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Lettere e Documenti

Herzog in Vaticano

DUE POTENTI E UN GENOCIDIO

L’udienza in Vaticano del presidente israeliano mentre è in corso una strage contrasta con la prudenza e saggezza della stessa interpretazione temporale del potere papale. Il precedente di Hitler a Roma.

Paola Caridi, Tomaso Montanari *

«Il Sommo Pontefice, Sovrano dello Stato della Città del Vaticano, ha la pienezza dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario». L’articolo 1 della Legge fondamentale dello Stato della Città del Vaticano esprime in forma ufficiale ciò che resta del potere temporale dei papi. È l’ultima traccia di quella doppia natura del papato, autorità religiosa e morale da una parte, signoria mondana dall’altra. Questa doppia natura, ci si è sempre chiesti, è coerente col comandamento del Signore circa l’essere «nel mondo, ma non del mondo», o invece non lega i successori di Pietro alla logica dei principati e dei regni, quelli che il diavolo promette a Gesù nelle tentazioni, ritenendoli suoi? In altre parole, il papa-sovrano che accetta la logica del potere mondano è il san Pietro che ama il Signore, o quello che lo tradisce?

A questa discussione secolare, papa Francesco aveva dato una risposta scardinante: quella della profezia. Un papa non secondo il mondo, ma secondo il Vangelo: capace di spiazzare ogni suo interlocutore perché la profezia e la potestà papale non avevano forse mai coinciso, nella storia bimillenaria della Chiesa. Il suo parlare era sì, sì, no, no: così contravvenendo alla prima regola del potere terreno, quella di una sistematica menzogna. Leone XIV non è, con ogni evidenza, un profeta: con lui il papato torna nell’alveo ordinario dell’esercizio del potere. Fin qui, purtroppo, nulla di strano: ‘strano’ era Francesco.

Ma l’udienza concessa al capo dello Stato di Israele, Isaac Herzog, non è ordinaria nemmeno per la tradizione spregiudicata del potere papale: non ha la prudenza né la saggezza. La bandiera israeliana nel cortile di San Damaso, gli onori militari resi dalla Guardia svizzera, la stretta di mano davanti ai fotografi, lo scambio dei doni, il tenore del comunicato stampa: ognuna di queste cose è uno scandalo (cioè, letteralmente, una pietra d’inciampo: specie per i cristiani). Perché Herzog rappresenta uno stato genocida: e papa Francesco – in sintonia con la scienza giuridica e la coscienza del mondo – chiamava ‘genocidio’ quello in corso a Gaza. E le parole e le azioni personali del presidente sono tra le prove del genocidio. Fu Herzog, tra l’altro, a dire: «è un’intera nazione là fuori che è responsabile. Questa retorica sui civili non consapevoli, non coinvolti, non è assolutamente vera». È a questo che papa Leone ha dato legittimità morale: quella stretta di mano è una assoluzione in mondovisione.

Nella ‘giornata particolare’ in cui Hitler venne a Roma, nel 1938, Pio XI fece sbarrare financo i Musei Vaticani, e si ritirò a Castel Gandolfo. Il sovrano pontefice rendeva evidente il suo sdegno nei confronti di chi si apprestava a compiere il genocidio della Shoah. La scala era tale, che non si poteva tacere: il Vangelo prendeva il sopravvento sulla ragion di Stato, in una scheggia di profezia. E ora?

Alla fine dell’incontro, Herzog ha tra l’altro detto: «L’ispirazione e la leadership del Papa nella lotta contro l’odio e la violenza e nella promozione della pace in tutto il mondo sono apprezzate e fondamentali. Attendo con interesse di approfondire la nostra cooperazione per un futuro migliore all’insegna della giustizia e della compassione». Un abbraccio mortale, sul piano morale. Aver permesso al capo dello stato genocida di Israele di mentire così efferatamente, e di farlo sulla tomba di san Pietro, è una macchia, grave, che rimarrà sulla storia della Chiesa.

