Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

Meditazioni

In chi possiamo avere fiducia?

La nostra società soffre di una crisi di fiducia … Non si tratta soltanto del fatto che siamo diventati notevolmente cinici in molti atteggiamenti, del fatto che ci accostiamo alle persone nella vita pubblica con un inconsueto livello di sospetto. Si tratta anche di qualcosa di più inquietante, ed è la sensazione che le grandi istituzioni della nostra società non stanno lavorando per noi. Ciò significa che siamo insoddisfatti e sfiduciati riguardo al nostro sistema educativo, ai nostri servizi sanitari, alla nostra polizia, per non parlare dei nostri rappresentanti al governo. Ma questo non è certo un problema solo nostro. Altrove ci sentiamo imprigionati in modelli economici e politici internazionali che non siamo in grado di controllare e che non crediamo lavorino a nostro vantaggio. Se osserviamo di come stanno le cose al di fuori dei nostri confini nazionali possiamo avere la percezione di un sistema che semplicemente non lavora per gli esseri umani in generale … La sfiducia è sempre in relazione con il sentimento di essere esautorati, di essere mossi da qualcun altro. Ecco perché il problema è così grave. Divento diffidente quando sospetto che gli obiettivi e gli intenti di qualcun altro non hanno niente a che fare con i miei obiettivi oppure con quanto quel qualcuno afferma di volere. Quelli hanno un loro tornaconto segreto e io sono esautorato. Se non riesco a capire cosa succede esattamente ma sospetto che stia comunque accadendo qualcosa di ostile, l’effetto può essere non solo umiliante ma paralizzante. La fiducia allora sarà sentita come rischio o come stupidità …

Nell’Evangelo di Giovanni Gesù chiede al cieco che ha appena guarito se “crede” nel Figlio dell’uomo. Non gli sta certamente chiedendo se è dell’opinione che il Figlio dell’uomo esista, come potrebbe chiedere a proposito del mostro di Loch Ness. Vuole invece sapere se colui che era stato cieco è disposto ad aver fiducia nel Figlio dell’uomo, cioè in Gesù nel suo ruolo di rappresentante del genere umano di fronte a Dio. Naturalmente quell’uomo vuol sapere chi è il “Figlio dell’uomo”, e Gesù dice di essere lui. Egli risponde con le parole: “Credo” (cf. Gv 9,35-38). Crede, è fiducioso. Cioè, non va in giro a chiedersi se il Figlio dell’uomo sia lì per promuovere i propri interessi e ingannarlo. Ha fiducia che Gesù sta lavorando per lui e non per qualche scopo egoistico, e crede che quanto vede e sente allorché Gesù è nei dintorni è la verità …

La Bibbia non ha argomentazioni in favore dell’esistenza di Dio. Ci sono momenti di conflitto con Dio, di rabbia verso Dio, di dubbio riguardo alle intenzioni di Dio, di angoscia e di smarrimento quando viene meno il senso della presenza di Dio. I salmi ne sono pieni, e così pure il libro di Giobbe. Non pensate che la Bibbia sia piena di espressioni tranquille e rassicuranti sulla vita di fede e di fiducia: non lo è. Spesso parla del prezzo spaventoso che si paga quando si permette a Dio di accostarsi a noi e si cerca di aver fiducia in lui pur nel venir meno di ogni evidenza. Ma Abramo, Mosè e Paolo non si siedono per risolvere il problema dell’esistenza di Dio; sono già catturati da qualcosa di cui non possono negare o ignorare l’imperiosa realtà. A un certo livello bisogna riconoscere che l’angoscia, la fatica di cui essi caricano il loro rapporto con Dio sono già in se stesse una sorta di argomentazione a favore di Dio: se prendono Dio tanto sul serio, non si può dire che cercano un comodo strumento che li faccia stare meglio.

Dove comincia per molta gente la fede in Dio? Essa comincia dal sentire che si “crede in”, che ci si fida di certi tipi di persone. Si ha fiducia nel loro modo di vivere; il loro modo di vivere è quello in cui voglio vivere anch’io, in cui forse posso immaginarmi di vivere nei miei momenti migliori o più maturi. Il mondo in cui essi abitano è un mondo in cui anche a me piacerebbe vivere. La fede dipende molto dal semplice fatto che ci sono delle vite credibili da vedere, che è dato vedere in certi credenti un mondo in cui anche a noi piacerebbe vivere.

