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Meditazioni

Tornare ad essere popolo

di: Stefano Graiff

 

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Ho letto e riletto con attenzione la splendida Lectio Degasperiana tenuta dall’arcivescovo di Perugia e Città della Pieve, il nostro Ivan Maffeis, a Pieve Tesino il 18 agosto (cf. SettimanaNewsqui).

Mi permetto di proporre un umile contributo alla riflessione su alcuni passaggi, poiché credo siano di importanza vitale per il futuro della nostra democrazia e della nostra autonomia e perché questo “dono di pensiero” possa animare un sano dibattito sulla nostra società.

Parto dallo stimolante accostamento che don Ivan (mi scuserà se continuo a chiamarlo così) ha proposto fra la figura di Alcide De Gasperi e Mosè.

«Fu investito – dice don Ivan – della missione di attraversare il deserto per condurre un’accozzaglia di schiavi a riconoscersi popolo (e forse è questa la vera Terra Promessa, condizione che conta più del possesso della terra…)».

Ebbene io penso che questa, oggi, rappresenti la questione più importante e determinante. Qualche giorno fa, Tommaso Baldo, ricercatore e storico della Fondazione Museo storico del Trentino, dialogando sulla fine del grande Impero Austro-Ungarico, osservava come con esso venne a dissolversi il concetto di “popolo” (tanto caro al vecchio kaiser da portarlo, nell’ora più buia della proclamazione della guerra, a rivolgersi «Ai suoi popoli») e lentamente si affermò l’idea di “nazione”; meccanismo che inesorabilmente spostò il concetto sociale di “identità” verso quello di “appartenenza”.

Mosè vagò 40 anni nel deserto; ma il deserto prima che fisico e geografico fu deserto di coscienza e di valore. Non posso non pensare che, oggi, anche la nostra società viva drammaticamente questo deserto.

E in questo deserto, come accadde al popolo d’Israele, pullulano i falsi profeti e i falsi idoli.

De Gasperi –  ricorda l’arcivescovo Ivan – era cosciente che la «vera politica è un sistema complesso che non tollera a lungo semplificazioni brutali».

Ebbene sono persuaso che dalla “scesa in campo” del Cavaliere, la politica abbia cessato di riconoscersi nella complessità di sistema e si sia adeguata a quelle semplificazioni necessarie per essere efficace nel nuovo rapporto che non si basa più sulle idee e sul ragionamento ma sulla ricerca del consenso spicciolo; l’elettore non è più l’obiettivo e il fine ultimo della politica ma ne è l’acquirente.

E in questo contesto si sono materializzi tutti i rischi che De Gasperi ha intravisto con il suo sguardo profetico; coloro che «nella politica fanno solo un’escursione, come dilettanti, e altri che la considerano come un accessorio di seconda importanza», o, aggiungerei sommessamente, la considerano come un “autobus” di cui servirsi per ottenere il consenso per poi scendere rapidamente e risalire su un altro a seconda dell’onda del momento; oppure coloro che sono disposti a «rinunciare alla propria coscienza per assoggettarsi alle lusinghe dell’autorità».

La piaga dei falsi profeti nella Bibbia è stigmatizzata con durezza: «Annunciano la pace se hanno qualcosa tra i denti da mordere, ma a chi non mette loro niente in bocca dichiarano la guerra»: quanto è attuale questa immagine in un’epoca nella quale l’arma della paura è utilizzata per generare consenso e soprattutto per mantenerlo!

Ma ci fu un momento in cui, dopo tanto peregrinare, l’“accozzaglia di schiavi” divenne popolo: il giorno in cui Mosè portò quella legge che Dio aveva scritto sul Sinai.

E quella legge, declinata nell’Antico e Nuovo Testamento, è la legge dell’Amore!

Cito ancora, in questo senso, la Lectio: «Noi vogliamo la pace e l’ordine, ma l’ordine che nasce dalla giustizia. Il timore non è ordine, ma un puro fatto materiale. Il vero ordine si ha solo se esso deriva dall’amore. È questo il significato più profondo della parola pace in senso cristiano ed è questo il precetto fondamentale che deve ispirare la politica a sensi di fraternità e giustizia» disse De Gasperi nel 1925, in un drammatico discorso all’ultimo congresso del Partito Popolare, citando san Tommaso.

