Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

XXIV Domenica del Tempo Ordinario

logo LLR5238966 Episode in life of Jesus Christ (chromolitho) by French School, (19th century); Private Collection; (add.info.: Episode in life of Jesus Christ. Bible education card, late 19th century.); Look and Learn / Rosenberg Collection. , Bridgeman Images

 

Il perdono, l’unica strada che spezza il male

Ci sono parole di Gesù che, anche dopo duemila anni, continuano a disorientarci. Tra queste c’è il suo invito a perdonare senza misura. Una proposta che va contro la logica dell’uomo, abituato a fare i conti, a pretendere giustizia, a conservare memoria delle ferite ricevute. Eppure è proprio su questo terreno che il Vangelo di questa domenica ci rivela il volto più autentico di Dio e ci mostra lo stile della comunità cristiana.

La domanda di Pietro nasce dall’esperienza quotidiana: «Quante volte dovrò perdonare mio fratello?». Già il fatto di parlare di sette volte esprime una disponibilità fuori dal comune, ben oltre quanto insegnavano i rabbini del tempo. Ma Gesù sorprende ancora una volta: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette». Non propone una cifra da raggiungere. Elimina ogni contabilità. Il perdono evangelico non conosce misure perché nasce dall’amore di Dio, che non calcola i meriti e non pesa le colpe con il bilancino della convenienza.

Questa prospettiva illumina anche la prima lettura (Siracide). Il sapiente mette davanti ai nostri occhi una verità tanto semplice quanto esigente: il rancore e la vendetta non risolvono il male, ma finiscono per imprigionare anzitutto chi li coltiva. Chi vive ripiegato sulle offese subite, chi alimenta il desiderio di rivalsa o aspetta il momento per restituire il colpo, finisce per lasciare che il male dell’altro diventi anche il proprio male.

Gesù sviluppa questo insegnamento con la parabola del servo spietato. Un uomo riceve dal suo padrone il condono di un debito enorme, che non avrebbe mai potuto restituire. È un gesto di misericordia sproporzionato, che cambia radicalmente la sua situazione. Eppure, appena uscito, quell’uomo incontra un compagno che gli deve una cifra insignificante e pretende quanto gli spetta, fino a farlo mettere in prigione. È qui che il re pone la domanda decisiva: «Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?».

Questa domanda svela il cuore del Vangelo. Il punto di partenza non è il nostro sforzo di essere più buoni, ma la misericordia di Dio che ci precede sempre. Dio non ci ama perché siamo capaci di perdonare; è lui che, perdonandoci gratuitamente, ci rende capaci di fare ciò che umanamente sarebbe impossibile. Il perdono, allora, non è semplicemente un dovere morale, ma il segno che la grazia ricevuta sta realmente trasformando la nostra vita. Chi ha sperimentato la misericordia del Padre non può continuare a vivere secondo la logica della vendetta o del risentimento.

Per questo il perdono cristiano non coincide con il rimuovere superficialmente il male subito o far finta di niente. Dio stesso non perdona chiudendo gli occhi davanti al peccato. Il suo perdono è creativo: ricostruisce ciò che era stato distrutto, apre un futuro dove sembrava esserci soltanto una ferita, rende possibile una vita nuova. Perdonare significa non permettere che il male abbia l’ultima parola, scegliendo di non restarne prigionieri e offrendo all’altro la possibilità di ricominciare.

XXIII Domenica del Tempo Ordinario

logo2J2HGD7 Prophet Ezekiel - fresco - Filippo Comerio - last years of 18th century - Arcene (Bg), Italy, church of St.Archangel Michael , ipa

 

Chi ti vuole bene non tace

Matteo racconta la parabola della pecora smarrita in un modo diverso da Luca. Luca parla della pecora “perduta”, immagine di chi si è lasciato travolgere dal male; Matteo, invece, usa un verbo più delicato: la pecora si è “smarrita”, ha perso l’orientamento, ha imboccato una strada che la sta portando lontano. Non è una differenza da poco. Matteo non si concentra anzitutto sulla colpa, ma sul rischio di chi si allontana. Per questo, subito dopo la parabola, Gesù parla della correzione fraterna. Tutto nasce da una convinzione che attraversa il Vangelo: il Padre non si rassegna a perdere nessuno. «Il Padre vostro che è nei cieli non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli».