E il punto di vista del papa, affidato a un comunicato ufficiale della Sala stampa della Santa Sede, lascia interdetti: «Nel corso dei cordiali colloqui con il Santo Padre e in Segreteria di Stato, è stata affrontata la situazione politica e sociale del Medio Oriente, dove persistono numerosi conflitti, con particolare attenzione alla tragica situazione a Gaza. Si è auspicata una pronta ripresa dei negoziati affinché, con disponibilità e decisioni coraggiose, nonché con il sostegno della comunità internazionale, si possa ottenere la liberazione di tutti gli ostaggi, raggiungere con urgenza un cessate-il-fuoco permanente, facilitare l’ingresso sicuro degli aiuti umanitari nelle zone più colpite e garantire il pieno rispetto del diritto umanitario, come pure le legittime aspirazioni dei due popoli. Si è parlato di come garantire un futuro al popolo palestinese e della pace e stabilità della Regione, ribadendo da parte della Santa Sede la soluzione dei due Stati, come unica via d’uscita dalla guerra in corso. Non è mancato un riferimento a quanto accade in Cisgiordania e all’importante questione della Città di Gerusalemme. Nel prosieguo dei colloqui, si è convenuto sul valore storico dei rapporti tra la Santa Sede e Israele e sono state affrontate anche alcune questioni riguardanti i rapporti tra le Autorità statali e la Chiesa locale, con particolare attenzione all’importanza delle comunità cristiane e al loro impegno in loco e in tutto il Medio Oriente, a favore dello sviluppo umano e sociale, specialmente nei settori dell’istruzione, della promozione della coesione sociale e della stabilità della regione». Cordiali colloqui con il garante di un genocidio in corso? Rispetto del diritto umanitario, e non del diritto internazionale? Aiuti solo nelle zone «più colpite»? Israele che garantisce un futuro al popolo che sta massacrando, nel più terribile colonialismo, e in spregio alle sanzioni dell’Onu? Nessuna presa d’atto che i ‘due stati’ sono ormai impossibili per il furto di territori perpetrato dai coloni israeliani? E, soprattutto, come è possibile chiamare ‘guerra’ un genocidio? Questa non è diplomazia, questo è un tradimento morale di proporzioni enormi.

Gaza è più sola, la Santa Sede più debole e meno credibile. Solo Israele trae vantaggio da questa visita, che rimarrà come una pagina nera: come il Giovanni Paolo II ospite di Pinochet. E anche peggio, perché il genocidio di Gaza è un evento spartiacque nella storia umana, come si vedrà presto.

È mancata la prudenza, è mancata la semplicità («siate prudenti come serpenti, semplici come colombe», comanda il Signore ai suoi). È mancata la parresia ed è mancata la carità. Pochi giorni fa, suor Giovanna della Piccola Famiglia dell’Annunziata, fondata da Giuseppe Dossetti, si era detta profondamente addolorata nel «vedere una Chiesa quasi silente» su Gaza, e aveva chiesto ai religiosi e alle religiose di andare «in piazza San Pietro, con cartelli semplici, diretti, che chiedano al Papa di muoversi: di andare a Gaza; di condannare pubblicamente Israele; di lanciare appelli incessanti perché i Paesi occidentali si mobilitino per fermare il genocidio».

Domandiamoci ancora: il papa-sovrano che accetta la logica del potere mondano è il san Pietro che ama il Signore, o quello che lo tradisce? La risposta è arrivata: con papa Leone XIV, la Chiesa del potere torna ad essere «del mondo». Ed è nella Chiesa di suor Giovanna, la Chiesa dei senza potere, che, «nel mondo», rimane accesa la fiammella del Vangelo.

Singolare, peraltro, la parabola del presidente israeliano.

“Il percorso che lo ha portato dall’essere un pilastro del partito laburista centrista israeliano sino a diventare un apologeta di una guerra brutale che ha ucciso oltre 65.000 palestinesi e ha portato la Striscia a condizioni di fame sempre più gravi, è davvero sorprendente”, dice ad esempio con estrema durezza sul Guardian uno dei giornalisti che meglio conosce la regione, Peter Beaumont, forte di un’esperienza di decenni. La durezza di Beaumont su Isaac Herzog è amplificata anche dal fatto che il presidente israeliano ha in programma di visitare il Regno Unito. Un’altra tappa – oltre quella in Vaticano – inserita in una offensiva diplomatica che a qualcosa, per Tel Aviv, deve pur servire. Un’offensiva inusitata, in pieno genocidio.

