsi trasformare dal Vangelo. L’immagine del grano richiama allora la responsabilità della vita cristiana. Il Signore non vuole che il seme cada inutilmente a terra, venga divorato o marcisca senza portare frutto. Egli vuole che il grano maturi e diventi pane buono, capace di nutrire altri.

Questa scena apre il discorso missionario (Matteo 10): Gesù chiama e invia i Dodici. Le istruzioni riflettono il contesto della prima missione in Galilea, segnato da essenzialità e fiducia. Resta però il nucleo permanente: la Chiesa nasce dalla compassione di Cristo ed è chiamata a continuare la sua missione, perché nessuno vada perduto.

Solennità del Corpus Domini

 

logoEHTE5F Stained glass window depicting Jesus Christ giving communion in the Church of Martina Franca, Apulia, Italy. , ipa

Il pane che spezziamo nell’Eucaristia è comunione con il Corpo di Cristo. È un’espressione che ascoltiamo spesso e che, proprio per questo, rischia forse di perdere la sua forza originaria. Eppure dentro quella parola – comunione – è custodita una delle intuizioni più profonde della fede cristiana. Comunione non significa soltanto vicinanza spirituale o partecipazione a un rito, ma un legame vitale con Cristo che lentamente trasforma il modo di abitare la vita.

La liturgia del Corpus Domini aiuta a comprendere questa realtà con la prima lettura del Deuteronomio (8,2-3.14b-16a), dove Israele ripercorre il lungo cammino nel deserto. Un tempo segnato da fatica, fame, precarietà, ma anche dalla sorprendente fedeltà di Dio. È proprio lì che il Signore dona la manna, quel pane inatteso che insegna al popolo una verità decisiva: «Non di solo pane vive l’uomo». Dio non elimina il deserto, ma vi fa nascere un nutrimento. Non sottrae il popolo alla durezza del cammino, ma gli dona ciò che permette di attraversarlo. In questo senso la manna diventa figura dell’Eucaristia. Anche il pane eucaristico non ci porta fuori automaticamente dalle contraddizioni della vita, non cancella le fatiche, le inquietudini o le fragilità che ciascuno porta dentro di sé; introduce però dentro tutto questo una presenza nuova. L’Eucaristia non è evasione dal mondo, ma una diversa maniera di stare nel mondo.

Gesù sceglie proprio il pane perché il pane appartiene alla vita quotidiana: è semplice, essenziale, legato alla tavola, alla condivisione, alla necessità del vivere. E quando san Paolo scrive che «poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo» (1Corinzi 10,17), ricorda che l’Eucaristia non riguarda mai soltanto il rapporto individuale con Dio. Quel pane crea comunione, costruisce un popolo, insegna a riconoscersi parte di un unico corpo.

Questa trasformazione non avviene in modo automatico o magico. La vita cristiana è più simile a una lenta maturazione che a un cambiamento improvviso. L’Eucaristia agisce nel silenzio, come un seme nascosto. A volte ci si accorge soltanto dopo molto tempo che qualcosa è cambiato: uno sguardo più pacificato, una diversa capacità di attraversare il dolore, una maggiore libertà rispetto all’egoismo. Per questo il linguaggio del nutrimento è importante. Sant’Agostino diceva che nel cibo ordinario siamo noi ad assimilare ciò che mangiamo; nell’Eucaristia, invece, è Cristo che assimila noi a sé. La fede allora non consiste anzitutto in uno sforzo morale, ma nel lasciare spazio a una Presenza che lentamente plasma la vita. Anche gli inni del Corpus Domini insistono su questa dimensione. San Tommaso d’Aquino chiama Cristo O salutaris Hostia, l’ostia di salvezza che apre una porta dentro le ostilità della storia e del cuore umano. Perché le vere battaglie sono interiori: la fatica di amare, il peso delle ferite, la tentazione di chiudersi in sé stessi, la paura del futuro.

