Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

Uomini che uccidono le donne

Femminicidi

(Articolo della Rivista Il Regno)

 

Perché ancora si raccontano i femminicidi normalizzando i gesti degli assassini? Perché l’idea che l’esistenza delle donne valga meno di quella dei maschi non è affatto tramontata, e si infila dappertutto. Allora ci sono dei passi seri da fare, ci sono delle responsabilità a cui nessuno può sottrarsi. Chiese e “uomini perbene” inclusi.

Se a qualche persona fosse sfuggito il fatto che non solo “altrove”, ma qui – qui da noi, nelle nostre città, nelle nostre case – c’è una tragedia che si consuma quotidianamente, le cronache delle ultime settimane avrebbero dovuto togliere ogni velo dagli occhi: 8 donne uccise in dieci giorni. Se contiamo dall’inizio dell’anno sono 86, di cui 72 uccise in ambito familiare-affettivo; e in 51 casi l’assassino è il partner o l’ex.

Morte non perché si trovavano a passare in mezzo a una sparatoria o a un attentato. Ma perché ciò che i loro assassini hanno voluto sopprimere era il loro essere donne: la parola “femminicidio” – diceva già anni fa Michela Murgia – non indica il sesso della morta; indica il motivo per cui è stata uccisa.

Il punto è questo, ormai dovremmo saperlo, e non è più tollerabile che lo si dimentichi e non lo si assuma in tutta la sua portata.

E invece siamo ancora qui – per fortuna insieme a tante altre – a denunciare il modo in cui questi crimini vengono raccontati sui mass media. I quali sì, lo vedono bene che si tratta di una faccenda tra uomini e donne; ma la normalizzano. Perché lei era “bella e impossibile” o aveva un top nero, lei voleva lasciarlo (poi magari in una riga in mezzo all’articolo si scopre che erano anni che lui la picchiava) e lui soffriva tantissimo, ed è un brav’uomo che salutava sempre (quindi lei l’ha sicuramente esasperato, altrimenti non sarebbe successo) e ha avuto un raptus, e lei non aveva cucinato e usciva troppo, e lui non sopportava che lei avesse un altro… Quindi, per forza che poi succede che la uccide, no?

“Per forza” in che senso?

Eh, no. “Per forza” si dice quando ti sfugge un oggetto dalle mani e la gravità lo fa cadere a terra. Non per un femminicidio, non per lo stupro, non per le forme molteplici di violenza domestica e nelle relazioni intime, non per le infamie perpetrate da gruppi di maschi su Telegram, non per il catcalling (che sarebbe ad esempio quando cammini per strada pensando ai fatti tuoi e dei maschi ti urlano «abbèlla, non sai che ti farei…» e sostengono che è un complimento mentre tu ti disfi di paura, di umiliazione, di rabbia; e loro lo sanno, lo sanno fin troppo bene, altro che complimento).

A meno che… a meno che anche quando un uomo uccide o violenta o molesta sessualmente una donna non si presupponga che c’è una legge forte e insindacabile quanto quella gravitazionale, a cui coloro che raccontano e commentano sia adeguano. La legge per cui il mondo è del maschio, e quello che una donna vive, sente, desidera non conta. La sua vita, la sua dignità, il suo corpo, la sua libertà, il suo consenso non contano, o comunque contano meno. E tutto sommato quello che un uomo fa per riportare una donna “al suo posto” (il posto deciso da lui) va bene. Magari uccidere no – quello si condanna – ma solo perché è un eccesso, non perché sia sbagliato il sistema in sé. È questo che ancora ci arriva – condito spesso da disgustoso voyerismo – dalle tastiere di tante redazioni.

Allora questo “per forza” va continuamente svelato per quello che è: la prova certa che una cultura patriarcale, sessista e violenta abita i nostri mondi privati e pubblici e fa da humus alle manifestazioni estreme che ben conosciamo. Le rende “ovvie” – al pari degli stupri di guerra, che di ovvio non hanno proprio niente. È per questo che l’indignazione dell’opinione pubblica, quando c’è, fatica a tradursi in coscienza collettiva, in azioni condivise, in cambiamenti strutturali.

Da teologhe cristiane diciamo

In sintonia con altre realtà di donne impegnate nell’analisi e decostruzione dell’universo simbolico e pratico che sorregge tale sistema, le teologhe femministe da molto tempo lavorano perché le Chiese prendano coscienza delle proprie complicità – passate e presenti – rispetto a un ordine gerarchico fra i sessi che non è compatibile né con i diritti umani né con il vangelo (Si veda ad es. Elizabeth E. Green, Cristianesimo e violenza contro le donne, Claudiana, Torino 2015; Paola Cavallari [a cura di], Non solo reato, anche peccato. Religioni e violenza contro le donne, Effatà, Cantalupa 2018).

Alcune prospettive in particolare ci sembrano oggi irrinunciabili:

La violenza contro le donne riguarda le Chiese

Sembra scontato, ma non lo è: nelle Chiese cristiane – seppure con differenze fra le diverse confessioni – la violenza maschile contro le donne non è considerata una priorità, e anzi persistono ampie sacche di negazionismo e minimizzazione (sia in generale che rispetto ai numerosissimi casi che avvengono dentro le Chiese).

Spesso anche nei contesti e nei documenti più sensibili alla qualità delle relazioni – dal livello privato a quello politico – essa è dimenticata o evocata solo con brevi accenni che ne oscurano il carattere pervasivo, strutturale e paradigmatico.

C’è quindi bisogno di un lavoro sistematico e condiviso, che grazie al lavoro di tante studiose anche italiane può avvalersi di numerosi e qualificati strumenti utili per rileggere la tradizione, le teologie, le pratiche pastorali, l’ecclesiologia, l’uso dei testi biblici ecc. Perché il paradigma del dominio e della “voce unica” si infila anche nelle catechesi più moderne, nelle omelie più ispirate, nei convegni più illuminati, nei tiktok e nei blog più frizzanti.

Come e a cosa educhiamo?