A cosa serve il periplo occidentale di Herzog? A far probabilmente masticare e digerire, ai governanti occidentali che non hanno l’abilità politica di fermare Israele, l’ipotesi dell’espulsione dei palestinesi da Gaza.  E nel caso vaticano, a far digerire l’espulsione della comunità cristiana da Gaza, nonostante la presa di posizione comune – e contraria formalmente all’espulsione – del patriarca latino Pierluigi Pizzaballa e del patriarca greco-ortodosso Teofilos. I rapporti tra Vaticano e Israele non mai stati semplici, da sempre, ma ora c’è un genocidio. E la Santa Sede non può continuare ad agire come prima, quando le frizioni e le pressioni avevano come campo d’azione le questioni fiscali e dell’educazione. Ora c’è un genocidio e il tentativo di portare a compimento la Grande Israele. C’è la piccola comunità palestinese di fede cristiana che non vuole andarsene dalla parrocchia di Gaza, e c’è la Collina del Papa. La Collina del Papa, di cui nessuno parla, e che è invece l’ultimo ostacolo al compimento del distacco forzato di Gerusalemme dalla Cisgiordania, dopo l’ultima ruberia: quella attuata dal ministro Bezalel Smotrich con la colonia da costruire in zona E1, staccando cioè Ramallah da Betlemme. La Collina del Papa, donata da re Hussein di Giordania a papa Paolo VI, è l’ultimo lembo rimasto a impedire la conquista definitiva da parte di Israele. Cosa succederà ora? Verrà ceduta?

L’ipotesi dell’espulsione dei palestinesi cristiani da Gaza (crimine a sua volta) che serpeggia con sempre maggior forza dietro le quinte, e che troverebbe in Herzog l’unico esponente israeliano con qualche chance dal punto di vista diplomatico. Benjamin Netanyahu ha un mandato di cattura emesso dal più alto tribunale internazionale che si occupa dei crimini commessi da individui, la Corte Penale Internazionale. Su Herzog non pende un mandato di cattura, almeno per il momento, ed è dunque colui che può più impegnarsi in un’offensiva diplomatica che la prossima settimana lo porterà nel Regno Unito. Questo non significa, però, che Herzog possa chiamarsi fuori dal genocidio che Israele sta compiendo sui palestinesi. È il presidente, la più alta carica dello stato. Appoggia le decisioni del governo, come ha confermato nel suo discorso più recente.

“Non c’è dubbio che in questa campagna militare siano state prese decisioni coraggiose e importanti in materia di sicurezza dalla leadership politica, che detiene l’autorità e le cui decisioni vengono attuate dal livello esecutivo”, ha detto, pochi giorni fa a Gerusalemme, alla cerimonia per lo Israel Defence Prize. Un colpo al cerchio e un colpo alla botte, a dire il vero. È l’esecutivo che decide la campagna militare. E un presidente sta a guardare?

È in parte il gioco che ha fatto Herzog, figlio dell’aristocrazia sionista che ha fondato lo stato di Israele. Presidente figlio di presidente, una vita tutta dentro il partito laburista, almeno sino alla consunzione di un partito su cui si era retta la storia israeliana. Herzog è questo, cioè quello che si legge in tutte le biografie. È anche, però, colui che è stato eletto a stragrande maggioranza, alla prima votazione, con 87 voti sui 120 membri della Knesset, in un momento di crisi estrema di Israele. Era l’inizio di giugno del 2021, e Netanyahu aveva perso per pochissimo le elezioni. Ed è vulgata comune che Herzog – proprio Herzog, il laburista soft e gentile, è stato eletto, con la forza dei numeri e dell’aritmetica, con il fondamentale contributo dei voti del Likud di Netanyahu.

La politica interna israeliana è complicata. E così Herzog deve a Netanyahu la sua elezione, ed è apparso tutto chiaro nei primi nove mesi del 2023, in cui il sesto governo guidato da Bibi Netanyahu, con il fondamentale appoggio dell’estrema destra, ha tentato il golpe giudiziario.  Herzog non ha fermato Netanyahu, nonostante alcune dichiarazioni contro la ‘riforma’ (il coup) giudiziaria che avrebbe distrutto l’architettura sionista di Israele. E dopo il 7 ottobre, ha sostenuto la linea Netanyahu (se linea c’è stata), andando anche oltre.

Quella famigerata e oscena firma, con un pennarello, delle bombe che sarebbero state sganciate su Gaza dicono due cose di Herzog. L’assoluta imperdonabile distanza tra un gesto (e tutti ricordiamo il sorriso sul suo volto mentre firmava) e l’effetto devastante, criminale delle bombe sui palestinesi a Gaza. E l’adesione totale a ciò che in Israele la maggioranza pensa, non solo dal 7 ottobre. Che i palestinesi siano tutti responsabili di tutto: un corpo unico che è responsabile di non essersi arreso, soprattutto. Di non aver lasciato campo libero alla “affermazione” dello stato sionista sulla terra di Palestina. Solo così si può interpretare l’altro gesto, l’altra frase imperdonabile e oscena. Tanto imperdonabile da essere andata a finire nel dossier che il Sudafrica ha presentato contro Israele alla Corte Internazionale di Giustizia nel dicembre 2023, accusandolo di rischio genocidiario.

