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Lettere e Documenti

Il nocciolo e la scorza…

di: Giordano Cavallari (a cura)

dal Sito SETTIMANA NEWS

Antonietta Potente è teologa, docente e scrittrice. In occasione della presentazione del volume “Il nocciolo e la scorza…” (Paoline editoriale libri) è stata intervistata da Giordano Cavallari per SettimanaNews.

  • Antonietta, in quale contesto hai scritto questo ultimo tuo libro?

Nella serie di piccoli libri che sto scrivendo per le Paoline mi sto proponendo di leggere la realtà dal di dentro. Quest’ultimo libretto è stato scritto verso la fine del periodo di isolamento: ciò mi ha dato idee sulla fatica che la realtà sempre comporta insieme alla speranza in cui la fatica si risolve per la vita. Mi ha fatto pensare, in particolare, la fatica di respirare determinata dalla malattia: il dramma di non poter respirare coi polmoni è figura di una difficoltà che stavamo già vivendo nell’anima. Siamo in una società che non respira bene. Ho intuito quanto sia vitale il respiro di cui andiamo alla ricerca: un respiro profondo.

Questa mia ricerca vorrebbe portare a un senso nascosto che, per una persona credente, è la sua vita di fede, se non si tratta di una fede istituzionale o di carattere culturale, bensì di un’esperienza. In tal modo auspico che queste mie riflessioni possano spingere a loro volta i lettori a una ricerca più intensa, ciò che purtroppo avviene normalmente sempre meno, perché si ha paura e facilmente si aspetta che altri dicano chi siamo e che cosa dobbiamo fare. Mentre penso che la cosa più bella sia continuare a cercare e a darci nuove possibilità.

  • Come interpretare il titolo?

È un’idea che mi è venuta leggendo testi sufi. Esprime in breve un modo di vedere la vita. Il nocciolo possiamo dire che sia l’anima della realtà, cioè quel respiro o soffio invisibile dal quale siamo caratterizzati ma anche stupiti. Dico, dunque, che il nocciolo nascosto è simile al respiro della vita umana e di tutto l’ecosistema. Riconoscere questo nocciolo è molto importante perché significa entrare in relazione con la realtà in modo profondo. Solo nell’intensità e nella profondità noi umani possiamo scoprire la nostra vera identità e, insieme, scoprire le persone che abbiamo dinnanzi.

La quotidianità e la fede

La scorza è pure importante perché è l’unico accesso al nocciolo, ovvero l’unico modo per arrivare dalla realtà al respiro, al senso profondo della stessa realtà. Dobbiamo necessariamente passare attraverso la scorza. La quotidianità è infatti l’unica superficie porosa attraverso la quale possiamo giungere all’incontro più profondo con la vita.

Non si può dare dualismo: non possiamo togliere e buttare via la scorza per tenere solo il nocciolo. Non è possibile e neppure auspicabile. Va mantenuta l’unicità e la completezza. Vero è che, in una società come la nostra, ci fermiamo spesso sulla scorza. Nei miei scritti vorrei dire che c’è molto di più.

  • Hai scritto che il passaggio dalla scorza al nocciolo non è per tutti: in che senso? 

Questo lo dicono alcuni grandi maestri di sapienza, ma non è assolutamente da intendere nel verso dell’esclusione: l’accesso non è escluso a molti e riservato solo ad alcuni eletti. L’accesso di cui tratto è semplicemente la porta stretta del vangelo: bisogna essere fatti in un certo modo per riuscire a passare. Magari per la porta stretta ci passiamo tutti – io naturalmente lo spero –, ma è chiaro che passano tutti quelli che vogliono passare e che vogliono passare insieme ad altri.

Ci vuole allenamento per passare e per allenarsi servono delle pratiche di vita. Ovvero, ci vuole oggi un atteggiamento contemplativo che certamente la nostra società non favorisce. Dovremmo aiutarci allora gli uni gli altri perché questo atteggiamento sia di tutti. La Chiesa stessa non aiuta molto. Nella sua lunga storia di secoli di catechesi, non ha aiutato molto i fedeli a diventare persone contemplative: li ha riempiti di cose da sapere e da fare. È semmai questa l’esclusione.