Ciò evidentemente pone una grossa responsabilità sulle spalle dei credenti. Sarebbe molto più piacevole per tutti noi fare affidamento su delle argomentazioni, non sulle incertezze delle vite umane. Tuttavia il fatto rimane, ed è notevole. Vi è chi si prende la responsabilità di rendere Dio credibile nel mondo. Debbo questa espressione, “prendersi la responsabilità di Dio”, a una delle più straordinarie credenti del XX secolo, una delle molte persone che hanno reso Dio credibile attraverso la loro resistenza agli incubi dei totalitarismi moderni e alla loro violenza. Etty Hillesum era una giovane donna ebrea di poco più di vent’anni quando i tedeschi occuparono l’Olanda. Una persona per niente pia né convenzionale, per niente votata a un esplicito impegno religioso. I suoi diari e il suo epistolario fra il 1941 e il 1943, in seguito pubblicati, mostrano come nel corso di quel terribile periodo nella storia del suo paese e del suo popolo essa sia divenuta sempre più conscia della mano di Dio nella sua vita, in un’epoca in cui la maggior parte delle persone avrebbe probabilmente sviluppato un profondo scetticismo riguardo a Dio.

Imprigionata nel campo di transito di Westerbork, prima di essere spedita ad Auschwitz dove sarebbe morta nelle camere a gas nel novembre 1943 a ventinove anni, così ella scrisse: “Ci deve essere qualcuno che viva dentro tutto questo e dia testimonianza al fatto che Dio vive, anche in questi tempi. Perché non potrei essere io questa testimone?”. In una lettera a un amico, da Westerbork, parlò della propria vita, divenuta ormai “un colloquio ininterrotto con te, mio Dio”, e potè anche scrivere di sentire così la propria vocazione nel campo: “Non basta predicarti, mio Dio, non basta disseppellirti dai cuori altrui. Bisogna aprirti la via, mio Dio”. È chiaro che ella vedeva la propria fede come una decisione di occupare un posto preciso nel mondo, un posto in cui altri potessero in qualche modo entrare in contatto con Dio attraverso di lei: e questo non in uno spirito di autocompiacimento o nell’idea di essere eccezionalmente santa o virtuosa, ma semplicemente perché aveva acconsentito a prendersi la responsabilità della credibilità di Dio.

R. Williams, Ragioni per credere, Edizioni Qiqajon, Magnano 2009

Perché è scomoda la Beatificazione del Giudice Rosario Livatino

(dal Sito VINONUOVO)

Che sia davvero scomoda come scomodo è il Vangelo di un Dio che si fa piccolo, che nella Chiesa e nella società suscita testimoni credibili e li pone "Sub Tutela Dei"
 
livatino
 La beatificazione di Rosario Livatino è scomoda, perché il messaggio che ne deriva è forte, nuovo e chiaro: un giudice “credente credibile” agli onori degli altari in virtù del martirio per mano della mafia (Stidda), riconosciuto in odium fidei.

È scomoda per quelle donne e quegli uomini delle Istituzioni ai diversi livelli della politica, che ancora oggi, come trent’anni fa, sono conniventi con la criminalità organizzata in tutto il Paese, chiedendo ed elargendo favori.

È scomoda per chi fa finta che la mafia non esista, che al massimo è relegata solo in qualche regione del Sud, che non la ritiene un problema.

È scomoda per i membri corrotti delle forze dell’ordine che, per viltà, interesse, ricatto, complicità, fanno il gioco sporco, mettendo a rischio la società e gli onesti tra i colleghi.

È scomoda per quei giudici che dinanzi ai mafiosi e ai loro loschi traffici chiudono un occhio, si girano dall’altro lato, non vanno fino in fondo nelle indagini, alleggeriscono le sentenze, disonorano la toga.

È scomoda per alcuni uomini di Chiesa, che al Vangelo di Gesù hanno sostituito quello del denaro, del potere, della viltà, del “meglio non esporsi”, del “se la sono cercata preti come Puglisi e Diana”.