È questa la luce che illumina il Vangelo di questa domenica. Viviamo in una cultura che ci spinge a pensare che ognuno debba badare soltanto a sé stesso. “La mia vita è mia”, si dice spesso, quasi che le nostre scelte non abbiano conseguenze sugli altri. Eppure nessuno è un’isola. La nostra vita è intrecciata con quella di tante persone e ciò che siamo, nel bene e nel male, lascia sempre una traccia. Una parola può incoraggiare o ferire, un gesto può aprire una strada o chiuderla, una vita vissuta con autenticità rende tutti un po’ migliori, mentre l’indifferenza e il male impoveriscono anche chi ci sta accanto.

Per questo la prima lettura presenta il profeta come una sentinella. La sentinella non è chi controlla gli altri, ma chi veglia perché nessuno corra verso il pericolo senza essere avvertito. È l’immagine di una responsabilità che nasce dall’amore. Se voglio bene a una persona, non posso restare spettatore quando vedo che sta prendendo una strada che la farà soffrire.

Gesù, però, ci mette in guardia da due errori opposti. Il primo è credere di avere sempre ragione e pensare di correggere gli altri con durezza, come se la verità potesse essere imposta. Il secondo è rifugiarsi nell’indifferenza: “Sono affari suoi”. È la domanda di Caino: «Sono forse io il custode di mio fratello?» (Genesi 4,9). Tra questi due estremi Gesù apre una strada diversa: quella della vicinanza, del dialogo e della pazienza.

«Se il tuo fratello commette una colpa, va’ e parlane con lui, da solo». Colpisce la discrezione di Gesù. Non invita a umiliare, a esporre l’altro davanti agli altri, ma a custodirne la dignità. Lo scopo non è dimostrare di avere ragione, ma salvare una relazione, “guadagnare il fratello”. Solo chi ama davvero trova il coraggio di dire una parola scomoda e, nello stesso tempo, il rispetto per attendere i tempi dell’altro.

Anche quando Gesù dice: «Sia per te come il pagano e il pubblicano», non invita a chiudere una porta. Basta ricordare come lui ha trattato i pagani e i pubblicani: li ha cercati, li ha ascoltati, si è seduto alla loro tavola. Se una persona continua a non ascoltare, non smette per questo di essere amata. Anzi, è proprio allora che ha più bisogno di incontrare qualcuno che non perda la speranza su di lei.

Il Vangelo si conclude con parole che conosciamo bene: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro». Non è una promessa riservata ai grandi raduni. Gesù parla di una piccola comunità, di una famiglia, di due amici che scelgono di riconciliarsi, di persone che cercano insieme il bene, che pregano con un cuore solo, che si prendono cura l’una dell’altra. È lì che lui continua a rendersi presente.

Forse questo è il volto della Chiesa che il Vangelo ci consegna: non una comunità di persone perfette, ma di uomini e donne che non si rassegnano a perdere nessuno, che sanno correggere senza umiliare, attendere senza stancarsi, amare senza mettere condizioni. Perché agli occhi di Dio nessuna vita è senza valore e nessuno è mai così lontano da non poter ritrovare la strada di casa.

XXII Domenica del Tempo Ordinario

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La conversione più difficile

Esiste una conversione più difficile delle altre. Non è quella che porta a riconoscere Gesù come il Cristo, ma quella che ci conduce ad accettare il modo con cui egli ha scelto di essere il Messia. È questa la grande lezione del Vangelo di questa domenica. Dopo la solenne professione di fede di Pietro a Cesarea di Filippo, l’evangelista introduce una nuova tappa del racconto con una formula significativa: «Da allora Gesù cominciò...» (Matteo 16,21). Da quel momento il Maestro non parla più soltanto della sua identità, ma del destino che lo attende: Gerusalemme, la passione, la morte e la Risurrezione.

È una svolta che disorienta i discepoli. Pietro ha riconosciuto il Messia, ma continua a immaginarlo secondo le attese del suo tempo: un re forte, un liberatore vittorioso, capace di restaurare la gloria di Israele. Gesù, invece, rivela un volto di Dio completamente diverso. La sua regalità passerà attraverso il dono della vita, non attraverso il potere; attraverso la croce, non attraverso il successo. Per questo Pietro reagisce con decisione: prende Gesù in disparte e tenta perfino di correggerlo. «Questo non ti accadrà mai». È il gesto di chi vuole bene al Maestro, ma pensa di sapere quale sia la strada giusta. La risposta di Gesù è tanto severa quanto illuminante: «Mettiti dietro di me, satana».

