Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

Insegnare al Principe di Danimarca di Carla MELAZZINI

 

La nuova edizione accresciuta con due capitoli inediti di un libro poetico in grado di narrare la realtà più cruda in pagine limpide che emozionano e commuovono. Storie di ragazzi che frequentano una scuola speciale nei quartieri popolari e popolosi di Napoli, e di chi se ne prende cura. «Si racconta qui l'apprendistato di un gruppo di insegnanti di media cultura ed umanità per conoscere le periferie della città e le periferie dell'animo degli adolescenti, cercando di stabilire con loro un dialogo educativo e di vita» (Carla Melazzini). Era dal tempo della Lettera a una professoressa che non leggevamo pagine così emozionanti. Come allora, si parla di ragazzi che frequentano una scuola speciale, e di chi se ne prende cura. Non siamo nell'esilio di una canonica del Mugello, qui, ma in quartieri popolari e popolosi di Napoli dov'è in vigore il Sistema; alle cronache piace chiamarli «il triangolo della morte». L'autrice, Carla Melazzini, è, nella scrittura come nella vita, del tutto aliena dalla retorica e dall'indulgenza facile. Così, commozione, intelligenza e poesia stanno in questo libro con la asciutta naturalezza con cui può sbucare un fiore meraviglioso dalla crepa di un muro in rovina. Senza compiacersi dell'idea che la rovina sia necessaria ai fiori, e ne venga riscattata. Ne troverete di fiori in queste pagine, e di ragazzini fiorai, e anche di rovine. Uno lo anticipiamo qui, è un tulipano finto, così come l'ha raccontato - salvo qualche errore di scrittura - una bambina che era stata bocciata in seconda elementare: «C'era una volta un fiore che non voleva essere un fiore, allora la fata dei fiori disse: "Se tu vuoi diventare un essere umano io ti accontenterò ma se non ti piace, ti dovrai rassegnare perché non potrai più essere un fiore". Il fiore accettò e la fata lo toccò con la bacchetta e lo trasformò in un essere umano. Il fiore si rese conto che la vita era difficile. La fata allora lo fece diventare un tulipano finto, per non farlo morire, poi scomparì per sempre». Carla ha chiesto a un compagno di classe: «Secondo te che cosa ha voluto dire Concetta con il suo racconto?». «Che il fiore non voleva morire e così la fata lo ha fatto diventare immortale». «Però l'ha trasformato in un tulipano finto! È meglio essere una persona umana e morire o essere un fiore finto e non morire mai?». «È meglio morire». In questa nuova edizione sono aggiunti, oltre alla Nota di Claudio Giunta, due capitoli dalle carte inedite dell'autrice: uno sul terrorismo visto con gli occhi dei bambini, l'altro sul «ventre di Napoli», con interviste e osservazioni dirette.

L'ombelico e la cometa di Rossana CARMAGNANI

L'ombelico e la cometa

 

Il saggio della psicologa Rossana Carmagnani prende spunto da ombelico e cometa. L'ombelico è lo spazio rassicurante, controllato dalla ripetitività del quotidiano e dalla sua limitatezza, costantemente presente e tangibile. La cometa è un passaggio straordinario, un evento inafferrabile e irrepetibile. Esige attesa, condizioni favorevoli di osservazione, vigilanza senza distrazione. Le pagine del libro sono popolate di persone che con i fatti della loro vita narrano della decisione di non restare "caduti", del coraggio di guarire, dei passi compiuti nel "male oscuro" della depressione, dei chiaroscuri dell'affettività, del potere della parola e della forza del silenzio. Sono storie di uomini e donne che danno corpo e anima ai diversi volti della sofferenza, della terza età, del fango e della creta, metafore dell'essere umano. Sono uomini e donne, che nel loro anonimato, danno corpo allo spirito e ai suoi tortuosi sentieri, alla misericordia che risana, alla preghiera che equilibra, al coraggio e all'amore di avere un figlio contro il parere di tutti, all'attesa della chemio come un tempo speciale da vivere. Sono storie di persone che hanno voluto vivere la fatica.

Vicini per riconoscerci fratelli

Vicini per riconoscerci f

 

dal Sito Il Messaggero di Sant'Antonio

Le armi moderne hanno allontanato l’avversario, rendendo più facile uccidere, perché la distanza blocca il riconoscimento della comune umanità.

15 Luglio 2025 | di 

Mariapia Veladiano

 

Qualche anno fa, a un convegno di psicoanalisti, un magistrato impegnato nei percorsi di giustizia riparativa ha detto: «La giustizia riparativa è controintuitiva perché, invece di segregare colui che ha offeso, lo porta vicino a chi è stato da lui offeso». La frase è un piccolo modello di parole insieme esatte e nonviolente. Non si parla di delinquenti, assassini o prepotenti. Il verbo offendere (dal latino ob, cioè «verso» e fendere, cioè «colpire»), dichiara che c’è stata una vicinanza sventurata, che ha colpito e ferito. Chi la subisce è stato leso, forse menomato, di sicuro soffre nello spirito e il corpo registra, patisce l’evento. La giustizia riparativa accade quando la vicinanza dei corpi può avvenire in una forma nuova e appropriata. Non subito, senza precipitazione o forzature. E questo permette di tornare a vivere, lo permette a entrambe le parti, anche a chi è stato offeso, perché a volte il dolore congela la vita e la rabbia insieme al dolore si trasforma in giorni senza movimento. Si torna a vivere perché ci si riconosce appartenenti alla comune umanità.