Sappiamo che in molti modi la cultura occidentale trasmette ai maschi una mentalità di violenza contro le donne addestrandoli al dominio, al controllo, all’“onore”, alla superiorità; e questa stessa cultura tende a insegnare alle donne la sottomissione a questa violenza, ad accettare legami ingiusti, a esporsi a ciò che non le fa vivere e a credere che la sottomissione al desiderio maschile sia una via di realizzazione personale e un mezzo per rendere migliore il mondo.

Siamo quindi di fronte a un’emergenza anzitutto educativa, che richiede un livello di intervento profondo e costante, paziente e inesorabile per lavorare sui modelli culturali, per decostruire stereotipi di genere che annientano la vita, per imparare a essere uomini e donne in modo nuovo, insieme.

Riteniamo fondamentale l’impegno di coloro che – nell’ottica del comma 16 della L. 107/2015, dell’Obiettivo 5 dell’Agenda 2030 e della Convenzione di Istanbul – si spendono per una pedagogia e una didattica capaci di decostruire quei messaggi e sostenere relazioni educative e paradigmi culturali fondati sulla parità, la dignità, la libertà e l’inclusione.

Crediamo però che anche nei contesti ecclesiali sia necessaria la stessa cura e attenzione nei percorsi educativi e formativi che coinvolgono l’infanzia, le fasce giovanili e le generazioni adulte, famiglie comprese: una generica “attenzione alla persona” non basta a decodificare e mutare la realtà.

La questione è maschile

La violenza contro le donne e il sistema che la sostiene non sono una “questione femminile”. Le donne ne fanno le spese, certo; possono adeguarsi; possono anche esserne complici, andando contro sé stesse.

Ma la questione è maschile, e sono gli uomini innanzitutto che devono assumerla, perché riguarda la costruzione della loro maschilità, l’eredità ricevuta, le scelte che si possono e si vogliono fare per uscire dalle gabbie di un’identità che è stata strutturalmente legata al dominio e al controllo sulle donne, all’autorità, all’illusione della non parzialità e dell’invulnerabilità. In questo senso nessun uomo, per quanto “perbene”, può sentirsi a posto e pensare che la cosa non lo riguardi.

Lentamente gli uomini cristiani stanno cominciando a seguire l’esempio dei gruppi maschili che da qualche tempo lavorano in questa direzione.

Auspichiamo che i passi di alcuni diventino di molti e di tutti, per avviarsi verso una maschilità che non tradisca, come invece è successo finora, quella paradigmatica di Gesù (La illustra ampiamente Simona Segoloni Ruta, Gesù, maschile singolare, EDB, Bologna 2020).

Molto del futuro delle Chiese – su cui grava anche la millenaria e distorcente associazione fra maschile e sacro – dipende dall’ampiezza e dalla profondità di questa conversione.

 

 

Io, io, io… e gli altri?

(dal Sito Settimananews)
di: 

È impressionante assistere al rifiuto della vaccinazione contro il Covid da parte di una significativa minoranza di persone che rappresentano varie condizioni e professioni, compresi medici e insegnanti. Recentemente questa opposizione sta manifestando forme di aggressività e di violenza insopportabili.

Una ricognizione sui dati

La domanda semplice che sorge è da dove nasca il rifiuto. Le risposte che danno gli interessati non convincono: «non vogliamo essere cavie» – «è impedita la nostra libertà» – «il Covid è un’invenzione» – «è il risultato di una complotto» – «tempo non sufficiente per elaborare un vaccino»…

Approfondendo l’esame del fenomeno, le risposte vanno spostate indietro nel tempo ed esaminate nella storia. Sono esistite, anche nel XX secolo, epidemie e, in alcuni casi, addirittura pandemie: basta ricordare la cosiddetta «spagnola» all’inizio del secolo che ha mietuto milioni di persone, in assenza di risposte medicali. È andata meglio con l’influenza «asiatica» e con Ebola: la poliomielite, grazie alla ricerca e ai presidi medici, è scomparsa.

I morti in Italia, per il Covid, sono stati oltre 130 mila; nel mondo oltre 4 milioni. I dati recenti dicono che intorno all’80% dei ricoverati attualmente in terapia Covid non sono vaccinati. I macro numeri dicono dunque che il vaccino funziona, anche se non è infallibile e in rari casi può produrre effetti collaterali negativi.

Scenario ben conosciuto nell’esperienza comune: la medicina è una scienza imperfetta; i medicinali possono avere effetti collaterali negativi. È vero anche che la comunicazione della diffusione e delle risposte mediche al Covid non sono state sempre lineari e appropriate; né la risposta – soprattutto all’inizio – è stata tempestiva ed efficace.

Le terapie intensive o semplicemente Covid hanno salvato molte persone. Il sistema sanitario, anche con difficoltà, ha risposto alla pandemia.

Si assiste così a una specie di schizofrenia: da una parte, la ricerca di un sistema sanitario perfetto, soprattutto di urgenza/emergenza, dall’altra, la pretesa di essere liberi di prevenire la pandemia. Già qualche mese fa, di fronte all’obbligo delle vaccinazioni per l’infanzia (polio, difterite, tetano, epatite, pertosse, morbillo, rosolia…) si manifestarono sacche di resistenza.

La spiegazione nasce da una radice che accomuna il rifiuto.

Le motivazioni del rifiuto

La risposta esplicita è che ogni individuo rivendica il diritto di decidere per la propria vita. Con una variante drammatica: il vicino, l’altro, lo stesso parente non deve intralciare la mia libertà che è assoluta e inviolabile.

Non solo: al momento del bisogno, l’io individuale può cambiare opinione e rivendicare la risposta sociale, costituita dal sistema sociale che deve essere efficiente e infallibile. Emergono episodi di persone non vaccinate che, ricoverate, invocano di essere salvate, chiedendo scusa per essersi sbagliate.

L’io è diventato ipertrofico e ingombrante. È l’epoca moderna che ha affermato il personalismo, diventato, di anno in anno, sempre più invadente.