Quelle parole non significano: «Allontanati da me», ma piuttosto: «Torna dietro di me, torna a fare il discepolo». Pietro ha smesso di seguire e ha iniziato a precedere Gesù, pretendendo di indicargli il cammino. Per questo diventa uno scandalo, cioè un ostacolo. Il problema non è la sua buona fede, ma la sua mentalità: «Tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini». È questa la tentazione che attraversa ogni tempo. Si può professare una fede sincera e continuare a ragionare con i criteri del mondo. Pensare secondo gli uomini significa misurare tutto con il successo, il prestigio, il potere, cercando una superiorità sugli altri e fuggendo tutto ciò che sa di fragilità e di croce. In questa logica un Dio crocifisso appare incomprensibile.

Pensare secondo Dio, invece, significa lasciarsi trasformare dalla logica del dono. I privilegi diventano responsabilità, i talenti occasione di servizio, la forza capacità di sostenere chi è più debole. È lo stile dei santi, che hanno saputo vedere nei doni ricevuti non un motivo di vanto, ma un compito da condividere.

Per questo Gesù invita i discepoli: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua». Non propone una rassegnata sopportazione delle difficoltà quotidiane, ma il coraggio di rimanere fedeli al Vangelo anche quando questo comporta un prezzo da pagare. La croce non è la ricerca della sofferenza, ma la conseguenza dell’amore vissuto fino in fondo.

Il paradosso conclusivo racchiude il cuore del messaggio cristiano: «Chi vorrà salvare la propria vita la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia la troverà». È la legge del Vangelo: la vita non si possiede trattenendola, ma donandola.

La vicenda di Pietro diventa così anche la nostra. Ogni giorno siamo chiamati a passare da una fede che vorrebbe un Dio secondo i nostri progetti a una fede che si lascia convertire dal pensiero di Dio. È un cammino che dura tutta la vita, ma è l’unico capace di condurci alla libertà e alla gioia autentica.

XXI Domenica del Tempo Ordinario

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Se Gesù ti interrogasse, sapresti rispondere?

Gesù si trova a Cesarea di Filippo, ai confini della terra d’Israele. È un luogo simbolico, quasi una soglia tra il mondo ebraico e quello pagano. Dopo aver discusso con i suoi avversari, sceglie questo scenario appartato per rivolgere ai discepoli la domanda più importante del Vangelo: «La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Le risposte si rincorrono: Giovanni Battista, Elia, Geremia, uno dei profeti. Sono giudizi lusinghieri, ma tutti rivolti al passato. La folla vede in Gesù il ritorno di una grande figura della storia di Israele. Nessuno, però, comprende che con lui Dio sta facendo qualcosa di assolutamente nuovo. Allora Gesù cambia interlocutore e passa a chi ha condiviso il suo cammino. «Ma voi, chi dite che io sia?».

È una domanda che attraversa i secoli senza perdere la sua forza. Non cerca una definizione imparata a memoria, ma una risposta personale. Ognuno, prima o poi, deve confrontarsi con essa. Chi è davvero Gesù per la mia vita? Se non ci fosse, cambierebbe qualcosa nel mio modo di amare, di affrontare il dolore, di guardare al futuro? La fede comincia quando queste domande smettono di essere teoriche e toccano l’esistenza. A nome di tutti risponde Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Nel Vangelo di Matteo questa professione di fede è particolarmente intensa. Gesù non è soltanto il Messia atteso: è il Figlio nel quale Dio stesso si rende vicino all’uomo. Per questo Gesù proclama beato Pietro: «Né la carne né il sangue te l’hanno rivelato...». La fede non nasce solo dall’intelligenza o dallo studio. Si può sapere molto di Gesù senza averlo realmente incontrato. Riconoscerlo come il Figlio di Dio è sempre un dono che il Padre offre a chi si lascia aprire gli occhi del cuore.