Gli etologi, cioè gli studiosi del comportamento degli animali, osservano che nella lotta corpo a corpo tra due individui della stessa specie, chi sta soccombendo può mostrare la parte debole di sé, come il collo o la pancia, per significare la resa e aver salva la vita. Anche tra gli uomini capita. C’è una letteratura che racconta come vedere l’avversario da vicino, in guerra ad esempio, annienti l’ostilità, permetta di riconoscersi uniti dal comune desiderio di vivere. Infatti, ai soldati era vietato avvicinarsi, anche solo per parlare amichevolmente, al nemico, per evitare il pericolo di «fraternizzare» (bellissimo verbo), cosa che avrebbe impedito loro di uccidere.

Le armi moderne hanno progressivamente allontanato l’avversario, e hanno reso sempre più facile uccidere. La distanza di uno sparo non permette segni di resa e blocca il riconoscimento della comune umanità. La bomba non si sa nemmeno dove cada. In questa progressione sciagurata oggi si producono quelli che vengono chiamati «sistemi di armi autonome letali», cioè programmati ad agire sulla base di algoritmi che non richiedono la valutazione finale dell’uomo. La Chiesa ha ben visto il pericolo grave di queste armi e la Santa Sede ha ripetutamente chiesto, durante incontri ufficiali, che le nazioni si obblighino a garantire «un’adeguata, significativa e coerente supervisione umana sui sistemi d’arme» (Sesta conferenza di revisione della Convenzione CCW, Ginevra 2021), ovvero a far sì che l’uso delle armi non escluda mai quella complessiva valutazione del contesto concreto che solo la persona dotata di responsabilità morale può avere.

Questo bisogno del corpo vicino per poter continuare la vita è così limpidamente evangelica che è immediato pensare a Gesù che prende per mano la figlia, già morta, di Giàiro e le parla, Talità kum, e lei si alza; oppure tocca l’uomo «coperto di lebbra», doppia follia, perché era proibito e perché era contagioso, e lo guarisce; oppure viene toccato dalla donna che sanguina e ancora una volta questo basta a guarirla, oppure invita Tommaso a vincere la propria incredulità offrendogli di toccare la sua ferita. Avrebbe potuto imporre le mani, fare gesti di guarigione a distanza. Invocare e basta. Gesù avrebbe potuto, ma non lo ha fatto. Come Dio non lo ha fatto. L’Incarnazione è questo definitivo inno alla meravigliosa bellezza e necessità del corpo. Per questo il corpo (in un modo misterioso, che non conosciamo) rinasce nella Risurrezione. Intanto, comunque, qui, il corpo ci permette di riconoscerci fratelli.

“Non vi sono liberatori, solo uomini che si liberano”

dal Sito VinoNuovo

Officina del pensiero

di Anselmo Palini

A 80 anni dalla morte nel lager di Hersbruck è ancora importante ricordare la figura di Teresio Olivelli

17 Gennaio 2025

Padre David Maria Turoldo ha indicato Teresio Olivelli come «uno degli uomini più intelligenti che io abbia mai conosciuto, un giovane meraviglioso» e don Primo Mazzolari lo ha definito «lo spirito più cristiano del nostro secondo Risorgimento», per poi aggiungere: «Non voglio fare confronti, ma Gramsci, davanti al quale mi inchino riverente, non ha l’ardore e la trasparenza, né la bruciante devozione, né lo slancio di perduto, né l’avventurosa energia di questo nostro giovane che finisce in un campo di concentramento, non ancora trentenne, con l’aureola della santità prima di quella di martire».

L’attiva partecipazione all’attività dell’Azione Cattolica, della Fuci (Federazione degli universitari cattolici) e della S. Vincenzo, tra Mortara, Vigevano e Pavia, non aveva impedito al giovane Olivelli di immergersi convintamente fin nel cuore del fascismo, cui ha fatto seguito la scelta di arruolarsi volontario nelle truppe alpine per combattere sul fronte russo. Qui ha constatato di persona la devastazione materiale, morale ed umana causata dalla folle politica fascista.

Una volta ritornato in patria nella primavera del 1943, dopo l’8 settembre ha partecipato alla Resistenza contro il nazifascismo, diventando “ribelle per amore” nelle file delle Fiamme Verdi. Ciò è avvenuto grazie anche all’incontro con persone e ambienti, a Brescia, presso l’Oratorio della Pace, e a Milano, che gli hanno permesso di tagliare nettamente con le proprie precedenti posizioni e di impegnarsi a fondo nell’opposizione al nazifascismo, soprattutto nella redazione e nella diffusione della stampa clandestina, in particolare de “Il Ribelle”. La sua “ribellione per amore” non riguarda solo la partecipazione alla Resistenza, ma anche la ribellione ai soprusi, alle angherie e alle brutalità nelle carceri e nei lager in cui è stato detenuto dopo l’arresto avvenuto il 27 aprile 1944 a Milano: dal carcere di san Vittore al campo di concentramento di Fossoli, dal lager di Bolzano fino a quello di Flossenbürg.

