Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

Herzog in Vaticano

DUE POTENTI E UN GENOCIDIO

L’udienza in Vaticano del presidente israeliano mentre è in corso una strage contrasta con la prudenza e saggezza della stessa interpretazione temporale del potere papale. Il precedente di Hitler a Roma.

Paola Caridi, Tomaso Montanari *

«Il Sommo Pontefice, Sovrano dello Stato della Città del Vaticano, ha la pienezza dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario». L’articolo 1 della Legge fondamentale dello Stato della Città del Vaticano esprime in forma ufficiale ciò che resta del potere temporale dei papi. È l’ultima traccia di quella doppia natura del papato, autorità religiosa e morale da una parte, signoria mondana dall’altra. Questa doppia natura, ci si è sempre chiesti, è coerente col comandamento del Signore circa l’essere «nel mondo, ma non del mondo», o invece non lega i successori di Pietro alla logica dei principati e dei regni, quelli che il diavolo promette a Gesù nelle tentazioni, ritenendoli suoi? In altre parole, il papa-sovrano che accetta la logica del potere mondano è il san Pietro che ama il Signore, o quello che lo tradisce?

A questa discussione secolare, papa Francesco aveva dato una risposta scardinante: quella della profezia. Un papa non secondo il mondo, ma secondo il Vangelo: capace di spiazzare ogni suo interlocutore perché la profezia e la potestà papale non avevano forse mai coinciso, nella storia bimillenaria della Chiesa. Il suo parlare era sì, sì, no, no: così contravvenendo alla prima regola del potere terreno, quella di una sistematica menzogna. Leone XIV non è, con ogni evidenza, un profeta: con lui il papato torna nell’alveo ordinario dell’esercizio del potere. Fin qui, purtroppo, nulla di strano: ‘strano’ era Francesco.

Ma l’udienza concessa al capo dello Stato di Israele, Isaac Herzog, non è ordinaria nemmeno per la tradizione spregiudicata del potere papale: non ha la prudenza né la saggezza. La bandiera israeliana nel cortile di San Damaso, gli onori militari resi dalla Guardia svizzera, la stretta di mano davanti ai fotografi, lo scambio dei doni, il tenore del comunicato stampa: ognuna di queste cose è uno scandalo (cioè, letteralmente, una pietra d’inciampo: specie per i cristiani). Perché Herzog rappresenta uno stato genocida: e papa Francesco – in sintonia con la scienza giuridica e la coscienza del mondo – chiamava ‘genocidio’ quello in corso a Gaza. E le parole e le azioni personali del presidente sono tra le prove del genocidio. Fu Herzog, tra l’altro, a dire: «è un’intera nazione là fuori che è responsabile. Questa retorica sui civili non consapevoli, non coinvolti, non è assolutamente vera». È a questo che papa Leone ha dato legittimità morale: quella stretta di mano è una assoluzione in mondovisione.

Nella ‘giornata particolare’ in cui Hitler venne a Roma, nel 1938, Pio XI fece sbarrare financo i Musei Vaticani, e si ritirò a Castel Gandolfo. Il sovrano pontefice rendeva evidente il suo sdegno nei confronti di chi si apprestava a compiere il genocidio della Shoah. La scala era tale, che non si poteva tacere: il Vangelo prendeva il sopravvento sulla ragion di Stato, in una scheggia di profezia. E ora?

Alla fine dell’incontro, Herzog ha tra l’altro detto: «L’ispirazione e la leadership del Papa nella lotta contro l’odio e la violenza e nella promozione della pace in tutto il mondo sono apprezzate e fondamentali. Attendo con interesse di approfondire la nostra cooperazione per un futuro migliore all’insegna della giustizia e della compassione». Un abbraccio mortale, sul piano morale. Aver permesso al capo dello stato genocida di Israele di mentire così efferatamente, e di farlo sulla tomba di san Pietro, è una macchia, grave, che rimarrà sulla storia della Chiesa.

E il punto di vista del papa, affidato a un comunicato ufficiale della Sala stampa della Santa Sede, lascia interdetti: «Nel corso dei cordiali colloqui con il Santo Padre e in Segreteria di Stato, è stata affrontata la situazione politica e sociale del Medio Oriente, dove persistono numerosi conflitti, con particolare attenzione alla tragica situazione a Gaza. Si è auspicata una pronta ripresa dei negoziati affinché, con disponibilità e decisioni coraggiose, nonché con il sostegno della comunità internazionale, si possa ottenere la liberazione di tutti gli ostaggi, raggiungere con urgenza un cessate-il-fuoco permanente, facilitare l’ingresso sicuro degli aiuti umanitari nelle zone più colpite e garantire il pieno rispetto del diritto umanitario, come pure le legittime aspirazioni dei due popoli. Si è parlato di come garantire un futuro al popolo palestinese e della pace e stabilità della Regione, ribadendo da parte della Santa Sede la soluzione dei due Stati, come unica via d’uscita dalla guerra in corso. Non è mancato un riferimento a quanto accade in Cisgiordania e all’importante questione della Città di Gerusalemme. Nel prosieguo dei colloqui, si è convenuto sul valore storico dei rapporti tra la Santa Sede e Israele e sono state affrontate anche alcune questioni riguardanti i rapporti tra le Autorità statali e la Chiesa locale, con particolare attenzione all’importanza delle comunità cristiane e al loro impegno in loco e in tutto il Medio Oriente, a favore dello sviluppo umano e sociale, specialmente nei settori dell’istruzione, della promozione della coesione sociale e della stabilità della regione». Cordiali colloqui con il garante di un genocidio in corso? Rispetto del diritto umanitario, e non del diritto internazionale? Aiuti solo nelle zone «più colpite»? Israele che garantisce un futuro al popolo che sta massacrando, nel più terribile colonialismo, e in spregio alle sanzioni dell’Onu? Nessuna presa d’atto che i ‘due stati’ sono ormai impossibili per il furto di territori perpetrato dai coloni israeliani? E, soprattutto, come è possibile chiamare ‘guerra’ un genocidio? Questa non è diplomazia, questo è un tradimento morale di proporzioni enormi.

Gaza è più sola, la Santa Sede più debole e meno credibile. Solo Israele trae vantaggio da questa visita, che rimarrà come una pagina nera: come il Giovanni Paolo II ospite di Pinochet. E anche peggio, perché il genocidio di Gaza è un evento spartiacque nella storia umana, come si vedrà presto.

È mancata la prudenza, è mancata la semplicità («siate prudenti come serpenti, semplici come colombe», comanda il Signore ai suoi). È mancata la parresia ed è mancata la carità. Pochi giorni fa, suor Giovanna della Piccola Famiglia dell’Annunziata, fondata da Giuseppe Dossetti, si era detta profondamente addolorata nel «vedere una Chiesa quasi silente» su Gaza, e aveva chiesto ai religiosi e alle religiose di andare «in piazza San Pietro, con cartelli semplici, diretti, che chiedano al Papa di muoversi: di andare a Gaza; di condannare pubblicamente Israele; di lanciare appelli incessanti perché i Paesi occidentali si mobilitino per fermare il genocidio».

Domandiamoci ancora: il papa-sovrano che accetta la logica del potere mondano è il san Pietro che ama il Signore, o quello che lo tradisce? La risposta è arrivata: con papa Leone XIV, la Chiesa del potere torna ad essere «del mondo». Ed è nella Chiesa di suor Giovanna, la Chiesa dei senza potere, che, «nel mondo», rimane accesa la fiammella del Vangelo.

Singolare, peraltro, la parabola del presidente israeliano.

“Il percorso che lo ha portato dall’essere un pilastro del partito laburista centrista israeliano sino a diventare un apologeta di una guerra brutale che ha ucciso oltre 65.000 palestinesi e ha portato la Striscia a condizioni di fame sempre più gravi, è davvero sorprendente”, dice ad esempio con estrema durezza sul Guardian uno dei giornalisti che meglio conosce la regione, Peter Beaumont, forte di un’esperienza di decenni. La durezza di Beaumont su Isaac Herzog è amplificata anche dal fatto che il presidente israeliano ha in programma di visitare il Regno Unito. Un’altra tappa – oltre quella in Vaticano – inserita in una offensiva diplomatica che a qualcosa, per Tel Aviv, deve pur servire. Un’offensiva inusitata, in pieno genocidio.

A cosa serve il periplo occidentale di Herzog? A far probabilmente masticare e digerire, ai governanti occidentali che non hanno l’abilità politica di fermare Israele, l’ipotesi dell’espulsione dei palestinesi da Gaza.  E nel caso vaticano, a far digerire l’espulsione della comunità cristiana da Gaza, nonostante la presa di posizione comune – e contraria formalmente all’espulsione – del patriarca latino Pierluigi Pizzaballa e del patriarca greco-ortodosso Teofilos. I rapporti tra Vaticano e Israele non mai stati semplici, da sempre, ma ora c’è un genocidio. E la Santa Sede non può continuare ad agire come prima, quando le frizioni e le pressioni avevano come campo d’azione le questioni fiscali e dell’educazione. Ora c’è un genocidio e il tentativo di portare a compimento la Grande Israele. C’è la piccola comunità palestinese di fede cristiana che non vuole andarsene dalla parrocchia di Gaza, e c’è la Collina del Papa. La Collina del Papa, di cui nessuno parla, e che è invece l’ultimo ostacolo al compimento del distacco forzato di Gerusalemme dalla Cisgiordania, dopo l’ultima ruberia: quella attuata dal ministro Bezalel Smotrich con la colonia da costruire in zona E1, staccando cioè Ramallah da Betlemme. La Collina del Papa, donata da re Hussein di Giordania a papa Paolo VI, è l’ultimo lembo rimasto a impedire la conquista definitiva da parte di Israele. Cosa succederà ora? Verrà ceduta?

L’ipotesi dell’espulsione dei palestinesi cristiani da Gaza (crimine a sua volta) che serpeggia con sempre maggior forza dietro le quinte, e che troverebbe in Herzog l’unico esponente israeliano con qualche chance dal punto di vista diplomatico. Benjamin Netanyahu ha un mandato di cattura emesso dal più alto tribunale internazionale che si occupa dei crimini commessi da individui, la Corte Penale Internazionale. Su Herzog non pende un mandato di cattura, almeno per il momento, ed è dunque colui che può più impegnarsi in un’offensiva diplomatica che la prossima settimana lo porterà nel Regno Unito. Questo non significa, però, che Herzog possa chiamarsi fuori dal genocidio che Israele sta compiendo sui palestinesi. È il presidente, la più alta carica dello stato. Appoggia le decisioni del governo, come ha confermato nel suo discorso più recente.

“Non c’è dubbio che in questa campagna militare siano state prese decisioni coraggiose e importanti in materia di sicurezza dalla leadership politica, che detiene l’autorità e le cui decisioni vengono attuate dal livello esecutivo”, ha detto, pochi giorni fa a Gerusalemme, alla cerimonia per lo Israel Defence Prize. Un colpo al cerchio e un colpo alla botte, a dire il vero. È l’esecutivo che decide la campagna militare. E un presidente sta a guardare?

È in parte il gioco che ha fatto Herzog, figlio dell’aristocrazia sionista che ha fondato lo stato di Israele. Presidente figlio di presidente, una vita tutta dentro il partito laburista, almeno sino alla consunzione di un partito su cui si era retta la storia israeliana. Herzog è questo, cioè quello che si legge in tutte le biografie. È anche, però, colui che è stato eletto a stragrande maggioranza, alla prima votazione, con 87 voti sui 120 membri della Knesset, in un momento di crisi estrema di Israele. Era l’inizio di giugno del 2021, e Netanyahu aveva perso per pochissimo le elezioni. Ed è vulgata comune che Herzog – proprio Herzog, il laburista soft e gentile, è stato eletto, con la forza dei numeri e dell’aritmetica, con il fondamentale contributo dei voti del Likud di Netanyahu.

La politica interna israeliana è complicata. E così Herzog deve a Netanyahu la sua elezione, ed è apparso tutto chiaro nei primi nove mesi del 2023, in cui il sesto governo guidato da Bibi Netanyahu, con il fondamentale appoggio dell’estrema destra, ha tentato il golpe giudiziario.  Herzog non ha fermato Netanyahu, nonostante alcune dichiarazioni contro la ‘riforma’ (il coup) giudiziaria che avrebbe distrutto l’architettura sionista di Israele. E dopo il 7 ottobre, ha sostenuto la linea Netanyahu (se linea c’è stata), andando anche oltre.

Quella famigerata e oscena firma, con un pennarello, delle bombe che sarebbero state sganciate su Gaza dicono due cose di Herzog. L’assoluta imperdonabile distanza tra un gesto (e tutti ricordiamo il sorriso sul suo volto mentre firmava) e l’effetto devastante, criminale delle bombe sui palestinesi a Gaza. E l’adesione totale a ciò che in Israele la maggioranza pensa, non solo dal 7 ottobre. Che i palestinesi siano tutti responsabili di tutto: un corpo unico che è responsabile di non essersi arreso, soprattutto. Di non aver lasciato campo libero alla “affermazione” dello stato sionista sulla terra di Palestina. Solo così si può interpretare l’altro gesto, l’altra frase imperdonabile e oscena. Tanto imperdonabile da essere andata a finire nel dossier che il Sudafrica ha presentato contro Israele alla Corte Internazionale di Giustizia nel dicembre 2023, accusandolo di rischio genocidiario.

È “l’intera nazione palestinese a essere responsabile”, aveva appunto detto Herzog.  Colpa collettiva, punizione collettiva. E neanche la retromarcia che fece Herzog gli toglie la responsabilità di aver sempre appoggiato il governo israeliano, non solo a Gaza, ma anche sulla Cisgiordania. Dicendo, in sostanza, ciò che tutti sapevamo, sulla posizione laburista, la posizione di un partito che, al governo sino al 1977, è stato il primo a dare il via libera alle colonie illegali israeliane in Cisgiordania. Ora, dopo tanti decenni di costruzioni, occupazione, apartheid, distruzione del paesaggio palestinese della Cisgiordania, Herzog dice anche che lo smantellamento delle colonie illegali e il ritiro dei 700mila israeliani che ci vivono non è realistico. Dunque? Realistica l’annessione della Cisgiordania a Israele? Realistico il voto della Knesset contro qualsiasi ipotesi di Stato palestinese?