È scomoda per i cristiani tiepidi, chiusi nelle sacrestie, forti delle devozioni e delle cerimonie, immersi nei propri ruoli, lontani dalle “periferie esistenziali”, con un Cristo per conto proprio e una religiosità costruita ad hoc.

È scomoda per chi tra i “colletti bianchi” e tra gli imprenditori creano per le cosche coperture economiche, riciclano denaro sporco, gestiscono attività, facendo fallire gli onesti.

È scomoda per chi ha scelto liberamente e facilmente la strada della delinquenza, dell’affiliazione ad una cosca, infestando le strade con la droga, rovinando i lavoratori con il pizzo, inquinando i territori con i rifiuti, sfruttando la prostituzione e i migranti, sviando bambini, ragazzi e giovani.

È scomoda per i capi mafia, vecchi e nuovi, a cui vengono sbattute in faccia le loro debolezze, paure, sconfitte, marginalità, falsa religiosità.

È scomoda per quanti di noi non fanno bene il proprio dovere di studio o di lavoro, per chi non ha a cuore l’unità della famiglia, per chi è abituato a saltare la fila a scapito degli altri, per chi non paga le tasse pur potendo, per gli evasori fiscali.

È scomoda per i carrieristi incalliti, per gli incompetenti ai posti di comando, per i raccomandati senza titoli e valore, per gli arrivisti, per chi abusa del proprio potere, per chi sa e non parla, per chi parla per denigrare gratuitamente, per chi pretende la prima fila in tutte le occasioni.

È scomoda per chi si arricchisce con la povertà degli altri, per chi sfrutta i poveri, per chi fa promesse di benessere ma non le mantiene.

Speriamo allora che sia davvero scomoda la beatificazione del Giudice Livatino, come scomodo è il Vangelo di un Dio che si fa piccolo, che lavora da falegname, che sta con gli ultimi, che muore in croce da innocente, che nel retto giudizio è misericordioso, che ha vinto il male con il bene, che nella Chiesa e nella società suscita testimoni credibili e li pone Sub Tutela Dei (STD).

Don Tonino, le parole "scomode" di un uomo libero

(dal Sito VATICANNEWS)
 
Una delle doti di don Tonino Bello fu quella di saper esprimere con un linguaggio moderno e anticonvenzionale i valori del Vangelo e l'amore agli ultimi che testimoniava ogni giorno. Una forza evocativa e uno stile molto simili a quelli di Papa Francesco
 

di Alessandro De Carolis - Città del Vaticano

“Accoglietemi come fratello e amico, oltre che come padre e Pastore. Liberatemi da tutto ciò che può ingombrare la mia povertà”. Non aveva mai parole innocue don Tonino, come queste con cui si presentò nel 1982 alla Chiesa di Molfetta in veste di vescovo. Le sue erano parole libere, liberate dal Vangelo vissuto. La stessa vita di don Tonino era “sine glossa”. Senza gli orpelli della carica, le distanze imposte dal ruolo, senza mai un “mons.” a ingombrare lo spazio tra il lui e chi gli si avvicinava.

Il vescovo normale

Tutti in questi giorni ricordano la sua celebre frase, la “Chiesa del grembiule”, che tanto echeggia la “Chiesa povera per i poveri” di Papa Francesco. Quella formula, azzeccata come mille altre del suo inesauribile serbatoio di espressioni, non è tanto il motto brillante di un abile affabulatore. È piuttosto come quei vestititi che calzano a pennello, la forma che esalta la sostanza. E se vedi un vescovo sedersi dal barbiere come tutti, mischiato alle tute degli operai in sciopero, lo vedi offrire le stanze della curia agli sfrattati, questa è una formidabile sostanza che poi dà valore a ogni singola parola, che in don Tonino ha pure il dono dell’efficacia.