È qui che il Vangelo interpella anche noi. Non basta sapere chi è Cristo; occorre scoprire chi è per noi. Le parole della tradizione diventano vere solo quando si riempiono della nostra storia, delle nostre ferite, delle nostre speranze.

La risposta più autentica, allora, non è necessariamente quella più raffinata. È quella che nasce da una relazione. È poter dire, magari con poche parole ma con sincerità: Signore, la mia vita senza di te non sarebbe la stessa. Subito dopo Gesù affida a Simone una missione nuova: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa». Cambiargli il nome significa cambiargli la vita. Pietro diventa la roccia non perché sia l’uomo più forte, ma perché Dio ama costruire la sua opera attraverso persone fragili che si fidano di lui.

Per la prima volta compare nel Vangelo la parola “Chiesa”. Prima di essere un’organizzazione, essa è la comunità di coloro che hanno riconosciuto in Gesù il Figlio del Dio vivente. Ad essa il Signore promette che «le porte degli inferi» non prevarranno. È un’immagine che indica il potere della morte: il male non avrà l’ultima parola, perché la vita del Risorto sarà sempre più forte. Anche le chiavi consegnate a Pietro non rappresentano un privilegio, ma un servizio. Custodire la casa, aprire le porte, confermare i fratelli nella fede: è questo il compito affidato a chi guida la comunità cristiana. L’autorità evangelica non nasce dal desiderio di dominare, ma dalla responsabilità di servire.

Il racconto si conclude con una sorpresa. Gesù ordina ai discepoli di non dire ancora a nessuno che egli è il Cristo. Hanno pronunciato le parole giuste, ma non ne comprendono ancora il significato pieno. Solo la croce e la risurrezione riveleranno quale Messia egli sia: non un re potente secondo i criteri del mondo, ma il Figlio che salva donando la propria vita.

XX Domenica del Tempo Ordinario

logo3AJ41NX This 17th-century religious painting, part of the Seven Acts of Mercy series, depicts the biblical story of Christ and the Canaanite woman. Painted in the studio of Frans Francken II around 1640-1650, it illustrates Christ?s compassion towards the woman, reflecting Christian themes of mercy and faith. , ipa

 

Una donna pagana e una lezione a tutti

Alcuni passi evangelici sollevano difficoltà interpretative al lettore. Abituati a una rappresentazione di Gesù come risposta pronta al grido dei sofferenti, l’episodio della donna cananea (Matteo 15,21-28) appare problematico: il comportamento di Gesù – il silenzio iniziale, la parola di rigetto, il rimando apparentemente duro – disorienta e interroga. Gesù esce dai confini di Israele e si dirige verso le regioni di Tiro e Sidone, in terra pagana. Persino la donna è una cananea e appartiene a un popolo ritenuto lontano dall’alleanza, simbolo dell’idolatria e dell’impurità. Eppure è proprio lei a riconoscere in Gesù il “Figlio di Davide”. Il suo è anzitutto il grido di una madre: non chiede nulla per sé, ma implora la guarigione della figlia.

La reazione di Gesù lascia spiazzati. Non le rivolge neppure una parola. Il silenzio pesa, e ancora più sorprendente è l’atteggiamento dei discepoli: la loro richiesta può essere intesa anche come un secco «mandala via». È allora che Gesù pronuncia una frase destinata a scandalizzare: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele». Presa isolatamente, sembrerebbe una chiusura definitiva. In realtà esprime una verità storica: durante la sua vita terrena Gesù svolge la propria missione anzitutto all’interno di Israele; solo dopo la Pasqua il mandato missionario raggiungerà tutte le genti.

Matteo, però, vuole dire qualcosa di più profondo. Gesù mette in scena la mentalità del suo tempo, facendo emergere quella visione ristretta che divide l’umanità tra “noi” e “gli altri”, tra chi si ritiene vicino a Dio e chi è considerato escluso. La donna, da parte sua, non si lascia scoraggiare. Non interpreta il silenzio come un rifiuto definitivo. Continua a seguire Gesù, gli si prostra davanti e pronuncia una preghiera brevissima: «Signore, aiutami!». È una delle invocazioni più essenziali del Vangelo, nella quale si concentra tutta la fede di chi non ha altro appiglio se non il Signore.