Nell’800 è stata smantellata la funzione della religione, ridotta a una forma privata di adesione di sentimenti, nemmeno intelligente. Si è passati allo Stato le cui leggi sono disattese, salvo difendersi dalle trasgressioni amministrative e penali: le difficoltà dei partiti politici si sommano nella mancanza di fiducia per la rappresentanza civile; vale anche per le organizzazioni sindacali. Il mondo del volontariato e del no profit è in difficoltà, dimezzato nei numeri e mai apprezzato, insinuando, di volta in volta, interessi e discredito.

Ora è la volta della scienza alla quale non è più concessa fiducia.

Ognuno si sente esperto di cose che non conosce, ma che, genericamente, tramite la comunicazione di rete, orienta il proprio sentire verso una tesi. Nessuna obiezione seria, con dati di esperienza, è presentata per opporsi all’orientamento medicale. È impressionante che lo facciano dei medici, i quali, per missione e mestiere, dovrebbero conoscere la materia. Opporsi a una cura dovrebbe essere sostenuta da dati certificati.

D’altra parte, questo approccio solitario è diffuso in ogni aspetto della vita: affettiva, professionale, sociale. Molti delitti gravi hanno motivi di possesso: i femminicidi in aumento ne sono la dimostrazione. L’io aggressivo può uccidere moglie, figli, compagni e compagne, perché privato del possesso.

La stessa famiglia è sempre più precaria e instabile. La comunione che pure si dichiara non si attiva a sufficienza: cambia in momenti diversi e per ciascuno dei due. Il bene dei figli spesso non è sufficiente a ristabilire equilibrio.

Si sta chiedendo di avere libertà per la propria identità di genere; il disegno di legge Zan, in discussione in Parlamento [art. 1, lettera d] dichiara che, «per identità di genere si intende l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione».

Sono alimentate le pressioni per la liceità degli uteri in affitto, con seme sconosciuto.

Vale anche per la morte: l’eutanasia sta scivolando verso la richiesta della propria morte, a prescindere dalle condizioni di salute che altri dovrebbero certificare.

Insomma, una specie di onnipotenza fondata sull’io che naturalmente è variabile perché soggettiva, da cui la richiesta di tramutare molti desideri in diritti.

Questo soggettivismo è possibile in ambienti benestanti. Solo i ricchi possono chiedere sempre più benefici fisici, culturali, affettivi per il proprio benessere. Il tutto alimentato da tecnologia e commercio. Già ora si avvertono i limiti di bisogni non essenziali, ma spinti da pubblicità ossessive e da desideri indotti, salvo poi, per un’epidemia rimanere chiusi in casa.

Chi deve provvedere alla sopravvivenza, ha altre priorità. I poveri sono allenati all’essenziale; probabilmente destinati ad avere meno angosce e paure.

Come uscirne?

Come si uscirà da questa tendenza, se le autorità morali e sociali sono inascoltate e ininfluenti?

Credo che penserà la natura a far riscoprire il noi. Forzando l’individualismo, i disastri ambientali e personali diventeranno insopportabili.

Già l’ambiente sta mostrando la ribellione allo sfacelo frutto di mani d’uomo: i cambiamenti climatici e l’inquinamento presentano il conto di un utilizzo spropositato dell’ambiente. Agglomerati urbani oltre i limiti della vivibilità, nuclei industriali inquinanti, spazi occupati senza respiro e razionalità.

All’umano che cura solo il proprio io l’attende la solitudine. Fino a che si è ricchi, sani, giovani, sembra che la vita sia eternamente felice. Possono arrivare i mali, non augurabili, anche se possibili. Il solitario, nel bisogno, sarà affidato a mani straniere che lo accudiranno come lavoro, non creando comunione e affetti.

Non è una visione apocalittica, ma l’unica strada per recuperare il noi: la fratellanza, su cui ha insistito papa Francesco con l’enciclica Fratelli tutti chiama a vivere in gruppi, familiari, territoriali, culturali nei quali la propria identità è in relazione con i propri simili, fino ai confini del mondo.

I nostri bisogni personali e sociali possono evolvere solo nell’armonia del creato, perché ciascuno, con le proprie capacità, possa contribuire alla felicità propria e di chi incontra. Non a caso la regola aurea evangelica suggerisce di amare il prossimo come se stesso: l’io non è escluso, ma comprensivo di quello degli altri, costituendo la comunione tra i diversi.

Il Mancini di Dio

(dal sito VinoNuovo)

Roberto Mancini a Jesi: toccata e fuga prima delle vacanze - Cronaca -  ilrestodelcarlino.it

Nell'osanna per gli azzurri finalisti agli Europei spiccano alcune scelte esemplari del mister marchigiano, leader carismatico
 

Quando ieri il professor Jorginho ha appoggiato in gol l’ultimo rigore che ha domato la Spagna, anche molti lettori di vinonuovo.it  si sono uniti a distanza in un brindisi per festeggiare l’approdo alla finale europea. Alcuni col pensiero sono andati ad altre “notti magiche” di lontani campeggi parrocchiali in cui il cappellano doveva “programmare” la serata al bar del paese: “Don, non ci farai mica perdere la partita dell’Italia, vero…?” era la richiesta ultimativa dei ragazzi.

A proposito, agli Europei di nove anni fa in questo blog si era battezzata la Nazionale “della Divina Misericordia” quella di mister Cesare Prandelli che si era recato a piedi con alcuni collaboratori ad un santuario polacco. Oggi è forse giusto ripetere che  ora abbiamo  invece  la “Nazionale degli oratoriani”,  come ha documentato Massimiliano Castellani su Avvenire,  perchè tanti azzurri – da Bastoni a Locatelli, da Sirigu a Pessina – hanno scoperto lo sport sul campetto dell’oratorio e considerano ancora decisive quelle radici educative.

Ma la testimonianza più misurata ed efficace  è  forse quella offerta in queste settimane da mister Roberto Mancini che fra l’altro non ha mai nascosto – anche senza esibirla – la sua formazione oratoriana e la sua ricerca spirituale (compreso un viaggio a Medjugorie raccontato in tv a Pierluigi Diaco), genuina anche se non sempre lineare.

Senza voler dare pagelline extracalcistiche,  Mancini in questi giorni è sembrato a molti credibile ed esemplare per alcuni gesti ben più apprezzabili dello stop di tacco con cui ha messo a terra un pallone a bordo campo.