Olivelli nel lager è stato pienamente un “uomo per gli altri”, per usare un’immagine cara al grande martire di Flossenbürg, Dietrich Bonhoeffer . Il Dio di Gesù Cristo è stato anche per Olivelli, come lo era per Bonhoeffer, il Dio dell’essere “per gli altri”, che cammina sulle strade degli uomini, che aiuta e serve, che condivide, che si schiera con i perseguitati e con gli oltraggiati. Il Dio, dunque, che di fronte alle aberrazioni della storia non può non schierarsi dalla parte delle vittime. Ed è quello che Olivelli ha compiuto quotidianamente nel lager.

Teresio Olivelli muore a soli 29 anni nel lager di Hersbruck, un sottocampo di Flossenbürg, il 17 gennaio 1945, a causa delle percosse subite dai suoi aguzzini perché intervenuto in difesa di un compagno di prigionia. Con il sacrificio della propria vita, con la sua ribellione per amore anche nell’inferno del lager, Teresio Olivelli è entrato a pieno titolo in quella moltitudine di martiri che senza tregua ci pone davanti, anche oggi, il Discorso della Montagna come unica strada per uscire dalla follia della guerra e dell’odio.

Il 3 febbraio 2018 a Vigevano Teresio Olivelli è stato beatificato. La Chiesa lo indica così come modello da imitare, come persona che nel sacrificio supremo in un lager nazista ha compiuto il senso della sua vita, immolandosi per gli altri. Proprio a Hersbruck, in questo luogo che ha visto materializzarsi il male assoluto, il 5 ottobre 2018 la Caritas della provincia di Norimberga gli ha dedicato, con una solenne cerimonia con presenti tutte le autorità civili e religiose, una casa per anziani e disabili, la “Olivelli Haus”, in considerazione delle azioni compiute da Olivelli anche in favore dei tedeschi detenuti nel lager.

In un articolo che aveva scritto sul n. 2 de “Il Ribelle”, firmandolo con lo pseudonimo di Cursor, Olivelli aveva esortato a contrastare il nazifascismo, poiché «non vi sono liberatori, ma uomini che si liberano», come a dire che di fronte al male ognuno deve fare la propria parte senza aspettare interventi salvifici. È quanto sosteneva anche don Mazzolari in “Impegno con Cristo”, quando scriveva che non ha senso avere le mani pulite se si tengono sempre in tasca.

Eugenio Borgna: "Perdonare le offese: uno sguardo psicologico"

art. dal Sito: Alzogliocchialcielo

 

Cosa può dire uno psichiatra di una esperienza non solo umana, ma religiosa, così nobile e così fragile, così luminosa e così arcana, così difficile e così complessa, come è quella del perdono? Non può innanzitutto non riconoscere in essa, con stupore nel cuore, una delle più alte e indicibili testimonianze di umanità che consente a ciascuno di noi di realizzare fino in fondo gli ideali di una vita che dona qualcosa di sé agli altri, e che ci consente di andare al di là delle barriere interiori create dalla solitudine, dall’egocentrismo, dagli impulsi a ritorcere contro gli altri le sofferenze, che loro ci hanno procurato. Ma uno psichiatra non può nemmeno non considerare la fatica, le impervie montagne del risentimento, e della vendetta, che è necessario superare, se vogliamo iniziare il nostro doloroso personale cammino verso la conversione del cuore, e arrivare a conoscere e sperimentare le vie, ricolme di enormi ostacoli pulsionali, che ci portano alla luce del perdono e della redenzione dalle ingiustizie sanguinanti, che la vita ci ha fatto incontrare, e che continuano a serpeggiare in ciascuno di noi: se non sono trascese nel perdono. 

Questo mio discorso intende non occuparsi delle dimensioni etiche e filosofiche del perdono e del perdonare, e in ordine alle quali vorrei rinviare alle pagine straordinarie che sono state scritte da Romano Guardini in un suo splendido libro (Etica), edito dalla Morcelliana di Brescia, ma occuparsi invece dei meccanismi psicologici, degli svolgimenti tematici, delle motivazioni interiori, che entrano in gioco nel momento in cui siamo chiamati a perdonare, e magari vorremmo farlo, ma non ne siamo capaci. Se non scendiamo sulla scia della introspezione nelle regioni della nostra interiorità, e sulla scia della immedesimazione in quelle delle altrui interiorità, non saremo mai in grado di capire come si possa giungere a perdonare, e cioè a compiere un gesto di questa indicibile dimensione umana e cristiana, che è segno di una straordinaria capacità di trasporre le pulsioni egocentriche, anche legittime, che sono in noi, in orizzonti di una alta idealità etica. 

Insomma, la mia riflessione non vuole se non cercare di intravedere cosa si possa agitare nell’anima, nella interiorità, di chi è chiamato al perdono, e come sia possibile fare riemergere in noi e negli altri le fragili antenne di una speranza che apra il nostro cuore al perdono. 