È “l’intera nazione palestinese a essere responsabile”, aveva appunto detto Herzog.  Colpa collettiva, punizione collettiva. E neanche la retromarcia che fece Herzog gli toglie la responsabilità di aver sempre appoggiato il governo israeliano, non solo a Gaza, ma anche sulla Cisgiordania. Dicendo, in sostanza, ciò che tutti sapevamo, sulla posizione laburista, la posizione di un partito che, al governo sino al 1977, è stato il primo a dare il via libera alle colonie illegali israeliane in Cisgiordania. Ora, dopo tanti decenni di costruzioni, occupazione, apartheid, distruzione del paesaggio palestinese della Cisgiordania, Herzog dice anche che lo smantellamento delle colonie illegali e il ritiro dei 700mila israeliani che ci vivono non è realistico. Dunque? Realistica l’annessione della Cisgiordania a Israele? Realistico il voto della Knesset contro qualsiasi ipotesi di Stato palestinese?

Questo è il protagonista dell’offensiva diplomatica israeliana, il presidente Isaac Herzog. Colui a cui papa Leone ha stretto la mano e accolto con tutti (tutti) gli onori possibili.

* Da “Invisible Arabs” blog di Paola Caridi

Quel rapporto complesso e complicato tra fede e politica

Standing ovation per Meloni al Meeting di Rimini: la premier si commuove  prima del suo intervento - Il video - Open

dal Sito VinoNuovo

di Rocco Gumina

Cosa dicono al cattolicesimo italiano gli applausi ricevuti al Meeting di Rimini da leader politici come Mario Draghi e Giorgia Meloni?

 

In merito alla presenza di Giorgia Meloni al Meeting di Rimini sono essenzialmente d’accordo con il pensiero espresso da Rosy Bindi in una recente intervista apparsa su La Stampa. Una forza di governo è chiamata a parlare con tutti i “mondi” significativi che compongono la società. In questo l’attuale presidente del Consiglio si è mostrata abile da sempre.

Il “successo” che la Meloni ha ottenuto all’assise di Comunione e Liberazione era più che aspettato. In simile occasione non credo, a differenza di altri, che l’attuale capo del governo abbia declinato una sorta di restyling del cattolicesimo moderato e liberale al fine di conquistare la platea. La premier ha, invece, proposto la sua politica conservatrice e tendenzialmente sovranista ad un pubblico entusiasta che qualche giorno prima – con il medesimo ardore – aveva applaudito Mario Draghi. Quest’ultimo proprio a Rimini è stato artefice di una narrazione dalle fondamenta e dagli esiti radicalmente diversi rispetto a quanto tracciato dalla leader di Fratelli d’Italia.

Di conseguenza a mio parere il punto principale della riflessione non dovrebbe coincidere con il successo scontato che la presidente del Consiglio ha conquistato al Meeting di CL. La questione su cui dibattere riguarda piuttosto l’atteggiamento di giubilo ripreso dalla quasi totalità della stampa italiana che una rilevante comunità cattolica ha offerto ad una premier la quale su argomenti come autonomia differenziata, premierato, Europa, aree interne, migranti, scuola, politiche familiari e giovanili, lavoro, economia, pace, ambiente e sicurezza si discosta anni luce dalla principale e perciò maggioritaria tradizione del cattolicesimo politico italiano nonché, in buona sostanza, dalla dottrina sociale della Chiesa.

Per carità, i membri di Comunione e Liberazione in Italia e nel mondo sono liberi di omaggiare qualsiasi leader e di votare le proposte partitiche che ritengono migliori. Il tema è un altro e coincide con la consapevolezza della rilevanza sociale e politica di quella “memoria pericolosa” che corrisponde alla vita e al messaggio di Cristo Gesù. Questa memoria dovrebbe spingere ad assumere un “abitus” critico – che non vuol dire giocoforza non collaborativo – verso qualsiasi forma di proposta politica al fine di affinarla, migliorala, definirla, riformarla, rinnovarla. Quando ciò manca si prospetta il rischio da un lato di una religione declinata come instrumentum regni; dall’altro quello di una fede che ha rilevanza poiché divenuta collante morale di una narrazione politico-partitica che non gli appartiene e pertanto la strumentalizza.

