Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

XXI Domenica del Tempo Ordinario

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Se Gesù ti interrogasse, sapresti rispondere?

Gesù si trova a Cesarea di Filippo, ai confini della terra d’Israele. È un luogo simbolico, quasi una soglia tra il mondo ebraico e quello pagano. Dopo aver discusso con i suoi avversari, sceglie questo scenario appartato per rivolgere ai discepoli la domanda più importante del Vangelo: «La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Le risposte si rincorrono: Giovanni Battista, Elia, Geremia, uno dei profeti. Sono giudizi lusinghieri, ma tutti rivolti al passato. La folla vede in Gesù il ritorno di una grande figura della storia di Israele. Nessuno, però, comprende che con lui Dio sta facendo qualcosa di assolutamente nuovo. Allora Gesù cambia interlocutore e passa a chi ha condiviso il suo cammino. «Ma voi, chi dite che io sia?».

È una domanda che attraversa i secoli senza perdere la sua forza. Non cerca una definizione imparata a memoria, ma una risposta personale. Ognuno, prima o poi, deve confrontarsi con essa. Chi è davvero Gesù per la mia vita? Se non ci fosse, cambierebbe qualcosa nel mio modo di amare, di affrontare il dolore, di guardare al futuro? La fede comincia quando queste domande smettono di essere teoriche e toccano l’esistenza. A nome di tutti risponde Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Nel Vangelo di Matteo questa professione di fede è particolarmente intensa. Gesù non è soltanto il Messia atteso: è il Figlio nel quale Dio stesso si rende vicino all’uomo. Per questo Gesù proclama beato Pietro: «Né la carne né il sangue te l’hanno rivelato...». La fede non nasce solo dall’intelligenza o dallo studio. Si può sapere molto di Gesù senza averlo realmente incontrato. Riconoscerlo come il Figlio di Dio è sempre un dono che il Padre offre a chi si lascia aprire gli occhi del cuore.

È qui che il Vangelo interpella anche noi. Non basta sapere chi è Cristo; occorre scoprire chi è per noi. Le parole della tradizione diventano vere solo quando si riempiono della nostra storia, delle nostre ferite, delle nostre speranze.

La risposta più autentica, allora, non è necessariamente quella più raffinata. È quella che nasce da una relazione. È poter dire, magari con poche parole ma con sincerità: Signore, la mia vita senza di te non sarebbe la stessa. Subito dopo Gesù affida a Simone una missione nuova: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa». Cambiargli il nome significa cambiargli la vita. Pietro diventa la roccia non perché sia l’uomo più forte, ma perché Dio ama costruire la sua opera attraverso persone fragili che si fidano di lui.

Per la prima volta compare nel Vangelo la parola “Chiesa”. Prima di essere un’organizzazione, essa è la comunità di coloro che hanno riconosciuto in Gesù il Figlio del Dio vivente. Ad essa il Signore promette che «le porte degli inferi» non prevarranno. È un’immagine che indica il potere della morte: il male non avrà l’ultima parola, perché la vita del Risorto sarà sempre più forte. Anche le chiavi consegnate a Pietro non rappresentano un privilegio, ma un servizio. Custodire la casa, aprire le porte, confermare i fratelli nella fede: è questo il compito affidato a chi guida la comunità cristiana. L’autorità evangelica non nasce dal desiderio di dominare, ma dalla responsabilità di servire.

Il racconto si conclude con una sorpresa. Gesù ordina ai discepoli di non dire ancora a nessuno che egli è il Cristo. Hanno pronunciato le parole giuste, ma non ne comprendono ancora il significato pieno. Solo la croce e la risurrezione riveleranno quale Messia egli sia: non un re potente secondo i criteri del mondo, ma il Figlio che salva donando la propria vita.