 

La fenomenologia del perdono 

 

Se ci si vuole avvicinare a cogliere la ragione d’essere complessa di una esperienza umana e cristiana, come è questa del perdono, è necessario che la sua fenomenologia sia scomposta e ricomposta nei suoi modi di essere: nelle sue dimensioni costitutive. Così, perdonare una persona, che ci ha fatto del male, è cosa più facile quando ci sia stata una qualche nostra corresponsabilità, e ancora offrire spontaneamente il nostro perdono è cosa diversa da quella di essere invitati, o sollecitati, a farlo: distinzioni apparentemente inutili, e insignificanti, che, se considerate e giudicate dal punto di vista della libertà, hanno una ben diversa significazione etica. Non c’è realtà psicologica e umana più ancorata alla vita interiore di quella del perdonare, dell’offrire il nostro perdono a chi ci ha fatto del male, lasciando in noi ferite sanguinanti, e talora inemendabili. Sì, la dimensione interiore della vita non può non essere tenuta sempre presente nell’analisi di un fenomeno, che ci impegna in ogni nostra fibra, come è quello del perdono, nel quale siano in gioco valori etici di immensa significazione umana e cristiana, nella nostra vita frequentemente ignorati, o dimenticati: nonostante la loro grande importanza. 

 

Come non pensare che non sia difficile, dopo qualche tempo, perdonare offese lievi che non feriscano la nostra dignità? Ma non è sempre così: le offese, anche quelle trainate dalle parole, e quelle che non dovrebbero destare serie risonanze emozionali, possono invece incistarsi, e continuare a persistere nel tempo: al di là di ogni possibile oblio. Sono offese che dovremmo sapere rimuovere dalla memoria, rendendola aperta alle esperienze di un passato che si liberi dalle ossessioni del male ricevuto, e si trascenda negli orizzonti sconfinati di un futuro che è speranza. Sono offese invece che ci logorano, che ostinate e crudeli oscurano, e avvelenano, le relazioni interpersonali, le corrodono, e le arrugginiscono; imprigionandoci in una disperata solitudine: divorata dal solo pensiero della ritorsione. Sì, sono offese che non consentono più di avere le abituali quotidiane relazioni, e nemmeno di corrispondere ai compiti della vita. Ma, perché le cose abbiano a cambiare, e perché la vita abbia a riprendere i modelli normali di vita, è necessario sapersi liberare dai condizionamenti ghiacciati e implacabili dei risentimenti e delle ritorsioni che accrescono senza fine il dolore che si è provato: venendo oltraggiati. 

Come convertire i cuori di chi mantiene l’odio e il risentimento nel suo cuore dinanzi ad avvenimenti così banali e insignificanti, così inutili e inconsistenti? Come dare anima alla quinta opera di misericordia spirituale che è appunto questa: perdonare le offese? La vita è ancora oggi, non di rado, contrassegnata dal deserto dell’amore e della generosità, e non è facile così arginare le influenze che le ingiustizie subite, al di là della loro consistenza, svolgono sui nostri stati d’animo e sulle nostre inclinazioni emozionali. Ci si rinchiude in un vorticoso groviglio di pensieri e di sentimenti contorti che sono sorgenti di ansie e di ossessioni, e che alimentano malessere e sofferenza. Come cambierebbe il mondo, il mondo in cui siamo immersi ogni giorno, se sapessimo perdonare queste offese che sono, fra l’altro, le più frequenti, e che dovremmo sentire l’impegno umano e cristiano di perdonare. Ma la pratica clinica ci insegna che sono proprio le offese banali e occasionali, che più si radicano nell’animo, e che sembrano placarsi solo quando (ma non è sempre così) le pulsioni alla rivendicazione, al risentimento e alla vendetta (quale atroce parola è questa) siano state arginate da sentenze giudiziarie, o da ritorsioni che nulla hanno più di umano. 

 

Le cose cambiano quando le offese non sono solo episodiche, o leggere nei loro contenuti, ma gravi nelle loro conseguenze: sofferenze dell’anima e sofferenze del corpo che non hanno fine. Queste ferite, queste violenze, non è facile dimenticarle, e non è facile perdonarle; e in ogni caso un conto è parlarne quando non abbiamo subito oltraggi e offese gravi, e non le hanno subite persone a noi care, e un conto è parlarne quando noi ne abbiamo dolorosamente sofferto. Un volto sfigurato, e lacerato, un corpo martoriato che non ha più autonomia, una vita innocente stroncata da inumana violenza, l’immagine straziante del padre che tiene in braccio il figlioletto che muore: sono immagini che accadono quotidianamente ma, quando fossimo noi a essere così martoriati, saremmo capaci di perdonare, o anche solo di chiedere a chi ne sia stato sfigurato il perdono; senza lasciarci incrinare non dall’odio, che è una esperienza inumana, e vorrei che non la si provasse mai, ma dalla incapacità di perdonare, o di trovare in sé parole che ci aiutino a ricreare una speranza irraggiungibile di conversione del cuore che ci porti a vivere la grazia di un perdono umanamente impossibile? 