Allora – mi permetto di concludere –, se una battaglia, in senso ideologico e di pensiero, deve essere combattuta, è quella che porta anche la nostra società a riscoprirsi come popolo: De Gasperi intuì – ci ricorda don Ivan – come «il fine della lotta politica non fosse di assicurare il paradiso sulla terra, ma la dignità di ogni persona e la possibilità di ricomprendersi in un orizzonte di comunità», dunque in un sistema che si fondi sul legame indissolubile fra donne e uomini e comunità che, in fondo – io penso – è ciò che avvalora il senso dell’essere popolo.

Perché se si perde di vista questo legame e si fa leva sul concetto di appartenenza vuota ad una “nazione” o a una categoria indistinta di individui, allora i populismi e i meccanismi della paura del diverso divengono armi affilate che possono, sì, portare consenso ma che, inesorabilmente, rischiano di minare alle fondamenta la pace e le libertà; in questo modo popolo deriva a “massa”; fu così che il nazismo e il fascismo seppero manovrare le “masse” per giustificare gli orrori del secondo conflitto mondiale.

La fraternità, la difesa dei diritti inalienabili dell’uomo, sono fondamenta essenziali alle quale dobbiamo guardare se vogliamo uscire dal deserto e tornare a vedere il nostro popolo in cammino verso la libertà.

È un impegno e una sfida che appartiene a tutti, anche e soprattutto alla politica! Non è più sufficiente distinguersi e ritenersi profeti di comunità; è necessario tornare a sporcarsi le mani nel quotidiano, perché il cammino del deserto è ancora lungo e le insidie e i falsi profeti sono sempre, inesorabilmente, in agguato.

Anche nel nostro Trentino, dove il deserto della chiusura, dell’indifferenza, degli assordanti silenzi di fronte al grido dei poveri e degli ultimi che si nascondono sotto la soglia della nostra società è sempre più grande, è necessario ritornare a ricostruire intorno a quei valori incisi nella Carta Costituzionale, di cui De Gasperi fu, insieme ad altri, autore, per tornare ad essere profondamente e autenticamente popolo.

  • Il testo è stato pubblicato su Il T – Quotidiano autonomo del Trentino-Alto Adige.

 

Tucidide, la guerra e il regime change

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dal sito SETTIMANANEWS

«Papà, spiegami allora a che serve la storia». Erano gli anni Quaranta del Novecento quando, per rispondere alla domanda del figlio adolescente, Marc Bloch iniziò a dedicarsi alla stesura di quello che sarebbe diventato il suo libro più famoso, nonché un’opera fondamentale di metodologia storica, Apologia della storia o Mestiere di storico.

Già, a cosa serve la storia? A guardare quello che va accadendo nel mondo, verrebbe da rispondere senza esitazioni che la storia non serve proprio a un bel niente. Prendiamo l’anglismo regime change, che oggi tanto furoreggia nei dibattiti geopolitici. Ce lo aveva già spiegato Tucidide, più o meno duemilacinquecento anni fa, che cos’è e quali sono le conseguenze, di breve e lungo periodo, di un regime change. Ma è forse servito a qualcosa?

Il dialogo dei Melii

Anno 416 a.C. Dopo quindici anni di guerra fra Atene e Sparta, un abbozzo di pace presto disattesa e nuovi venti ostili che si profilano all’orizzonte, Atene invia un contingente militare e un’ambasceria agli abitanti dell’isola di Melo, per invitarli a recedere dalla loro posizione di neutralità e spingerli a diventare alleati degli Ateniesi contro gli Spartani. Melo, di fondazione spartana, era la più occidentale, quindi la più vicina al Peloponneso, fra le isole Cicladi e il suo ingresso nella Lega delio-attica, a guida ateniese, avrebbe rappresentato per Atene un punto di forza strategicamente molto significativo.

Le pagine che Tucidide dedica al dialogo dei Melii sono fra le più famose delle sue Storie. I Melii, che fin dall’inizio della guerra si erano opposti al pressante tentativo ateniese di costringerli ad aderire alla Lega delio-attica, ossia di diventare, a conti fatti, dei sudditi della potenza imperiale ateniese, argomentano la loro volontà di mantenersi neutrali, cioè liberi, appellandosi al diritto, alla giustizia e al principio del bene comune. Di contro gli Ateniesi oppongono il concetto di utile e la concreta pragmaticità della Realpolitik.