  • Il libro procede più per accostamenti che per sviluppo: è il tuo metodo di scrittura? 

È la mia metodologia di ragionamento – poco ragionato – che porta quindi alla mia scrittura. Viene dalla considerazione che noi umani ci avviciniamo alla realtà per intuizioni, soprattutto perché altri ci svelano di continuo qualcosa di nuovo. Citare altri autori, anche al di fuori dello specifico teologico, non può servire, per me, a confermare il proprio pensiero, bensì a scoprire altra sapienza. Chiunque fa esperienze ed è eloquente può diventare maestro o maestra.

Le faglie della ragione

Secondo me, questa è la via: nella nostra testa, nella nostra fredda ratio, noi ragioniamo molto geometricamente, ma la vita reale assomiglia molto più alla geometria frattale che non a quella euclidea.

Se osserviamo attentamente, ad esempio, le foglie di una stessa pianta, scopriamo che non c’è una foglia che sia uguale all’altra. Perciò, prima di organizzare il pensiero e di cominciare a scrivere, io penso che si debba passare molto tempo ad osservare questa realtà così complessa, tanto da insegnare sempre qualcosa di diverso con le sue cangianti tonalità.

Questa, peraltro, non è soltanto una via metodologica del pensiero e della scrittura: naturalmente è il modo per stare in una vita che è ricchissima di differenze e a cui dovremmo prestare molta più rispettosa attenzione. Il mio lavoro non è dunque quello di dividere o di separare per chiarezza logica, bensì quello di congiungere e di ricucire anche parti della realtà che appaiono opposte – quali concetti e cosmo-visioni teologiche o atteggiamenti religiosi molto diversi tra loro – scoprendo che c’è un filo che comunque congiunge il tutto. Anche le cose sbagliate e negative ci dicono qualcosa al riguardo: anche l’errore e l’avversario diventano in qualche modo rispettivamente motivo e maestro di sapienza.

  • Un’altra caratteristica mi sembra quella dello sguardo d’insieme. È così? 

La verità affiora in miriadi di contesti diversi. Diversi, infatti, sono i contesti dei popoli in cui sono coltivati pensieri teologici e teosofici. C’è poi il contributo che alla teologia possono dare innumerevoli altre discipline.

Certamente i teologi non possono diventare tutti fisici, chimici, biologi o matematici, ma penso che debbano necessariamente dialogare con altri che leggono la realtà con criteri diversi, oggi di fondamentale importanza. Dobbiamo lasciare che siano altri ad insegnare qualcosa.

Viviamo in un mondo che scambia sempre più merci e denari, ma che ancora non sa scambiare adeguatamente la sapienza. La mia vita e il mio lavoro hanno conosciuto via via una trasformazione nell’ascolto e nell’interlocuzione con altri. Mi sembra che tutta la teologia dovrebbe farlo e con urgenza.

Quale teologia?

  • Stai indicando una strada per la teologia?

Io ho sempre sognato un diverso modo di fare teologia, senza peraltro inventare nulla: se guardo alle università del Medioevo, vediamo certamente che la teologia è stata posta su trono, ma in mezzo ad una vivace e ampia discussione tra i banchi. Se si vanno a leggere le vite e le opere dei grandi maestri medievali, si scopre come questi sapessero di biologia, di alchimia, di anatomia e di medicina. Pensiamo ai monasteri.

Mi sembra che la teologia si sia, via via, svilita, sino al punto di giungere alla teologia dei seminari, in cui gli “altri” non entrano; è una teologia pensata per il solo ruolo presbiterale. A tal punto, è divenuta una disciplina per pochi specialisti e che non serve ai più, mentre una sapienza che sia tale dovrebbe servire e aiutare tutti.