Rivediamoli. Il primo:  dopo l’arresto cardiaco di Christian Ericksen, ha inviato al regista danese dell’Inter un messaggio in cui diceva espressamente: “prego per te”, un riferimento alla preghiera quasi sempre assente in tanti auguri di pronta guarigione.

Poi, dopo le prima vittoriose partite, di fronte alla solita domanda “A chi dedica questa vittoria…”  ha dichiarato di voler pensare soprattutto  “a quanti in questo periodo si trovano nella sofferenza”, invitando implicitamente a non  archiviare troppo in fretta il dolore collettivo per la lunga coda della pandemia: un richiamo prezioso.  A proposito di dolore, significativo anche l’abbraccio all’infortunato  Spinazzola e il coretto a lui dedicato al termine della semifinale.

In più occasione Mancini ha fatto poi riferimento all’importanza di “continuare a divertirsi con il giuoco del calcio” e ne ha dato prova nella semifinale con alcune battute sdrammatizzanti durante il cerchio prima dei rigori: lui in mezzo, leader carismatico ma non individualista ed egocentrico.  Pur con un forte carisma individuale, ha sempre esaltato il valore dello staff (dai suoi abbracci con l’amico Vialli al consulto con Oriali, Evani, De Rossi) e anche questo non è scontato perfino in chi fa il dirigente delle  società sportive, piccole o grandi che siano : l’allenatore non è mai un uomo solo al comando.

Dettagli patetici, si dirà, in un mondo in cui comunque i premi-partita sono sproporzionati e iniqui sul piano sociale. E in cui, fra l’altro,  le bestemmie “mute” (anche di alcuni azzurri) passano attraverso il labiale della ripresa televisiva, mentre gli spalti sono spesso palestra di diseducazione e prepotenza.

Eppure, invece di vedere solo il marcio, lasciateci cogliere il Mancio che ha fra l’altro “fatto giocare tutti” (la prima qualifica di un buon allenatore anche a livello giovanile di base), sorprendendo perfino  i cronisti sportivi quando ha dato l’opportunità anche al portiere di riserva Salvatore Sirigu di scendere in campo per qualche minuto. Molti ragazzini costretti troppo a lungo alla panchina vorrebbero Mancini come loro allenatore.

Una “benedizione” esagerata per l’ex golden boy della Sampdoria?  In un’Italia di tanti commissari tecnici  Mancini può essere davvero un leader  normale e pulito, spesso anche spontaneo (come quando s’irrigidisce davanti alle domande polemiche del bordocampista Antinelli) in grado anche di comunicare fiducia e “amicizia sociale”. Non è un caso forse che in tanti lo abbiamo cercato come testimonial per tanti spot televisivi.

PER TE LE TENEBRE SONO COME LUCE

Per te le tenebre CAROZZA
Il libro raccoglie alcune meditazioni sui salmi (di misericordia, di fiducia in Dio, d'invocazione, di attesa del perdono e della salvezza, di gioia, di ringraziamento e di lode al Signore) proposte dall'autore a Radio Vaticana. Lo scopo è di aiutare chiunque lo desideri a conoscere più da vicino le preghiere del Salterio. Ogni capitolo del libro presenta il testo del salmo seguito dalla lectio divina dell'autore. Ciascun salmo proposto può diventare l'occasione per vivere un momento di sosta e di silenzio durante la giornata, in particolare al mattino, prima di intraprendere le attività. Pregare un salmo, anche sempre lo stesso, è appropriarsi di una forte esperienza interiore nella relazione con Dio.

Il cammino che sorprende

carozza libro

Contenuto
Il Vangelo di Marco può essere letto come una “iniziazione” al mistero cristiano. Una iniziazione ricca di risvolti attuali, intelligente e generativa che si delinea come un progressivo viaggio verso il centro. Due domande affiorano in questo cammino: la prima, fondamentale, porta a chiedersi chi è Gesù. Ma ce n’è una seconda, a ruota, che si interroga su chi è il discepolo. Sono due facce del medesimo mistero: la via di Gesù è la via del discepolo. Venticinque brevi meditazioni che accompagnano il lettore a capire il Vangelo di Marco, ad assaporarne il messaggio nella concretezza della propria vita e libertà.

Destinatari
Tutti.

Autore
Gianni CAROZZA (1977) è biblista e presbitero della diocesi di Chieti-Vasto. Dopo la maturità classica ha frequentato la Pontificia Università Gregoriana e conseguito la licenza in Sacra Scrittura presso il Pontificio Istituto Biblico. Attualmente insegna greco biblico e letteratura giovannea presso l’Istituto teologico abruzzese-molisano di Chieti e scienze bibliche presso l’Istituto superiore di scienze religiose “G. Toniolo” di Pescara. È attivo sia nella formazione biblica sia come animatore di esercizi spirituali. Presso le Edizioni Messaggero Padova ha pubblicato La Parola è più dolce del miele (2019).
   

 

L’importanza delle tradizioni

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Martedì scorso, nonostante quest’anno sia passato un poco in sordina, è stato l’ultimo giorno di Carnevale. Denominato Martedì Grasso, da sempre viene festeggiato per essere l’ultima occasione per mangiare “carne” prima della Quaresima (da qui il termine Carnevale: carnem levare)

Anni fa, quando ancora vivevo con mio nonno, un uomo burbero che amava vivere seguendo il ritmo delle stagioni e con una forte connessione con la ciclicità che la Natura donava agli uomini attraverso i prodotti stagionali e le tradizioni popolari, non c’era Martedì Grasso in cui lui non mi chiedesse di tornare a casa in tempo per il pranzo. Nella nostra routine, lui pensava a cucinare, ma solitamente non si preoccupava mai di mangiare da solo se io ero fuori per studio o per lavoro… tranne a Martedì Grasso.