 

Le parole, le mie parole, non possono non sentirsi fragili, fragilissime, nel momento in cui hanno a che fare con queste esperienze di inimmaginabile dolore conseguenti a violenze altrui. Il solo parlare di perdono e di perdonare in questi casi di estrema violenza non può essere fatto se non con grande timore, e con immensa delicatezza. Ma ci sono stati uomini, e ci sono state donne, che hanno saputo testimoniare indicibili capacità di perdono, e vorrei ricordare Massimiliano Kolbe, che ha scelto di morire per salvare la vita di un padre di famiglia, e (non potrei, certo, dimenticarla) Etty Hillesum, che nel suo diario dal campo di concentramento di Westerbork, dove attendeva di essere avviata con i suoi genitori e con un suo fratello ad Auschwitz, non ha mai una sola parola di odio e di risentimento nei confronti dei tedeschi. Ma non potrei nemmeno dimenticare santa Teresa di Calcutta che ha dedicato la sua vita a una ininterrotta testimonianza di amore e di perdono. In un contesto radicalmente diverso, ma, con una analoga indicibile generosità d’animo, e con una straordinaria concezione etica della politica, il Mahatma Gandhi e Nelson Mandela hanno fatto confluire le inenarrabili sofferenze subite nel fiume luminoso del perdono: oggi inimmaginabile in un campo come quello della vita politica. 

 

Il perdono come cura? 

 

L’esperienza umanissima del perdono è allora in conflitto senza fine con esperienze emozionali a essa antitetiche, come sono quelle del risentimento, della ritorsione, della vendetta, del rancore, e al perdono, come ho cercato di dire, non si giunge se non attraverso un lungo straziato cammino di riflessione interiore, e di liberazione dal giogo dell’odio e dei risentimenti. Certo, il perdono, lo dimostrano studi psicologici molto seri, consente di mantenere meglio il nostro equilibrio psichico, e la nostra salute psichica, mentre il mancato perdono non ci consente in alcun modo di uscire dalla cascata fatale dei risentimenti, e ci impedisce di sottrarci alla pesantezza pietrificata del passato, e di vivere il tempo come apertura alla speranza. Ma le parole della psicologia e della psichiatria non bastano a convertire al perdono persone che siano state ferite nell’anima da feroci ingiustizie, da grandi sofferenze, dalla perdita di persone amate, o dalla devastazione del proprio volto. Guarire perdonando: ma chi lo direbbe a persone lacerate dall’angoscia e dal dolore? Sono invece necessarie le parole che nascono dalla grazia della fede e della speranza, e che ci immergono nel mistero insondabile dell’amore che è l’anima del perdono. 

Sulla scia di queste ultime parole mi è possibile giungere ad altri orizzonti spirituali. 

Consolare, essere dotati della virtù della misericordia, è (anche) perdonare: un gesto interiore di indicibile coraggio e di immensa generosità che cambia il mondo di chi è perdonato, e anche di chi perdona. Il perdono, vorrei ripeterlo, non può nascere se non dal cuore che è capace di provare pietà e compassione, e di sacrificare il proprio io, la propria individualità, il proprio egoismo, e in particolare le proprie pulsioni. Nel perdono insomma ci allontaniamo dal male, dal male delle ritorsioni, delle vendette, e dal passato; e a chi è perdonato, ma anche a chi perdona, si aprono un altro futuro e un’altra speranza. Solo nel perdono rinascono possibilità di redenzione che sigillano la vittoria del bene: di un bene che sorpassa ogni dimensione naturalistica della vita, e diviene trascendenza. Ci sono state, e ci sono, mirabili testimonianze umane che hanno saputo sciogliersi dalle catene del risentimento e della vendetta dinanzi a oltraggi crudeli; e nondimeno noi tutti siamo chiamati a perdonare, al di là delle nostre fragilità e delle nostre debolezze, delle nostre paure, se la preghiera, e il mistero dell’agonia del Signore, vivono nel nostro cuore. 

 

Il perdono è dovere morale 

 

Vorrei ora avviarmi alla conclusione del mio cammino alla ricerca di parole che aprano il cuore al perdono, ricordando alcune considerazioni sul perdono di Romano Guardini, grande filosofo e grande teologo tedesco, anche se nato a Verona. Egli dice che perdonare può essere difficile, e anche molto difficile, ma è un dovere morale che non si comprende se non alla luce della fede in Dio; e dicendo ancora che la persona oltraggiata dalla ingiustizia deve fare in modo che essa non esista più: cosa, certo, difficilissima da fare propria se non alla luce della fede e della speranza. Il perdono non può se non tendere alla conversione del cuore, alla creazione di una nuova ideale relazione, che unisca il tu e l’io in un noi; dando inizio a una vita nuova che riscatta le ingiustizie subite, e ne lascia il giudizio ultimo a Dio. 

Ma, se non di giungere a queste vertiginose altezze spirituali, a ciascuno di noi (direi) è dato di fare lievitare dalla nostra interiorità gli slanci del cuore che ci consentano, questo è un impegno etico al quale non si dovrebbe venire mai meno, di perdonare le offese: se queste sono lievi, il perdono non può non essere possibile a ciascuno di noi, ma se sono gravi, certo, non resta se non pregare, e confidare nell’aiuto del Signore. 

 

Eugenio Borgna 

Malpensa: l’intitolazione e le domande

Malpensa: l’intitolazione e le domande

L’aeroporto di Milano Malpensa – il secondo aeroporto italiano per traffico passeggeri dopo quello di Roma Fiumicino –, dall’11 luglio 2024 è ufficialmente intitolato a Silvio Berlusconi. Lo ha stabilito l’ordinanza dell’ENAC – l’Ente nazionale incaricato della regolamentazione tecnica, certificazione e vigilanza nel settore dell’aviazione civile –, che ha effetto immediato. È quanto si legge in una nota ufficiale del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.