Sono infine convinto che i maggiori gruppi e movimenti cattolici presenti nel nostro Paese debbano continuare a cercare il dialogo con le istituzioni e la politica in generale teso a generare occasioni per la costruzione del bene comune. Ma la realizzazione di kermesse per concedere assai generosamente applausi, giubilo, felicitazioni e attimi di commozione a chi governa evitando qualsivoglia confronto critico non credo appartenga a questa variante. Ne deduco che il cattolicesimo italiano ormai minoritario in termini sociologici dovrebbe darsi una mossa per evitare di divenire definitivamente minorità anche sul piano culturale, sociale e politico. Forse oltre all’organizzazione di grandi eventi facilmente captabili dalla stampa, i cattolici italiani sono chiamati ad un’altra e ulteriore fatica al fine di evitare più che l’irrilevanza, la sterilità. Anche in politica.

“Si vis pacem para bellum”: una ricetta per il disastro

dal Sito Aggiornamenti Sociali

“Si vis pacem para bellum”: una ricetta per il disastro

Giovanni BARBIERI

 

Gli eventi delle ultime due settimane – dall’attacco della notte del 12 giugno all’Iran da parte di Israele al bombardamento da parte dell’aeronautica militare statunitense sui siti nucleari di Fordow, Isfahan e Natanz del 21 giugno scorso – hanno segnato uno dei punti più bassi della storia diplomatica moderna dalla fine della Seconda guerra mondiale e hanno fortemente compromesso le prospettive di recuperare una qualche forma di quel multilateralismo frutto delle grandi costruzioni diplomatiche e istituzionali del secolo scorso. La gravità di quanto accaduto è che l’attacco israeliano del 12 giugno e i bombardamenti statunitensi della notte del 21 giugno potrebbero non avere giovato al mantenimento in buona salute del Trattato di non proliferazione nucleare (TNP).

Il Trattato di non proliferazione nucleare

Il TNP, sottoscritto da Stati Uniti, Regno Unito e Unione Sovietica il 1º luglio 1968 ed entrato in vigore il 5 marzo del 1970, si basa su tre principi fondamentali che, nel tempo, sono diventati capisaldi del diritto internazionale e del multilateralismo: a) uso pacifico del nucleare; b) non proliferazione; c) impegno per il disarmo nucleare. 

Il Trattato riconosce come Stati nucleari quelli che al momento della sua stipula possedevano armi nucleari, ovvero i tre firmatari originari più Francia e Cina (che avrebbero aderito al TNP nel 1992), e imponeva loro di non trasferire tecnologia nucleare a Paesi terzi per scopi bellici.

Prevedeva inoltre la possibilità di sviluppare programmi nucleari a scopi pacifici, in sostanza la produzione di energia, sottoponendo comunque tale attività alla sorveglianza dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA). Si tratta di un’agenzia intergovernativa autonoma e specializzata, attualmente guidata dal diplomatico argentino Rafael Mariano Grossi, che si regge sul lavoro e sulla cooperazione di migliaia di scienziati di chiara fama, tra fisici nucleari e ingegneri nucleari, che hanno sempre svolto e continuano a svolgere il loro compito con piena obiettività ed etica scientifica. Gli Stati firmatari del TNP sono 191, tra cui l’Iran, che però ha minacciato di ritirarsi dal Trattato dopo i recenti eventi.

La posizione dell’Iran

Da quando nel 2002 l’Iran ha (ri)avviato1 il proprio programma nucleare e fino a quando nel 2018 gli Stati Uniti non si sono ritirati dall’accordo Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) del 2015, ha rispettato gli obblighi derivanti dal TNP e mantenuto un atteggiamento di regolare cooperazione con l’AIEA. Anche nei periodi più controversi del programma nucleare iraniano, nel corso del primo decennio degli anni 2000, l’allora direttore dell’AIEA, l’egiziano Muhammad Mustafā al-Barādeʿī, sosteneva che l’Agenzia, in ripetuti round di ispezione agli impianti di arricchimento, non avesse riscontrato criticità tali da lasciare spazio al ragionevole dubbio che il programma iraniano di arricchimento dell’uranio fosse prodromico alla costruzione di una capacità nucleare a scopo bellico. 

Tuttavia, varie circostanze portarono a ritenere che l’Iran stesse portando avanti piani segreti per l’arricchimento dell’uranio a scopi bellici, spingendo così all’imposizione nel 2007 di sanzioni economiche da parte del gruppo P5+1 (i membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU più la Germania) con la risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU n. 1747. Questa stessa risoluzione, peraltro, cessò di produrre i suoi effetti nel 2015 quando venne firmato il JCPOA, un vero capolavoro di diplomazia raggiunto con la cooperazione tra i P5+1, l’Unione Europea e l’Iran. In base all’accordo, l’Iran si impegnava a dismettere tutte le scorte di materiale arricchito che fino a quel momento erano state fonte di controversia in primis con gli Stati Uniti e Israele e a non oltrepassare la soglia del 3,7% di arricchimento dell’uranio. Il rispetto effettivo di tale impegno venne certificato dalla stessa AIEA. Ricordiamo che il JCPOA venne smantellato da Donald Trump nel 2018, durante la sua prima presidenza, e che questo atto venne salutato con estremo favore dall’allora primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Il ripristino dell’accordo non è stato voluto neanche da Biden e dal 2018 a oggi l’Iran è passato dal 3% al 60% di arricchimento dell’uranio.