XX Domenica del Tempo Ordinario

logo3AJ41NX This 17th-century religious painting, part of the Seven Acts of Mercy series, depicts the biblical story of Christ and the Canaanite woman. Painted in the studio of Frans Francken II around 1640-1650, it illustrates Christ?s compassion towards the woman, reflecting Christian themes of mercy and faith. , ipa

 

Una donna pagana e una lezione a tutti

Alcuni passi evangelici sollevano difficoltà interpretative al lettore. Abituati a una rappresentazione di Gesù come risposta pronta al grido dei sofferenti, l’episodio della donna cananea (Matteo 15,21-28) appare problematico: il comportamento di Gesù – il silenzio iniziale, la parola di rigetto, il rimando apparentemente duro – disorienta e interroga. Gesù esce dai confini di Israele e si dirige verso le regioni di Tiro e Sidone, in terra pagana. Persino la donna è una cananea e appartiene a un popolo ritenuto lontano dall’alleanza, simbolo dell’idolatria e dell’impurità. Eppure è proprio lei a riconoscere in Gesù il “Figlio di Davide”. Il suo è anzitutto il grido di una madre: non chiede nulla per sé, ma implora la guarigione della figlia.

La reazione di Gesù lascia spiazzati. Non le rivolge neppure una parola. Il silenzio pesa, e ancora più sorprendente è l’atteggiamento dei discepoli: la loro richiesta può essere intesa anche come un secco «mandala via». È allora che Gesù pronuncia una frase destinata a scandalizzare: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele». Presa isolatamente, sembrerebbe una chiusura definitiva. In realtà esprime una verità storica: durante la sua vita terrena Gesù svolge la propria missione anzitutto all’interno di Israele; solo dopo la Pasqua il mandato missionario raggiungerà tutte le genti.

Matteo, però, vuole dire qualcosa di più profondo. Gesù mette in scena la mentalità del suo tempo, facendo emergere quella visione ristretta che divide l’umanità tra “noi” e “gli altri”, tra chi si ritiene vicino a Dio e chi è considerato escluso. La donna, da parte sua, non si lascia scoraggiare. Non interpreta il silenzio come un rifiuto definitivo. Continua a seguire Gesù, gli si prostra davanti e pronuncia una preghiera brevissima: «Signore, aiutami!». È una delle invocazioni più essenziali del Vangelo, nella quale si concentra tutta la fede di chi non ha altro appiglio se non il Signore.

Gesù rincara la dose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». Il termine “cagnolini” si riferisce al modo in cui molti giudei indicavano i pagani. Gesù porta alla luce un pregiudizio diffuso, spingendolo fino alle sue estreme conseguenze perché possa essere smascherato. Ed è proprio qui che la donna sorprende tutti. Non si offende. Con un’umiltà disarmante accoglie l’immagine proposta da Gesù e la trasforma in una professione di fede: «È vero, Signore; eppure anche i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». La sua è una risposta straordinaria. Non chiede il pane dei figli; le basta una briciola. Ma proprio questa immagine rivela un’intuizione decisiva: la misericordia di Dio è così abbondante da non impoverire nessuno.

A questo punto Gesù depone la maschera pedagogica. Non è più il Maestro che provoca, ma il Signore che si lascia commuovere dalla fede autentica: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E la figlia viene guarita nello stesso istante.

Il centro del racconto non è tanto il miracolo, quanto il riconoscimento di una fede sorprendente. Mentre molti appartenenti al popolo eletto faticano a comprendere Gesù, una donna pagana diventa modello di fiducia, perseveranza e umiltà. Matteo anticipa così l’apertura universale del Vangelo: il Regno di Dio non conosce confini etnici, religiosi o culturali. La vera appartenenza nasce dalla fede.

XIX Domenica del Tempo Ordinario

logo  2YWJ337 Jesus Walking on the Water 1618 by Peter Paul Rubens.(1577-1640). Flemish artist and diplomat, Flemish, Baroque, France, Fine Art Museum, , Alamy Stock Photo

Ci sono pagine del Vangelo che rischiamo di leggere soltanto come il racconto di un miracolo, mentre Matteo le colloca dentro una storia di dolore e di fede, quasi a suggerire che Dio si rivela non fuori dalle prove dell’esistenza, ma proprio nel loro cuore. L’episodio di Gesù che cammina sulle acque nasce all’indomani della morte di Giovanni Battista. Quella notizia ferisce profondamente Gesù, perché nella sorte del Precursore egli intravede già il proprio destino. Per questo sale sul monte a pregare. Il Gesù che, nella notte, raggiunge i discepoli sul lago non è un uomo che vuole esibire la propria potenza, ma un uomo che ha attraversato il dolore e che, nel dialogo con il Padre, ha ritrovato la forza di continuare il suo cammino.