Polemiche

Le polemiche non sono mancate ed erano già nate all’annunzio, dato da Salvini, della decisione imminente. «Non ci fermeremo di fronte a insulti, attacchi e offese», aveva detto.

Ora che la decisione è ufficiale, un gruppo di deputati del PD chiede, in una interrogazione al ministro, di «chiarire quale procedura sia stata seguita per l’intitolazione dell’aeroporto di Malpensa a Silvio Berlusconi e quali siano le motivazioni per cui non sia stata rispettata la procedura prevista dalla legge 1188/1927, che richiede un periodo di 10 anni dalla morte della persona prima di intitolare un luogo pubblico».

Gli interroganti, ricordando che la SEA, la società che gestisce gli aeroporti milanesi, non ha ricevuto alcun avviso relativo alla procedura di intitolazione, chiedono inoltre «se sia stato acquisito il parere dei Comuni di Milano, Ferno, Lonate Pozzolo e Somma Lombardo, territori su cui insiste l’Aeroporto di Malpensa, in relazione all’intitolazione».

In effetti almeno uno di questi comuni, quello di Milano, senza paragoni il più grande, sembra non sia stato consultato, a giudicare dalle parole con cui già nei giorni scorsi il sindaco Sala aveva reagito alla notizia dell’imminente intitolazione del principale scalo aereo della sua città:

«Non sono irritato, non è un problema di emotività, ma di razionalità: quello che discuto è perché non ci sia più rispetto delle forme, della correttezza dei rapporti. L’intitolazione dei un aeroporto non è una cosa che avviene così: chi la decide? Un presidente di ENAC senza nemmeno consultare la società? Il presidente di ENAC va e viene, è pro tempore come tutti noi.

C’è una società che investe da anni, si dedica, rischia i suoi fondi e non è stata nemmeno consultata: se questi sono i tempi barbari che stiamo vivendo ce ne facciamo una ragione ma non posso essere di certo felice. Questo a prescindere dall’idea e dal nome: è pazzesco che in Italia una decisione del genere venga presa da un presidente di ENAC».

Giuseppe Bonomi, che era presidente di SEA e Alitalia all’epoca della nascita dell’aeroporto di Malpensa, è altrettanto critico, ma da un altro punto di vista «Gli intestino il Colosseo, ma non l’aeroporto», dice.

Egli sottolinea, infatti, di non avere «nulla in contrario al fatto che vengano intitolate a Berlusconi vie, piazze, ma (…) sono nettamente contrario alla scelta di Malpensa. Sono stato colui che ha visto nascere questo aeroporto. L’ho fatto nascere, lo considero come un altro figlio, l’ho difeso ed è stata una parte importante della mia vita. Io e pochi altri abbiamo condotto importanti battaglie per difenderla. Tra questi pochi nomi non c’era quello di Berlusconi».

Secondo Bonomi «da parte del governo Berlusconi non ci fu mai un atto in difesa di quella che era ed è una infrastruttura strategica del Paese. Ci fu una sottovalutazione. Ecco perché pensare di intitolare l’aeroporto a Berlusconi è un’assurdità».

Da Leonardo da Vinci a Berlusconi

C’è poi il problema della rilevanza del personaggio. Roma Fiumicino è intitolato a Leonardo da Vinci, quello di Pisa a Galileo Galilei, quello di Genova a Cristoforo Colombo, quello di Venezia a Marco Polo, quello di Bologna a Guglielmo Marconi, quello di Firenze ad Amerigo Vespucci, quello di Catania a Vincenzo Bellini, quello di Palermo a Falcone e Borsellino. Possiamo onestamente dire che si tratti di figure da porre sullo stesso piano?

Comunque si tratta di figure sottratte a dibattiti polemici di carattere politico. L’unico dei grandi scali aerei italiani intitolato a un uomo di partito è quello di Torino, che porta il nome di Sandro Pertini, aspramente attaccato da alcuni, ma che comunque ha goduto di un consenso tanto ampio da portarlo ad essere eletto al Quirinale dal Parlamento riunito, l’8 luglio 1978, con 832 voti su 995, corrispondenti all’82,3%, la più larga maggioranza nella storia della Repubblica Italiana.

Ci sono, è vero, altri aeroporti, nel mondo, che portano il nome di personaggi della politica: lo scalo di Parigi è intitolato a Charles De Gaulle e quello di New York a John Fitzgerald Kennedy. Ma non sembrano paragonabili a Berlusconi. Il primo perché è stato la guida della Francia libera nella lotta contro il nazismo e il «padre» della rinata Repubblica francese, il secondo perché ha costituito l’emblema del dinamismo di una democrazia capace di proporsi una «Nuova frontiera» ed è caduto in circostanze drammatiche che hanno commosso tutta l’America.

Questo ci porta, inevitabilmente, alla valutazione del personaggio Berlusconi. Forse l’unico aeroporto di una grande città italiana intitolato a protagonisti di un recente passato è quello di Palermo, che è intitolato a Falcone e Borsellino, due magistrati caduti nella lotta dello Stato contro la mafia.