Gesù rincara la dose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». Il termine “cagnolini” si riferisce al modo in cui molti giudei indicavano i pagani. Gesù porta alla luce un pregiudizio diffuso, spingendolo fino alle sue estreme conseguenze perché possa essere smascherato. Ed è proprio qui che la donna sorprende tutti. Non si offende. Con un’umiltà disarmante accoglie l’immagine proposta da Gesù e la trasforma in una professione di fede: «È vero, Signore; eppure anche i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». La sua è una risposta straordinaria. Non chiede il pane dei figli; le basta una briciola. Ma proprio questa immagine rivela un’intuizione decisiva: la misericordia di Dio è così abbondante da non impoverire nessuno.

A questo punto Gesù depone la maschera pedagogica. Non è più il Maestro che provoca, ma il Signore che si lascia commuovere dalla fede autentica: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E la figlia viene guarita nello stesso istante.

Il centro del racconto non è tanto il miracolo, quanto il riconoscimento di una fede sorprendente. Mentre molti appartenenti al popolo eletto faticano a comprendere Gesù, una donna pagana diventa modello di fiducia, perseveranza e umiltà. Matteo anticipa così l’apertura universale del Vangelo: il Regno di Dio non conosce confini etnici, religiosi o culturali. La vera appartenenza nasce dalla fede.

XIX Domenica del Tempo Ordinario

logo  2YWJ337 Jesus Walking on the Water 1618 by Peter Paul Rubens.(1577-1640). Flemish artist and diplomat, Flemish, Baroque, France, Fine Art Museum, , Alamy Stock Photo

Ci sono pagine del Vangelo che rischiamo di leggere soltanto come il racconto di un miracolo, mentre Matteo le colloca dentro una storia di dolore e di fede, quasi a suggerire che Dio si rivela non fuori dalle prove dell’esistenza, ma proprio nel loro cuore. L’episodio di Gesù che cammina sulle acque nasce all’indomani della morte di Giovanni Battista. Quella notizia ferisce profondamente Gesù, perché nella sorte del Precursore egli intravede già il proprio destino. Per questo sale sul monte a pregare. Il Gesù che, nella notte, raggiunge i discepoli sul lago non è un uomo che vuole esibire la propria potenza, ma un uomo che ha attraversato il dolore e che, nel dialogo con il Padre, ha ritrovato la forza di continuare il suo cammino.

In questa prospettiva si comprende meglio anche la prima lettura (1Re 19,9.11-13). Elia, fuggiasco e deluso, sale sul monte Oreb per incontrare Dio e scopre che il Signore non si manifesta nell’uragano, nel terremoto o nel fuoco, ma nella voce di un silenzio sottile. È una rivelazione che attraversa tutta la Scrittura: Dio non ama imporsi con il fragore della potenza, ma si lascia riconoscere nella discrezione di una presenza che sostiene senza fare rumore.

Intanto i discepoli sono sul lago. Il vento è contrario e la traversata sembra non finire mai. Matteo concentra tutta la fatica dell’esistenza in tre immagini: la notte, il mare e il vento. La notte è il tempo dell’incertezza; il mare rappresenta il caos, ciò che sfugge al controllo dell’uomo; il vento è la forza che scompagina ogni progetto. Sono le immagini delle nostre paure, di quelle stagioni nelle quali si continua a remare senza avanzare, si moltiplicano gli sforzi e tuttavia sembra di rimanere sempre nello stesso punto.

È proprio allora che Gesù si avvicina. Non aspetta che il mare si calmi, ma entra nella tempesta e cammina su quelle acque che, nella mentalità biblica, sono il simbolo del male e dell’inconsistenza. Il particolare decisivo, però, è un altro: non sono i discepoli a raggiungere il Maestro, ma è il Maestro a prendere l’iniziativa e ad andare verso di loro. La fede nasce sempre da questo movimento di Dio che si fa vicino all’uomo.

Solo Matteo racconta ciò che accade a Pietro. La sua richiesta è sorprendente: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Pietro non domanda un prodigio; desidera raggiungere Gesù proprio attraverso ciò che lo spaventa. Ha compreso che il vero miracolo non consiste nel camminare sul mare, ma nel non lasciarsi separare dal Signore neppure quando tutto vacilla. Quel semplice «Vieni!» diventa allora una parola creatrice, capace di rendere possibile ciò che all’uomo appare impossibile.