Non sto dicendo che la teologia debba perdere la sua specificità, ma dico che la teologia (o teosofia) è il tentativo di parlare di un grande mistero e perciò non può mai risultare esclusiva e tanto meno arrogante: è molto arrogante, infatti, ritenere di poter dire qualcosa di sicuro su Dio. L’attuale teologia serve, forse, a formare persone di Chiesa, non uomini teologi e donne teologhe che vivono nel mondo più grande.

  • Come parlare di Dio?

Forse, più che parlare di Dio dovremmo lasciar parlare Dio. Io penso che la scoperta della profondità della realtà sia molto importante, anche senza parlare di Dio. Senza nominarlo, potremmo riuscire ad aiutare tante persone a rendersi conto che la vita ha radici profondissime. Ci sono ormai altre discipline che aiutano a guardarsi dentro.

A me colpisce il fatto che tante persone che conosco – anche giovani – seguano le religioni orientali in certe pratiche senza peraltro approfondirne la filosofia. Le ascolto: mi parlano di meditazione. Per loro la meditazione è una posizione, è avvertire il proprio corpo e il proprio respiro, sintonizzarsi con l’ambiente.

Penso che, nella tradizione cristiana, questo pure c’è – ad esempio, nell’ascolto della Parola, nella ruminatio e nella meditatio –, ma ciò non è stato insegnato e trasmesso.

Queste pratiche non sono puramente ecclesiali: possono aiutare tutti a vivere l’umano vero, un umano che si riconosce una piccola parte di questo grande universo e, quindi, una piccola parte di un grande mistero.

  • Che cosa dire di Gesù Cristo?

Mi è caro definire Gesù il “Poeta increato” (sottotitolo del mio precedente libretto), Achiropoieta: sta là dove stanno i giusti, dove sta la verità, dove c’è l’amore per la bellezza, dove c’è la cura per tutto l’umano.

Non penso che si possa subito parlare di Cristo. Penso piuttosto che ci sia da dire a chi e a cosa assomiglia Gesù Cristo nella nostra realtà, perché certamente assomiglia a tutte le persone che hanno una grande passione per la vita, che la rispettano e che hanno il senso del limite.

Il rimando costante della figura di Cristo è all’arché, cioè al principio di ogni creatura e di ogni esistente, ossia a Dio: questo principio che nessuno ha mai visto e che – come dice il vangelo Giovanni – solo la manifestazione della sublime umanità di Cristo lascia intravvedere. Noi possiamo vedere, infatti, attraverso questa umanità ciò che non si lascia esaurire nello strato superficiale della realtà, ma che sempre rimanda, rimanda e va sempre oltre, in profondità.

Come presentare Cristo? Penso che, innanzi tutto, ci sia da cogliere la altrimenti inspiegabile sete di umanità di Cristo che c’è naturalmente nelle persone, mostrare quindi che neppure Cristo ha dato completa soddisfazione a tutta la sete che c’è nell’umano, ma che ha indicato “semplicemente” la via della soddisfazione della sete. Se continuiamo ad annunciare Cristo in modo immediato, come se fosse il contenuto di un libro, penso sia normale non incontrare un riscontro favorevole.

Penso, inoltre, che si debba parlare in totale verità, non per fare proseliti. I giovani hanno sete di verità autentica, non di un sapere che vuole inglobarli.

L’habitat umano

I tempi cambiano e, se cambiano, c’è motivo pure per cambiare quel che diciamo. Questo non vuol dire che quel che è stato detto prima fosse sbagliato. Questo è il tempo di andare in profondità, alle radici, al nocciolo, attraversando tutte le strutture esteriori che, nel frattempo, mi sembrano aver ricoperto le profondità, quelle profondità che ancora sono in grado di dare senso alla vita.

  • Hai usato l’immagine della grotta in un intero capitolo: perché proprio la grotta? 

Quella della grotta non è un’immagine solo biblica. Ricorre in molte ricerche degli esseri umani. È immagine di un’esperienza di interiorità, forse perché il nostro habitat originario è come una grotta: indica una cavità e una profondità; è un’immagine importante per la penetrazione nella realtà, per rintracciare il respiro che anima il tutto, per arrivare al nocciolo.