Questo è il protagonista dell’offensiva diplomatica israeliana, il presidente Isaac Herzog. Colui a cui papa Leone ha stretto la mano e accolto con tutti (tutti) gli onori possibili.

* Da “Invisible Arabs” blog di Paola Caridi

Quel rapporto complesso e complicato tra fede e politica

Standing ovation per Meloni al Meeting di Rimini: la premier si commuove  prima del suo intervento - Il video - Open

dal Sito VinoNuovo

di Rocco Gumina

Cosa dicono al cattolicesimo italiano gli applausi ricevuti al Meeting di Rimini da leader politici come Mario Draghi e Giorgia Meloni?

 

In merito alla presenza di Giorgia Meloni al Meeting di Rimini sono essenzialmente d’accordo con il pensiero espresso da Rosy Bindi in una recente intervista apparsa su La Stampa. Una forza di governo è chiamata a parlare con tutti i “mondi” significativi che compongono la società. In questo l’attuale presidente del Consiglio si è mostrata abile da sempre.

Il “successo” che la Meloni ha ottenuto all’assise di Comunione e Liberazione era più che aspettato. In simile occasione non credo, a differenza di altri, che l’attuale capo del governo abbia declinato una sorta di restyling del cattolicesimo moderato e liberale al fine di conquistare la platea. La premier ha, invece, proposto la sua politica conservatrice e tendenzialmente sovranista ad un pubblico entusiasta che qualche giorno prima – con il medesimo ardore – aveva applaudito Mario Draghi. Quest’ultimo proprio a Rimini è stato artefice di una narrazione dalle fondamenta e dagli esiti radicalmente diversi rispetto a quanto tracciato dalla leader di Fratelli d’Italia.

Di conseguenza a mio parere il punto principale della riflessione non dovrebbe coincidere con il successo scontato che la presidente del Consiglio ha conquistato al Meeting di CL. La questione su cui dibattere riguarda piuttosto l’atteggiamento di giubilo ripreso dalla quasi totalità della stampa italiana che una rilevante comunità cattolica ha offerto ad una premier la quale su argomenti come autonomia differenziata, premierato, Europa, aree interne, migranti, scuola, politiche familiari e giovanili, lavoro, economia, pace, ambiente e sicurezza si discosta anni luce dalla principale e perciò maggioritaria tradizione del cattolicesimo politico italiano nonché, in buona sostanza, dalla dottrina sociale della Chiesa.

Per carità, i membri di Comunione e Liberazione in Italia e nel mondo sono liberi di omaggiare qualsiasi leader e di votare le proposte partitiche che ritengono migliori. Il tema è un altro e coincide con la consapevolezza della rilevanza sociale e politica di quella “memoria pericolosa” che corrisponde alla vita e al messaggio di Cristo Gesù. Questa memoria dovrebbe spingere ad assumere un “abitus” critico – che non vuol dire giocoforza non collaborativo – verso qualsiasi forma di proposta politica al fine di affinarla, migliorala, definirla, riformarla, rinnovarla. Quando ciò manca si prospetta il rischio da un lato di una religione declinata come instrumentum regni; dall’altro quello di una fede che ha rilevanza poiché divenuta collante morale di una narrazione politico-partitica che non gli appartiene e pertanto la strumentalizza.

Sono infine convinto che i maggiori gruppi e movimenti cattolici presenti nel nostro Paese debbano continuare a cercare il dialogo con le istituzioni e la politica in generale teso a generare occasioni per la costruzione del bene comune. Ma la realizzazione di kermesse per concedere assai generosamente applausi, giubilo, felicitazioni e attimi di commozione a chi governa evitando qualsivoglia confronto critico non credo appartenga a questa variante. Ne deduco che il cattolicesimo italiano ormai minoritario in termini sociologici dovrebbe darsi una mossa per evitare di divenire definitivamente minorità anche sul piano culturale, sociale e politico. Forse oltre all’organizzazione di grandi eventi facilmente captabili dalla stampa, i cattolici italiani sono chiamati ad un’altra e ulteriore fatica al fine di evitare più che l’irrilevanza, la sterilità. Anche in politica.

“Si vis pacem para bellum”: una ricetta per il disastro

dal Sito Aggiornamenti Sociali

“Si vis pacem para bellum”: una ricetta per il disastro

Giovanni BARBIERI

 

Gli eventi delle ultime due settimane – dall’attacco della notte del 12 giugno all’Iran da parte di Israele al bombardamento da parte dell’aeronautica militare statunitense sui siti nucleari di Fordow, Isfahan e Natanz del 21 giugno scorso – hanno segnato uno dei punti più bassi della storia diplomatica moderna dalla fine della Seconda guerra mondiale e hanno fortemente compromesso le prospettive di recuperare una qualche forma di quel multilateralismo frutto delle grandi costruzioni diplomatiche e istituzionali del secolo scorso. La gravità di quanto accaduto è che l’attacco israeliano del 12 giugno e i bombardamenti statunitensi della notte del 21 giugno potrebbero non avere giovato al mantenimento in buona salute del Trattato di non proliferazione nucleare (TNP).

Il Trattato di non proliferazione nucleare

Il TNP, sottoscritto da Stati Uniti, Regno Unito e Unione Sovietica il 1º luglio 1968 ed entrato in vigore il 5 marzo del 1970, si basa su tre principi fondamentali che, nel tempo, sono diventati capisaldi del diritto internazionale e del multilateralismo: a) uso pacifico del nucleare; b) non proliferazione; c) impegno per il disarmo nucleare. 

Il Trattato riconosce come Stati nucleari quelli che al momento della sua stipula possedevano armi nucleari, ovvero i tre firmatari originari più Francia e Cina (che avrebbero aderito al TNP nel 1992), e imponeva loro di non trasferire tecnologia nucleare a Paesi terzi per scopi bellici.

Prevedeva inoltre la possibilità di sviluppare programmi nucleari a scopi pacifici, in sostanza la produzione di energia, sottoponendo comunque tale attività alla sorveglianza dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA). Si tratta di un’agenzia intergovernativa autonoma e specializzata, attualmente guidata dal diplomatico argentino Rafael Mariano Grossi, che si regge sul lavoro e sulla cooperazione di migliaia di scienziati di chiara fama, tra fisici nucleari e ingegneri nucleari, che hanno sempre svolto e continuano a svolgere il loro compito con piena obiettività ed etica scientifica. Gli Stati firmatari del TNP sono 191, tra cui l’Iran, che però ha minacciato di ritirarsi dal Trattato dopo i recenti eventi.

La posizione dell’Iran

Da quando nel 2002 l’Iran ha (ri)avviato1 il proprio programma nucleare e fino a quando nel 2018 gli Stati Uniti non si sono ritirati dall’accordo Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) del 2015, ha rispettato gli obblighi derivanti dal TNP e mantenuto un atteggiamento di regolare cooperazione con l’AIEA. Anche nei periodi più controversi del programma nucleare iraniano, nel corso del primo decennio degli anni 2000, l’allora direttore dell’AIEA, l’egiziano Muhammad Mustafā al-Barādeʿī, sosteneva che l’Agenzia, in ripetuti round di ispezione agli impianti di arricchimento, non avesse riscontrato criticità tali da lasciare spazio al ragionevole dubbio che il programma iraniano di arricchimento dell’uranio fosse prodromico alla costruzione di una capacità nucleare a scopo bellico. 

Tuttavia, varie circostanze portarono a ritenere che l’Iran stesse portando avanti piani segreti per l’arricchimento dell’uranio a scopi bellici, spingendo così all’imposizione nel 2007 di sanzioni economiche da parte del gruppo P5+1 (i membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU più la Germania) con la risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU n. 1747. Questa stessa risoluzione, peraltro, cessò di produrre i suoi effetti nel 2015 quando venne firmato il JCPOA, un vero capolavoro di diplomazia raggiunto con la cooperazione tra i P5+1, l’Unione Europea e l’Iran. In base all’accordo, l’Iran si impegnava a dismettere tutte le scorte di materiale arricchito che fino a quel momento erano state fonte di controversia in primis con gli Stati Uniti e Israele e a non oltrepassare la soglia del 3,7% di arricchimento dell’uranio. Il rispetto effettivo di tale impegno venne certificato dalla stessa AIEA. Ricordiamo che il JCPOA venne smantellato da Donald Trump nel 2018, durante la sua prima presidenza, e che questo atto venne salutato con estremo favore dall’allora primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Il ripristino dell’accordo non è stato voluto neanche da Biden e dal 2018 a oggi l’Iran è passato dal 3% al 60% di arricchimento dell’uranio.

Quindi, almeno fino al 2018, l’Iran ha sempre accettato di collaborare in maniera aperta e, per quanto si sa, trasparente.

Lo stesso ʿAlī Ḥoseynī Khāmeneī, guida suprema del Paese, nel 2003 lanciò una fatwa (un giudizio di condanna secondo il diritto islamico) contro la costruzione di armi nucleari, ripresa sia nel 2005 durante un incontro ufficiale dell’AIEA a Vienna, sia in varie altre circostanze, inclusa la firma dell’accordo JCPOA. Allo stesso tempo Khāmeneī e le più alte cariche della Repubblica islamica dell’Iran hanno sempre ribadito come la rinuncia formale all’acquisizione della capacità nucleare a scopo bellico fosse condizionata alla natura delle relazioni diplomatiche con Stati Uniti e Israele, rendendo chiaro che questa autolimitazione sarebbe cessata nel momento in cui le intenzioni di questi due attori fossero diventate apertamente ostili.

La questione del nucleare iraniano va quindi in letta in termini di approccio scoordinato da parte occidentale o, se si vuole, “malintenzionato”2. In tema di legalità internazionale, tanto invocata in questi ultimi giorni, vale la pena anche rilevare che Israele, pur avendo un arsenale nucleare le cui stime vanno da un minimo di 90 a un massimo di 400 testate nucleari, non ha mai aderito al TNP e non ha mai accettato di sottoporsi al regime di tutela internazionale dell’AIEA. Inoltre, gli attacchi contro l’Iran non hanno ricevuto la legittimazione del Consiglio di Sicurezza.

Un colpo al cuore al multilateralismo

Gli attacchi che si sono susseguiti a partire dal 12 giugno non hanno nulla a che fare con la diplomazia, il diritto internazionale (a proposito del diritto alla difesa) o il multilateralismo ma sono, piuttosto, azioni che lo mettono radicalmente e, forse, definitivamente in discussione. Gli interventi di Israele e Stati Uniti  contro l’Iran, che hanno scavalcato apertamente e platealmente le istituzioni internazionali preposte alla risoluzione dei conflitti e al mantenimento della pace trasformando in obiettivo militare il programma nucleare civile iraniano, certificano che è possibile aggredire militarmente un Paese che si sottopone volontariamente ai regimi legali internazionali rilevanti e alla tutela dell’AIEA, sebbene in un quadro di deterioramento della fiducia reciproca.

Paradossalmente, l’Iran acquisisce così una piena legittimità legale a recedere dal TNP in virtù del suo articolo X3 e a sviluppare (in maniera esplicita) la sua capacità nucleare a scopo bellico.

In un contesto simile, il TNP rischia di uscire ridimensionato rispetto alla sua portata originaria. Per questo sarà fondamentale attendere l’esito della Conferenza di revisione del TNP in programma per il 2026. A meno di cambiamenti improvvisi (sempre possibili, come ci mostra la cronaca di questi giorni), con queste azioni anche l’intero corpus del diritto internazionale e del multilateralismo del XX secolo rischia di avviarsi sulla via del tramonto, aprendo definitivamente le porte alla dottrina della “Pace che si costruisce con la forza”. La riflessione che dovrebbe risuonare nelle cancellerie occidentali è che questa dottrina, a questo punto, potrà essere legittimamente impiegata anche dagli “altri”.

Note

1. Il programma nucleare iraniano, avviato ai tempi dello scià Mohammad Reza Pahlavi, si era interrotto in seguito alla rivoluzione khomeinista. Nel 2002 è ripreso formalmente con l’annuncio della costruzione dell’impianto di Natanz.

2. Come osservato da Paolo Cotta-Ramusino in una intervista del 15 giugno 2025 rilasciata a Repubblica (Senza un accordo arriveranno alla bomba). Cotta-Ramusino è membro dell’Accademia Nazionale dei Lincei, componente del gruppo di lavoro per la sicurezza internazionale e il controllo degli armamenti presso la stessa Accademia, oltre che già Segretario generale delle Pugwash Conferences on Science and World Affairs, movimento di scienziati pacifisti fondalo nel 1957 da Joseph Rotblat e Bertrand Russell e premiato con il Nobel per la Pace nel 1995.

3. Secondo il quale «Ciascuna Parte, nell’esercizio della propria sovranità nazionale, avrà il diritto di recedere dal Trattato qualora ritenga che circostanze straordinarie, connesse ai fini di questo Trattato, abbiano compromesso gli interessi supremi del suo paese. Essa dovrà informare del proprio recesso tutte le altre Parti ed il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, con tre mesi di anticipo. Tale comunicazione dovrà specificare le circostanze straordinarie che la Parte interessata considera pregiudizievoli ai suoi interessi supremi» (<www.isprambiente.gov.it>).