Il mistero del Corpus Domini custodisce una domanda decisiva: di che cosa vive veramente l’uomo? In un mondo che moltiplica continuamente bisogni e consumi, l’Eucaristia ricorda che esiste una fame più profonda, che nessuna realtà materiale riesce del tutto a colmare. L’uomo vive di un pane che non è semplicemente qualcosa, ma il segno di una Presenza che continua ad accompagnare il cammino umano.

Santissima Trinità

 

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Un Dio fatto di legami

Terminato il tempo pasquale, la solennità della Santissima Trinità ci invita a rileggere la storia della salvezza alla luce del Dio che Gesù ci ha rivelato: un Dio che non è solitudine, ma comunione; non chiusura, ma relazione; non distanza, ma amore che si dona.

Di fronte a questa festa possiamo sentirci un po’ smarriti, perché il mistero della Trinità è grande e difficile da spiegare. Del resto, la parola stessa “Trinità” non compare nelle Scritture. Eppure la nostra fede resta semplice: noi crediamo in Gesù Cristo, nelle sue parole, nei suoi gesti, in tutto ciò che ha insegnato e vissuto. Gesù è il volto più luminoso e trasparente di Dio. Egli si rivolgeva a Dio chiamandolo Padre e ci ha rivelato che anche noi siamo figli amati.

Gesù ci ha parlato anche dello Spirito Santo e ce lo ha donato come presenza viva nella Chiesa e nel mondo, perché il Vangelo continuasse a parlare a tutti in ogni tempo. Così ci è stato fatto intuire che Padre, Figlio e Spirito Santo vivono in una perfetta comunione d’amore, come un unico respiro che continuamente si dona. Questa è, in fondo, la più semplice professione di fede trinitaria: non spiegare tutto, ma lasciarsi stupire. Davanti alla Trinità conta più la meraviglia che la pretesa di capire pienamente. Non siamo davanti a una verità fredda e astratta, ma a una realtà viva e palpitante. Il nostro Dio non è chiuso in sé stesso: in Lui esistono relazione, dialogo e dono reciproco. La Trinità è il luogo dell’amore.

In realtà tutto il Vangelo si racchiude proprio qui: Dio è amore. Per questo è difficile comprendere come, anche nella storia cristiana, il nome di Dio sia stato associato alla violenza. Ogni volta che i cristiani hanno usato la forza, persino per imporre la propria fede, hanno tradito il cuore stesso del Vangelo. È forse questa la più grave delle eresie, perché colpisce ciò che nel cristianesimo è essenziale e irrinunciabile: l’amore.

Nel Vangelo di Giovanni leggiamo: «Dio ha tanto amato il mondo». Il nostro non è un Dio che cerca di condannare, ma un Dio che ama, chiama, perdona e vuole salvare tutti. E il “mondo” di cui parla Gesù è quello amato da Dio che comprende tutti, anche coloro che spesso preferiremmo tenere lontani, quelli che ci infastidiscono o ci fanno paura. Certo, sono necessarie leggi giuste per proteggere soprattutto i più fragili e impedire la violenza. Ma sarebbe grave se tali norme fossero vissute con spirito di sospetto e diffidenza verso chi è diverso da noi. Ogni forma di razzismo, di esclusione e di intolleranza nega il volto del Dio che oggi contempliamo come comunione e amore condiviso.

Il mistero della Trinità, allora, è una verità profondamente attuale, perché tocca il nostro modo di vivere le relazioni. Forse una delle immagini più belle della Trinità è quella della famiglia vissuta nel rispetto e nel dono reciproco. Tra le esperienze che più richiamano il mistero trinitario vi sono la preghiera fatta di ascolto, fiducia e rispetto, lontana dalla pretesa di imporre agli altri il proprio “tu devi”; e un perdono capace di far ricominciare dopo ogni contrasto. Solo così viviamo a immagine di Dio e impariamo a conoscerlo meglio. Scriveva Vincent van Gogh: «Il mezzo migliore di conoscere Dio è amare molto». È davvero così: se imparassimo ad amare di più, comprenderemmo meglio anche il mistero della Trinità.