Finché Pietro tiene fisso lo sguardo su Gesù, cammina; quando invece torna a guardare il vento, comincia ad affondare. È un’immagine di straordinaria verità. Non sono le difficoltà a farci perdere la fede, ma il momento in cui esse occupano tutto il nostro orizzonte. Per questo il grido «Signore, salvami!» è una delle preghiere più autentiche del Vangelo. E Gesù, senza esitazione, tende la mano a Pietro e lo afferra in modo fermo. È questa la certezza che la liturgia consegna anche a noi. Come Elia, vorremmo incontrare Dio nei segni straordinari; come Pietro, desidereremmo un mare finalmente tranquillo. Il Signore, invece, ci insegna che la fede non consiste nell’essere risparmiati dalle tempeste, ma nello scoprire che, proprio mentre il vento continua a soffiare, Egli viene verso di noi e ci tende la mano.

XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

logoAW665W mosaic fish on the church floor at Tabigha where the multiplication of the loaves of bread and fishes took place , ipa

 

Non manca il pane, manca la condivisione

La notizia della morte di Giovanni Battista apre una delle pagine più intense del Vangelo di Matteo. Non è soltanto il racconto di un lutto: è il momento in cui Gesù vede delinearsi con maggiore chiarezza il destino che lo attende. Per questo cerca un luogo deserto. Nella Scrittura il deserto non è solo uno spazio geografico, ma è il luogo del silenzio, dell’essenziale, dell’incontro con Dio, dove anche il dolore può essere accolto e trasformato in preghiera. Quel progetto di solitudine, però, dura poco. La folla lo precede e lo attende. Matteo non racconta la delusione di Gesù, ma il suo sguardo: «Vide una grande folla e sentì compassione per loro». È il verbo della misericordia, che indica un coinvolgimento profondo, quasi viscerale. È il volto di un Messia che non smette di amare nemmeno quando la sofferenza bussa alla sua porta.

In questa prospettiva, nella prima lettura (Isaia 55,1-3), risuona anche l’invito del profeta Isaia: «Venite, comprate senza denaro, mangiate senza pagare». Il profeta denuncia l’illusione di spendere la vita per ciò che non nutre davvero e invita a riscoprire la logica del dono. Prima della fame del corpo esiste infatti una fame più profonda: quella di senso, di speranza, di una parola capace di sostenere l’esistenza. È questa fame che Gesù riconosce nella folla e alla quale decide di rispondere.

Quando scende la sera, i discepoli vedono soltanto l’insufficienza dei mezzi: pochi pani, pochi pesci, una folla immensa. «Congeda la folla», dicono. Gesù cambia prospettiva con una parola che attraversa i secoli: «Date loro voi stessi da mangiare». Non chiede ai discepoli di possedere ciò che manca, ma di consegnargli ciò che hanno. È questa la condizione del miracolo: Dio non parte dall’abbondanza, ma dalla disponibilità.

Il segno della moltiplicazione dei pani non è soltanto la risposta a una necessità materiale. Matteo presenta Gesù come il nuovo Mosè che nutre il popolo nel deserto, ma rivela anche che Lui è Dio stesso che continua ad aprire la sua mano e a saziare ogni vivente. Per questo il banchetto nel deserto diventa l’immagine del tempo messianico, quando nessuno è escluso dalla mensa preparata dal Signore.

Il racconto custodisce anche un altro miracolo. Il pane, che nella storia degli uomini è spesso motivo di rivalità, di possesso e perfino di guerra, nelle mani di Gesù diventa principio di fraternità. Tutti ricevono, tutti mangiano, tutti sono saziati. È la condivisione, prima ancora della moltiplicazione, a rivelare il volto del Regno. Gesù alza gli occhi al cielo e pronuncia la benedizione: il pane non è anzitutto il frutto delle nostre capacità, ma un dono ricevuto. E chi riconosce di vivere di un dono scopre che la vera ricchezza non consiste nel trattenere, bensì nel condividere.

È la provocazione che il Vangelo consegna alle nostre comunità. Di fronte alle tante forme di povertà siamo tentati di ripetere le parole dei discepoli: «Non basta». Gesù, invece, ci invita a partire da ciò che abbiamo, anche se ci sembra poco. Il problema non sono le poche risorse, ma la disponibilità del cuore. Quando il poco viene affidato a Cristo, smette di essere il limite delle nostre possibilità e diventa l’inizio di una storia nuova.