Per me la grotta va vissuta in un certo modo: stando, cioè, sulla soglia, ossia nel passaggio. Noi viviamo, in fondo, sulla soglia di una grotta, sapendo di non essere ancora giunti alla profondità della stessa, pur percependo chiaramente che c’è tanta profondità.

La soglia della grotta rappresenta per me anche il limite in cui saper sostare con discrezione: ad esempio, di fronte alla libertà e al segreto che le altre persone portano in sé e di cui non possono o non vogliono dire sino in fondo. Questa immagine dovrebbe suggerirci maggiore rispetto degli altri.

Viviamo in tempi violenti, in cui si vuol sempre sapere e spiegare tutto dell’umano e degli umani, ma non può essere così. Meglio restare rispettosamente sulla soglia del mistero per mille anni – come dice il salmo – piuttosto di abitare da violenti nelle tende degli empi. Nelle culture andine, ad esempio, il segreto è dire davvero tutta la verità senza tuttavia svelarla: penso che dovremmo ricevere questa idea ed essere grati.

  • Un altro capitolo è dedicato a ciò che è insignificante, perché?

Può apparire un gioco di parole: ciò che spesso si ritiene insignificante cela il senso vero delle cose e dell’esistenza. Il nocciolo è dentro realtà che non riusciamo più a guardare, che giudichiamo male o che disprezziamo. Io cerco perciò di elevare l’ode dell’insignificanza. Viviamo in un tempo che continua a calpestare persone e dignità culturali di popoli. È un dramma – quello che sta accadendo – mosso dall’orgoglio e dalla paura. È perciò tempo di trovare strade politiche alternative, di riconoscimento della saggezza altrui, ovunque si possa trovare.

Mi avvalgo dell’idea di uno dei canti del servo di Isaia, uno dei testi che più chiaramente esprime la difficoltà umana di riconoscere l’altro, specie quando questi è sfigurato dal dolore che gli è stato ingiustamente prodotto.

L’esperienza della fede

La vita degli altri resta insignificante – nel senso negativo del termine – sinché non diviene la porta per un passaggio alternativo che senz’altro reca a riconoscere il significato nascosto della vita stessa. È un passaggio però molto delicato e rischioso: sinché l’insignificante è oggetto di un certo modo di intendere la carità e l’amore, si corre il rischio di banalizzare il bene e la stessa carità.

Spesso ci basta beneficare gli insignificanti –rimetterli un poco in sesto nella loro insignificanza – restando sulla superficie dell’umano. Mentre nella loro profondità queste persone – ritenute insignificanti – hanno qualcosa da dire per cambiare le cose e per cambiare noi stessi: ogni essere vivente è maestro o maestra.

Nella Chiesa – e non solo – sono chiaramente presenti moti di carità per le classi sociali più deboli, ma non ancora o non sempre perché diventino interlocutori autentici nella ricerca di un mondo alternativo. Ormai non possiamo più presumere di pensare solo noi (occidentali) questo nuovo mondo. La mia ode dell’insignificanza ha dunque questo significato: non possiamo continuare a voltare la faccia da un’altra parte.

  • C’è una profezia in quel che scrivi? 

La profezia chiama alla conversione. Abbiamo un gran bisogno di “rivoltarci” e di farlo ascoltando gli altri. La verità è immensa ed ha bisogno di tutti per manifestarsi. Vorrei perciò la profezia di una Chiesa meno preoccupata di sacramentalizzare la vita e più interessata a riscoprire i sacramenti della vita, ossia come la vita stessa, nelle sue infinite espressioni, sia rivelatrice.

Vorrei vedere un forte desiderio di cogliere la bellezza negli altri, nella diversità: non per diventare tutti uguali ma per scoprire che, nella diversa bellezza, c’è qualcosa di comune. Per esperienza, noto che le cose cattive e brutte sono brutte per tutti e le cose più buone e belle sono belle per tutti.