Puoi stringere Dio nella prosa?

di Sergio Di Benedetto

Qualche appunto di lettura sull’ultimo piccolo e prezioso libro di Angelo Casati, "Sconfinamenti"

17 Dicembre 2024

DAL SITO VINONUOVO

Sconfinamenti. Passeggiando tra le parole

 

Ci sono letture che fanno bene alla vita, perché in modo semplice — della semplicità che è virtù — rispolverano le tracce del sentiero e danno forza nel cammino, magari solo per un istante: ma quell’istante è prezioso, dal momento che il nostro tempo è intessuto di istanti, ed essi si pesano come quei granellini di sabbia che fanno oscillare il piatto di una bilancia verso la luce o verso il buio.
Così, leggendo le pagine di Sconfinamenti. Passeggiando tra le parole, l’ultimo agevole libro di Angelo Casati (Magnano, Qiqajon, 2024, 113 pagine, € 12, prefazione di Sabino Chialà), ho avvertito che le parole proposte da don Angelo erano preziosi piccoli doni, capaci di nutrire, di sostenere, di dare un poco di luce alla giornata. E questo, penso, accade per tre motivi: in primo luogo si tratta di parole vere, ossia di quella verità che sgorga dall’umano; non si tratta di verità di dottrina, di verità di ragionamento, ma di verità di vita. Angelo Casati è un uomo che ha molto vissuto, che ha molto osservato , che ha molto ascoltato e, soprattutto, si è molto interrogato: «Occorre camminare per le strade delle nostre città, custodendo l’arte di interrogare i cieli, di interrogare la terra, di interrogare la vita». Tre direttrici, dunque, egli indica come sviluppo di domanda: l’alto, il basso, il profondo interiore. Tre movimenti per cogliere verità buone, che sollevino e diano speranza, che sappiano incoraggiare, che sappiano renderci tutti compagni. C’è una definizione che l’autore dà di sé stesso, in più punti, ed è sinteticamente luminosa: «[sono] compagno di viaggio di uomini e donne della carovana». Mi piace sottolineare quel termine oggi un po’ insolito, carovana, che indica un gruppo di persone in viaggio, un gruppo vario, un po’ disordinato, dove la differenza è un dato di fatto che va accolto e non respinto. È una bella definizione di un modo fecondo di stare nel nostro tempo: siamo tutti in una grande carovana, dove le diversità sono molteplici, ma non sono elemento di diminuzione. Al contrario, la carovana dei diversi è ricchezza, se si guarda, se si pone orecchio, se ci si sente in mezzo agli altri. Ma, sempre, non deve mancare l’ospitalità per la domanda, ci deve essere la sensibilità per offrire legittimità ad ogni domanda: «La strada della città, proprio perché terra di pluralismo, è luogo delle domande: quelle serie, quelle della vita, così diverse dalle domande coltivare in laboratorio». Ancora una volta, quindi, la vita: ciò che è vissuto, non ciò che è preimpostato.

Vi è un secondo motivo per cui le parole di don Angelo sono freschezza: esse sono parole libere di un uomo libero. Questo dilata il cuore, allarga lo spirito, dona letizia. Casati è un uomo libero che non nasconde le difficoltà, anche spirituali, anche di fede, che possono emergere nello svolgersi dei giorni; non si nasconde dietro la grammatica ecclesiale dell’esortazione un po’ ipocrita. Proprio perché vere, pertanto, le sue parole hanno il respiro della libertà: esse inseguono la stessa libertà dello Spirito, oltre i tracciati, gli steccati, i confini. Si capisce, allora, perché il titolo Sconfinamenti: «Vorrei ora sostare sull’altra dimensione dello Spirito, che affiora luminosa nel giorno della pentecoste, quella dello sconfinare, fuori di noi stessi, verso le periferie. È lo Spirito che sospinge in spazi aperti, lo Spirito che chiama fuori dai particolarismi, dalle sette, è lo Spirito che apre al rispetto delle diversità, le diversità delle lingue». Stare sulle soglie, bordeggiare i confini per poi andare oltre, sapendo che «nulla è pagano», poiché Dio ovunque può porre la sua tenda, come ricorda il prologo di Giovanni: «Uscire con la convinzione che niente è pagano, tutto abitato dallo Spirito. Lontana da noi la supponenza di chi pensa che dello Spirito i possessori siamo noi e siamo noi a portarlo».

Vi è, infine, un terzo motivo che rendono le parole di Angelo Casati capaci di forza e di luce: esse sono parole appassionate di un uomo appassionato. Non c’è pagina in cui non vibri un forte amore per la vita e, insieme, per il Vangelo — in relazione strettissima, inscindibile. E questo non accade perché egli è stato parroco, perché egli è prete: no, sarebbe scontato. Questo accade perchè don Angelo ha trovato nella Parola vie di umanità e di bellezza, che danno significato al vivere, e questo gli scalda il cuore: «Non ne possiamo più dei discorsi vuoti, senza cuore, dei gesti vuoti, senza cuore, dei riti vuoti, senza cuore, delle strutture vuote, senza cuore, della giornate vuote, senza cuore. Occorre ritrovare, ma è un dono, la passione, occorre ritrovare il cuore, occorre ritrovare un’anima. Dare lo Spirito, dare un’anima. A noi stessi e alle cose». È da questa passione, che egli cuce con verità e libertà, che nasce la poesia; da ciò egli ricava squarci, intuizioni, scintille che si compongono in poesia, sia essa nella forma del verso (così accade nella sezione finale del libro, Preghiere nella sartoria di Armani, o in altri passi del volumetto, in cui una strofa condensa un’immagine, un argomento, arricchendo un discorso), sia essa nella cadenza della prosa. Non è, infatti, poesia l’immagine della nebbia come condizione giusta dell’esistere? «Non puoi andare con passo arrogante o affrettato nella nebbia, come se non esistesse un oltre, che improvvisamente ti può sfiorare, che tu puoi sfiorare. Va’ nella nebbia sospettando l’oltre che la abita». E, ancora, non è poesia questa definizione di fede, tra le più suggestive e originali che mi sia capitato di leggere negli ultimi tempi: «[fede è] un moto dell’anima, che vorrei raffigurare […] come uno sporgersi fuori di sé stessi, sporgersi. […] Ecco la fede, sporgersi, fiducia: metto la mia fiducia in te».

Si comprende, dunque, la struttura del libro, il quale è aperto da un testo, Fede e poesia, che è testimonianza più che lezione, poiché è nella penna (e nella vita) di Angelo Casati che le due dimensioni abitano, sorelle. «Per raccontare la bellezza, anche quella di Dio, occorre la poesia»; questo egli scrive, aggiungendo: «Puoi stringere Dio nella prosa?». Consonanza forte con Papa Francesco, che ripete da tempo, ma ultimamente con più forza, quanto la poesia sia necessaria al credere e al vivere: «L’artista è l’uomo che con i suoi occhi guarda e insieme sogna, vede più in profondità, profetizza, annuncia un modo diverso di vedere e capire le cose che sono sotto i nostri occhi. Infatti, la poesia non parla della realtà a partire da princìpi astratti, ma mettendosi in ascolto della realtà stessa» (così Francesco nella prefazione al recente volume Versi a Dio. Antologia della poesia religiosa, edito da Crocetti per la cura di Davide Brullo, Nicola Crocetti e Antonio Spadaro). È una bella descrizione che si calza a perfezione ad Angelo Casati, questa che il Papa tratteggia.
Dunque, dalla passione nasce la poesia, emerge l’amore per la parola che coglie il nuovo, invitando allo stupore: altra strada da percorrere per i cristiani, come Casati annota, con un velo di malinconia: «Dovremmo avere gli occhi come sedotti dalla bellezza. E invece c’è troppa prosa. C’è un linguaggio spento, un dire prosaico. E questa è una deriva triste del cristianesimo».
Dopo aver posto nella giusta prospettiva lo sguardo, ecco che si snodano poi quattro capitoli di commento a episodi evangelici, condotti suonando quelle note prima messe in luce.
L’augurio è che, nel Natale imminente, qualche altro lettore, qualche altra lettrice possano avere l’occasione per donarsi e donare un istante di riflessione, di profondità, di coraggio, seguendo la pagine di Angelo Casati e il suo canto per il Dio «che tesse fili e dà colori».

IA: “strumento affascinante e tremendo”

Art. del sito SETTIMANANEWS

 

"Lo scorso 14 giugno, nel Borgo di Villa Egnazia, in Puglia, Francesco ha aperto la sessione del G7 prima di dedicarsi ad alcuni incontri bilaterali con i capi di Stato e di Governo ivi presenti. Il suo discorso è stato nuovamente dedicato all’intelligenza artificiale, definita «strumento affascinante e tremendo». Si tratta del terzo intervento del pontefice sul tema, dopo il Messaggio per la Giornata mondiale della pace 2024 («Intelligenza artificiale e pace») e quello per la Giornata mondiale delle comunicazioni («Intelligenza artificiale e sapienza del cuore»).

 

Gentili Signore, illustri Signori!

Mi rivolgo oggi a Voi, Leader del Forum Intergovernativo del G7, con una riflessione sugli effetti dell’intelligenza artificiale sul futuro dell’umanità.

«La Sacra Scrittura attesta che Dio ha donato agli uomini il suo Spirito affinché abbiano “saggezza, intelligenza e scienza in ogni genere di lavoro” (Es 35,31)»[1]. La scienza e la tecnologia sono dunque prodotti straordinari del potenziale creativo di noi esseri umani[2].

Ebbene, è proprio dall’utilizzo di questo potenziale creativo che Dio ci ha donato che viene alla luce l’intelligenza artificiale.

Quest’ultima, come è noto, è uno strumento estremamente potente, impiegato in tantissime aree dell’agire umano: dalla medicina al mondo del lavoro, dalla cultura all’ambito della comunicazione, dall’educazione alla politica. Ed è ora lecito ipotizzare che il suo uso influenzerà sempre di più il nostro modo di vivere, le nostre relazioni sociali e nel futuro persino la maniera in cui concepiamo la nostra identità di esseri umani[3].

Il tema dell’intelligenza artificiale è, tuttavia, spesso percepito come ambivalente: da un lato, entusiasma per le possibilità che offre, dall’altro genera timore per le conseguenze che lascia presagire. A questo proposito si può dire che tutti noi siamo, anche se in misura diversa, attraversati da due emozioni: siamo entusiasti, quando immaginiamo i progressi che dall’intelligenza artificiale possono derivare, ma, al tempo stesso, siamo impauriti quando constatiamo i pericoli inerenti al suo uso[4].

Non possiamo, del resto, dubitare che l’avvento dell’intelligenza artificiale rappresenti una vera e propria rivoluzione cognitivo-industriale, che contribuirà alla creazione di un nuovo sistema sociale caratterizzato da complesse trasformazioni epocali. Ad esempio, l’intelligenza artificiale potrebbe permettere una democratizzazione dell’accesso al sapere, il progresso esponenziale della ricerca scientifica, la possibilità di delegare alle macchine i lavori usuranti; ma, al tempo stesso, essa potrebbe portare con sé una più grande ingiustizia fra nazioni avanzate e nazioni in via di sviluppo, fra ceti sociali dominanti e ceti sociali oppressi, mettendo così in pericolo la possibilità di una «cultura dell’incontro» a vantaggio di una «cultura dello scarto».

Uno strumento

La portata di queste complesse trasformazioni è ovviamente legata al rapido sviluppo tecnologico dell’intelligenza artificiale stessa. Proprio questo vigoroso avanzamento tecnologico rende l’intelligenza artificiale uno strumento affascinante e tremendo al tempo stesso ed impone una riflessione all’altezza della situazione.

In tale direzione forse si potrebbe partire dalla costatazione che l’intelligenza artificiale è innanzitutto uno strumento. E viene spontaneo affermare che i benefici o i danni che essa porterà dipenderanno dal suo impiego.

Questo è sicuramente vero, poiché così è stato per ogni utensile costruito dall’essere umano sin dalla notte dei tempi. Questa nostra capacità di costruire utensili, in una quantità e complessità che non ha pari tra i viventi, fa parlare di una condizione tecno-umana: l’essere umano ha da sempre mantenuto una relazione con l’ambiente mediata dagli strumenti che via via produceva. Non è possibile separare la storia dell’uomo e della civilizzazione dalla storia di tali strumenti.

Qualcuno ha voluto leggere in tutto ciò una sorta di mancanza, un deficit, dell’essere umano, come se, a causa di tale carenza, fosse costretto a dare vita alla tecnologia[5]. Uno sguardo attento e oggettivo in realtà ci mostra l’opposto. Viviamo una condizione di ulteriorità rispetto al nostro essere biologico; siamo esseri sbilanciati verso il fuori-di-noi, anzi radicalmente aperti all’oltre. Da qui prende origine la nostra apertura agli altri e a Dio; da qui nasce il potenziale creativo della nostra intelligenza in termini di cultura e di bellezza; da qui, da ultimo, si origina la nostra capacità tecnica. La tecnologia è così una traccia di questa nostra ulteriorità.

Tuttavia, l’uso dei nostri utensili non sempre è univocamente rivolto al bene. Anche se l’essere umano sente dentro di sé una vocazione all’oltre e alla conoscenza vissuta come strumento di bene al servizio dei fratelli e delle sorelle e della casa comune (cfr Gaudium et spes, 16), non sempre questo accade. Anzi, non di rado, proprio grazie alla sua radicale libertà, l’umanità ha pervertito i fini del suo essere trasformandosi in nemica di sé stessa e del pianeta[6].

Stessa sorte possono avere gli strumenti tecnologici. Solo se sarà garantita la loro vocazione al servizio dell’umano, gli strumenti tecnologici riveleranno non solo la grandezza e la dignità unica dell’essere umano, ma anche il mandato che quest’ultimo ha ricevuto di «coltivare e custodire» (cf. Gen 2,15) il pianeta e tutti i suoi abitanti. Parlare di tecnologia è parlare di cosa significhi essere umani e quindi di quella nostra unica condizione tra libertà e responsabilità, cioè vuol dire parlare di etica.

Quando i nostri antenati, infatti, affilarono delle pietre di selce per costruire dei coltelli, li usarono sia per tagliare il pellame per i vestiti sia per uccidersi gli uni gli altri. Lo stesso si potrebbe dire di altre tecnologie molto più avanzate, quali l’energia prodotta dalla fusione degli atomi come avviene sul Sole, che potrebbe essere utilizzata certamente per produrre energia pulita e rinnovabile ma anche per ridurre il nostro pianeta in un cumulo di cenere.

Scelte e responsabilità

L’intelligenza artificiale, però, è uno strumento ancora più complesso. Direi quasi che si tratta di uno strumento sui generis. Così, mentre l’uso di un utensile semplice (come il coltello) è sotto il controllo dell’essere umano che lo utilizza e solo da quest’ultimo dipende un suo buon uso, l’intelligenza artificiale, invece, può adattarsi autonomamente al compito che le viene assegnato e, se progettata con questa modalità, operare scelte indipendenti dall’essere umano per raggiungere l’obiettivo prefissato[7].