XVII Domenica del Tempo Ordinario

 

 

logoELS9197052 The parable of the precious pearl Workshop-copy after a lost original (poplar wood) by Fetti, Domenico (1589-1623); 60.5x44 cm; Kunsthistorisches Museum, Vienna, Austria; (add.info.: The parable of the precious pearl (Matthew, 13, 44-46) Workshop-copy after a lost original, belonging to the series of 13 parables, 1618-1621. Poplar wood, 60, 5 x 44 cm Inv. 3818. Creator: Fetti, Domenico. Location: Kunsthistorisches Museum, Gemaeldegalerie, Vienna, Austria); \\u00A9 Erich Lessing. , Bridgeman Images

 

Ogni esistenza cerca un centro

Tra le figure più affascinanti dell’Antico Testamento, Salomone occupa certamente un posto particolare. La tradizione biblica lo ricorda come il re sapiente per eccellenza, il costruttore del Tempio, il sovrano la cui fama oltrepassò i confini d’Israele. Eppure la prima lettura (1Re 3,5.7-12) ci riporta all’inizio della sua vicenda, quando tutto questo è ancora soltanto possibilità. Salomone è poco più di un ragazzo e si trova improvvisamente investito di una responsabilità immensa.

Alla possibilità di chiedere qualsiasi cosa, non domanda potere, successo, sicurezza o lunga vita. Chiede invece un cuore capace di ascoltare e di discernere. La sua richiesta non riguarda anzitutto il possesso di beni, ma la capacità di valutarli. Prima ancora di governare gli altri, occorre imparare a leggere rettamente la realtà.

La questione non è soltanto religiosa. È profondamente umana. Non viviamo in un tempo segnato dalla scarsità delle possibilità, bensì dalla loro proliferazione. Le opzioni si moltiplicano, gli orizzonti si allargano, le opportunità crescono. Ciò che diventa difficile non è solo scegliere tra il bene e il male, ma riconoscere, tra molti beni possibili, quello che merita di occupare il centro dell’esistenza. È in questo orizzonte che si collocano le parabole del tesoro nel campo e della perla preziosa. Due racconti gemelli, brevi e intensi, che hanno al loro centro non un’idea, ma un’esperienza: quella di un incontro che cambia il valore delle cose. Il centro delle due parabole non è la rinuncia, ma la scoperta. Gesù non insiste su ciò che i protagonisti lasciano, ma su ciò che trovano.

Le due scene, pur simili, introducono una differenza significativa. Nel primo caso il tesoro emerge quasi per caso, dentro la trama ordinaria del lavoro quotidiano; nel secondo è il frutto di una ricerca lunga e intenzionale. In un caso la sorpresa, nell’altro la perseveranza. Ma in entrambi, ciò che accade è lo stesso: quando appare ciò che vale davvero, tutto il resto si ridimensiona.

Tutto dipende da uno sguardo. Lo stesso campo, osservato da altri, rimarrebbe un campo qualunque. La stessa perla potrebbe passare inosservata a occhi meno attenti. Il gesto finale – vendere tutto per acquistare quel bene – non nasce da un sacrificio imposto, ma dalla logica interna della scoperta.

Il Vangelo suggerisce così che la qualità di una vita dipende da ciò che essa riconosce come decisivo. Ogni esistenza si organizza attorno a un centro, a un bene che orienta scelte e priorità. Il problema non è l’assenza di un centro, ma la sua verità.

La parabola della rete, che conclude il capitolo, amplia lo sguardo. La rete raccoglie ogni genere di pesci: buoni e inutili convivono nello stesso spazio, senza distinzione immediata. Solo al momento della riva avviene la separazione. L’immagine richiama la complessità del reale, dove il discernimento definitivo non appartiene al presente, ma al compimento.

Il brano si chiude con una domanda rivolta ai discepoli: «Avete capito tutte queste cose?». Non si tratta di una verifica intellettuale, ma di una comprensione che coinvolge la vita. Perché nelle parabole si intrecciano dimensioni che non si lasciano separare: dono e ricerca, sorpresa e decisione, iniziativa di Dio e risposta dell’uomo.