Con quel cencio ai fianchi

L’idea della “Chiesa del grembiule” nasce nei mesi e negli anni del ministero vissuto  da don Tonino come esercizio alla prossimità. “La Chiesa del grembiule – spiegò – non totalizza indici altissimi di consenso” perché “nell’hit parade delle preferenze il ritratto meglio riuscito di Chiesa sembra essere quello che la rappresenta con il lezionario fra le mani, o con la casula addosso. Ma con quel cencio ai fianchi. Con quel catino nella destra e con quella brocca nella sinistra, con quel piglio vagamente ancillare, viene fuori proprio un’immagine che declassa la Chiesa al rango di fantesca”.

Servizio o self-service?

Una Chiesa “ospedale da campo” diremmo oggi, espressione che a don Tonino sarebbe piaciuta molto. Una Chiesa che lui portava di persona negli angoli dove i bisogni si possono ignorare e questo gli guadagnava la libertà della denuncia contro le assenze della politica.

“Chi state servendo, il popolo o lo stemma?”

“I partiti si sono ubriacati”, affermò una volta parlando ai politici. “Chi state servendo – chiedeva – il bene comune o la carriera personale? Il popolo o lo stemma? Il municipio o la sezione? Il tricolore o la bandiera del partito? Un giorno il Signore vi chiederà conto se lo spirito che ha animato il vostro impegno politico è stato quello del servizio o quello del self-service”.

Il Natale scomodo

Una volta venne Natale e don Tonino vescovo decise che gli auguri alla sua gente non potevano evaporare nel mucchio rituale delle frasi fatte. Dovevano essere “auguri scomodi”, diventati celeberrimi. “Non sopporto infatti l’idea – scrisse – di dover rivolgere auguri innocui, formali, imposti dalla routine di calendario. Mi lusinga addirittura l’ipotesi che qualcuno li respinga al mittente come indesiderati”. E rovesciando la prospettiva della festa che dimentica il Festeggiato – quella delle “sbornie dei vostri cenoni”, dello “spreco delle vostre luminarie” – soggiunse: “I Poveri che accorrono alla grotta, mentre i potenti tramano nell’oscurità e la città dorme nell’indifferenza, vi facciano capire che, se anche voi volete vedere ‘una gran luce’ dovete partire dagli ultimi”.

La pace rovina la digestione

Gli anni Novanta iniziano con la Guerra del Golfo e l’allucinante approdo di migliaia di albanesi nella sua terra, aggrappati alle bagnarole arrugginite come i dannati di un girone dantesco. Don Tonino si spende contro il conflitto e i conflitti, marcia sulla Sarajevo crivellata dai cecchini, si dà da fare per gli immigrati con le ultime forze che gli lascia il cancro che gli mangia lo stomaco. Anche ciò che dice in quelle circostanze sembra tratto da un’omelia a Santa Marta, da una “Laudato si’” ruminata con vent’anni di anticipo.

“La pace non è un vocabolo ma un vocabolario”

Per lui la pace non era “un semplice vocabolo, ma un vocabolario». E la guerra non solo “il tuono dei cannoni o l'esplosione delle atomiche, ma la semplice esistenza di questo violento sistema economico" perché, asseriva, “non ci potrà mai essere pace finché i beni della terra sono così ingiustamente distribuiti”. La pace per don Tonino era, ed è, soprattutto verità: “Chi ama la pace non ha paura di dire come stanno le cose, anche quando le sue parole rovinano la digestione dei potenti”.

IL SOGNO

(dal Sito Chiesa di tutti Chiesa dei poveri)


Carissimi,
come di Giovanni XXIII ci fu un “discorso della luna” che la sera del Concilio doveva aprire una nuova stagione della Chiesa fuori dalle strettoie costantiniane e identitarie, così di papa Francesco c’è stato un “discorso delle stelle” suscettibile di aprire una nuova stagione della storia del mondo, fuori dagli affrontamenti religiosi esercitati in nome di un Dio violento. È il discorso che papa Francesco ha pronunciato nel deserto di Ur, con gli occhi alle stesse stelle additate da Dio ad Abramo, padre delle fedi.