Ma proprio il confronto con questo esempio isolato evidenzia le radicali differenze rispetto al caso di Berlusconi. Basti pensare all’inscindibile legame di quest’ultimo con il palermitano Macello Dell’Utri, secondo l’opinione comune vero protagonista della nascita di Forza Italia e artefice della sua struttura, «proconsole» del Cavaliere in Sicilia.

Un compito svolto con grande abilità e successo, ma anche con elevati costi sul piano della moralità e della legalità. Sta di fatto che nel 2014 Dell’Utri è stato condannato a 7 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. Un prezzo bene ricompensato, visto che nel suo testamento Berlusconi ha voluto testimoniare il suo legame e la sua riconoscenza nei confronti dell’amico e collaboratore di una vita con una «donazione» di ben 30 milioni di euro.

Un (cattivo) maestro

In realtà, per dare un giudizio storico su Berlusconi bisogna soprattutto tenere conto che egli non è stato solo un manager di eccezionali capacità imprenditoriali, non è stato solo, per buona parte del corso della Seconda Repubblica, il capo indiscusso della destra, governando più a lungo di qualunque altro premier: con le sue televisioni, con la sua immagine – dove vita privata e vita pubblica si sono fuse inscindibilmente – con il suo stile politico, è stato un maestro.

Si deve in buona parte a lui, al modello da lui rappresentato, ai suoi comportamenti, ai messaggi da lui lanciati, la profonda trasformazione del «comune senso del pudore» che in Italia non era mai stato intaccato, durante la Prima Repubblica, dal conflitto tra comunisti e democristiani.

Dobbiamo a lui se gli italiani oggi si sono in gran parte liberati di una serie di limiti etici – i cosiddetti «valori» – che un tempo erano condivisi, al di là delle contrapposizioni ideologiche e partitiche.

Resterà nella storia della nostra Repubblica la vicenda che ha visto il Cavaliere sostenere di aver fatto rilasciare (abusivamente) una sua escort marocchina perché convinto che fosse la nipote del presidente egiziano Mubarak. Tesi ripresa e accolta in una mozione dei partiti a lui legati in Parlamento! Per non parlare della sequela di processi che ha caratterizzato la sua storia e la condanna giudiziaria che lo ha definito ufficialmente un disonesto.

Tutto ciò non ha impedito nelle ultime elezioni a una maggioranza di elettori di sostenere partiti che si ispirano alla sua eredità morale e politica. Perciò è stato logico che la sua morte sia stata celebrata dall’attuale governo, erede della sua linea, con il lutto nazionale, come quella dei presidenti della Repubblica.

Il più divisivo personaggio della storia repubblicana

È vero anche, però, che – proprio per tutto questo – nessun personaggio della politica italiana dopo la guerra ha determinato una così netta spaccatura nel paese e nell’opinione pubblica.

A una fanatica esaltazione da parte dei suoi sostenitori, al grido di «Silvio c’è!» – ha corrisposto una feroce ed altrettanto estrema avversione da parte di una sfera importante dell’opinione pubblica, che ha visto in lui l’emblema della corruzione e del malaffare.

Da questo punto di vista l’intitolazione di un aeroporto importante come Malpensa a Berlusconi non può che esasperare la divisone del nostro paese. Certo, la decisione, è stata presa da un ministro e vicepremier che gode della maggioranza parlamentare. Ma il presidente Mattarella, nel suo discorso alla Settimana sociale dei cattolici, a Trieste, metteva in luce il pericolo di una democrazia che, con la forza dei soli numeri, si trasforma nella «dittatura della maggioranza», invitando a trovare nel confronto con l’opposizione la base per una partecipazione di tutti alla ricerca del bene comune

Salvini aveva ironizzato sul pericolo di una dittatura della maggioranza. In realtà, già lo stile con cui il governo sta gestendo il varo delle due grandi riforme dell’autonomia differenziata e del premierato spiega le preoccupazioni del presidente della Repubblica.

Ma proprio la decisione del nostro vicepremier di intitolare un aeroporto che è di tutti a un uomo detestato da quasi la metà degli italiani e contro la loro espressa volontà, conferma che l’espropriazione dello Stato da parte di chi in Parlamento ha la maggioranza (in realtà, in rapporto all’effettivo numero dei votanti, solo del 24,7% dopo le politiche, sceso al 22,7% dopo le europee), non è solo un pericolo. Ma questa non è la democrazia.

  • Dal sito della Pastorale della cultura della diocesi di Palermo (tuttavia.eu), 12 luglio 2024

PENSARE LA FEDE - Geografie dei testimoni: Amsterdam, la città del quotidiano resistere di Etty Hillesum

Articolo del sito VinoNuovo

Geografie dei testimoni: Amsterdam, la città del quotidiano resistere di Etty Hillesum

di SERGIO DI BENEDETTO

Passeggiare verso un’anonima casa di Amsterdam, per riscoprire la forza delle parole e della vita di una grande donna del Novecento