Il tesoro non è semplicemente qualcosa da trovare, ma qualcosa che si lascia riconoscere. E quando accade, non è più necessario spiegare perché valga la pena orientare tutto a esso. È la scoperta stessa a ridisegnare l’ordine delle cose, con una sobrietà che non impone nulla, ma rende evidente ciò che conta.

XVI Domenica del Tempo Ordinario

logoXOS9010071 Parable of the Weeds among the Wheat, 1590-1610 (oil on panel) by Swanenburgh, Isaac Claesz (1537-1614); 129.4x148 cm; Rijksmuseum, Amsterdam, The Netherlands; (add.info.: The parable of the tares among the wheat (Matthew XIII). In the middle a standing farmer who, during harvesting, directs the field workers with sheaves of weeds to a pyre where the weeds are burned; however, the sheaves of wheat are collected and stored in a storehouse on the left. Painting by Isaac Claesz. van Swanenburg). , Bridgeman Images

Quando Dio delude i perfezionisti

La seconda parabola che Gesù propone nel capitolo 13 di Matteo è quella del grano e della zizzania, una delle più note e significative del Vangelo. Anche questa, come la parabola del seminatore, non va letta semplicemente come un racconto agricolo, ma come una chiave per comprendere il mistero del Regno di Dio e il modo in cui esso si realizza nella storia. Un uomo semina buon grano nel suo campo, ma durante la notte un nemico vi sparge la zizzania. Quando le piante crescono, i servi si accorgono del problema e propongono di intervenire subito. Il padrone, invece, sorprende tutti: vieta di strappare la zizzania, perché nel tentativo di eliminarla si rischierebbe di sradicare anche il grano. Occorre attendere il tempo della mietitura.

La parabola nasce da una domanda che accompagna ogni generazione: se Dio è all’opera nel mondo, perché il male continua a esistere? Gesù non offre una spiegazione teorica del problema, ma invita a guardare la realtà con gli occhi di Dio. Il male c’è, è presente e non va ignorato; tuttavia Dio non agisce con la fretta degli uomini. La sua pazienza lascia aperto uno spazio alla conversione, alla crescita, al cambiamento. In questo senso il Vangelo si collega molto bene alla prima lettura tratta dal libro della Sapienza (12,13.16-19). L’autore sacro afferma che Dio, pur essendo il Signore di ogni cosa, governa il mondo con mitezza e dà ai peccatori la possibilità di convertirsi. La vera forza di Dio non consiste nella punizione immediata, ma nella misericordia. La sua giustizia non è impaziente né vendicativa: è una giustizia che sa attendere.

Il rischio, invece, è quello di voler dividere subito i buoni dai cattivi, i giusti dagli ingiusti. Gesù mette in guardia proprio da questa tentazione. Gli uomini non possiedono uno sguardo così limpido da poter distinguere perfettamente il grano dalla zizzania. Solo Dio conosce veramente il cuore delle persone e solo lui può compiere il giudizio definitivo. Per completare l’insegnamento sul Regno, Matteo accosta a questa parabola quelle del granello di senape e del lievito. In entrambi i casi l’attenzione si concentra sulla sproporzione tra l’inizio e il risultato finale. Un seme minuscolo diventa un grande arbusto; una piccola quantità di lievito trasforma tutta la pasta. Così è il Regno di Dio: spesso appare fragile, marginale, quasi invisibile, eppure possiede una forza interiore capace di trasformare il mondo. Quando poi Gesù rimane solo con i discepoli, offre loro la spiegazione della parabola. Il seminatore è il Figlio dell’uomo, il campo è il mondo, il buon seme rappresenta i figli del Regno, mentre la zizzania indica coloro che si oppongono al progetto di Dio. La mietitura, infine, sarà il momento conclusivo della storia, quando il Signore manifesterà pienamente la verità.

Il messaggio che emerge da queste parabole è profondamente consolante. Dio non ha abbandonato il campo del mondo, anche quando la presenza del male sembra prevalere. Il Regno cresce silenziosamente, secondo tempi che non coincidono con quelli degli uomini. Ai discepoli è chiesto di non cedere né allo scoraggiamento né alla presunzione del giudizio, ma di confidare nella pazienza di Dio, che continua a operare nella storia con la discrezione del seme e la forza nascosta del lievito.

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