In questa prospettiva si comprende meglio anche la prima lettura (1Re 19,9.11-13). Elia, fuggiasco e deluso, sale sul monte Oreb per incontrare Dio e scopre che il Signore non si manifesta nell’uragano, nel terremoto o nel fuoco, ma nella voce di un silenzio sottile. È una rivelazione che attraversa tutta la Scrittura: Dio non ama imporsi con il fragore della potenza, ma si lascia riconoscere nella discrezione di una presenza che sostiene senza fare rumore.

Intanto i discepoli sono sul lago. Il vento è contrario e la traversata sembra non finire mai. Matteo concentra tutta la fatica dell’esistenza in tre immagini: la notte, il mare e il vento. La notte è il tempo dell’incertezza; il mare rappresenta il caos, ciò che sfugge al controllo dell’uomo; il vento è la forza che scompagina ogni progetto. Sono le immagini delle nostre paure, di quelle stagioni nelle quali si continua a remare senza avanzare, si moltiplicano gli sforzi e tuttavia sembra di rimanere sempre nello stesso punto.

È proprio allora che Gesù si avvicina. Non aspetta che il mare si calmi, ma entra nella tempesta e cammina su quelle acque che, nella mentalità biblica, sono il simbolo del male e dell’inconsistenza. Il particolare decisivo, però, è un altro: non sono i discepoli a raggiungere il Maestro, ma è il Maestro a prendere l’iniziativa e ad andare verso di loro. La fede nasce sempre da questo movimento di Dio che si fa vicino all’uomo.

Solo Matteo racconta ciò che accade a Pietro. La sua richiesta è sorprendente: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Pietro non domanda un prodigio; desidera raggiungere Gesù proprio attraverso ciò che lo spaventa. Ha compreso che il vero miracolo non consiste nel camminare sul mare, ma nel non lasciarsi separare dal Signore neppure quando tutto vacilla. Quel semplice «Vieni!» diventa allora una parola creatrice, capace di rendere possibile ciò che all’uomo appare impossibile.

Finché Pietro tiene fisso lo sguardo su Gesù, cammina; quando invece torna a guardare il vento, comincia ad affondare. È un’immagine di straordinaria verità. Non sono le difficoltà a farci perdere la fede, ma il momento in cui esse occupano tutto il nostro orizzonte. Per questo il grido «Signore, salvami!» è una delle preghiere più autentiche del Vangelo. E Gesù, senza esitazione, tende la mano a Pietro e lo afferra in modo fermo. È questa la certezza che la liturgia consegna anche a noi. Come Elia, vorremmo incontrare Dio nei segni straordinari; come Pietro, desidereremmo un mare finalmente tranquillo. Il Signore, invece, ci insegna che la fede non consiste nell’essere risparmiati dalle tempeste, ma nello scoprire che, proprio mentre il vento continua a soffiare, Egli viene verso di noi e ci tende la mano.

XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

logoAW665W mosaic fish on the church floor at Tabigha where the multiplication of the loaves of bread and fishes took place , ipa

 

Non manca il pane, manca la condivisione

La notizia della morte di Giovanni Battista apre una delle pagine più intense del Vangelo di Matteo. Non è soltanto il racconto di un lutto: è il momento in cui Gesù vede delinearsi con maggiore chiarezza il destino che lo attende. Per questo cerca un luogo deserto. Nella Scrittura il deserto non è solo uno spazio geografico, ma è il luogo del silenzio, dell’essenziale, dell’incontro con Dio, dove anche il dolore può essere accolto e trasformato in preghiera. Quel progetto di solitudine, però, dura poco. La folla lo precede e lo attende. Matteo non racconta la delusione di Gesù, ma il suo sguardo: «Vide una grande folla e sentì compassione per loro». È il verbo della misericordia, che indica un coinvolgimento profondo, quasi viscerale. È il volto di un Messia che non smette di amare nemmeno quando la sofferenza bussa alla sua porta.