Conviene sempre ricordare che la macchina può, in alcune forme e con questi nuovi mezzi, produrre delle scelte algoritmiche. Ciò che la macchina fa è una scelta tecnica tra più possibilità e si basa o su criteri ben definiti o su inferenze statistiche.

L’essere umano, invece, non solo sceglie, ma in cuor suo è capace di decidere. La decisione è un elemento che potremmo definire maggiormente strategico di una scelta e richiede una valutazione pratica. A volte, spesso nel difficile compito del governare, siamo chiamati a decidere con conseguenze anche su molte persone. Da sempre la riflessione umana parla a tale proposito di saggezza, la phronesis della filosofia greca e almeno in parte la sapienza della Sacra Scrittura.

Di fronte ai prodigi delle macchine, che sembrano saper scegliere in maniera indipendente, dobbiamo aver ben chiaro che all’essere umano deve sempre rimanere la decisione, anche con i toni drammatici e urgenti con cui a volte questa si presenta nella nostra vita. Condanneremmo l’umanità a un futuro senza speranza, se sottraessimo alle persone la capacità di decidere su loro stesse e sulla loro vita condannandole a dipendere dalle scelte delle macchine.

Abbiamo bisogno di garantire e tutelare uno spazio di controllo significativo dell’essere umano sul processo di scelta dei programmi di intelligenza artificiale: ne va della stessa dignità umana.

Proprio su questo tema permettetemi di insistere: in un dramma come quello dei conflitti armati è urgente ripensare lo sviluppo e l’utilizzo di dispositivi come le cosiddette «armi letali autonome» per bandirne l’uso, cominciando già da un impegno fattivo e concreto per introdurre un sempre maggiore e significativo controllo umano. Nessuna macchina dovrebbe mai scegliere se togliere la vita ad un essere umano.

C’è da aggiungere, inoltre, che il buon uso, almeno delle forme avanzate di intelligenza artificiale, non sarà pienamente sotto il controllo né degli utilizzatori né dei programmatori che ne hanno definito gli scopi originari al momento dell’ideazione. E questo è tanto più vero quanto è altamente probabile che, in un futuro non lontano, i programmi di intelligenze artificiali potranno comunicare direttamente gli uni con gli altri, per migliorare le loro performance.

E, se in passato, gli esseri umani che hanno modellato utensili semplici hanno visto la loro esistenza modellata da questi ultimi – il coltello ha permesso loro di sopravvivere al freddo ma anche di sviluppare l’arte della guerra – adesso che gli esseri umani hanno modellato uno strumento complesso vedranno quest’ultimo modellare ancora di più la loro esistenza[8].

Il meccanismo basilare dell’IA

Vorrei ora soffermarmi brevemente sulla complessità dell’intelligenza artificiale. Nella sua essenza l’intelligenza artificiale è un utensile disegnato per la risoluzione di un problema e funziona per mezzo di un concatenamento logico di operazioni algebriche, effettuato su categorie di dati, che sono raffrontati per scoprire delle correlazioni, migliorandone il valore statistico, grazie a un processo di auto-apprendimento, basato sulla ricerca di ulteriori dati e sull’auto-modifica delle sue procedure di calcolo.

L’intelligenza artificiale è così disegnata per risolvere dei problemi specifici, ma per coloro che la utilizzano è spesso irresistibile la tentazione di trarre, a partire dalle soluzioni puntuali che essa propone, delle deduzioni generali, persino di ordine antropologico.

Un buon esempio è l’uso dei programmi disegnati per aiutare i magistrati nelle decisioni relative alla concessione dei domiciliari a detenuti che stanno scontando una pena in un istituto carcerario. In questo caso, si chiede all’intelligenza artificiale di prevedere la probabilità di recidiva del crimine commesso da parte di un condannato a partire da categorie prefissate (tipo di reato, comportamento in prigione, valutazione psicologiche ed altro), permettendo all’intelligenza artificiale di avere accesso a categorie di dati inerenti alla vita privata del detenuto (origine etnica, livello educativo, linea di credito ed altro).

L’uso di una tale metodologia – che rischia a volte di delegare de facto a una macchina l’ultima parola sul destino di una persona – può portare con sé implicitamente il riferimento ai pregiudizi insiti alle categorie di dati utilizzati dall’intelligenza artificiale.

L’essere classificato in un certo gruppo etnico o, più prosaicamente, l’aver commesso anni prima un’infrazione minore (il non avere pagato, per esempio, una multa per una sosta vietata), influenzerà, infatti, la decisione circa la concessione dei domiciliari. Al contrario, l’essere umano è sempre in evoluzione ed è capace di sorprendere con le sue azioni, cosa di cui la macchina non può tenere conto.

C’è da far presente poi che applicazioni simili a questa appena citata subiranno un’accelerazione grazie al fatto che i programmi di intelligenza artificiale saranno sempre più dotati della capacità di interagire direttamente con gli esseri umani (chatbots), sostenendo conversazioni con loro e stabilendo rapporti di vicinanza con loro, spesso molto piacevoli e rassicuranti, in quanto tali programmi di intelligenza artificiale saranno disegnati per imparare a rispondere, in forma personalizzata, ai bisogni fisici e psicologici degli esseri umani.

I limiti da non dimenticare

Dimenticare che l’intelligenza artificiale non è un altro essere umano e che essa non può proporre principi generali, è spesso un grave errore che trae origine o dalla profonda necessità degli esseri umani di trovare una forma stabile di compagnia o da un loro presupposto subcosciente, ossia dal presupposto che le osservazioni ottenute mediante un meccanismo di calcolo siano dotate delle qualità di certezza indiscutibile e di universalità indubbia.

Questo presupposto, tuttavia, è azzardato, come dimostra l’esame dei limiti intrinseci del calcolo stesso. L’intelligenza artificiale usa delle operazioni algebriche da effettuarsi secondo una sequenza logica (per esempio, se il valore di X è superiore a quello di Y, moltiplica X per Y; altrimenti dividi X per Y). Questo metodo di calcolo – il cosiddetto «algoritmo» – non è dotato né di oggettività né di neutralità[9]. Essendo infatti basato sull’algebra, può esaminare solo realtà formalizzate in termini numerici[10].

Non va dimenticato, inoltre, che gli algoritmi disegnati per risolvere problemi molto complessi sono così sofisticati da rendere arduo agli stessi programmatori la comprensione esatta del come essi riescano a raggiungere i loro risultati. Questa tendenza alla sofisticazione rischia di accelerarsi notevolmente con l’introduzione di computer quantistici che non opereranno con circuiti binari (semiconduttori o microchip), ma secondo le leggi, alquanto articolate, della fisica quantistica.

D’altronde, la continua introduzione di microchip sempre più performanti è diventata già una delle cause del predominio dell’uso dell’intelligenza artificiale da parte delle poche nazioni che ne sono dotate.

Sofisticate o meno che siano, la qualità delle risposte che i programmi di intelligenza artificiale forniscono dipendono in ultima istanza dai dati che essi usano e come da questi ultimi vengono strutturati.

Mi permetto di segnalare, infine, un ultimo ambito in cui emerge chiaramente la complessità del meccanismo della cosiddetta intelligenza artificiale generativa (Generative Artificial Intelligence). Nessuno dubita che oggi sono a disposizione magnifici strumenti di accesso alla conoscenza che permettono persino il self-learning e il self-tutoring in una miriade di campi. Molti di noi sono rimasti colpiti dalle applicazioni facilmente disponibili on-line per comporre un testo o produrre un’immagine su qualsiasi tema o soggetto. Particolarmente attratti da questa prospettiva sono gli studenti che, quando devono preparare degli elaborati, ne fanno un uso sproporzionato.

Questi alunni, che spesso sono molto più preparati e abituati all’uso dell’intelligenza artificiale dei loro professori, dimenticano, tuttavia, che la cosiddetta intelligenza artificiale generativa, in senso stretto, non è propriamente «generativa». Quest’ultima, in verità, cerca nei big data delle informazioni e le confeziona nello stile che le è stato richiesto. Non sviluppa concetti o analisi nuove. Ripete quelle che trova, dando loro una forma accattivante. E più trova ripetuta una nozione o una ipotesi, più la considera legittima e valida. Più che «generativa», essa è quindi «rafforzativa», nel senso che riordina i contenuti esistenti, contribuendo a consolidarli, spesso senza controllare se contengano errori o preconcetti.

In questo modo, non solo si corre il rischio di legittimare delle fake news e di irrobustire il vantaggio di una cultura dominante, ma di minare altresì il processo educativo in nuce. L’educazione che dovrebbe fornire agli studenti la possibilità di una riflessione autentica rischia di ridursi a una ripetizione di nozioni, che verranno sempre di più valutate come inoppugnabili, semplicemente in ragione della loro continua riproposizione[11].

Dignità della persona per una proposta etica condivisa

A quanto già detto va ora aggiunta un’osservazione più generale. La stagione di innovazione tecnologica che stiamo attraversando, infatti, si accompagna a una particolare e inedita congiuntura sociale: sui grandi temi del vivere sociale si riesce con sempre minore facilità a trovare intese. Anche in comunità caratterizzate da una certa continuità culturale, si creano spesso accesi dibattiti e confronti che rendono difficile produrre riflessioni e soluzioni politiche condivise, volte a cercare ciò che è bene e giusto.

Oltre la complessità di legittime visioni che caratterizzano la famiglia umana, emerge un fattore che sembra accomunare queste diverse istanze. Si registra come uno smarrimento o quantomeno un’eclissi del senso dell’umano e un’apparente insignificanza del concetto di dignità umana[12]. Sembra che si stia perdendo il valore e il profondo significato di una delle categorie fondamentali dell’Occidente: la categoria di persona umana.

Ed è così che in questa stagione in cui i programmi di intelligenza artificiale interrogano l’essere umano e il suo agire, proprio la debolezza dell’ethos connesso alla percezione del valore e della dignità della persona umana rischia di essere il più grande vulnus nell’implementazione e nello sviluppo di questi sistemi.

Non dobbiamo dimenticare infatti che nessuna innovazione è neutrale. La tecnologia nasce per uno scopo e, nel suo impatto con la società umana, rappresenta sempre una forma di ordine nelle relazioni sociali e una disposizione di potere, che abilita qualcuno a compiere azioni e impedisce ad altri di compierne altre. Questa costitutiva dimensione di potere della tecnologia include sempre, in una maniera più o meno esplicita, la visione del mondo di chi l’ha realizzata e sviluppata.

Questo vale anche per i programmi di intelligenza artificiale. Affinché questi ultimi siano strumenti per la costruzione del bene e di un domani migliore, debbono essere sempre ordinati al bene di ogni essere umano. Devono avere un’ispirazione etica.

La decisione etica, infatti, è quella che tiene conto non solo degli esiti di un’azione, ma anche dei valori in gioco e dei doveri che da questi valori derivano. Per questo ho salutato con favore la firma a Roma, nel 2020, della Rome Call for AI Ethics[13] e il suo sostegno a quella forma di moderazione etica degli algoritmi e dei programmi di intelligenza artificiale che ho chiamato «algoretica»[14]. In un contesto plurale e globale, in cui si mostrano anche sensibilità diverse e gerarchie plurali nelle scale dei valori, sembrerebbe difficile trovare un’unica gerarchia di valori. Ma nell’analisi etica possiamo ricorrere anche ad altri tipi di strumenti: se facciamo fatica a definire un solo insieme di valori globali, possiamo però trovare dei principi condivisi con cui affrontare e sciogliere eventuali dilemmi o conflitti del vivere.

Per questa ragione è nata la Rome Call: nel termine «algoretica» si condensano una serie di principi che si dimostrano essere una piattaforma globale e plurale in grado di trovare il supporto di culture, religioni, organizzazioni internazionali e grandi aziende protagoniste di questo sviluppo.

La politica di cui c’è bisogno

Non possiamo, quindi, nascondere il rischio concreto, poiché insito nel suo meccanismo fondamentale, che l’intelligenza artificiale limiti la visione del mondo a realtà esprimibili in numeri e racchiuse in categorie preconfezionate, estromettendo l’apporto di altre forme di verità e imponendo modelli antropologici, socio-economici e culturali uniformi.

Il paradigma tecnologico incarnato dall’intelligenza artificiale rischia allora di fare spazio a un paradigma ben più pericoloso, che ho già identificato con il nome di «paradigma tecnocratico»[15]. Non possiamo permettere a uno strumento così potente e così indispensabile come l’intelligenza artificiale di rinforzare un tale paradigma, ma anzi, dobbiamo fare dell’intelligenza artificiale un baluardo proprio contro la sua espansione.

Ed è proprio qui che è urgente l’azione politica, come ricorda l’Enciclica Fratelli tutti. Certamente «per molti la politica oggi è una brutta parola, e non si può ignorare che dietro questo fatto ci sono spesso gli errori, la corruzione, l’inefficienza di alcuni politici. A ciò si aggiungono le strategie che mirano a indebolirla, a sostituirla con l’economia o a dominarla con qualche ideologia. E tuttavia, può funzionare il mondo senza politica? Può trovare una via efficace verso la fraternità universale e la pace sociale senza una buona politica?»[16].

La nostra risposta a queste ultime domande è: no! La politica serve! Voglio ribadire in questa occasione che «davanti a tante forme di politica meschine e tese all’interesse immediato […] la grandezza politica si mostra quando, in momenti difficili, si opera sulla base di grandi principi e pensando al bene comune a lungo termine. Il potere politico fa molta fatica ad accogliere questo dovere in un progetto di Nazione e ancora di più in un progetto comune per l’umanità presente e futura»[17].

Gentili Signore, illustri Signori!

Questa mia riflessione sugli effetti dell’intelligenza artificiale sul futuro dell’umanità ci conduce così alla considerazione dell’importanza della «sana politica» per guardare con speranza e fiducia al nostro avvenire. Come ho già detto altrove, «la società mondiale ha gravi carenze strutturali che non si risolvono con rattoppi o soluzioni veloci meramente occasionali.

Ci sono cose che devono essere cambiate con reimpostazioni di fondo e trasformazioni importanti. Solo una sana politica potrebbe averne la guida, coinvolgendo i più diversi settori e i più vari saperi. In tal modo, un’economia integrata in un progetto politico, sociale, culturale e popolare che tenda al bene comune può «aprire la strada a opportunità differenti, che non implicano di fermare la creatività umana e il suo sogno di progresso, ma piuttosto di incanalare tale energia in modo nuovo» (Laudato si’, 191)»[18].