L’ultimo giorno di Carnevale era per lui un’occasione importante da festeggiare. Gnocchi col sugo di carne, Agnello alla brace o al “coppo” con le patate e rosmarino… vino e caffè. Per lui che i dolci erano solitamente “banditi”, il giorno di Martedì Grasso era una di quelle eccezioni che gli facevano gustare il pasticcino al cioccolato fondente, la cicerchiata, la frappa.

Mi sembra ancora oggi di ricordare il profumo che annusavo ogni volta che varcavo la soglia della cucina in quella giornata. …e con un pizzico di nostalgia, oggi che lui non c’è più, ripenso a quei momenti di intimità, di condivisione, di scambio silenzioso intorno ad una tavola preparata con amore, intenzione, dedizione, totalità… e in occasione del Martedì Grasso prendermi un momento tutto per me per preparare quei piatti, quel pranzo (o quella cena), mi mette in connessione con una parte di me, con le mie radici, con il mio passato: importante parte del mio presente, con Lui e con ciò che è significato per me e per la mia crescita.

“tra-di-zió-ne”: il suo significato sarebbe: passaggio di un patrimonio culturale attraverso il tempo e le generazioni. L’etimologia del termine, dal latino: tradere, composto da tra- oltre e dare consegnare, Trasmettere oltre, ci dice molto sul significato “energetico” di questo termine.

La tradizione, infatti, non è soltanto il gesto, l’usanza che ognuno di noi tramanda ai propri figli o eredita dai propri genitori, ma è qualcosa di molto più complesso. Tramandando ai nostri posteri qualcosa stiamo infatti effettuando una “scelta” su ciò che per noi è funzionale, arricchente, “buono”… e su ciò che invece non lo è più. Attraverso una selezione di ciò che abbiamo vissuto, appreso, osservato… ognuno di noi durante lo sviluppo abbandona qualcosa, lascia andare qualcos’altro e fa suoi alcuni rituali, determinate abitudini familiari.

Questo fenomeno così “naturale” e inconsapevole, che le persone compiono, ha in realtà un’origine molto profonda che nel corso della vita delle persone caratterizza determinati passaggi: ogni individuo ricordandosi di alcuni momenti vissuti nell’infanzia, durante l’adolescenza… ricontatterà le proprie radici, le proprie basi, le origini, le fondamenta.

E perché mai oggi è tanto importante riportare l’attenzione sulle tradizioni e sull’importanza che queste hanno? Perché sono sempre meno. In una società sempre più frenetica, sempre più proiettata verso l’esterno, sempre meno paziente, sempre meno portata a seguire i ritmi della stagionalità, della Natura… le persone, le famiglie… hanno, soprattutto nelle grandi città, perduto il contatto con la loro essenza, con ciò che loro sono e con il principio da cui tutto ha avuto inizio.

Quando si è troppo focalizzati sul futuro, sul domani, si perde di vista l’oggi, il presente, il qui ed ora… ed ancora meno si fa riferimento al passato: a quel punto da cui si è partiti e che ci permette di prendere le misure sulla strada percorsa.

Se nel tuo nucleo familiare senti di non avere delle tradizioni o di non averle rafforzate, ricordati che sei sempre in tempo per ripensare a tutti quei riti che hai vissuto da bambino e che ti piacerebbe conservare… così come non sarà mai troppo tardi per inventarsene delle nuove. Non occorre pensare sempre a qualcosa di “fantasmagorico”… a volte basta pochissimo!

…l’abitudine di vedere un film tutti insieme il sabato sera, preparare un dolce la domenica mattina per fare colazione tutti insieme, stabilire un menù particolare per un giorno specifico della settimana, istituire un bar dove andare a prendere il caffè quando si va a fare la spesa, dedicare un pensiero di gratitudine ogni volta che ci siede a tavola prima di iniziare il pasto… Sono tutti dei piccoli esempi che potresti provare ad introdurre nella vostra settimana familiare.

E se vivi solo? Anche in questo caso puoi lavorare sulle tue tradizioni, magari su quelle della tua infanzia alle quali non hai mai dato importanza. Prova a prenderti un momento tutto per te e cerca di riportare alla memoria delle occasioni in cui sentivi di stare bene, di essere felice. C’erano delle abitudini che puoi individuare come “connesse a quello stato di benessere”? Se fai fatica, puoi anche annotarti qualche piccolo episodio e lasciare che la memoria torni a te con i suoi tempi. Non avere fretta. Tutto accade quando è giusto che accada e soprattutto, quando noi siamo pronti.

Se hai una riflessione da fare sull’argomento, se hai piacere di condividere un tuo pensiero, scrivi pure a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. ed io sarò felice di leggerlo!

Scritto da Giulia Di Sipio, Diplomata in Counseling Relazionale (iscrizione albo nazionale An.Co.Re n.275), nel 2013, specializzata in Counseling Gastronomico, Consulente Genitoriale, da anni collabora come volontaria con l'Associazione Orizzonte Onlus (www.associazioneorizzonte.it) nelle sue attività per facilitare l'inclusione e l'autonomia dei ragazzi diversamente abili, promuovere iniziative volte a sostegno delle famiglie con disabilità potenziare le occasioni di lavoro per una buona genitorialità.

 

(Giulia Di Spio)

San Valentino, un’occasione per riflettere...

  • San Valentino, un’occasione per riflettere
  • sulla relazione più intima che ognuno di noi ha:
  • quella con sé stessi.

Quante volte vi è capitato, specialmente in una giornata come questa di sentirvi tristi, giù di morale, sottotono… magari focalizzando la vostra attenzione sulla relazione che non avete oppure che non ritenete essere soddisfacente… o ancora, su quella persona che sentite di aver deluso o che pensate vi abbia tradito.

A prescindere da quanto ci si ripeta che San Valentino sia una festa consumistica e priva di valore “sostanziale”, ognuno di noi nel suo intimo ne subisce in un certo qual modo l’influenza.