In questa prospettiva, nella prima lettura (Isaia 55,1-3), risuona anche l’invito del profeta Isaia: «Venite, comprate senza denaro, mangiate senza pagare». Il profeta denuncia l’illusione di spendere la vita per ciò che non nutre davvero e invita a riscoprire la logica del dono. Prima della fame del corpo esiste infatti una fame più profonda: quella di senso, di speranza, di una parola capace di sostenere l’esistenza. È questa fame che Gesù riconosce nella folla e alla quale decide di rispondere.

Quando scende la sera, i discepoli vedono soltanto l’insufficienza dei mezzi: pochi pani, pochi pesci, una folla immensa. «Congeda la folla», dicono. Gesù cambia prospettiva con una parola che attraversa i secoli: «Date loro voi stessi da mangiare». Non chiede ai discepoli di possedere ciò che manca, ma di consegnargli ciò che hanno. È questa la condizione del miracolo: Dio non parte dall’abbondanza, ma dalla disponibilità.

Il segno della moltiplicazione dei pani non è soltanto la risposta a una necessità materiale. Matteo presenta Gesù come il nuovo Mosè che nutre il popolo nel deserto, ma rivela anche che Lui è Dio stesso che continua ad aprire la sua mano e a saziare ogni vivente. Per questo il banchetto nel deserto diventa l’immagine del tempo messianico, quando nessuno è escluso dalla mensa preparata dal Signore.

Il racconto custodisce anche un altro miracolo. Il pane, che nella storia degli uomini è spesso motivo di rivalità, di possesso e perfino di guerra, nelle mani di Gesù diventa principio di fraternità. Tutti ricevono, tutti mangiano, tutti sono saziati. È la condivisione, prima ancora della moltiplicazione, a rivelare il volto del Regno. Gesù alza gli occhi al cielo e pronuncia la benedizione: il pane non è anzitutto il frutto delle nostre capacità, ma un dono ricevuto. E chi riconosce di vivere di un dono scopre che la vera ricchezza non consiste nel trattenere, bensì nel condividere.

È la provocazione che il Vangelo consegna alle nostre comunità. Di fronte alle tante forme di povertà siamo tentati di ripetere le parole dei discepoli: «Non basta». Gesù, invece, ci invita a partire da ciò che abbiamo, anche se ci sembra poco. Il problema non sono le poche risorse, ma la disponibilità del cuore. Quando il poco viene affidato a Cristo, smette di essere il limite delle nostre possibilità e diventa l’inizio di una storia nuova.

XVII Domenica del Tempo Ordinario

 

 

logoELS9197052 The parable of the precious pearl Workshop-copy after a lost original (poplar wood) by Fetti, Domenico (1589-1623); 60.5x44 cm; Kunsthistorisches Museum, Vienna, Austria; (add.info.: The parable of the precious pearl (Matthew, 13, 44-46) Workshop-copy after a lost original, belonging to the series of 13 parables, 1618-1621. Poplar wood, 60, 5 x 44 cm Inv. 3818. Creator: Fetti, Domenico. Location: Kunsthistorisches Museum, Gemaeldegalerie, Vienna, Austria); \\u00A9 Erich Lessing. , Bridgeman Images

 

Ogni esistenza cerca un centro

Tra le figure più affascinanti dell’Antico Testamento, Salomone occupa certamente un posto particolare. La tradizione biblica lo ricorda come il re sapiente per eccellenza, il costruttore del Tempio, il sovrano la cui fama oltrepassò i confini d’Israele. Eppure la prima lettura (1Re 3,5.7-12) ci riporta all’inizio della sua vicenda, quando tutto questo è ancora soltanto possibilità. Salomone è poco più di un ragazzo e si trova improvvisamente investito di una responsabilità immensa.

Alla possibilità di chiedere qualsiasi cosa, non domanda potere, successo, sicurezza o lunga vita. Chiede invece un cuore capace di ascoltare e di discernere. La sua richiesta non riguarda anzitutto il possesso di beni, ma la capacità di valutarli. Prima ancora di governare gli altri, occorre imparare a leggere rettamente la realtà.