Quindi, almeno fino al 2018, l’Iran ha sempre accettato di collaborare in maniera aperta e, per quanto si sa, trasparente.

Lo stesso ʿAlī Ḥoseynī Khāmeneī, guida suprema del Paese, nel 2003 lanciò una fatwa (un giudizio di condanna secondo il diritto islamico) contro la costruzione di armi nucleari, ripresa sia nel 2005 durante un incontro ufficiale dell’AIEA a Vienna, sia in varie altre circostanze, inclusa la firma dell’accordo JCPOA. Allo stesso tempo Khāmeneī e le più alte cariche della Repubblica islamica dell’Iran hanno sempre ribadito come la rinuncia formale all’acquisizione della capacità nucleare a scopo bellico fosse condizionata alla natura delle relazioni diplomatiche con Stati Uniti e Israele, rendendo chiaro che questa autolimitazione sarebbe cessata nel momento in cui le intenzioni di questi due attori fossero diventate apertamente ostili.

La questione del nucleare iraniano va quindi in letta in termini di approccio scoordinato da parte occidentale o, se si vuole, “malintenzionato”2. In tema di legalità internazionale, tanto invocata in questi ultimi giorni, vale la pena anche rilevare che Israele, pur avendo un arsenale nucleare le cui stime vanno da un minimo di 90 a un massimo di 400 testate nucleari, non ha mai aderito al TNP e non ha mai accettato di sottoporsi al regime di tutela internazionale dell’AIEA. Inoltre, gli attacchi contro l’Iran non hanno ricevuto la legittimazione del Consiglio di Sicurezza.

Un colpo al cuore al multilateralismo

Gli attacchi che si sono susseguiti a partire dal 12 giugno non hanno nulla a che fare con la diplomazia, il diritto internazionale (a proposito del diritto alla difesa) o il multilateralismo ma sono, piuttosto, azioni che lo mettono radicalmente e, forse, definitivamente in discussione. Gli interventi di Israele e Stati Uniti  contro l’Iran, che hanno scavalcato apertamente e platealmente le istituzioni internazionali preposte alla risoluzione dei conflitti e al mantenimento della pace trasformando in obiettivo militare il programma nucleare civile iraniano, certificano che è possibile aggredire militarmente un Paese che si sottopone volontariamente ai regimi legali internazionali rilevanti e alla tutela dell’AIEA, sebbene in un quadro di deterioramento della fiducia reciproca.

Paradossalmente, l’Iran acquisisce così una piena legittimità legale a recedere dal TNP in virtù del suo articolo X3 e a sviluppare (in maniera esplicita) la sua capacità nucleare a scopo bellico.

In un contesto simile, il TNP rischia di uscire ridimensionato rispetto alla sua portata originaria. Per questo sarà fondamentale attendere l’esito della Conferenza di revisione del TNP in programma per il 2026. A meno di cambiamenti improvvisi (sempre possibili, come ci mostra la cronaca di questi giorni), con queste azioni anche l’intero corpus del diritto internazionale e del multilateralismo del XX secolo rischia di avviarsi sulla via del tramonto, aprendo definitivamente le porte alla dottrina della “Pace che si costruisce con la forza”. La riflessione che dovrebbe risuonare nelle cancellerie occidentali è che questa dottrina, a questo punto, potrà essere legittimamente impiegata anche dagli “altri”.

Note

1. Il programma nucleare iraniano, avviato ai tempi dello scià Mohammad Reza Pahlavi, si era interrotto in seguito alla rivoluzione khomeinista. Nel 2002 è ripreso formalmente con l’annuncio della costruzione dell’impianto di Natanz.

2. Come osservato da Paolo Cotta-Ramusino in una intervista del 15 giugno 2025 rilasciata a Repubblica (Senza un accordo arriveranno alla bomba). Cotta-Ramusino è membro dell’Accademia Nazionale dei Lincei, componente del gruppo di lavoro per la sicurezza internazionale e il controllo degli armamenti presso la stessa Accademia, oltre che già Segretario generale delle Pugwash Conferences on Science and World Affairs, movimento di scienziati pacifisti fondalo nel 1957 da Joseph Rotblat e Bertrand Russell e premiato con il Nobel per la Pace nel 1995.