Pentecoste

logo  ANJ7220723 Renaissance - Painting : Chapel Guerrieri - Pentecost - Trinita dei Monti, Rome, Italy; Trinit\\u00E0 dei Monti, Rome, Italy; (add.info.: Renaissance - Painting : Chapel Guerrieri - Pentecost - Trinita dei Monti, Rome, Italy, XVI century); \\u00A9 Andrea Jemolo. All rights reserved 2025. , Bridgeman Images

Si è soliti pensare che la Chiesa abbia avuto inizio nel giorno di Pentecoste, quando lo Spirito Santo fu effuso sui discepoli; e tuttavia il Vangelo di Giovanni ci invita a contemplarne un’origine ancora più intima, già nella sera stessa di Pasqua, quando Gesù risorto si presenta ai suoi, proprio a coloro che lo avevano abbandonato, e non offre rimproveri, ma dona pace e vita nuova. In quel momento Gesù compie un gesto colmo di significato: alita su di loro e dice: «Ricevete lo Spirito Santo». In quel soffio si rinnova il gesto creatore delle origini, quando Dio plasmò l’uomo e gli comunicò la vita; ora, nel Risorto, prende forma una nuova creazione, un’umanità rinnovata, non più segnata dal peccato e dalla paura, ma abitata dalla forza stessa di Dio. La Chiesa nasce così, non come semplice organizzazione, ma come realtà vivente, generata dal soffio dello Spirito, che ne è l’anima e il principio vitale.

Senza questo riferimento essenziale, la Chiesa rischia di essere ridotta a una realtà puramente umana, osservata e giudicata solo secondo criteri sociologici o politici; e non di rado questo sguardo limitato si insinua anche tra i credenti, che finiscono per soffermarsi su aspetti esteriori, su dinamiche contingenti, perdendo di vista il mistero che la costituisce.

Eppure, guardando alla scena evangelica, comprendiamo quanto questo mistero sia decisivo: i discepoli sono chiusi per paura, prigionieri della delusione e del fallimento, incapaci di immaginare un futuro; e non è forse questa, in molti momenti, anche l’immagine della Chiesa di oggi, talvolta appesantita da sfiducia, segnata da una certa stanchezza interiore, più incline al lamento che alla speranza? Ma basta il dono dello Spirito perché tutto cambi: le porte chiuse si aprono, la paura si trasforma in coraggio, i discepoli da fuggiaschi diventano inviati, e ciò che era rinchiuso si dilata fino a raggiungere ogni uomo.

In questo gesto Gesù affida ai suoi anche una missione straordinaria: «A chi rimetterete i peccati saranno rimessi». Il potere di riconciliare, di restituire vita là dove c’era morte, viene consegnato alla comunità dei discepoli, perché continui nella storia l’opera di salvezza iniziata da Cristo. Non è un potere di dominio, ma un servizio di liberazione, attraverso il quale lo Spirito continua a operare nel cuore degli uomini. Per questo crediamo che la storia non sia guidata dal caso, né dalle forze oscure del male, né da una cieca fatalità, ma dallo Spirito di Dio, che accompagna l’umanità e la conduce, spesso in modo nascosto ma reale, verso il compimento del bene. Da qui nasce il volto concreto della Chiesa voluta da Cristo: una Chiesa che non si limita a spiegare o a dare risposte, ma sa suscitare domande; che non si rifugia in un linguaggio complicato e distante, ma parla con semplicità e verità, raggiungendo il cuore delle persone; una Chiesa aperta e accogliente, capace di generare stupore, perché in essa si intravede qualcosa di più grande che supera le parole e tocca la vita.

Tutto questo si traduce in uno stile concreto di comunità: non basta un momento liturgico, se la vita resta frammentata. La prima testimonianza è la carità operosa: farsi prossimo, creare legami veri, offrire perdono, condividere pesi e speranze. È qui che lo Spirito si rende visibile e la Pentecoste continua. La fede rende semplice ciò che appare complesso, perché credere è fidarsi del Signore e lasciarsi guidare dal suo Spirito. Così la Pentecoste diventa realtà presente: scegliendo pace, perdono e comunione, nasce un’umanità nuova e la Chiesa torna a essere sé stessa.