Il 14 Febbraio è una festa risalente all'epoca romana, quando, nel 496 d.C. l'allora papa, Gelasio I, volle porre fine ai lupercalia, gli antichi riti pagani dedicati al dio della fertilità Luperco. Questi riti in origine si celebravano il 15 febbraio e prevedevano festeggiamenti sfrenati, apertamente in contrasto con la morale e l'idea di amore dei cristiani. Il momento saliente della festa si aveva quando le matrone romane si offrivano, spontaneamente e sotto gli occhi di tutti, alle frustate di un gruppo di giovani nudi, devoti al selvatico Fauno Luperco. Tale usanza sembra che coinvolgesse perfino le donne in dolce attesa, convinte che un simile rito sarebbe stato di buon auspicio al nascituro. Per "battezzare" la festa dell'amore, e mettere fine a questa usanza tanto violenta, Papa Gelasio I decise di spostarla al giorno precedente – giorno dedicato a San Valentino.

Valentino nacque nel 176 d.C. e, appena ventunenne, venne investito Vescovo da Papa Feliciano. La sua vita fu segnata da importanti opere e tra queste, quella che lo rese famoso e particolarmente caro agli innamorati fu la celebrazione del matrimonio tra il legionario romano Sabino e la giovane cristiana Serapia, malata terminale di tisi. I due giovani, racconta la leggenda, una volta ricevuta la benedizione del loro amore, caddero in un sonno profondo e vi rimasero per l’eternità, diventando il simbolo dell’unione sacra.

Valentino, nonostante i miracoli che riuscì a compiere ancora in vita, venne decapitato. Morì martire il 14 febbraio del 273 d.C.

Fin dalle origini di questa festività, non può certo venire in secondo piano l’essere portavoce di una duplice faccia della medaglia: l’amore, così come le relazioni sono per eccellenza espressione di un’infinita via di sfumature che si muovono lungo un continuum con agli estremi due polarità.

Riconoscere questo aspetto della relazione, accettare ed accogliere dentro sé stessi questa dualità è il primo passetto che ognuno di noi dovrebbe fare per poter migliorare dal punto di vista qualitativo il proprio rapporto con gli altri… e in primis, con sé stessi.

Spesso, siamo così concentrati su di noi, sulle nostre ragioni, sul nostro sentire… che dimentichiamo che esiste l’Altro, il suo mondo, le sue emozioni, le sue paure.

A tale proposito, mi farebbe piacere condividere con voi un passo tratto dal libro “Messaggio per un’aquila che si crede un pollo”, di Anthony de Mello:

“La prima cosa che voglio capiate, se davvero intendete svegliarvi, è che non volete svegliarvi.

Il primo passo verso il risveglio è essere sufficientemente sinceri da ammettere di fronte a se stessi che non è piacevole. Voi non volete essere felici.

Che ne dite di sottoporvi a un piccolo test?

Proviamo: ci vorrà un minuto esatto. Potete chiudere gli occhi, mentre lo fate, oppure potete tenerli aperti: non ha grande importanza.

Pensate a qualcuno che amate molto, qualcuno a cui siete vicini, qualcuno che vi è prezioso e provate a dire a quella persona, nella vostra mente: «Preferisco la felicità a te».

Osservate quel che accade. «Preferisco la felicità a te. Se dovessi scegliere, non avrei dubbi: sceglierei la felicità».

Quanti di voi si sono sentiti egoisti, pronunciando questa frase? Molti, a quanto pare. Capite fino a che punto siamo stati sottoposti a un lavaggio del cervello? Il risultato è che ci costringono a chiederci: «Come ho potuto essere tanto egoista?».

Ma pensate un attimo a chi è veramente egoista. Immaginatevi qualcuno che venga a dire a voi: «Come hai potuto essere tanto egoista da anteporre la tua felicità a me?».

Non vi verrebbe forse da rispondere: «Scusa tanto, ma come puoi tu essere tanto egoista da pretendere che anteponga te alla mia felicità!?».

Una donna mi disse, una volta, che, quando lei era bambina, un suo cugino gesuita aveva organizzato un ritiro nella chiesa gesuita di Milwaukee. Egli apriva ogni incontro con le parole: «La prova dell’amore è il sacrificio; la misura dell’amore è l’altruismo».

Splendido! Le chiesi: «Vorresti che io ti amassi a costo della mia felicità?» «Sì» rispose lei.

Non è una situazione deliziosa? Non sarebbe meraviglioso? Lei amerebbe me a costo della sua felicità e io amerei lei a costo della mia felicità. E, così, avremmo due persone infelici … ma viva l’amore!”

Spesso siamo così tanto concentrati nella valutazione di quanto accade, nel pesare ciò che diamo rispetto a ciò che riceviamo, nel riflettere se una cosa è stata fatta bene o male… che, nel giudicare e nel razionalizzare perdiamo di vista ciò che dovrebbe essere più importante in una relazione: il sentire.

Assorbiti dalle nostre convinzioni, dalle nostre aspettative, a testa bassa andiamo avanti durante le nostre giornate certi che l’altro debba venire prima di noi stessi se davvero gli vogliamo bene e sicuri che, allo stesso tempo, anche noi dovremmo essere la priorità per coloro che dicono di volerci bene.

Ma quante volte ci fermiamo per ascoltare come stiamo, cosa proviamo, quali sono le nostre emozioni. Convinti che assecondare noi stessi sia una forma di egoismo, proiettiamo sull’altro tutto ciò che vorremmo ci venisse restituito, tutto ciò che vorremmo essere, tutto ciò che sentiamo mancarci… e lasciamo che l’altro si carichi della responsabilità di doverci rendere felici.

Come disse Gesù molto tempo fa, “Ama il prossimo tuo come te stesso”, né più, né meno, COME… e così come esprime in modo efficace l’autore Padre Anthony de Mello, S.I., gesuita, scrittore e psicoterapeuta indiano, non esiste amore felice se ognuno non si assume la responsabilità di salvaguardare la propria felicità, il proprio benessere. Tutto parte da noi.

E allora, nella giornata degli Innamorati, a prescindere che tu sia sposato, fidanzato, single… facciamo insieme un esercizio da riproporci poi nei giorni a seguire le “3A”: 3 volte al giorno ripetiamoci il buon proposito verso noi stessi di Ascoltarci, Accettarci, Amarci e lasciamo che la felicità delle nostre giornate sia una responsabilità nelle nostre mani, non il risultato di qualcosa che ci arriva dall’esterno. Magari per caso.