“Dobbiamo riportare l’Iraq all’età della pietra”, aveva brutalmente replicato la premier inglese Margaret Thatcher nel 1990 all’inviato di Gorbaciov, Eugenij Primakov, che cercava di scongiurare lo scempio di una guerra scatenata dall’Occidente nella terra tra i due fiumi; ed ecco che ora il ritorno a quelle antiche pietre avviene, ma nel rovesciamento di un papa che va a chiederne perdono per fare di nuovo spazio al “sogno di Dio”. E proprio qui sta tutto il significato del viaggio di Francesco in Iraq. Lo aveva enunciato fin dal messaggio televisivo da cui si era fatto precedere presso gli iracheni: egli andava lì come “pellegrino penitente”: incolpevole, andava a chiedere perdono per guerra e terrorismo, e come pastore di una Chiesa martire, andava a chiederle di non chiudersi nella propria identità ferita. Ciò perpetuerebbe infatti nel tempo un’inguaribile contrapposizione, come dice la storia e come dimostra la mai rimarginata lacerazione del genocidio armeno; infatti “solo con gli altri si possono sanare le ferite del passato”,

Ma qual è il sogno di Dio che papa Francesco è andato a risvegliare nel riconsacrato deserto di Ur dei Caldei? È “che la famiglia umana diventi ospitale e accogliente verso tutti i suoi figli; che, guardando  il medesimo cielo, cammini in pace sulla stessa terra”; è il sogno di Dio ma è il sogno anche di Francesco, ed è il sogno laico di una terra riconciliata, di una “pace perpetua”, per mano degli uomini e delle donne di buona volontà. Sarà un’utopia, ma intanto almeno è un progetto. Abbiamo di che lavorare.

C’è una condizione perché questo sogno si realizzi: occorre che nessuno resti murato nella propria identità, ma che ciascuno si scambi con l’altro, prenda su di sé le sofferenze e il destino dell’altro, e insieme anche la cura della terra, la responsabilità della casa comune. Perciò come cristiano papa Francesco ha voluto andare lì per riconciliarsi con i musulmani, con gli ebrei e coi fratelli e sorelle di altre religioni, e come figlio di Abramo è andato lì a invocare “passi concreti” di un peregrinare di ciascuno “alla scoperta del volto dell’altro”, protesi tutti a “condividere memorie, sguardi e silenzi, storie ed esperienze”, per scoprirsi tutti fratelli.

Tutto il viaggio si è mosso su questo doppio registro, quello dell’identità, per l’immersione nelle comunità cristiane sconvolte, e quello della totalità per l’abbraccio più che fraterno con tutte le religioni e le sofferenze umane; ma la novità era che la stessa identità cristiana ormai non si mostrava più come l’orgogliosa rivendicazione di un proprio privilegio in ordine alla salvezza, ma era già giocata nella totalità, nell’uscita da sé, essendo le due cose, identità e totalità, congiunte già dall’origine  nella duplice missione del Cristo, fonte della sua Chiesa e pegno dell’unità dell’intera famiglia umana. Ma la novità era pure che a questo stesso processo apparivano convocate oggi le altre religioni del mondo; e se ad Abu Dhabi papa Francesco aveva celebrato la fratellanza col grande Imam al-Tayyeb dei sunniti, a Najaf ne ha ripreso la trama nell’incontro con il grande Ayatollah Al Sistani leader della comunità sciita. Questi gli ha detto una frase che lo ha colpito, e ha poi ripetuto ai giornalisti nel volo di ritorno a Roma: “gli uomini sono o fratelli per religione o uguali per creazione”: la fratellanza e l’uguaglianza, ha commentato Francesco, ed ha aggiunto: ma al di sotto dell’uguaglianza non possiamo andare.

Per parte sua papa Francesco ha fatto la sua scelta, ha attestato la Chiesa sulla frontiera della fratellanza. Non è affatto una scelta scontata, non è senza rischi; ma, ha aggiunto su quell’aereo del ritorno che spesso aggiunge ai viaggi un inedito momento di verità, “tante volte si deve rischiare per fare questo passo: ci sono alcune critiche: che il papa non è coraggioso, è un incosciente, che sta facendo dei passi contro la dottrina cattolica, che è a un passo dall’eresia… Ci sono dei rischi...”.

Francesco si è preso i suoi rischi. Sulla sua parola, sarebbe tempo che tutta la Chiesa si assumesse i suoi.

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