La questione non è soltanto religiosa. È profondamente umana. Non viviamo in un tempo segnato dalla scarsità delle possibilità, bensì dalla loro proliferazione. Le opzioni si moltiplicano, gli orizzonti si allargano, le opportunità crescono. Ciò che diventa difficile non è solo scegliere tra il bene e il male, ma riconoscere, tra molti beni possibili, quello che merita di occupare il centro dell’esistenza. È in questo orizzonte che si collocano le parabole del tesoro nel campo e della perla preziosa. Due racconti gemelli, brevi e intensi, che hanno al loro centro non un’idea, ma un’esperienza: quella di un incontro che cambia il valore delle cose. Il centro delle due parabole non è la rinuncia, ma la scoperta. Gesù non insiste su ciò che i protagonisti lasciano, ma su ciò che trovano.

Le due scene, pur simili, introducono una differenza significativa. Nel primo caso il tesoro emerge quasi per caso, dentro la trama ordinaria del lavoro quotidiano; nel secondo è il frutto di una ricerca lunga e intenzionale. In un caso la sorpresa, nell’altro la perseveranza. Ma in entrambi, ciò che accade è lo stesso: quando appare ciò che vale davvero, tutto il resto si ridimensiona.

Tutto dipende da uno sguardo. Lo stesso campo, osservato da altri, rimarrebbe un campo qualunque. La stessa perla potrebbe passare inosservata a occhi meno attenti. Il gesto finale – vendere tutto per acquistare quel bene – non nasce da un sacrificio imposto, ma dalla logica interna della scoperta.

Il Vangelo suggerisce così che la qualità di una vita dipende da ciò che essa riconosce come decisivo. Ogni esistenza si organizza attorno a un centro, a un bene che orienta scelte e priorità. Il problema non è l’assenza di un centro, ma la sua verità.

La parabola della rete, che conclude il capitolo, amplia lo sguardo. La rete raccoglie ogni genere di pesci: buoni e inutili convivono nello stesso spazio, senza distinzione immediata. Solo al momento della riva avviene la separazione. L’immagine richiama la complessità del reale, dove il discernimento definitivo non appartiene al presente, ma al compimento.

Il brano si chiude con una domanda rivolta ai discepoli: «Avete capito tutte queste cose?». Non si tratta di una verifica intellettuale, ma di una comprensione che coinvolge la vita. Perché nelle parabole si intrecciano dimensioni che non si lasciano separare: dono e ricerca, sorpresa e decisione, iniziativa di Dio e risposta dell’uomo.

Il tesoro non è semplicemente qualcosa da trovare, ma qualcosa che si lascia riconoscere. E quando accade, non è più necessario spiegare perché valga la pena orientare tutto a esso. È la scoperta stessa a ridisegnare l’ordine delle cose, con una sobrietà che non impone nulla, ma rende evidente ciò che conta.

XVI Domenica del Tempo Ordinario

logoXOS9010071 Parable of the Weeds among the Wheat, 1590-1610 (oil on panel) by Swanenburgh, Isaac Claesz (1537-1614); 129.4x148 cm; Rijksmuseum, Amsterdam, The Netherlands; (add.info.: The parable of the tares among the wheat (Matthew XIII). In the middle a standing farmer who, during harvesting, directs the field workers with sheaves of weeds to a pyre where the weeds are burned; however, the sheaves of wheat are collected and stored in a storehouse on the left. Painting by Isaac Claesz. van Swanenburg). , Bridgeman Images

Quando Dio delude i perfezionisti

La seconda parabola che Gesù propone nel capitolo 13 di Matteo è quella del grano e della zizzania, una delle più note e significative del Vangelo. Anche questa, come la parabola del seminatore, non va letta semplicemente come un racconto agricolo, ma come una chiave per comprendere il mistero del Regno di Dio e il modo in cui esso si realizza nella storia. Un uomo semina buon grano nel suo campo, ma durante la notte un nemico vi sparge la zizzania. Quando le piante crescono, i servi si accorgono del problema e propongono di intervenire subito. Il padrone, invece, sorprende tutti: vieta di strappare la zizzania, perché nel tentativo di eliminarla si rischierebbe di sradicare anche il grano. Occorre attendere il tempo della mietitura.