3. Secondo il quale «Ciascuna Parte, nell’esercizio della propria sovranità nazionale, avrà il diritto di recedere dal Trattato qualora ritenga che circostanze straordinarie, connesse ai fini di questo Trattato, abbiano compromesso gli interessi supremi del suo paese. Essa dovrà informare del proprio recesso tutte le altre Parti ed il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, con tre mesi di anticipo. Tale comunicazione dovrà specificare le circostanze straordinarie che la Parte interessata considera pregiudizievoli ai suoi interessi supremi» (<www.isprambiente.gov.it>).

Puoi stringere Dio nella prosa?

di Sergio Di Benedetto

Qualche appunto di lettura sull’ultimo piccolo e prezioso libro di Angelo Casati, "Sconfinamenti"

17 Dicembre 2024

DAL SITO VINONUOVO

Sconfinamenti. Passeggiando tra le parole

 

Ci sono letture che fanno bene alla vita, perché in modo semplice — della semplicità che è virtù — rispolverano le tracce del sentiero e danno forza nel cammino, magari solo per un istante: ma quell’istante è prezioso, dal momento che il nostro tempo è intessuto di istanti, ed essi si pesano come quei granellini di sabbia che fanno oscillare il piatto di una bilancia verso la luce o verso il buio.
Così, leggendo le pagine di Sconfinamenti. Passeggiando tra le parole, l’ultimo agevole libro di Angelo Casati (Magnano, Qiqajon, 2024, 113 pagine, € 12, prefazione di Sabino Chialà), ho avvertito che le parole proposte da don Angelo erano preziosi piccoli doni, capaci di nutrire, di sostenere, di dare un poco di luce alla giornata. E questo, penso, accade per tre motivi: in primo luogo si tratta di parole vere, ossia di quella verità che sgorga dall’umano; non si tratta di verità di dottrina, di verità di ragionamento, ma di verità di vita. Angelo Casati è un uomo che ha molto vissuto, che ha molto osservato , che ha molto ascoltato e, soprattutto, si è molto interrogato: «Occorre camminare per le strade delle nostre città, custodendo l’arte di interrogare i cieli, di interrogare la terra, di interrogare la vita». Tre direttrici, dunque, egli indica come sviluppo di domanda: l’alto, il basso, il profondo interiore. Tre movimenti per cogliere verità buone, che sollevino e diano speranza, che sappiano incoraggiare, che sappiano renderci tutti compagni. C’è una definizione che l’autore dà di sé stesso, in più punti, ed è sinteticamente luminosa: «[sono] compagno di viaggio di uomini e donne della carovana». Mi piace sottolineare quel termine oggi un po’ insolito, carovana, che indica un gruppo di persone in viaggio, un gruppo vario, un po’ disordinato, dove la differenza è un dato di fatto che va accolto e non respinto. È una bella definizione di un modo fecondo di stare nel nostro tempo: siamo tutti in una grande carovana, dove le diversità sono molteplici, ma non sono elemento di diminuzione. Al contrario, la carovana dei diversi è ricchezza, se si guarda, se si pone orecchio, se ci si sente in mezzo agli altri. Ma, sempre, non deve mancare l’ospitalità per la domanda, ci deve essere la sensibilità per offrire legittimità ad ogni domanda: «La strada della città, proprio perché terra di pluralismo, è luogo delle domande: quelle serie, quelle della vita, così diverse dalle domande coltivare in laboratorio». Ancora una volta, quindi, la vita: ciò che è vissuto, non ciò che è preimpostato.

Vi è un secondo motivo per cui le parole di don Angelo sono freschezza: esse sono parole libere di un uomo libero. Questo dilata il cuore, allarga lo spirito, dona letizia. Casati è un uomo libero che non nasconde le difficoltà, anche spirituali, anche di fede, che possono emergere nello svolgersi dei giorni; non si nasconde dietro la grammatica ecclesiale dell’esortazione un po’ ipocrita. Proprio perché vere, pertanto, le sue parole hanno il respiro della libertà: esse inseguono la stessa libertà dello Spirito, oltre i tracciati, gli steccati, i confini. Si capisce, allora, perché il titolo Sconfinamenti: «Vorrei ora sostare sull’altra dimensione dello Spirito, che affiora luminosa nel giorno della pentecoste, quella dello sconfinare, fuori di noi stessi, verso le periferie. È lo Spirito che sospinge in spazi aperti, lo Spirito che chiama fuori dai particolarismi, dalle sette, è lo Spirito che apre al rispetto delle diversità, le diversità delle lingue». Stare sulle soglie, bordeggiare i confini per poi andare oltre, sapendo che «nulla è pagano», poiché Dio ovunque può porre la sua tenda, come ricorda il prologo di Giovanni: «Uscire con la convinzione che niente è pagano, tutto abitato dallo Spirito. Lontana da noi la supponenza di chi pensa che dello Spirito i possessori siamo noi e siamo noi a portarlo».