«Alle sette, quando la mia sveglia ha squillato e ho aperto gli occhi, la mattina era distesa, ampia come la vita, dentro la mia cameretta e dietro la finestra. La città era là sotto, potevo accorgermene dal rumore del tram; in lontananza si udiva il canto dei soldati. Ma tutto ciò che io vedevo erano nuvole e le cime fluttuanti degli alberi, raccolti in un largo cerchio attorno alla mia finestra, e poi c’è quell’unico albero che è soltanto mio. Stanotte una stella solitaria danzava attorno al suo tronco. Solo cielo e verde dietro la mia finestra e sotto, di tanto in tanto, piccoli rumori della città» (2 luglio 1942): così scriveva Etty Hillesum (1914-1943), in una mattina di luglio, nella Amsterdam occupata dai nazisti, mentre gli ebrei vengono perseguitati divampa la guerra: eppure, in quell’abisso, ci ricorda Etty, è possibile scorgere il cielo, vedere l’albero dalla finestra, osservare una stella.
È questa una delle grandi lezioni dell’intenso diario di Etty: non naufragare interiormente quando la storia è spazio dal male, non dare il proprio assenso alle tenebre quando queste sembrano prevalere. E così, in quel mese di luglio del ’42, Etty scriverà pagine altissime — mistiche, profonde, uniche — riguardo al suo rapporto con un Dio sconosciuto e che, però, le si schiude, con dolcezza: «Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi. Stanotte per la prima volta ero sveglia al buio con gli occhi che mi bruciavano, davanti a me passavano immagini su immagini di dolore umano. Ti prometto una cosa. Dio, soltanto una piccola cosa: cercherò di non appesantire l’oggi con i pesi delle mie preoccupazioni per il domani – ma anche questo richiede una certa esperienza. Ogni giorno ha già la sua parte. Cercherò di aiutarTi affinché Tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che Tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare Te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di Te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirTi dai cuori devastati di altri uomini» (12 luglio 1942).

È una passeggiata di rara bellezza, soprattutto in primavera inoltrata, quella che unisce il Rijksmuseum, scrigno di capolavori, con quella che fu la casa in cui Etty Hillesum abitò; è una passeggiata che attraversa il Museumplein, toccando anche il moderno Van Gogh Museum, per arrivare, in fondo, a una semplice abitazione, tipicamente olandese. Credo che qui, più che nella natia Middelburg o nella terribile Auschwitz, dove Etty venne uccisa, possano essere compresi la portata e la forza del messaggio di una ragazza figlia del suo tempo, immersa completamente nel suo tempo e nella sua città, eppure capace di ancorarsi al cielo. Una donna capace di difendere la dignità debolissima della vittima, senza cancellare alcuna responsabilità, ma anche senza lasciare spazio all’odio, il quale può soffocare anche chi subisce il male: «Ed ecco che improvvisamente, qualche settimana fa, è spuntato il pensiero liberatore simile a un esitante e giovanissimo stelo in un deserto d’erbacce: se anche non rimanesse che un solo tedesco decente, quest’unico tedesco meriterebbe di essere difeso contro quella banda di barbari, e grazie a lui non si avrebbe il diritto di riversare il proprio odio su un popolo intero. Questo non significa essere indulgenti nei confronti di determinate tendenze, si deve ben prendere posizione, sdegnarsi per certe cose in certi momenti, provare a capire, ma quell’odio indifferenziato è la cosa peggiore che ci sia. É una malattia dell’anima. Odiare non è nel mio carattere. Se, in questo periodo, io arrivassi veramente a odiare, sarei ferita nella mia anima e dovrei cercare di guarire il più presto possibile» (15 marzo 1941).

Camminare per Amsterdam, nella ricchezza di voci e colori, nella bellezza delle sue vie d’acqua, all’ombra dei suoi alberi, sostare nelle sue piazze, potrà farci gustare il soffio che respirava Etty, aggrappandosi a ciò che era buono e bello per non cadere nella disperazione che aleggiava tra i canali della città. Lì, nella quotidianità abitata dalla violenza, Etty seppe amare, seppe costruire relazioni di bene, seppe mettersi al servizio, seppe — con consapevolezza piena di ciò stava accadendo al suo popolo — decidersi per non collaborare a far pendere la bilancia del mondo dalla parte del male.

Arrivando nei pressi della sua casa ad Amsterdam, scrutandone la semplicità e l’anonimato, possiamo farci toccare dalla dimensione quotidiana di una resistenza al male (personale, sociale, storico) di cui abbiamo bisogno anche oggi; possiamo renderci disponibili alla disarmante semplicità della preghiera, che è dialogo ininterrotto con Dio.
Quei minuti che ci separano da musei tra i più belli d’Europa e le stanze in cui una giovane donna compose pagine tra le più levate del Novecento possono suggerirci un modo di opporci ai flutti di tenebra, che possono anche vincere per un periodo di tempo, ma non possono obbligare al consenso. Ci farà bene riprendere il diario di Etty Hillesum, da qualche anno disponibile nella sua versione integrale: nelle città che abitiamo, nelle vite che viviamo, la forza di quelle parole scuote come pochi altri testi sanno fare. Ci donano inquietudine e coscienza, speranza e responsabilità, nella difesa di uno spazio nostro, sacro, in cui può rendersi presente il Mistero: «Adesso quella “stanza silenziosa”, per dir così, la porto sempre con me, e mi ci posso ritirare a ogni istante, sia che mi trovi in un tram pieno di gente sia nel mezzo della confusione in città» (8 gennaio 1942).

 

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