Scritto da Giulia Di Sipio, Diplomata in Counseling Relazionale (iscrizione albo nazionale An.Co.Re n.275), nel 2013, specializzata in Counseling Gastronomico, Consulente Genitoriale, da anni collabora come volontaria con l'Associazione Orizzonte Onlus (www.associazioneorizzonte.it) nelle sue attività per facilitare l'inclusione e l'autonomia dei ragazzi diversamente abili, promuovere iniziative volte a sostegno delle famiglie con disabilità potenziare le occasioni di lavoro per una buona genitorialità.

 

(Giulia Di Sipio)

Renzi a Riad, il rovescio di La Pira

dal sito SETTIMANANEWS

di: 

Pur in un paese che sembra abbia smarrito l’attitudine all’indignazione, ha destato scalpore la performance riccamente remunerata di Renzi a Riad al soglio del principe Bin Salman, uomo forte del regime saudita, che recluta opinion leader allo scopo di darsi un’improbabile rispettabilità.

Taluni hanno sollevato interrogativi circa la liceità dell’impresa in punto di diritto, circa un più che sospetto conflitto di interessi di un senatore della Repubblica e capo partito, e comunque circa la palese inopportunità di quella prestazione nel pieno della crisi di governo da lui stesso provocata.

Non suoni eccentrico (poi spiegherò), ma luogo e temi hanno evocato in me il ricordo di Giorgio La Pira: il Mediterraneo, Firenze, le città, il Rinascimento, i diritti dell’uomo, il lavoro. Più chiaramente: il rovesciamento della lezione di una figura che Renzi conosce, avendogli dedicato la sua tesi di laurea ed essendo stato, La Pira, a sua volta, sindaco di Firenze.

La cronaca, supportata da immagini francamente imbarazzanti, dà conto di un Renzi nella parte del compiacente intervistatore del controverso principe saudita, uomo forte di un regime oscurantista e sanguinario, che viola i diritti di libertà e i diritti sociali, perseguita minoranze e omosessuali, discrimina oltre ogni limite le donne, fa a pezzi i dissidenti.

Abbiamo altresì appreso che Renzi ha fatto cenno al ruolo di Firenze nel Rinascimento italiano cui dovrebbe ispirarsi l’Arabia Saudita con un suo nuovo, ambizioso piano di investimenti. In un infelice passaggio, il Nostro ha altresì confidato di invidiare il costo del lavoro di quella regione. Ove sono largamente praticati salari da fame, sfruttamento, schiavizzazione dei lavoratori immigrati e sono conculcati i diritti e le garanzie sindacali.

Quanto lontano da La Pira!

Tutte questioni che – ripeto – videro impegnato Giorgio La Pira in un senso esattamente opposto. Penso ai Colloqui Mediterranei e dei sindaci delle grandi città del mondo da lui convocati a Firenze, nei quali, con accenti profetici, evocava il “sentiero di Isaia” («forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci»), prospettava un disarmo generale, assimilava il Mediterraneo al lago di Tiberiade, culla delle civiltà monoteiste e cioè – parole sue – della triplice “famiglia di Abramo” (ebraismo, cristianesimo, islam). Una profezia di fratellanza e di pace. Decisamente lontana dai tratti della potenza armata fino ai denti dell’attuale Arabia Saudita impegnata in guerre sanguinarie, che hanno indotto finalmente il nostro parlamento a revocare, proprio nelle stesse ore, la vendita di armi ad essa destinate.

Penso alle ispirate riflessioni lapiriane sulla vocazione universalistica di Firenze quale città della scienza, dell’arte e della bellezza, grazie ai suoi grandi del Rinascimento. Penso alla sua singolarissima sensibilità per i diritti sociali e del lavoro e per “le attese della povera gente” (titolo di un suo celebre saggio ispirato al Keynesismo pubblicato sulla rivista dossettiana Cronache sociali).

Penso alla concreta sollecitudine per i poveri cui dava del suo, in una sorta di appuntamento domenicale, alla porta delle chiese di San Procolo e di Badia da lui frequentate.

Ancora: penso al La Pira che, relatore, in apertura dell’Assemblea costituente, tracciò le linee portanti della nostra architettura costituzionale e, segnatamente, i principi e i diritti fondamentali scolpiti nella prima parte della nostra Carta. A cominciare dai principi di dignità e uguaglianza delle persone, senza distinzione di sesso, di censo, di lingua, di razza, di religione. Diritti di libertà, diritti politici, diritti sociali che figurano nelle Costituzioni democratiche postbelliche e nelle grandi Carte internazionali dei diritti e che disegnano ordinamenti, Stati e società agli antipodi di quelli della teocrazia di Riad.

L’omaggio reso alla monarchia saudita e ai petrodollari custoditi nei suoi forzieri, il credito offerto al “rinascimento” patrocinato da quel regime, le parole “dal sen sfuggite” circa il loro invidiabile costo del lavoro farebbero trasecolare La Pira. Ma soprattutto gettano una luce retrospettiva sul tempo, neppure così lontano, nel quale Renzi si propose – e molti gli dettero credito – come campione della “nuova politica” e leader della sinistra italiana alla testa di un partito che si definiva democratico.

Il Servizio Civile Universale

Un’opportunità per i giovani di oggi e per la società di domani

Questa mattina, girando sulle varie notizie del giorno mi sono imbattuta in un triste articolo riguardante un fenomeno che si è particolarmente aggravato in questo periodo: i giovani adolescenti che decidono di “tagliarsi” la pelle ed infliggersi delle ferite. Il “cutting” è uno dei tanti modi che i giovani, nella fascia di età che va dai 15 ai 25 anni sperimentano per comunicare, per provare delle emozioni, per affrontare un disagio per “elaborare” un trauma. Pensare che questa pratica, così come altre e così come i giochi e le sfide “estreme” lanciate sui vari social media, siano diventate sempre più diffuse, se da un lato ci fa rabbrividire, dall’altro ci deve spingere a una riflessione e a spronare, stimolare i nostri figli, i ragazzi vicini a noi, ad uscire dal loro guscio e fare nuove esperienze formative, educative, socializzanti e costruttive che aiuti loro a lavorare, magari in modo indiretto, sulle lor paure, insicurezze, vulnerabilità.