Questo è proprio il caso dell’intelligenza artificiale. Spetta ad ognuno farne buon uso e spetta alla politica creare le condizioni perché un tale buon uso sia possibile e fruttuoso.

Grazie.

[1] Messaggio per la LVII Giornata Mondiale della Pace del 1° gennaio 2024, 1.

[2] Cfr ibid.

[3] Cfr ivi, 2.

[4] Questa ambivalenza fu già scorta da Papa San Paolo VI nel suo Discorso al personale del “Centro Automazione Analisi Linguistica” dell’Aloysianum, del 19 giugno 1964.

[5] Cfr A. Gehlen, L’uomo. La sua natura e il suo posto nel mondo, Milano 1983, 43.

[6] Lett. enc Laudato si’ (24 maggio 2015), 102-114.

[7] Cfr Messaggio per la LVII Giornata Mondiale della Pace del 1° gennaio 2024, 3.

[8] Le intuizioni di Marshall McLuhan e di John M. Culkin sono particolarmente pertinenti alle conseguenze dell’uso dell’intelligenza artificiale.

[9] Cfr Discorso ai partecipanti alla Plenaria della Pontificia Accademia per la Vita, 28 febbraio 2020.

[10] Cfr Messaggio per la LVII Giornata Mondiale della Pace del 1° gennaio 2024, 4.

[11] Cfr ivi, 3 e 7.

[12] Cfr Dicastero per la Dottrina della Fede, Dichiarazione Dignitas infinita circa la dignità umana (2 aprile 2024).

[13] Cfr Discorso ai partecipanti alla Plenaria della Pontificia Accademia per la Vita, 28 febbraio 2020.

[14] Cfr Discorso ai partecipanti al Convegno «Promoting Digital Child Dignity – From Concet to Action», 14 novembre 2019; Discorso ai partecipanti alla Plenaria della Pontificia Accademia per la Vita, 28 febbraio 2020.

[15] Per una più ampia esposizione, rimando alla mia Lettera Enciclica Laudato si’ sulla cura della casa comune del 24 maggio 2015.

[16] Lettera enc. Fratelli tutti sulla fraternità e l’amicizia sociale (3 ottobre 2020), 176.

[17] Ivi, 178.

[18] Ivi, 179.

Dall’isolamento alla fraternità

fraternità

Articolo di SETTIMANANEWS

Ognuno sta solo sul cuor della terra,
trafitto da un raggio di sole;
ed è subito sera.

La lirica Ed è subito sera, di Salvatore Quasimodo (1901-1968), è un esempio di poesia ermetica: sono poche parole, penetranti come un graffito inciso su pietra, che concentrano l’esperienza profonda e drammatica dell’autore. Pubblicata nel 1942, in piena Seconda guerra mondiale, era già comparsa dodici anni prima come terzina finale di un componimento più ampio, dal significativo titolo Solitudini. Colpisce il ventaglio di evocazioni suscitate dal poeta siciliano in tre sole righe; evocazioni contrastanti, già a partire dalla prima parola: «ognuno».

«Ognuno sta solo sul cuor della terra»

Il pronome indefinito «ognuno» richiama sia il singolo che la comunità: indica ciascun essere umano preso a sé e nello stesso tempo si riferisce all’insieme degli esseri umani. La solitudine, paradossalmente, ci isola e ci unisce: tutti la avvertiamo, ciascuno a modo suo; ma proprio perché nessuno ne è immune, la condividiamo con gli altri.

Una certa dose di solitudine è connaturale all’essere umano, è una condizione esistenziale, che in misura e modi differenti tocca tutti. La solitudine si declina all’io e al noi, è muro e ponte insieme.

La tradizione culturale europea, del resto, riunisce le antiche antropologie biblica e greca, coniugando l’io con il noi, il muretto di protezione con il ponte di collegamento.

La Bibbia, nelle sue prime paradigmatiche pagine, già almeno sei secoli prima di Cristo attribuisce alla creatura umana una dignità tale da essere «immagine di Dio»: non semplicemente in quanto individuo singolo e isolato, ma in quanto essere in relazione: «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò» (Genesi 1,27). E Aristotele, un paio di secoli dopo, definisce l’uomo sia «animale logico» sia «animale politico» (Politica, 1253a 9-10): per lui l’essere umano è individuo razionale e relazionale insieme.

«Nessun uomo è un’isola» scriveva, esattamente quattro secoli fa, il poeta John Donne (1572-1631). Eppure spesso ci sentiamo soli. Avvertiamo la fatica di comunicare: molte sensazioni, esperienze, emozioni e riflessioni non riusciamo a trasmetterle o non vogliamo farlo.

Alcuni muretti, certo, sono necessari attorno all’io: per custodire l’intimità personale, impedire di violarla a chi non ne ha diritto e coltivare le proprie attitudini. Esiste così una solitudine «buona» e cercata, presidio della dignità individuale, della profondità spirituale di ognuno, della peculiare storia di ciascuno.

Aveva però ragione John Donne: sebbene una dimensione del mio essere appaia come un’isola, per non annegare nell’alta marea dell’egoismo occorre che l’io getti dei ponti verso gli altri esseri umani. L’isolamento richiama il mito di Narciso, il giovane bellissimo che, insensibile all’amore per gli altri, fu condannato per sempre dagli déi ad innamorarsi perdutamente della propria immagine riflessa in una pozza d’acqua, contemplandola fino a morirne angosciato.

Moltiplicare i ponti

Sarà dunque possibile per «ognuno» proteggere la propria individualità senza cadere nel narcisismo? Si potrà superare l’isolamento, mantenendo la solitudine «buona» e cercata e vincendo quella «cattiva» e subita, la quale ci porta a tagliare i contatti, a ripiegarci su noi stessi e rimanere chiusi entro la cornice del nostro piccolo specchio?

Sono tanti i segni dell’isolamento e del narcisismo. Gli indicatori sociali segnalano, in Italia, un aumento del disagio a diversi livelli. Molti anziani lamentano la solitudine: e se questo si può considerare un classico, stupisce invece che alcune spie dell’isolamento sociale riguardino i giovani. Crescono negli ultimi anni i suicidi degli adolescenti; si moltiplicano gli episodi di bullismo, le baby gang e gli abbandoni scolastici; aumentano anche tra i ragazzi le patologie psichiche, le forme di autolesionismo, i disturbi alimentari, le dipendenze da gioco d’azzardo, pornografia, droghe e alcol.

Non si può addossare comodamente tutta la colpa al Covid-19, per quanto non sia innocente. La pandemia ha sicuramente aggravato i disagi, ma spesso non ha fatto altro che svelare e accelerare dei processi già in atto. Queste solitudini, insieme a quelle causate dalle molte povertà di italiani e stranieri, sono sintomi da non sottovalutare.

Occorre perciò moltiplicare i ponti. Senza scomodare la stupenda città di Venezia, formata da 121 isole e 436 ponti, possiamo pensare alla nostra Modena, definita da alcuni «la Venezia della via Emilia», perché caratterizzata fino a poco più di un secolo fa da numerosi canali, ora sotterranei.

Ne restano tracce nella toponomastica stradale: Canalgrande, Canalchiaro, Canalino, Canaletto, Fonte d’Abisso, Naviglio… Alcune zone della città e dei dintorni erano piccole isole, unite da ponti gettati tra una riva e l’altra. Il problema di «ognuno», che «sta solo sul cuor della terra», è di utilizzare le pietre – le proprie risorse – non solo per costruire i muretti che custodiscono la solitudine «buona», ma anche per costruire i ponti che vincono la solitudine «cattiva». In questo modo, pur essendo isole, siamo collegati tra di noi e diventiamo città abitabili.

«Trafitto da un raggio di sole»

Il paradosso poetico continua. Il raggio di sole esprime vitalità, luce, calore; l’esistenza umana è percorsa da affetti, speranze, sogni, gioie, progetti. Questo raggio, però, non si limita a colpire o investire, ma «trafigge» come una lancia: la vita è attraversata anche da sofferenze, delusioni, tristezze, fallimenti.

Lo stesso raggio riscalda e trafigge, illumina e ferisce. La risorsa può diventare un’arma. Le parole del poeta sono talmente concentrate da lasciare spazio alle più diverse interpretazioni. A me piace pensare che questo raggio di sole sia l’amore, e che proprio l’amore riesca a cementare le pietre che tengono insieme i ponti da gettare tra noi.

Le pietre che formano un muro non necessitano di molto cemento, perché la forza di gravità ne favorisce la coesione e la saldezza. Le pietre che formano un ponte, invece, hanno bisogno di tanto cemento, perché altrimenti tendono a cadere. Per custodire la solitudine «buona» basta un po’ di amore per se stessi, un pizzico di autostima; per vincere la solitudine «cattiva» occorre invece un surplus di amore per gli altri, un continuo allenamento al dono di sé.

L’amore è dunque raggio di sole che dà energia ed è lancia che trafigge. È raggio di sole: se non vivessimo l’esperienza di essere amati e di amare, da quando spuntiamo nel grembo di nostra madre fino a quando emettiamo l’ultimo respiro, la vita diventerebbe fredda e buia, come quelle giornate tardo autunnali nelle quali un’umida nebbia avvolge ogni cosa e perfino i colori sembrano scomparsi.

L’amore accende e scalda, illumina e rinvigorisce. Quando una persona ama e si sente amata, vede il mondo a colori: sia il proprio mondo interiore, con le sue energie intellettuali, affettive e spirituali, sia il mondo esterno, dalla natura agli avvenimenti, dalle persone alle cose.

Ma quando una persona non ama e non si sente amata, l’intero mondo piomba nel grigiore: quello interiore si scompensa e intristisce, deprimendosi, e quello esterno diventa ostile e insopportabile, generando un senso di frustrazione e vittimismo.

Là dove si fa spazio l’amore, però, si crea anche uno spazio per il dolore. Colui che ama di amore autentico, sente i contraccolpi della situazione della persona amata: se l’amato soffre, il suo dolore si riflette su chi lo ama; e se la persona amata delude, la ricaduta su chi ama è forte. Genitori e figli, coppie, amici, educatori: tutti coloro che amano subiscono delle ripercussioni.

Questo processo è comunque sano e fisiologico, sintomo di buone relazioni. L’indifferenza, al contrario, è segno di rapporti inconsistenti e freddi. Chi decide di amare davvero, coinvolgendosi nell’esistenza di altri, si prepara dunque anche a soffrire di più: ma sa che ne vale la pena, perché sperimenta che solo nell’amore e nella condivisione la vita ha senso, è piena, esprime tutte le sue potenzialità. Chi al contrario decide di restare indifferente, evitare ogni coinvolgimento e pensare solo a se stesso, prova sul momento meno fastidi, ma si rende conto ben presto che questa solitudine lo impoverisce, lo rattrista e gli toglie vigore.

Siamo fatti per la relazione, siamo messi al mondo per amare. Il credente sa che siamo così perché ci ha creati un Dio che è amore (cf. Prima Lettera di Giovanni 4,8.16) e siamo fratelli di Cristo, che si è fatto uno di noi per amore. Ma tutti, credenti e non credenti, quando ascoltano l’intimo del loro cuore, sentono che la vita si svela e si ossigena amando, e che invece si inaridisce e si avvelena chiudendosi nel proprio guscio.

L’amore che si ammala

Non è però solo questo amore, sano e fisiologico, a trafiggere. Purtroppo qualche volta l’amore si ammala, diventa brama di possesso anziché proposta di dono, e quando non può vantare l’esclusiva sulla persona amata mira a distruggerla. Le tragiche violenze sulle donne, che giungono perfino all’assassinio, sono spesso le conseguenze di amori patologici.

Non credo si debba evocare tanto il patriarcato – ormai da tempo tramontato da noi – quanto il maschilismo, purtroppo presente, radicato e attivo; un atteggiamento innestato a sua volta nella perdita del senso del dono. Quanto più una civiltà si costruisce su grezzi rapporti di forza e freddi calcoli, tanto meno spazio pubblico resta alle donne; quanto più, all’inverso, una civiltà si edifica sulla cura delle relazioni, sulla finezza e profondità d’animo e di pensiero, tanto più emerge il protagonismo femminile.

Maschile e femminile si integrano, sia nelle singole persone sia nel tessuto sociale, ma un equilibrio effettivo è ancora lontano: pensiamo solo alla disparità di trattamento tra uomini e donne nel campo lavorativo e professionale. Il clima troppo spesso teso e violento della nostra società non favorisce la profondità e la raffinatezza e contribuisce ad emarginare e isolare le donne.

Una di loro, la geniale poetessa Alda Merini (1931-2009), che visse anche la terribile esperienza del manicomio, lasciò spesso risuonare la nota della solitudine, con delicatezza e profondità. Basta citare la lirica intitolata proprio Solitudine:

«S’anche ti lascerò per breve tempo, / solitudine mia, se mi trascina / l’amore, tornerò, stanne pur certa; / i sentimenti cedono, tu resti». Amore e solitudine per lei sono inscindibili: se si separano, è solo per breve tempo. Davvero è l’amore quel raggio di sole che trafigge.

«Ed è subito sera»

Quasimodo sigilla la terzina con l’allusione alla morte. La «sera», con le immagini correlate del tramonto e del buio, è una delle metafore più efficaci della fine della vita umana. Dalla contemplazione della sera, Ugo Foscolo (1778-1827), in un sonetto del 1803, trae suggestioni memorabili: «Forse perché della fatal quïete / tu sei l’imago a me sì cara, vieni, / o Sera!» (vv. 1-3).

Pur non essendo credente – la morte è per lui il «nulla eterno» (v. 10) – il poeta, pensando ad essa, è colto da sentimenti lieti e non avverte timore o paura. A differenza di altri autori, Foscolo non esalta il suicidio e neppure disprezza la vita: semplicemente l’orizzonte della sera evoca in lui la «pace» e, di riflesso, provoca un benefico sonno che gli permette di affrontare più tranquillamente questo agitato «reo tempo» (v. 11): «Mentre io guardo la tua pace, dorme / quello spirto guerrier ch’entro mi rugge» (vv. 13-14).