Nella prospettiva imperialista, a prevalere è la legge di natura, in base alla quale il forte può imporre al debole la propria volontà e diritto e morale sono solo belle parole, vacue ed ingenue. «L’oggetto in discussione è la salvezza – dicono gli ambasciatori ateniesi –, il che significa non opporsi a chi è di gran lunga più forte».

È la nota dialettica physis e nomos: natura e legge sono spesso in opposizione fra loro e, in base alla legge di natura, il forte ha il diritto di prevalere, di schiacciare, opprimere e reprimere il debole, sia che si tratti di singoli individui sia che si tratti di Stati.

Dopo alcune pagine potenti per tensione drammatica, l’epilogo è rapido e perentorio. Ai Melii che chiedono agli Ateniesi di ritirarsi dal loro territorio stipulando un trattato di pace che appaia conveniente ad entrambi, gli Ateniesi rispondono con minacce dal sapore apocalittico: «Perderete tutto».

Viene deciso l’attacco immediato. I Melii riescono a resistere per qualche tempo poi, sopraggiunti rinforzi da Atene, sono costretti alla resa. La laconica conclusione di Tucidide mette a nudo i meccanismi brutali, spogliati di qualsiasi idealità, di ogni imperialismo: «Gli Ateniesi uccisero quanti Melii in età militare riuscirono a catturare, fecero schiavi le donne e i bambini. Il territorio lo abitarono loro, inviando cinquecento coloni».

Ecco come ti esporto la democrazia, come metto in atto un bel regime change democratico: uccido, schiavizzo, colonizzo.

 

Anno 404 a.C.: si conclude la quasi trentennale guerra del Peloponneso. Atene viene sconfitta dall’alleanza spartana, e da quella sconfitta non si riprenderà più.

Ruffini, i cattolici, la politica

Alla fine Ernesto Maria Ruffini si è dimesso da direttore dell’Agenzia delle Entrate. Di lui, fino a poco tempo fa quasi del tutto sconosciuto al grande pubblico, si parlava molto da giorni sui quotidiani come dell’«uomo nuovo» di cui, secondo alcuni, l’opposizione avrebbe bisogno per superare la sua attuale frammentazione, che le rende impossibile costituire una concreta alternativa all’attuale governo.

Era anche indicato come l’uomo adatto, per la sua storia personale di credente, a far ritornare i cattolici protagonisti della vita politica, dopo una lunga eclisse.

Un servitore del bene comune

All’origine di queste voci, sempre più insistenti, c’era sicuramente la stima di cui Ruffini gode, un po’ in tutti gli schieramenti politici, per il suo eccellente lavoro nell’Agenzia e che spiega perché sia stato confermato nel suo delicato ruolo da ben quattro governi, di tutti i colori, compreso quello attuale.

Grazie a lui l’Agenzia delle Entrate ha reso più razionali e funzionali i suoi servizi ai cittadini, anche ricorrendo a un ampio uso della digitalizzazione. E in questo modo ha potuto combattere, molto più efficacemente che in passato, la piaga cronica dell’evasione fiscale, raggiungendo nel 2023 il traguardo record un recupero di oltre 31 miliardi di euro.

Al di là dei risultati concreti, però, è significativa la logica secondo cui Ruffini ha concepito e impostato la sua ardua opera, nel quadro di una visione più ampia, esposta nel suo recente libro Uguali per Costituzione. Storia di un’utopia incompiuta dal 1948 ad oggi, con una prefazione del presidente Mattarella.

Per Ruffini «le tasse, belle o brutte che siano, sono il mezzo più onesto e trasparente che abbiamo per contribuire al bene comune del nostro paese, di tutti noi». In un’Italia che vede aumentare sempre più il divario tra una minoranza di ricchi sempre più ricchi e una maggioranza di poveri sempre più poveri, le imposte sono il modo per combattere questa perversa polarizzazione e redistribuire le risorse, così da non vanificare l’art. 3 della Costituzione: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge».