Vi è, infine, un terzo motivo che rendono le parole di Angelo Casati capaci di forza e di luce: esse sono parole appassionate di un uomo appassionato. Non c’è pagina in cui non vibri un forte amore per la vita e, insieme, per il Vangelo — in relazione strettissima, inscindibile. E questo non accade perché egli è stato parroco, perché egli è prete: no, sarebbe scontato. Questo accade perchè don Angelo ha trovato nella Parola vie di umanità e di bellezza, che danno significato al vivere, e questo gli scalda il cuore: «Non ne possiamo più dei discorsi vuoti, senza cuore, dei gesti vuoti, senza cuore, dei riti vuoti, senza cuore, delle strutture vuote, senza cuore, della giornate vuote, senza cuore. Occorre ritrovare, ma è un dono, la passione, occorre ritrovare il cuore, occorre ritrovare un’anima. Dare lo Spirito, dare un’anima. A noi stessi e alle cose». È da questa passione, che egli cuce con verità e libertà, che nasce la poesia; da ciò egli ricava squarci, intuizioni, scintille che si compongono in poesia, sia essa nella forma del verso (così accade nella sezione finale del libro, Preghiere nella sartoria di Armani, o in altri passi del volumetto, in cui una strofa condensa un’immagine, un argomento, arricchendo un discorso), sia essa nella cadenza della prosa. Non è, infatti, poesia l’immagine della nebbia come condizione giusta dell’esistere? «Non puoi andare con passo arrogante o affrettato nella nebbia, come se non esistesse un oltre, che improvvisamente ti può sfiorare, che tu puoi sfiorare. Va’ nella nebbia sospettando l’oltre che la abita». E, ancora, non è poesia questa definizione di fede, tra le più suggestive e originali che mi sia capitato di leggere negli ultimi tempi: «[fede è] un moto dell’anima, che vorrei raffigurare […] come uno sporgersi fuori di sé stessi, sporgersi. […] Ecco la fede, sporgersi, fiducia: metto la mia fiducia in te».

Si comprende, dunque, la struttura del libro, il quale è aperto da un testo, Fede e poesia, che è testimonianza più che lezione, poiché è nella penna (e nella vita) di Angelo Casati che le due dimensioni abitano, sorelle. «Per raccontare la bellezza, anche quella di Dio, occorre la poesia»; questo egli scrive, aggiungendo: «Puoi stringere Dio nella prosa?». Consonanza forte con Papa Francesco, che ripete da tempo, ma ultimamente con più forza, quanto la poesia sia necessaria al credere e al vivere: «L’artista è l’uomo che con i suoi occhi guarda e insieme sogna, vede più in profondità, profetizza, annuncia un modo diverso di vedere e capire le cose che sono sotto i nostri occhi. Infatti, la poesia non parla della realtà a partire da princìpi astratti, ma mettendosi in ascolto della realtà stessa» (così Francesco nella prefazione al recente volume Versi a Dio. Antologia della poesia religiosa, edito da Crocetti per la cura di Davide Brullo, Nicola Crocetti e Antonio Spadaro). È una bella descrizione che si calza a perfezione ad Angelo Casati, questa che il Papa tratteggia.
Dunque, dalla passione nasce la poesia, emerge l’amore per la parola che coglie il nuovo, invitando allo stupore: altra strada da percorrere per i cristiani, come Casati annota, con un velo di malinconia: «Dovremmo avere gli occhi come sedotti dalla bellezza. E invece c’è troppa prosa. C’è un linguaggio spento, un dire prosaico. E questa è una deriva triste del cristianesimo».
Dopo aver posto nella giusta prospettiva lo sguardo, ecco che si snodano poi quattro capitoli di commento a episodi evangelici, condotti suonando quelle note prima messe in luce.
L’augurio è che, nel Natale imminente, qualche altro lettore, qualche altra lettrice possano avere l’occasione per donarsi e donare un istante di riflessione, di profondità, di coraggio, seguendo la pagine di Angelo Casati e il suo canto per il Dio «che tesse fili e dà colori».

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