La diffusione tra i giovani di nuovi rituali di passaggio, a volte macabri ai nostri occhi, di nuove pratiche, usanze e costumi… non è qualcosa che ci deve portare a demonizzare il mondo degli adolescenti e dei giovani adulti, ma a comprendere che a volte, offrire loro una direzione, una porta, un appiglio… può essere importante.

In queste ultime settimane è stato lanciato un nuovo bando a livello nazionale: la possibilità per tutti i giovani, dai 18 ai 28 anni di età di partecipare ad un’iniziativa che davvero offre loro l’opportunità di sperimentarsi in nuovi ambiti e contesti.

Il Servizio Civile Universale è un’idea che nasce, ormai diversi anni fa e che, ancora oggi mantiene intatte le sue caratteristiche e finalità: dare modo ai giovani che ancora non hanno trovato una loro dimensione stabile o che magari stanno ancora studiando… di poter entrare a far parte di tante realtà diverse sul territorio nazionale, o straniero, e vedere da vicino cosa significa fare un’esperienza lavorativa. Riconosciuto da molte università italiane come un tirocinio vero e proprio, in realtà il Servizio Civile Universale è strutturato, per tutti i giovani che scelgono di aderirvi, come una vera e propria esperienza lavorativa retribuita.

Dopo aver visionato le diverse possibilità, aver approfondito i progetti in corso, le associazioni disponibili dove è possibile fare richiesta, i ragazzi possono inviare la loro candidatura attraverso un’apposita piattaforma. Attraverso la loro manifestazione di interesse, verranno poi convocati per un colloquio e poi, eventualmente, selezionati per entrare a far parte dagli 8 ai 12 mesi della realtà da loro scelta.

Coinvolti attivamente nelle diverse iniziative, ai giovani sarà dato modo di vedere da vicino cosa significa prendersi degli impegni, delle responsabilità, lavorare in gruppo, rispondere ad un tutor, portare a termine dei compiti. Sporcandosi le mani, sbagliando, provando e riprovando… sperimenteranno e socializzeranno, magari scoprendo lati della loro persona che neanche pensavano di avere, o facendo tesoro di abilità alle quali erano soliti non dare tanta importanza.

Inutile precisare quanto possa rivelarsi utile per un ragazzo che sta iniziando ora ad uscire dal nucleo familiare, l’opportunità di potersi formare in un ambiente stimolante, sano e protetto come quello delle tante associazioni che ne fanno richiesta. Tra vari settori che si possono selezionare ricordiamo:

  • Ambiente - Patrimonio ambientale e riqualificazione urbana
  • Assistenza
  • Educazione e promozione culturale - Educazione e promozione culturale e dello sport
  • Patrimonio artistico e culturale - Patrimonio artistico, storico e culturale
  • Protezione civile

Come volontaria presso l’Associazione Orizzonte ODV (www.associazioneorizzonte.it) di Francavilla al Mare, ho avuto modo di vedere e vivere da vicino l’esperienza dei ragazzi del Servizio Civile Universale. Grazie alle loro testimonianze, condivisioni, è stato tangibile il percorso che l’esperienza con la disabilità ha permesso loro di fare.

Affiancati da un tutor e da tante altre figure che giornalmente ruotano intorno all’associazione (volontari, educatori, utenti, familiari…) i giovani hanno potuto confrontarsi con tante tematiche diverse dal loro quotidiano. Grazie al contatto giornaliero con problematiche e difficoltà distanti da quelle che solitamente hanno fatto parte della loro vita hanno potuto sperimentare nuovi modi di comunicare, di relazionarsi, di entrare in contatto con chi stava loro vicino.

In un momento storico come quello che stiamo vivendo, dove si è spinti dalle restrizioni a chiudersi, a limitarsi, ad aver paura del prossimo e dell’ignoto, fare un’esperienza che di base vuole lavorare sul promuovere tematiche importanti come l’inclusione, l’uguaglianza, la salvaguardia dei diritti, l’empowerment della persona, aiuta ad aprirsi, a rimettere in discussione i propri valori, a rivedere le proprie priorità, e magari a sentire le proprie vulnerabilità ad un volume inferiore.

Per leggere qualche informazione in più in merito al bando vi riporto alcuni link che potrebbero essere utili per approfondire l’iniziativa:

https://flashgiovani.it/Bando-Servizio-Civile-2021#:~:text=Il%20Servizio%20Civile%20Universale%20%C3%A8%20un%E2%80%99%20esperienza%20in,di%20un%20ente%20pubblico%20o%20privato%20non%20profit

https://www.csvabruzzo.it/abruzzo/servizio-civile/servizio-civile-universale-bando-ordinario-2020-i-progetti-del-csvabruzzo/

https://www.associazioneorizzonte.it/2020/12/28/nuovo-bando-per-il-servizio-civile-universale/

https://www.youtube.com/watch?v=P6ILu7D8HoU

Per informazioni e chiarimenti sulle modalità di accesso, si ricorda la possibilità di fissare un colloquio presso lo Sportello di Ascolto “La famiglia al centro”, aperto il mercoledì pomeriggio, il giovedì ed il sabato mattina presso la Parrocchia degli Angeli Custodi (https://parrocchiaangelicustodi.it/17-parrocchia/genitori-e-famiglie/181-la-famiglia-al-centro-2.html)

Per chiedere un appuntamento è possibile telefonare al numero: 351-8902206

Scritto da Giulia Di Sipio, Diplomata in Counseling Relazionale (iscrizione albo nazionale An.Co.Re n.275), nel 2013, specializzata in Counseling Gastronomico, da anni collabora come volontaria con l'Associazione Orizzonte Onlus (www.associazioneorizzonte.it) nelle sue attività per facilitare l'inclusione e l'autonomia dei ragazzi diversamente abili, promuovere iniziative volte a sostegno delle famiglie con disabilità e a sostegno della genitorialità.

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