La parabola nasce da una domanda che accompagna ogni generazione: se Dio è all’opera nel mondo, perché il male continua a esistere? Gesù non offre una spiegazione teorica del problema, ma invita a guardare la realtà con gli occhi di Dio. Il male c’è, è presente e non va ignorato; tuttavia Dio non agisce con la fretta degli uomini. La sua pazienza lascia aperto uno spazio alla conversione, alla crescita, al cambiamento. In questo senso il Vangelo si collega molto bene alla prima lettura tratta dal libro della Sapienza (12,13.16-19). L’autore sacro afferma che Dio, pur essendo il Signore di ogni cosa, governa il mondo con mitezza e dà ai peccatori la possibilità di convertirsi. La vera forza di Dio non consiste nella punizione immediata, ma nella misericordia. La sua giustizia non è impaziente né vendicativa: è una giustizia che sa attendere.

Il rischio, invece, è quello di voler dividere subito i buoni dai cattivi, i giusti dagli ingiusti. Gesù mette in guardia proprio da questa tentazione. Gli uomini non possiedono uno sguardo così limpido da poter distinguere perfettamente il grano dalla zizzania. Solo Dio conosce veramente il cuore delle persone e solo lui può compiere il giudizio definitivo. Per completare l’insegnamento sul Regno, Matteo accosta a questa parabola quelle del granello di senape e del lievito. In entrambi i casi l’attenzione si concentra sulla sproporzione tra l’inizio e il risultato finale. Un seme minuscolo diventa un grande arbusto; una piccola quantità di lievito trasforma tutta la pasta. Così è il Regno di Dio: spesso appare fragile, marginale, quasi invisibile, eppure possiede una forza interiore capace di trasformare il mondo. Quando poi Gesù rimane solo con i discepoli, offre loro la spiegazione della parabola. Il seminatore è il Figlio dell’uomo, il campo è il mondo, il buon seme rappresenta i figli del Regno, mentre la zizzania indica coloro che si oppongono al progetto di Dio. La mietitura, infine, sarà il momento conclusivo della storia, quando il Signore manifesterà pienamente la verità.

Il messaggio che emerge da queste parabole è profondamente consolante. Dio non ha abbandonato il campo del mondo, anche quando la presenza del male sembra prevalere. Il Regno cresce silenziosamente, secondo tempi che non coincidono con quelli degli uomini. Ai discepoli è chiesto di non cedere né allo scoraggiamento né alla presunzione del giudizio, ma di confidare nella pazienza di Dio, che continua a operare nella storia con la discrezione del seme e la forza nascosta del lievito.

XV Domenica del Tempo Ordinario

 

logoGrimmer, Abel; The Parable of the Sower; The Bowes Museum; <a href=

Quando il Vangelo mette radici

La parabola del seminatore (Matteo 13,1-23), con cui si apre il grande discorso delle parabole nel Vangelo di Matteo, racconta anzitutto l’avventura della parola di Dio. Gesù la paragona a un seme: una realtà piccola e apparentemente insignificante, che tuttavia racchiude una forza vitale straordinaria. Chi guarda soltanto alle apparenze vede un granello; chi sa attendere vede già il raccolto nascosto dentro quel seme. Per comprendere la parabola non bisogna fermarsi subito ai diversi tipi di terreno. L’accento principale cade sul risultato finale. È vero che una parte del seme cade sul sentiero, tra i sassi o in mezzo alle spine, ma questi particolari servono soprattutto a mettere in evidenza il contrasto con l’esito conclusivo: il seme che cade nella terra buona produce un raccolto sorprendente, addirittura il cento per uno, una resa impensabile per l’agricoltura del tempo.

La parabola nasce in un momento difficile della vita di Gesù. Attorno a lui crescono le incomprensioni e i rifiuti, e anche i discepoli possono essere tentati dallo scoraggiamento. Ecco allora il messaggio che Gesù intende consegnare: non bisogna misurare l’efficacia della parola di Dio dai risultati immediati. Ci saranno sempre resistenze e fallimenti, ma la fecondità finale della parola supererà ogni aspettativa.