I cristiani guardano alla morte non come il «nulla eterno», ma come il passaggio verso la pienezza. Riprendendo le due immagini già emerse, nella prospettiva credente la morte è un ponte più che un muro. Non è cioè la rottura completa delle relazioni, come se la vita andasse a sbattere contro una parete che frantuma per sempre sogni, progetti, sacrifici, gioie… in una solitudine silenziosa che cancella tutto. Piuttosto, la morte è per ciascuno il compimento delle relazioni, attraverso un ponte stretto – e vertiginoso – che porta al cospetto di Dio, giudice misericordioso.

Davanti alla luce del suo volto sarà trasparente il bene da ciascuno compiuto, che andrà valorizzato, e il male commesso, che andrà purificato. Non dunque un muro che isola per sempre la persona, ma un ponte che la porta nel cuore della città. La vita eterna, per i cristiani, avrà la qualità dell’amore vissuto nella vita terrena e – poiché di amore si tratta e dunque di relazioni – sarà pienezza dei legami riusciti e riscatto dei legami feriti. Ritroveremo, trasfigurati, gli affetti e le persone care.

Se tuttavia anche un non credente, come Foscolo, può vedere nella morte un’alleata e non una nemica, è perché è possibile accoglierla come sigillo dell’esistenza, pur non avendo la fede, almeno quando si riflette a partire dalla propria singola condizione.

Così, meditando sulla «sera» della vita, «dorme» lo «spirto guerrier» del poeta, e l’inquietudine cede il passo alla calma. La morte, insomma, relativizza gli affanni e le agitazioni, i tormenti e le rabbie. Misurarsi con la fine della vita significa placare le passioni, ridimensionare battaglie che sul momento paiono decisive, abbassare rancore e odio, smorzare istinti bellicosi e distruttivi. Se tutti, credenti e non, adottassimo lo sguardo dei poeti sulla «sera», diminuirebbe il livello del conflitto sociale.

Iperconnessi ma isolati

Lo «spirto guerrier» del Foscolo fa venire in mente oggi, in epoca digitale, i cosiddetti keyboard warriors, letteralmente «i guerrieri da tastiera», che rappresentano uno dei simboli più eloquenti della solitudine rabbiosa. Sono chiamati così coloro che in rete usano i social per attaccare, offendere, screditare e minacciare altri. Il fenomeno è preoccupante e praticamente incontrollabile. Probabilmente lo schermo del computer o del cellulare contribuisce a creare in alcuni l’illusione di essere intangibili, immuni, senza dover rispondere delle proprie affermazioni.

Talvolta le persone fragili, che incamerano nel cuore rancori non altrimenti sfogati, trovano nel digitale un canale apparentemente libero, dove poter riversare le proprie frustrazioni. Nascono così le fake news, alle quali purtroppo tanti abboccano, rilanciandole e gettando pietre addosso alle vittime di turno; qualche suicidio è riconducibile ai loro vili attacchi.

In italiano non vengono detti «guerrieri», ma «leoni» da tastiera: però tanto leoni non sono, se si pensa che non avrebbero il coraggio di dire le stesse cose, con gli stessi toni, se si trovassero a parlare direttamente con le persone contro cui si avventano.

Questo triste fenomeno viene alimentato anche da alcuni social, che favoriscono le «bolle mediatiche» o «bolle di filtraggio». Quando navigo sul web, lascio in rete delle tracce, intercettate dagli algoritmi che colgono le mie preferenze e mi rimandano informazioni e proposte anche commerciali conformi; in tal modo irrobustiscono le mie convinzioni, riducendo gradualmente il confronto con opinioni e gusti differenti dai miei.

A questo si aggiunge il fatto che, entrando a far parte di qualsiasi social (FacebookInstagramTwitterTik TokWhatsApp e altri), partecipo a un «circolo» digitale dove incontro in realtà quelli che la pensano come me, pena l’esclusione dal gruppo. Si creano così, come notano alcuni studiosi, delle «camere dell’eco» (echo-chambers), nelle quali non ci si confronta di fatto con idee diverse dalle proprie, ma ciascuno ascolta l’eco delle sue opinioni e gradualmente finisce per rafforzarle.

Il paradosso è evidente: in un’epoca nella quale la comunicazione è istantanea e ciascuno può entrare in rete con miliardi di persone, si rischia un vero e proprio «isolamento sociale». Il pericolo della manipolazione e della polarizzazione è tutt’altro che teorico, e la dimensione civica ne risulta infragilita.

Chiunque oggi voglia sottrarsi a questo «spirto guerrier», a questo clima sociale teso e violento, rischia di provare quell’esperienza di isolamento dagli altri magistralmente descritta da Giacomo Leopardi (1798-1837) nella lirica Il passero solitario, che è lui stesso: «quasi fuggo lontano, quasi romito» (vv. 23-24).

Ma lo stesso poeta di Recanati, in una delle sue ultime liriche, La ginestra, o fiore del deserto, apre uno spiraglio nel cerchio della solitudine, con la possibilità di superare violenze, discordie e tensioni e formare tra gli esseri umani una «social catena» (v. 149), anche per arginare lo strapotere della natura. Arriva infatti a dire che la persona di «nobil natura» (v. 111) «tutti fra sé confederati estima gli uomini, e tutti abbraccia con vero amor» (vv. 130-132).

Dalla poesia alla pratica della fraternità

San Geminiano è pienamente inserito nella sua città ed è nello stesso tempo aperto alle istanze provenienti dai confini estremi dell’impero, come dimostra il suo viaggio a Costantinopoli. La sua figura ci ricorda che non esiste quella contrapposizione, oggi spesso percorsa, tra identità e dialogo.

L’identità umana, come quella cristiana, si scopre e si rafforza nel dialogo. Ogni «bolla», mediatica o meno, è un falso consolidamento dell’identità e rischia in realtà di rinsaldare un’identità debole e incerta, incapace di lasciarsi mettere in discussione ed integrare. E ogni dialogo che non parta da un’identità matura rischia di tradursi in indifferenza e qualunquismo.

A scanso di equivoci: internet è utilissimo, prezioso e imprescindibile e quasi nessuno di noi potrebbe ormai farne a meno. Oltretutto, cosa sarebbe capitato se nei periodi più intensi della pandemia non avessimo avuto a disposizione il digitale? La solitudine sarebbe stata ancora più devastante. E cosa succederebbe se tante persone sole non potessero collegarsi, con i software di videoconferenza, ai loro cari e ai loro amici, o ricevere notizie di ciò che accade nel mondo? A tutti i livelli della vita sociale il digitale è un’opportunità incredibile, un dono inestimabile: come sempre, decisivo è saperlo padroneggiare e non diventarne schiavi.

La sfida per la città, e anche per la Chiesa che vi è vitalmente inserita, è di spegnere l’aggressività assumendo lo stile del buon samaritano, secondo le parole che papa Francesco rivolge al mondo, non solo ai cattolici e ai credenti, nell’Enciclica Fratelli tutti (cf. cap. II).

La «sera» dice quanto siamo fragili e passeggeri in questa vita: farci conquistare dallo «spirto guerrier», che produce in noi stessi e negli altri immensa solitudine, oppure, al contrario, approfittare del «raggio di sole» per amare il prossimo di oggi e di domani, vincendo l’isolamento con la fraternità? Questa è l’alternativa epocale, a cui sono appese le sorti dell’umanità.

Nella nota parabola del Vangelo di Luca (10,25-37) il Samaritano è Cristo, che si cala sulle ferite umane e le allevia. Ma proprio perché lui stesso, alla fine della parabola, invita ciascuno a «fare lo stesso», questa parabola tocca ciascuno di noi.

La parte migliore

L’uomo bastonato e lasciato mezzo morto dai briganti al ciglio della strada è la persona sola e scartata, provata e tramortita dalla vita e dagli egoismi degli altri. Il sacerdote e il levita, che guardano e tirano dritto senza soccorrere il ferito, sono gli indifferenti, che pensano solo ai loro tempi, ritmi e bisogni.

Lo straniero di Samaria che, provando compassione, si ferma e soccorre il malcapitato, è il «prossimo», che si lascia toccare dalle ferite altrui, si prende cura rimettendoci del proprio (tempo, energie, sostanze, denaro) e rischia, fermandosi, di essere a sua volta preso a bastonate dai briganti, forse ancora nascosti nei paraggi.

Questo straniero è la parte migliore di ciascuno di noi, quella che – se attivata – estrae dal nostro cuore le risorse più belle; quella che ci fa passare dal samaritano al «buon» samaritano. Lo straniero, a differenza dei due concittadini, si fa prossimo del ferito, perché supera i muri etnici e religiosi e getta un ponte di fraternità verso di lui.

In questa bella figura si concentrano tutti gli ingredienti della fraternità, che è la reazione più efficace contro la solitudine. Più si moltiplicano i buoni samaritani, più si riducono i feriti dall’arma della solitudine. Il samaritano rappresenta tutti coloro che operano per il bene dei fratelli e delle sorelle, e non sono affatto pochi.

Quelli che offendono, feriscono e distruggono, fanno rumore e destano impressione; chi soccorre, cura e costruisce, lo fa invece silenziosamente; questa disparità crea la sensazione che il mondo sia in balìa degli haters e dei violenti, mentre il mondo è preziosamente intessuto di gesti nascosti amorevoli e solidali.

Nella nostra città e diocesi sono tanti, anche tra i giovani, i buoni samaritani che contrastano l’isolamento con la pratica della fraternità. Sono tutti coloro che dentro le case e gli appartamenti, nei luoghi di incontro, di lavoro, di studio e di cura, nelle comunità civili e religiose, nei mondi digitali, negli spazi sociali ed ecclesiali, operano quotidianamente nella gratuità e nel volontariato, chinandosi sulle ferite altrui e versandovi l’olio dell’amore e il vino della speranza.

Sono tutti coloro che spendono tempo, energie e risorse al servizio dei bastonati, rischiando di prendere a loro volta qualche colpo dai briganti sempre in agguato. Sono coloro che, non limitandosi al necessario soccorso immediato, accompagnano il ferito nella locanda, alleandosi con altri soccorritori e impegnandosi per il futuro: anche i responsabili delle istituzioni, funzionari, amministratori e politici trovano nel buon samaritano il modello del loro agire per il bene comune.

Il nostro grande Patrono San Geminiano, immagine fedele del Buon Samaritano, ottenga a tutti noi la grazia di vincere la solitudine e vivere la fraternità.

Modena, 31 gennaio 2024, Solennità di San Geminiano

+ Erio Castellucci,
Arcivescovo-Abate di Modena-Nonantola

 

Italia: non un paese per poveri

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La proposta di tassare le successioni ereditarie, avanzata dal segretario del Pd Enrico Letta, ha suscitato un coro di proteste, ricevendo anche un chiaro dissenso anche da parte del premier Draghi, che l’ha liquidata con un secco: «Questo non è il momento di prendere i soldi dai cittadini ma di darli».

Dall’interno della maggioranza di governo, è subito intervenuto anche Matteo Salvini: «Sono pienamente d’accordo con il presidente Draghi: l’ultima cosa di cui hanno bisogno gli italiani adesso sono nuove tasse». Aggiungendo anche una sua reazione: «Sono allucinato dal fatto che il segretario del partito democratico possa immaginare una nuova tassa».

Molto critica anche Italia Viva che, con il capogruppo al Senato Davide Faraone, definisce la proposta del Pd «fuori dal mondo».

Non parliamo dei quotidiani dell’area di destra… L’eventuale imposta viene definita un «prelievo sui piccoli patrimoni che si lasciano in eredità ai parenti dopo una vita di risparmi» («La Verità» 21 maggio 2021). Nella stessa data «Il Giornale» titola «Sanguisughe a sinistra» («Il Giornale»); «Il Tempo» definisce quella di Letta una proposta che «semina odio mettendo contro ricchi e poveri, giovani e vecchi». A prendere atto della sua impopolarità è un titolo, su questo tema, de «Il Resto del Carlino»: «I democratici si fanno male da soli».

L’insegnamento sociale della Chiesa

Ma ascoltiamo Letta: «La proposta è quella di una dote ai 18enni che possa aiutare i giovani a prendere una casa, trovare un lavoro, pagarsi gli studi senza dover subire il divario con i coetanei che vengono da famiglie che possono pagare per loro. Per essere seri va finanziata non a debito (lo ripagherebbero loro), ma chiedendo all’1% più ricco del Paese di pagarla con la tassa di successione».

In concreto, il segretario del Pd ha parlato di tassare le successioni superiori a un milione di euro (due miliardi di vecchie lire…). Una cifra che non corrisponde esattamente all’idea del «piccolo patrimonio» accumulato a forza di risparmi.

Ricordo ai miei lettori che non sono certo un fan del Pd. In quasi tutti i miei chiaroscuri non manco di denunziarne la politica e, più a monte, l’impostazione ideologica. Ma qui siamo davanti a una proposta che corrisponde, nella mia ottica, all’insegnamento sociale della Chiesa e che credo doveroso, anche a costo dell’impopolarità, difendere.

Il Paese europeo che tutela di più i patrimoni

Forse è bene ricordare che l’Italia è probabilmente il Paese europeo in cui i grandi patrimoni sono più tutelati. Lo confermano i dati relativi alle imposte di successione secondo il rapporto dell’Ocse, pubblicato pochi giorni fa. La tassa di successione italiana è infatti la più bassa a livello europeo, con aliquote che oscillano tra il 4 e l’8%, con l’esenzione fio a un milione di euro. In Germania la tassa di successione oscilla tra il 7% e il 50%, in Spagna tra il 34% e l’86%, in Francia tra 5% al 60%, in Gran Bretagna è del 40%.

Ciò comporta, evidentemente, un contributo assai scarso degli italiani più benestanti alle finanze dello Stato: nel 2018, 820 milioni ovvero lo 0,05% del Pil In Francia, per esempio, sempre nel 2018 il gettito dell’imposta su successioni e donazioni è risultato pari a 14,3 miliardi di euro, cioè lo 0,61% del Pil: in altre parole, quasi tredici volte quello italiano.