In conflitto con il governo

Una logica che non può certo essere condivisa dai partiti di destra oggi al governo, il cui comune modello è quell’acerrimo nemico delle tasse che è stato Silvio Berlusconi, secondo cui esse costituiscono un illegittimo «mettere le mani nelle tasche degli italiani».

In questa prospettiva si capiscono le reiterate campagne di Matteo Salvini per promuovere forme di «pace fiscale» che, in sostanza, si riducono a condonare agli evasori la maggior parte di quello che devono alla comunità e che altri (soprattutto i lavoratori con stipendio fisso), al posto loro, sono obbligati a pagare, rendendo così il carico fiscale veramente esorbitante.

Ed è nel più puro spirito berlusconiano che il nostro vice-premier, qualche tempo fa, ha usato parole durissime contro l’ufficio dello Stato di cui egli dovrebbe essere istituzionalmente il primo sostenitore: «Ci sono milioni di italiani ostaggio dell’Agenzia delle Entrate». È stata l’unica volta che Ruffini ha sentito la necessità di fare un intervento pubblico:

«Il contrasto all’evasione − ha risposto al ministro − non è volontà di perseguitare qualcuno, l’Agenzia è un’amministrazione dello Stato, non un’entità belligerante. È un fatto di giustizia nei confronti di tutti coloro che le tasse, anno dopo anno, le pagano, e le hanno pagate, sempre fino all’ultimo centesimo, anche a costo di sacrifici e nonostante l’innegabile elevata pressione fiscale, e di coloro che hanno bisogno del sostegno dello Stato, erogato attraverso i servizi pubblici con le risorse finanziarie recuperate».

E ora l’ormai ex direttore si è riferito a questo episodio per spiegare le sue dimissioni: «Non mi era mai capitato», ha detto in un’intervista al Corriere della Sera, «di vedere pubblici funzionari essere additati come estorsori di un pizzo di Stato. Oppure di sentir dire che l’Agenzia delle Entrate tiene in ostaggio le famiglie, come fosse un sequestratore». E ha ribadito il suo punto di vista: «Attenzione però: se il fisco in sé è demonizzato, si colpisce il cuore dello Stato (…). Personalmente ho sempre pensato che a danneggiare i cittadini onesti siano gli evasori».

La mancata «discesa in campo»

Ruffini ha anche precisato, contestualmente, di non avere nessuna intenzione di «scendere in campo». Un’ipotesi gravata da troppe incognite, in realtà, per essere realistica. Qualcuno lo voleva federatore dei partiti di centro – ma né Renzi né Calenda erano disposti a farsi da parte; qualcun altro evocava addirittura l’esempio di Prodi, che aveva unito i partiti di centro-sinistra, per applicarlo all’attuale situazione del «campo largo».

Ma c’era chi si chiedeva se esistano, oggi, le condizioni che allora consentirono questa esperienza e metteva in guardia dal rischio di voler riprodurre uno schema ormai inattuale.

Ora la decisa presa di posizione di Ruffini – peraltro già anticipata nel suo intervento in un convegno di qualche giorno fa – elimina questi dubbi e dissipa questi equivoci spiegando le motivazioni che la ispirano:

«Fatico a pensare che per cambiare le cose bastino i singoli. Per natura tendo più a credere nella forza delle persone che collaborano per un progetto comune. Affidarsi a sedicenti salvatori della Patria non è un buon affare. Dovremmo smetterla di considerare la politica come una partita a scacchi o un gioco di potere, perché dovrebbe essere un percorso fatto di discussioni, grandi ideali, progetti, coinvolgimento. Non un talent show culinario per selezionare uno chef in grado di mescolare un po’ di ingredienti, nella speranza che il piatto finale sia buono. Altrimenti si alimenta il distacco dei cittadini dalla politica. E si costruisce un futuro peggiore».

Parole che suonano incredibili – e probabilmente resteranno incomprensibili – in uno scenario politico che vede dominare logiche del tutto diverse, sia nel governo che nell’opposizione.

Il risveglio di cui il mondo cattolico ha bisogno

Eppure, paradossalmente, proprio con questa rinunzia a fare la politica nel modo che gli veniva chiesto, Ruffini ha in realtà indicato la via per farla in un altro modo, completamente diverso. E, forse contro le sue intenzioni, questo lo rende il migliore candidato ad animare e promuovere il ritorno dei cattolici alla politica.