Questa parola è profondamente diversa dalle nostre parole, spesso consumate nel rumore e nelle discussioni sterili. Come ricorda il profeta Isaia nella prima lettura (55,10-11), essa non ritorna a Dio senza aver compiuto ciò per cui è stata mandata. Nella Bibbia il dire di Dio coincide con il suo agire: la sua parola non è soltanto un messaggio, ma una forza che trasforma la realtà. Tuttavia questa forza non si impone mai. Gesù sceglie il linguaggio delle parabole proprio perché desidera coinvolgere la libertà dell’ascoltatore. La parabola non offre risposte preconfezionate, ma invita a riflettere e a prendere posizione. Per questo alcuni rimangono in superficie, mentre altri si aprono a una comprensione più profonda. Il problema non è che Dio si rifiuti di parlare, ma che l’uomo può chiudere il cuore e diventare incapace di ascoltare davvero.

La spiegazione della parabola mette in evidenza i diversi modi di accogliere la parola. C’è chi la perde subito per superficialità, chi si entusiasma per un momento ma non resiste alla prova, chi la lascia soffocare dalle preoccupazioni e dagli interessi della vita. Solo il terreno buono è colui che la ascolta, comprende e custodisce. Matteo insiste particolarmente su questo verbo: “comprendere”. Non basta udire; occorre lasciare che la parola illumini l’intelligenza e trasformi la vita.

Il messaggio finale rimane però quello della speranza. Gesù non si sofferma sui terreni sterili, ma sul raccolto abbondante. Dio continua a seminare anche quando il terreno sembra poco promettente. Per questo nessun genitore deve disperare per un figlio che si è allontanato dalla fede, nessun educatore deve considerare inutile il bene seminato, nessun cristiano deve lasciarsi vincere dallo scoramento. Il seminatore continua a gettare il seme che, prima o poi, troverà la terra buona in cui germogliare. Possiamo allora pregare: «Signore Gesù, rendi il nostro cuore terra buona. Liberalo dalla superficialità e dalle distrazioni, perché il seme del tuo Vangelo possa mettere radici profonde e portare frutti abbondanti».

XIV Domenica del Tempo Ordinario

 

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La prima lettura e il Vangelo di questa domenica sono uniti da un filo molto preciso: la mitezza. Zaccaria (9,9-10) annuncia un re che giunge a Gerusalemme in modo del tutto inatteso. Non cavalca un cavallo da guerra, non è circondato da eserciti, non manifesta la propria autorità attraverso la forza. È un re “umile”, che inaugura una regalità diversa da quella conosciuta dagli uomini. Quando, al termine del Vangelo, Gesù invita i discepoli a imparare da lui perché è «mite e umile di cuore», il lettore comprende che quella profezia trova in lui il suo compimento.

Il brano di Matteo (11,25-30) si apre con una preghiera di lode. È una delle pagine più belle del Vangelo, perché ci permette di intravedere qualcosa dell’intimità che lega Gesù al Padre. Le sue parole non nascono da una situazione favorevole. Nei versetti precedenti, infatti, Matteo ha raccontato incomprensioni e rifiuti. Eppure Gesù non si lascia imprigionare dalla delusione. Guardando gli avvenimenti con gli occhi della fede, riconosce che proprio lì è all’opera il disegno di Dio e per questo può dire: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra».

Il motivo della sua gioia appare subito sorprendente: «Hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli». Queste parole non vanno intese come una critica alla cultura o all’intelligenza. Il contrasto è più profondo. Da una parte vi sono coloro che ritengono di possedere già tutte le chiavi per comprendere Dio; dall’altra vi sono coloro che rimangono aperti all’ascolto e alla sorpresa. I “piccoli” del Vangelo non sono semplicemente i meno istruiti. Essi rappresentano tutti coloro che non fanno affidamento sulle proprie sicurezze e che, proprio per questo, sono disponibili ad accogliere il dono di Dio. Nella tradizione biblica richiamano la figura dei poveri del Signore, gli anawim, che attendono tutto da Dio e non da sé stessi.

Da qui il discorso raggiunge il suo centro. Gesù parla della relazione unica che lo unisce al Padre: «Nessuno conosce il Figlio se non il Padre e nessuno conosce il Padre se non il Figlio». Nella Bibbia il verbo “conoscere” indica una relazione viva e profonda, non una semplice acquisizione di nozioni. Il mistero di Dio non è una conquista dell’intelligenza umana, ma un dono che il Figlio comunica a chi si lascia guidare da lui. A questo punto si comprende meglio anche l’invito finale: «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi». Non è un’aggiunta marginale, ma l’ultima conseguenza di tutto ciò che precede. Il Dio che Gesù rivela si avvicina anzitutto a coloro che portano il peso della vita e conoscono la propria fragilità.