Pentecoste

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Si è soliti pensare che la Chiesa abbia avuto inizio nel giorno di Pentecoste, quando lo Spirito Santo fu effuso sui discepoli; e tuttavia il Vangelo di Giovanni ci invita a contemplarne un’origine ancora più intima, già nella sera stessa di Pasqua, quando Gesù risorto si presenta ai suoi, proprio a coloro che lo avevano abbandonato, e non offre rimproveri, ma dona pace e vita nuova. In quel momento Gesù compie un gesto colmo di significato: alita su di loro e dice: «Ricevete lo Spirito Santo». In quel soffio si rinnova il gesto creatore delle origini, quando Dio plasmò l’uomo e gli comunicò la vita; ora, nel Risorto, prende forma una nuova creazione, un’umanità rinnovata, non più segnata dal peccato e dalla paura, ma abitata dalla forza stessa di Dio. La Chiesa nasce così, non come semplice organizzazione, ma come realtà vivente, generata dal soffio dello Spirito, che ne è l’anima e il principio vitale.

Senza questo riferimento essenziale, la Chiesa rischia di essere ridotta a una realtà puramente umana, osservata e giudicata solo secondo criteri sociologici o politici; e non di rado questo sguardo limitato si insinua anche tra i credenti, che finiscono per soffermarsi su aspetti esteriori, su dinamiche contingenti, perdendo di vista il mistero che la costituisce.

Eppure, guardando alla scena evangelica, comprendiamo quanto questo mistero sia decisivo: i discepoli sono chiusi per paura, prigionieri della delusione e del fallimento, incapaci di immaginare un futuro; e non è forse questa, in molti momenti, anche l’immagine della Chiesa di oggi, talvolta appesantita da sfiducia, segnata da una certa stanchezza interiore, più incline al lamento che alla speranza? Ma basta il dono dello Spirito perché tutto cambi: le porte chiuse si aprono, la paura si trasforma in coraggio, i discepoli da fuggiaschi diventano inviati, e ciò che era rinchiuso si dilata fino a raggiungere ogni uomo.

In questo gesto Gesù affida ai suoi anche una missione straordinaria: «A chi rimetterete i peccati saranno rimessi». Il potere di riconciliare, di restituire vita là dove c’era morte, viene consegnato alla comunità dei discepoli, perché continui nella storia l’opera di salvezza iniziata da Cristo. Non è un potere di dominio, ma un servizio di liberazione, attraverso il quale lo Spirito continua a operare nel cuore degli uomini. Per questo crediamo che la storia non sia guidata dal caso, né dalle forze oscure del male, né da una cieca fatalità, ma dallo Spirito di Dio, che accompagna l’umanità e la conduce, spesso in modo nascosto ma reale, verso il compimento del bene. Da qui nasce il volto concreto della Chiesa voluta da Cristo: una Chiesa che non si limita a spiegare o a dare risposte, ma sa suscitare domande; che non si rifugia in un linguaggio complicato e distante, ma parla con semplicità e verità, raggiungendo il cuore delle persone; una Chiesa aperta e accogliente, capace di generare stupore, perché in essa si intravede qualcosa di più grande che supera le parole e tocca la vita.

Tutto questo si traduce in uno stile concreto di comunità: non basta un momento liturgico, se la vita resta frammentata. La prima testimonianza è la carità operosa: farsi prossimo, creare legami veri, offrire perdono, condividere pesi e speranze. È qui che lo Spirito si rende visibile e la Pentecoste continua. La fede rende semplice ciò che appare complesso, perché credere è fidarsi del Signore e lasciarsi guidare dal suo Spirito. Così la Pentecoste diventa realtà presente: scegliendo pace, perdono e comunione, nasce un’umanità nuova e la Chiesa torna a essere sé stessa.

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