Perché essi non sono certo assenti nella nostra società per mancanza di forze, come dimostra la loro incidenza nella sfera propriamente sociale, che li vede protagonisti del terzo settore. Se sono diventati irrilevanti in quella politica, dove, dopo essere stati per quarant’anni al governo del paese con la DC, è perché non hanno avuto la capacità di elaborare quel «progetto comune» di cui ha parlato Ruffini e sono stati risucchiati da due poli – di destra e di sinistra – che non rispecchiano in alcun modo l’insegnamento sociale cristiano a cui essi si ispirano.

Così si sono trovati all’interno di un PD che, malgrado fosse nato con l’ambizione di unire cattolici e socialisti, sembra ormai essersi concentrato sulle battaglie per una libertà che ricorda molto quella dell’individualismo possessivo radical-liberale (altro che sinistra!), lasciando in secondo piano i diritti (e i doveri) sociali.

Oppure hanno finito per sostenere una destra che, ad ogni piè sospinto, si dichiara «cristiana» e che combatte, è vero, contro il «diritto di aborto» e la maternità surrogata, ma che non conosce la dimensione della solidarietà, né all’interno dello Stato (vedi legge sull’autonomia differenziata, fortemente criticata dai vescovi italiani), né verso i poveri del mondo (vedi politica di «difesa dei confini» contro i migranti, agli antipodi dei reiterati appelli di papa Francesco alla solidarietà).

Per non parlare della sostanziale solidarietà del nostro governo con quello israeliano, davanti alle stragi di inermi civili palestinesi (anche in questo caso in chiaro contrasto con la posizione del papa).

Questo vale anche per l’ala più moderata, della destra, Forza Italia, il cui segretario, Tajani, recentemente ha detto di considerarsi erede di Alcide De Gasperi. Una dichiarazione che non può non fare rabbrividire chi ricorda la figura del grande politico cristiano (di cui oggi è in corso il processo di beatificazione), nel vederla accaparrata da un partito che si ispira a un personaggio come Silvio Berlusconi – agli antipodi di De Gasperi, nel pensiero e nell’esempio, – di cui ancora nelle ultime elezioni europee ha messo il nome sui suoi manifesti.

È in questo vuoto che si è manifestata, nella Settimana sociale di Trieste del luglio scorso, l’esigenza di riscoprire, al di là delle divisioni, una identità cattolica trasversale ai partiti. Non per formare un terzo polo, ma per rimettere all’ordine del giorno della politica idee della dottrina sociale cristiana come «bene comune» e «solidarietà», scomparse dal vocabolario sia della destra che della sinistra.

Su questa base potranno in futuro nascere degli sviluppi che coinvolgano anche i partiti. Ma questo richiede un pensiero, un progetto. Sono le idee che prima di tutto sono mancate in questi anni al mondo cattolico, ed è in questa direzione che lo stesso Ruffini ha mostrato di voler lavorare.

Non si tratta, ovviamente, di creare un «pensatoio» di intellettuali. Nella sua intervista il direttore dimissionario ha definito la politica «un’avventura collettiva fondata su rispetto, dialogo e soprattutto partecipazione».

È a questo che bisogna rieducare una base cattolica che attualmente troppo spesso si limita a frequentare le parrocchie per «consumare» – individualisticamente – sacramenti e appena fuori dalle mura del tempio, ignora l’appello dei papi a considerare la politica «la forma più alta di carità».

È urgente, dunque, ricominciare a creare occasioni di riflessione, confronto e partecipazione che da tempo sono venute meno. In questo impegno collettivo può essere prezioso il ruolo dell’associazionismo cattolico. Su questa base anche molti, che credenti non sono, sarebbero probabilmente interessati a dare il loro contributo.

Questa – ha ragione Ruffini – è sola via per una reale svolta. Non le operazioni di palazzo in cui lo si voleva coinvolgere, offrendogli posti di potere. E noi gli siamo grati di avere non solo detto, ma testimoniato con il suo gesto coraggioso, ciò di cui non solo i cattolici, ma l’Italia, oggi, ha estremo bisogno.

  • Dal sito della Pastorale della cultura della diocesi di Palermo (www.tuttavia.eu), 13 dicembre 2024

 

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