Gesù non promette una vita senza fatiche. Propone però un modo nuovo di portarle: «Prendete il mio giogo sopra di voi». Nell’ambiente ebraico il giogo era immagine della Legge e della condizione del discepolo. Gesù lo identifica con la comunione con lui. Il peso diventa leggero non perché scompaia, ma perché viene condiviso. L’ultima parola del brano ci riporta ancora una volta alla figura del Messia annunciato da Zaccaria. Gesù non si definisce potente o glorioso, ma «mite e umile di cuore». È questa la forma concreta con cui Dio sceglie di manifestarsi: non attraverso la forza che si impone, ma attraverso una vicinanza che accoglie e sostiene.

XIII Domenica del Tempo Ordinario

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Ci sono parole del Vangelo che non si lasciano addomesticare. Ogni volta che le ascoltiamo tornano a provocarci come la prima volta. Tra queste vi sono certamente quelle che Gesù pronuncia alla fine del capitolo 10 di Matteo: «Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me». Parole che sembrano quasi urtare contro il senso più naturale dell’esistenza, perché toccano gli affetti più profondi, quelli che ci hanno generato e quelli che abbiamo generato.

Eppure Gesù non sta facendo una classifica degli affetti. Non invita a voler bene meno ai genitori o ai figli, né pretende di sostituirsi a loro. Il suo obiettivo è più profondo. Egli sa che anche l’amore più bello può trasformarsi in possesso, che perfino gli affetti più sacri possono diventare una prigione quando vengono caricati dell’attesa di darci ciò che soltanto Dio può donare. Quando una persona diventa il centro assoluto della nostra vita, finiamo inevitabilmente per chiederle troppo: sicurezza, felicità, pienezza, salvezza. È un peso che nessun essere umano è in grado di portare.

Per questo Gesù si colloca al centro non contro gli affetti, ma a loro favore. Solo chi riconosce che il senso ultimo della vita non dipende da una persona, da un ruolo o da un legame, può amare veramente senza trattenere, senza dominare, senza soffocare. La fede non impoverisce l’amore umano; lo libera. Lo rende meno ansioso, meno possessivo, più gratuito.

In questa prospettiva si comprende anche il riferimento alla croce. Prendere la propria croce non significa coltivare il gusto della sofferenza, ma accettare che l’amore autentico comporta sempre una rinuncia a sé stessi. Non esiste relazione vera senza il coraggio di uscire dal proprio egoismo. La croce è il contrario dell’autoreferenzialità; è la scelta quotidiana di non mettere il proprio interesse al centro di tutto.

La prima lettura (2Re 4,8-11.14-16) offre una sorprendente immagine di questa libertà interiore. La donna di Sunem accoglie il profeta Eliseo senza alcun tornaconto. Gli prepara una stanza, gli offre ospitalità, gli crea uno spazio nella sua casa. È un gesto apparentemente semplice, ma rivela una grande sapienza spirituale: fare posto a qualcuno significa rinunciare a occupare tutto lo spazio con sé stessi. Ogni autentica accoglienza nasce da una diminuzione dell’io.

Non è un caso che proprio da quella disponibilità nasca una promessa di vita nuova. La donna, segnata da una sterilità che sembrava definitiva, riceve il dono inatteso di un figlio. La Scrittura suggerisce così una verità che attraversa tutta la rivelazione biblica: chi trattiene perde, chi condivide genera; chi chiude le porte si impoverisce, chi apre la propria casa e il proprio cuore scopre una fecondità impensata.

Anche il Vangelo termina parlando di accoglienza. Dopo aver pronunciato parole severe sulla radicalità della sequela, Gesù si sofferma sui gesti più piccoli: ospitare, ricevere, offrire persino un bicchiere d’acqua fresca. È come se volesse ricordarci che le grandi scelte evangeliche si verificano sempre nei dettagli della vita ordinaria. Non sono le dichiarazioni solenni a misurare la fede, ma la capacità concreta di fare spazio.

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