A quota 0,20-0,25% del Pil troviamo invece la Germania (6,8 miliardi), il Regno Unito (5,9 miliardi al cambio del 2018) e la Spagna (2,7 miliardi), tutti Paesi che riescono a incassare quasi cinque volte l’Italia e che quindi hanno la possibilità di redistribuire la ricchezza attraverso politiche sociali adeguate (senza indebitarsi).

In concreto, se si considera l’ipotesi di una eredità del valore netto di un milione di euro, lasciata da un genitore al proprio figlio, in Italia la franchigia di un milione è sufficiente a evitare completamente l’imposizione, mentre in Spagna l’imposta ammonterebbe a circa 335mila euro, in Francia a 270mila, nel Regno Unito a 245mila e in Germania a 115mila.

Tutto ciò si verifica in un contesto in cui il 10% più ricco della popolazione italiana (in termini patrimoniali) possiede oggi oltre 6 volte la ricchezza della metà più povera della popolazione. Confrontando il vertice della piramide della ricchezza con i decili più poveri, il risultato è ancora più sconfortante. Il patrimonio del 5% più ricco degli italiani (titolare del 41% della ricchezza nazionale netta) è superiore a tutta la ricchezza detenuta dall’80% più povero.

La posizione patrimoniale netta dell’1% più ricco (che detiene il 22% della ricchezza nazionale) vale 17 volte la ricchezza detenuta complessivamente dal 20% più povero della popolazione italiana («Sole24ore», 20 gennaio 2020). «Tre miliardari», si legge nel titolo dell’articolo, «sono più ricchi di sei milioni di poveri».

Gli economisti Tito Boeri e Roberto Perotti hanno calcolato che negli ultimi 20 anni i 5.000 italiani più ricchi (pari allo 0,01% della popolazione) hanno visto «triplicare» la propria quota di patrimoni complessivi, mentre il 50% più povero ha accusato «una riduzione dell’80% della ricchezza netta». E proprio i passaggi ereditari vengono identificati come «il principale motivo di concentrazione della ricchezza».

Né va meglio se dal patrimonio si passa al reddito. L’Italia risulta, tra gli Stati europei più popolosi, quello in cui il divario di reddito tra i ricchi e i poveri è più accentuato: nel nostro Paese il 20% della popolazione con i redditi più alti può contare su entrate più di sei volte superiori a quelle di coloro che rientrano nel 20% più povero. Una forbice che nell’ultimo decennio si è allargata: la differenza era di 5,21 volte nel 2008, è diventata appunto di 6,09 volte nel 2018.

I figli dei ricchi e i figli dei poveri

Le ricadute sulle nuove generazioni sono inevitabili e devastanti. Il nuovo dossier di Oxfam informa che in Italia l’“ascensore sociale” è fermo: un terzo dei figli di genitori più poveri è destinato a rimanere bloccato al piano più basso dell’edificio sociale, mentre il 58% di quelli i cui genitori appartengono al 40% più ricco è in grado di raggiungere posizioni di vertice.

Gli sforzi individuali, la dedizione, il talento sono sempre meno determinanti per il miglioramento della propria posizione economica e sociale rispetto alla famiglia d’origine. E si capisce. Le disuguaglianze di reddito dei genitori diventano oggi disuguaglianze di istruzione dei figli che si trasformano, a loro volta, in disuguaglianze di reddito, replicando quelle che già esistevano tra i rispettivi genitori. Come ha commentato Elisa Bacciotti, direttrice delle campagne di Oxfam Italia: «Viviamo in un’epoca e in un paese in cui ricchi sono soprattutto i figli dei ricchi e poveri i figli dei poveri».

Forse a questo punto si capisce che la proposta di Letta, di aiutare i diciottenni per far sì che anche i più disagiati possano aspirare a un futuro diverso, col (piccolo) contributo economico delle fasce privilegiate, non è così «allucinante» e «fuori dal mondo» come la sia è accusata di essere.

Si continua a parlare di una particolare attenzione da dedicare alle nuove generazioni, particolarmente penalizzate dalla pandemia. Si evita però accuratamente di precisare che le conseguenze non sono state uguali per chi apparteneva a una famiglia di ampie risorse economiche e logistiche e i figli dei poveri.

Non è «odio», come ci si vuol far credere, ricordare questa fondamentale differenza e tenerne conto nell’impostare un politica volta a costruire il futuro del nostro Paese. O vogliamo che l’Italia che verrà sia ancora quella delle stridenti disuguaglianze che oggi la lacerano e – quelle sì – spingono i più diseredati, se non all’odio, alla disaffezione verso uno Stato che fa finta di non vederli?

  • Dal blog dell’autore pubblicato su Tuttavia.

 

Lettera ai vescovi italiani

(dal sito: SETTIMANANEWS)

 

Cari pastori,

da semplice laico cristiano oso rivolgermi a voi. Che la casa bruci ce lo dicono i bollettini quotidiani dei morti e dei contagi, le famiglie che non ce la fanno, i ragazzi privati della scuola, la conclamata impotenza della politica culminata in una irresponsabile crisi di governo che ha costretto il presidente della Repubblica a chiamare in servizio l’italiano più autorevole. Con parole gravi che hanno dato il senso della portata drammatica della congiuntura.

In questo tornante così speciale della nostra storia civile, penso sia utile e attesa una vostra parola.

Processo per un Sinodo italiano

Papa Francesco, la figura che, più di ogni altra nel mondo, con gesti e parole, si è mostrata all’altezza della crisi epocale che ci ha investito, ha dato una scossa alla nostra Chiesa italiana. Lo ha fatto in occasione del suo incontro con l’Ufficio catechistico della CEI. Con quel linguaggio franco e diretto che gli è proprio, ma che, ne sono sicuro, rivela l’amore speciale che, in quanto vescovo di Roma e primate d’Italia, egli porta alla nostra Chiesa. Cui ha chiesto di riprendere il suo appello a un percorso sinodale, appello levato in occasione del convegno ecclesiale del 2015 a Firenze.

Francesco propone un Sinodo e, più ancora, lo stile sinodale come modo di essere e di vivere della nostra Chiesa. Con questo spirito e in forza dell'”indole secolare” che il Concilio attribuisce a noi fedeli laici, mi permetto di fare cenno ad alcuni segni (problematici) di questo nostro tempo che ci interpellano e che esigono una parola, un giudizio, un nostro concreto impegno. Con una premessa.

Abbiamo alle spalle una stagione – mi esprimo con franchezza – nella quale non tanto la Chiesa quanto i vertici della CEI non hanno lesinato un interventismo politico sui vertici della politica: partiti, parlamento, governo. In nome di “principi non negoziabili” evocati un po’ astrattamente. Cioè non mediati culturalmente e politicamente dentro la nostra società democratica ed eticamente pluralista. Al prezzo di una doppia mortificazione: della collegialità dei pastori e dell’autonomia responsabile dei laici politicamente impegnati. Forse anche a causa di questo retaggio oggi scontiamo inerzia e mutismo.

La stagione difficile

Questo tempo nuovo e difficile ci chiama in causa. Non – sul punto Francesco è chiarissimo – secondo il modulo dell’ingerenza nella politica intesa come contesa tra le parti. Ma, questo sì, come cura per la Politica con la maiuscola. Sul registro della radicalità evangelica e della profezia, che giudica, incalza, sferza la politica. Senza fare calcoli di convenienza e sfidando il facile consenso.

Con questo spirito e profittando della consultazione delle realtà sociali cui si è impegnato il governo – uscente ed entrante – ai fini della predisposizione del Next Generation EU, la CEI, formazione sociale sui generis, potrebbe anche segnalare pubblicamente e in trasparenza a parlamento e governo talune priorità a lei care.

Chi è avanti negli anni ricorda qualche caso di un tempo lontano nel quale la Chiesa italiana si mostrò capace di operare un discernimento puntuale e di levare una voce che ebbe eco nel paese: il convegno ecclesiale del 1976 su “Evangelizzazione e promozione umana”, il documento del 1981 su La Chiesa italiana e le prospettive del paese e quello del 1991 titolato Educare alla legalità. Come accennato, la singolarissima criticità del momento meriterebbe una parola mirata sulle questioni che più urgono.

La prima: la gestione della pandemia. Sono manifestamente in gioco questioni di natura etica. La difesa della vita, la dignità e l’uguaglianza delle persone non sono prive di implicazioni pratiche.

Penso al doveroso rispetto delle misure di sicurezza e al principio di precauzione. Primari rispetto alle pur legittime esigenze dell’economia. Vanno condannate le posizioni che occhieggiano al negazionismo.

Penso al netto ripudio della teoria secondo la quale la tutela della vita e della salute delle persone anziane o malate possa essere sacrificata.

Penso al concreto assetto del nostro sistema sanitario. Un bene prezioso nel suo carattere universalistico, ma afflitto da problemi: i tagli operati negli ultimi dieci anni, il depauperamento della medicina di base, l’ingerenza indebita della politica, una regionalizzazione che ha rivelato i suoi limiti.

Coesione sociale e demografia

Seconda: l’acutissima questione sociale. Qui si richiederebbe il coraggio profetico di una posizione controcorrente. Si profilano disoccupazione, precarietà, povertà di dimensioni senza precedenti dal dopoguerra. La politica discute di come dosare sussidi/ristori (per definizione a termine) e investimenti. Ma quasi nessuno ha il coraggio di porre, nei termini adeguati al bisogno, la questione fiscale. La patrimoniale è parola tabù per i politici.

Ma conta la sostanza, non la parola. I più audaci timidamente balbettano di un limitato contributo attinto dai grandi patrimoni. Troppo poco: si ricaverebbero modeste risorse. Ben altro è necessario. Tutti i contribuenti – lavoratori e pensionati – dovrebbero concorrere per la propria parte, secondo un criterio progressivo. Perché non studiare e proporre, a viso aperto, una tassa di scopo di uno o due anni dichiaratamente finalizzata alla fuoriuscita dal dramma sociale prodotto dalla pandemia?

Si richiede di reimpostare un vero e proprio patto sociale e fiscale. Aiutare chi non ce la fa non è anch’esso un principio non negoziabile per un buon cristiano? Ci si può contentare del soccorso volontaristico dei più generosi e solleciti o non si devono attivare le leve della “carità politica” e dei suoi strumenti universali quale appunto il fisco? Chi lo può proporre se non la Chiesa, per missione tenuta a proclamare verità e giustizia costi quel che costi?

Terza questione: l’inverno demografico. A riguardo l’Italia vanta un triste primato. È forse il più eloquente indicatore di un deficit di fiducia nel futuro. Un indizio della decadenza della nostra civiltà. Un serio problema umano e sociale, ma anche economico, che nuoce alla stessa crescita. È noto che a produrlo operano ragioni di natura culturale. Ma vi sono anche responsabilità in capo a politiche pubbliche inadeguate o omissive. La disoccupazione e la precarietà del lavoro giovanile che inibiscono progetti di vita, il deficit di sostegni, monetari e non, alle famiglie, la difficile conciliazione tra tempi di vita e di lavoro (cruciale soprattutto per le donne lavoratrici, in Italia particolarmente penalizzate e mai come oggi sospinte fuori dal mercato del lavoro), l’insufficienza di asili nido, la concreta impossibilità per i giovani di acquistare casa.

I cittadini di domani

Quarta priorità: la giustizia tra le generazioni. Sarebbe bello che, nella messa a punto del Recovery plan, significativamente titolato Next Generation EU, la Chiesa italiana si impegnasse a dare un suo contributo. Di riflessione, di proposta, di vigilanza critica. Affinché davvero quel piano, destinato a disegnare un nuovo volto del nostro paese, sia interamente orientato a quell’obiettivo.

Esemplifico. A parole, tutti ne fanno cenno, ma non si fa nulla per porre un argine all’impennata del debito pubblico che peserà su più generazioni. Anche qui si discute di debito buono e di debito cattivo, di assistenza e investimenti. Ma a fare problema è il debito come tale e la sua proiezione temporale. La politica, ossessionata dal consenso a breve, non se ne cura per davvero. Sotto la voce giustizia tra le generazioni vanno inscritti la povertà educativa, l’analfabetismo funzionale, l’abbandono scolastico in vaste aree del paese.

Sono solo esempi. Altri se ne possono aggiungere. L’importante è il principio e cioè l’idea che, in questa congiuntura critica, la Chiesa italiana, con e attraverso la vostra voce, non faccia mancare la sua parola, la sua testimonianza, il suo schietto giudizio sui problemi che affliggono la società in una prospettiva evangelica. Con intelligenza, libertà e coraggio. A valle di una riflessione e di un confronto partecipato dentro la comunità. Che, già di per sé, sarebbe un attestato utilmente controcorrente rispetto al tenore leggero e sloganistico che contrassegna il dibattito pubblico affidato ai social media e ai talk show tv.

Un pensare e un camminare insieme – appunto sinodale e storicamente situato – da parte di una Chiesa estroversa che si fa compagna di strada delle persone e delle comunità che sono in Italia.

Il nocciolo e la scorza…

di: Giordano Cavallari (a cura)

dal Sito SETTIMANA NEWS

Antonietta Potente è teologa, docente e scrittrice. In occasione della presentazione del volume “Il nocciolo e la scorza…” (Paoline editoriale libri) è stata intervistata da Giordano Cavallari per SettimanaNews.

  • Antonietta, in quale contesto hai scritto questo ultimo tuo libro?

Nella serie di piccoli libri che sto scrivendo per le Paoline mi sto proponendo di leggere la realtà dal di dentro. Quest’ultimo libretto è stato scritto verso la fine del periodo di isolamento: ciò mi ha dato idee sulla fatica che la realtà sempre comporta insieme alla speranza in cui la fatica si risolve per la vita. Mi ha fatto pensare, in particolare, la fatica di respirare determinata dalla malattia: il dramma di non poter respirare coi polmoni è figura di una difficoltà che stavamo già vivendo nell’anima. Siamo in una società che non respira bene. Ho intuito quanto sia vitale il respiro di cui andiamo alla ricerca: un respiro profondo.

Questa mia ricerca vorrebbe portare a un senso nascosto che, per una persona credente, è la sua vita di fede, se non si tratta di una fede istituzionale o di carattere culturale, bensì di un’esperienza. In tal modo auspico che queste mie riflessioni possano spingere a loro volta i lettori a una ricerca più intensa, ciò che purtroppo avviene normalmente sempre meno, perché si ha paura e facilmente si aspetta che altri dicano chi siamo e che cosa dobbiamo fare. Mentre penso che la cosa più bella sia continuare a cercare e a darci nuove possibilità.

  • Come interpretare il titolo?

È un’idea che mi è venuta leggendo testi sufi. Esprime in breve un modo di vedere la vita. Il nocciolo possiamo dire che sia l’anima della realtà, cioè quel respiro o soffio invisibile dal quale siamo caratterizzati ma anche stupiti. Dico, dunque, che il nocciolo nascosto è simile al respiro della vita umana e di tutto l’ecosistema. Riconoscere questo nocciolo è molto importante perché significa entrare in relazione con la realtà in modo profondo. Solo nell’intensità e nella profondità noi umani possiamo scoprire la nostra vera identità e, insieme, scoprire le persone che abbiamo dinnanzi.

La quotidianità e la fede

La scorza è pure importante perché è l’unico accesso al nocciolo, ovvero l’unico modo per arrivare dalla realtà al respiro, al senso profondo della stessa realtà. Dobbiamo necessariamente passare attraverso la scorza. La quotidianità è infatti l’unica superficie porosa attraverso la quale possiamo giungere all’incontro più profondo con la vita.

Non si può dare dualismo: non possiamo togliere e buttare via la scorza per tenere solo il nocciolo. Non è possibile e neppure auspicabile. Va mantenuta l’unicità e la completezza. Vero è che, in una società come la nostra, ci fermiamo spesso sulla scorza. Nei miei scritti vorrei dire che c’è molto di più.

  • Hai scritto che il passaggio dalla scorza al nocciolo non è per tutti: in che senso? 

Questo lo dicono alcuni grandi maestri di sapienza, ma non è assolutamente da intendere nel verso dell’esclusione: l’accesso non è escluso a molti e riservato solo ad alcuni eletti. L’accesso di cui tratto è semplicemente la porta stretta del vangelo: bisogna essere fatti in un certo modo per riuscire a passare. Magari per la porta stretta ci passiamo tutti – io naturalmente lo spero –, ma è chiaro che passano tutti quelli che vogliono passare e che vogliono passare insieme ad altri.

Ci vuole allenamento per passare e per allenarsi servono delle pratiche di vita. Ovvero, ci vuole oggi un atteggiamento contemplativo che certamente la nostra società non favorisce. Dovremmo aiutarci allora gli uni gli altri perché questo atteggiamento sia di tutti. La Chiesa stessa non aiuta molto. Nella sua lunga storia di secoli di catechesi, non ha aiutato molto i fedeli a diventare persone contemplative: li ha riempiti di cose da sapere e da fare. È semmai questa l’esclusione.

  • Il libro procede più per accostamenti che per sviluppo: è il tuo metodo di scrittura? 

È la mia metodologia di ragionamento – poco ragionato – che porta quindi alla mia scrittura. Viene dalla considerazione che noi umani ci avviciniamo alla realtà per intuizioni, soprattutto perché altri ci svelano di continuo qualcosa di nuovo. Citare altri autori, anche al di fuori dello specifico teologico, non può servire, per me, a confermare il proprio pensiero, bensì a scoprire altra sapienza. Chiunque fa esperienze ed è eloquente può diventare maestro o maestra.

Le faglie della ragione

Secondo me, questa è la via: nella nostra testa, nella nostra fredda ratio, noi ragioniamo molto geometricamente, ma la vita reale assomiglia molto più alla geometria frattale che non a quella euclidea.

Se osserviamo attentamente, ad esempio, le foglie di una stessa pianta, scopriamo che non c’è una foglia che sia uguale all’altra. Perciò, prima di organizzare il pensiero e di cominciare a scrivere, io penso che si debba passare molto tempo ad osservare questa realtà così complessa, tanto da insegnare sempre qualcosa di diverso con le sue cangianti tonalità.

Questa, peraltro, non è soltanto una via metodologica del pensiero e della scrittura: naturalmente è il modo per stare in una vita che è ricchissima di differenze e a cui dovremmo prestare molta più rispettosa attenzione. Il mio lavoro non è dunque quello di dividere o di separare per chiarezza logica, bensì quello di congiungere e di ricucire anche parti della realtà che appaiono opposte – quali concetti e cosmo-visioni teologiche o atteggiamenti religiosi molto diversi tra loro – scoprendo che c’è un filo che comunque congiunge il tutto. Anche le cose sbagliate e negative ci dicono qualcosa al riguardo: anche l’errore e l’avversario diventano in qualche modo rispettivamente motivo e maestro di sapienza.

  • Un’altra caratteristica mi sembra quella dello sguardo d’insieme. È così? 

La verità affiora in miriadi di contesti diversi. Diversi, infatti, sono i contesti dei popoli in cui sono coltivati pensieri teologici e teosofici. C’è poi il contributo che alla teologia possono dare innumerevoli altre discipline.

Certamente i teologi non possono diventare tutti fisici, chimici, biologi o matematici, ma penso che debbano necessariamente dialogare con altri che leggono la realtà con criteri diversi, oggi di fondamentale importanza. Dobbiamo lasciare che siano altri ad insegnare qualcosa.

Viviamo in un mondo che scambia sempre più merci e denari, ma che ancora non sa scambiare adeguatamente la sapienza. La mia vita e il mio lavoro hanno conosciuto via via una trasformazione nell’ascolto e nell’interlocuzione con altri. Mi sembra che tutta la teologia dovrebbe farlo e con urgenza.

Quale teologia?

  • Stai indicando una strada per la teologia?

Io ho sempre sognato un diverso modo di fare teologia, senza peraltro inventare nulla: se guardo alle università del Medioevo, vediamo certamente che la teologia è stata posta su trono, ma in mezzo ad una vivace e ampia discussione tra i banchi. Se si vanno a leggere le vite e le opere dei grandi maestri medievali, si scopre come questi sapessero di biologia, di alchimia, di anatomia e di medicina. Pensiamo ai monasteri.

Mi sembra che la teologia si sia, via via, svilita, sino al punto di giungere alla teologia dei seminari, in cui gli “altri” non entrano; è una teologia pensata per il solo ruolo presbiterale. A tal punto, è divenuta una disciplina per pochi specialisti e che non serve ai più, mentre una sapienza che sia tale dovrebbe servire e aiutare tutti.

Non sto dicendo che la teologia debba perdere la sua specificità, ma dico che la teologia (o teosofia) è il tentativo di parlare di un grande mistero e perciò non può mai risultare esclusiva e tanto meno arrogante: è molto arrogante, infatti, ritenere di poter dire qualcosa di sicuro su Dio. L’attuale teologia serve, forse, a formare persone di Chiesa, non uomini teologi e donne teologhe che vivono nel mondo più grande.

  • Come parlare di Dio?

Forse, più che parlare di Dio dovremmo lasciar parlare Dio. Io penso che la scoperta della profondità della realtà sia molto importante, anche senza parlare di Dio. Senza nominarlo, potremmo riuscire ad aiutare tante persone a rendersi conto che la vita ha radici profondissime. Ci sono ormai altre discipline che aiutano a guardarsi dentro.

A me colpisce il fatto che tante persone che conosco – anche giovani – seguano le religioni orientali in certe pratiche senza peraltro approfondirne la filosofia. Le ascolto: mi parlano di meditazione. Per loro la meditazione è una posizione, è avvertire il proprio corpo e il proprio respiro, sintonizzarsi con l’ambiente.

Penso che, nella tradizione cristiana, questo pure c’è – ad esempio, nell’ascolto della Parola, nella ruminatio e nella meditatio –, ma ciò non è stato insegnato e trasmesso.

Queste pratiche non sono puramente ecclesiali: possono aiutare tutti a vivere l’umano vero, un umano che si riconosce una piccola parte di questo grande universo e, quindi, una piccola parte di un grande mistero.

  • Che cosa dire di Gesù Cristo?

Mi è caro definire Gesù il “Poeta increato” (sottotitolo del mio precedente libretto), Achiropoieta: sta là dove stanno i giusti, dove sta la verità, dove c’è l’amore per la bellezza, dove c’è la cura per tutto l’umano.

Non penso che si possa subito parlare di Cristo. Penso piuttosto che ci sia da dire a chi e a cosa assomiglia Gesù Cristo nella nostra realtà, perché certamente assomiglia a tutte le persone che hanno una grande passione per la vita, che la rispettano e che hanno il senso del limite.

Il rimando costante della figura di Cristo è all’arché, cioè al principio di ogni creatura e di ogni esistente, ossia a Dio: questo principio che nessuno ha mai visto e che – come dice il vangelo Giovanni – solo la manifestazione della sublime umanità di Cristo lascia intravvedere. Noi possiamo vedere, infatti, attraverso questa umanità ciò che non si lascia esaurire nello strato superficiale della realtà, ma che sempre rimanda, rimanda e va sempre oltre, in profondità.

Come presentare Cristo? Penso che, innanzi tutto, ci sia da cogliere la altrimenti inspiegabile sete di umanità di Cristo che c’è naturalmente nelle persone, mostrare quindi che neppure Cristo ha dato completa soddisfazione a tutta la sete che c’è nell’umano, ma che ha indicato “semplicemente” la via della soddisfazione della sete. Se continuiamo ad annunciare Cristo in modo immediato, come se fosse il contenuto di un libro, penso sia normale non incontrare un riscontro favorevole.

Penso, inoltre, che si debba parlare in totale verità, non per fare proseliti. I giovani hanno sete di verità autentica, non di un sapere che vuole inglobarli.

L’habitat umano

I tempi cambiano e, se cambiano, c’è motivo pure per cambiare quel che diciamo. Questo non vuol dire che quel che è stato detto prima fosse sbagliato. Questo è il tempo di andare in profondità, alle radici, al nocciolo, attraversando tutte le strutture esteriori che, nel frattempo, mi sembrano aver ricoperto le profondità, quelle profondità che ancora sono in grado di dare senso alla vita.

  • Hai usato l’immagine della grotta in un intero capitolo: perché proprio la grotta? 

Quella della grotta non è un’immagine solo biblica. Ricorre in molte ricerche degli esseri umani. È immagine di un’esperienza di interiorità, forse perché il nostro habitat originario è come una grotta: indica una cavità e una profondità; è un’immagine importante per la penetrazione nella realtà, per rintracciare il respiro che anima il tutto, per arrivare al nocciolo.

Per me la grotta va vissuta in un certo modo: stando, cioè, sulla soglia, ossia nel passaggio. Noi viviamo, in fondo, sulla soglia di una grotta, sapendo di non essere ancora giunti alla profondità della stessa, pur percependo chiaramente che c’è tanta profondità.

La soglia della grotta rappresenta per me anche il limite in cui saper sostare con discrezione: ad esempio, di fronte alla libertà e al segreto che le altre persone portano in sé e di cui non possono o non vogliono dire sino in fondo. Questa immagine dovrebbe suggerirci maggiore rispetto degli altri.

Viviamo in tempi violenti, in cui si vuol sempre sapere e spiegare tutto dell’umano e degli umani, ma non può essere così. Meglio restare rispettosamente sulla soglia del mistero per mille anni – come dice il salmo – piuttosto di abitare da violenti nelle tende degli empi. Nelle culture andine, ad esempio, il segreto è dire davvero tutta la verità senza tuttavia svelarla: penso che dovremmo ricevere questa idea ed essere grati.

  • Un altro capitolo è dedicato a ciò che è insignificante, perché?

Può apparire un gioco di parole: ciò che spesso si ritiene insignificante cela il senso vero delle cose e dell’esistenza. Il nocciolo è dentro realtà che non riusciamo più a guardare, che giudichiamo male o che disprezziamo. Io cerco perciò di elevare l’ode dell’insignificanza. Viviamo in un tempo che continua a calpestare persone e dignità culturali di popoli. È un dramma – quello che sta accadendo – mosso dall’orgoglio e dalla paura. È perciò tempo di trovare strade politiche alternative, di riconoscimento della saggezza altrui, ovunque si possa trovare.

Mi avvalgo dell’idea di uno dei canti del servo di Isaia, uno dei testi che più chiaramente esprime la difficoltà umana di riconoscere l’altro, specie quando questi è sfigurato dal dolore che gli è stato ingiustamente prodotto.

L’esperienza della fede

La vita degli altri resta insignificante – nel senso negativo del termine – sinché non diviene la porta per un passaggio alternativo che senz’altro reca a riconoscere il significato nascosto della vita stessa. È un passaggio però molto delicato e rischioso: sinché l’insignificante è oggetto di un certo modo di intendere la carità e l’amore, si corre il rischio di banalizzare il bene e la stessa carità.

Spesso ci basta beneficare gli insignificanti –rimetterli un poco in sesto nella loro insignificanza – restando sulla superficie dell’umano. Mentre nella loro profondità queste persone – ritenute insignificanti – hanno qualcosa da dire per cambiare le cose e per cambiare noi stessi: ogni essere vivente è maestro o maestra.

Nella Chiesa – e non solo – sono chiaramente presenti moti di carità per le classi sociali più deboli, ma non ancora o non sempre perché diventino interlocutori autentici nella ricerca di un mondo alternativo. Ormai non possiamo più presumere di pensare solo noi (occidentali) questo nuovo mondo. La mia ode dell’insignificanza ha dunque questo significato: non possiamo continuare a voltare la faccia da un’altra parte.

  • C’è una profezia in quel che scrivi? 

La profezia chiama alla conversione. Abbiamo un gran bisogno di “rivoltarci” e di farlo ascoltando gli altri. La verità è immensa ed ha bisogno di tutti per manifestarsi. Vorrei perciò la profezia di una Chiesa meno preoccupata di sacramentalizzare la vita e più interessata a riscoprire i sacramenti della vita, ossia come la vita stessa, nelle sue infinite espressioni, sia rivelatrice.

Vorrei vedere un forte desiderio di cogliere la bellezza negli altri, nella diversità: non per diventare tutti uguali ma per scoprire che, nella diversa bellezza, c’è qualcosa di comune. Per esperienza, noto che le cose cattive e brutte sono brutte per tutti e le cose più buone e belle sono belle per tutti.

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