“Fratelli tutti”, in arrivo la prima edizione commentata con l’introduzione del vescovo Bruno Forte

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(dal Sito SETTIMANA NEWS)

In libreria il 12 ottobre. Commenti di Piero Stefani, Massimo Giuliani, Massimo Campanini, Roberto Rusconi, Chiara Frugoni, Fulvio De Giorgi, Salvatore Natoli, Mauro Ceruti, Pier Cesare Rivoltella, Arnoldo Mosca Mondadori

 

ROMA. Sarà in libreria a partire dal 12 ottobre la prima edizione commentata della nuova enciclica di Papa Francesco “Fratelli tutti. Sulla fraternità e l’amicizia sociale”. Il volume, per i tipi di Scholé, marchio della Morcelliana (pp. 240, euro 12), è introdotto dal vescovo teologo Bruno Forte che sottolinea come in questo testo il Pontefice riproponga quanto a lui sta più a cuore: «Da una parte riprendendo la centralità del tema della fede e della vita teologale, dall’altra ribadendo il valore di un’etica e di una spiritualità ecologiche, ma soprattutto concentrandosi su quel cuore del Vangelo di Gesù Cristo che è la fraternità». 

Dopo il testo integrale di “Fratelli tutti”, dove il Papa avverte che «prendersi cura del mondo che ci circonda e ci sostiene significa prendersi cura di noi stessi» e ripete che il Covid 19 ci ha ricordato che «nessuno si salva da solo, che ci si può salvare unicamente insieme», seguono gli interventi di noti studiosi. Ovvero il biblista Piero Stefani (“Fratello, tra Antico e Nuovo Testamento”); l’ebraista Massimo Giuliani (“Fratellanza e amicizia sociale in prospettiva ebraica”); l’islamologo Massimo Campanini (“Fratellanza umana e appartenenza religiosa nel Corano”); lo storico del cristianesimo Roberto Rusconi (“Il santo chiamava fratelli cristiani i lebbrosi”); la medievista Chiara Frugoni (“Comprendere e non giudicare. Un aspetto della fratellanza di san Francesco”); lo storico dell’educazione Fulvio De Giorgi (“Una pedagogia dell’amore politico”); il filosofo Salvatore Natoli (“Cristianesimo come etica universale?”); l’epistemologo Mauro Ceruti (“La rotta della fraternità, nel tempo della complessità”); il pedagogista Pier Cesare Rivoltella (“Fratellanza come saggezza digitale”); il poeta e scrittore Arnoldo Mosca Mondadori (“Lo sguardo di Cristo sul mondo)”. 

Le loro sono analisi e interpretazioni a tutto campo, realizzate da diverse angolazioni, utili a penetrare l’enciclica e a dar conto delle radici bibliche, della teologia e della spiritualità, della storia, del rapporto con ebraismo e islamismo, e di altro ancora mai estraneo alle domande religiose, ma anche sociali e filosofiche di questo documento rivoluzionario. Un testo che riposiziona quello che è forse il tema cristiano per eccellenza, la fratellanza/sorellanza, al centro del mondo contemporaneo, declinato con estrema attenzione insieme in riferimento alle altre religioni, alla pace, al lavoro, ai diritti (compreso quello della proprietà), ma anche al perdono, alla memoria, alla solidarietà. Senza dimenticare l’attuale ruolo della politica, della cultura, della comunicazione. 

Una pluralità di punti di vista che mette in luce la ricchezza della terza enciclica di Papa Francesco, quella maggiormente densa e personale, firmata ad Assisi, la città del Santo cristiano che più parla ai credenti di altre religioni e ai non credenti, Francesco, che «si fece uno degli ultimi e cercò di vivere in armonia con tutti». Un messaggio inviato al mondo aprendo «al dialogo con tutte le persone di buona volontà», mettendo alla base del pensiero e di ogni azione «l’idea che tutto è connesso», come spiega qui l’epistemologo Ceruti. 

In un tempo ancora segnato dalle paure e dalle difficoltà legate all’«inattesa pandemia del Covid-19, che ha messo in luce le nostre false sicurezze», e in una fase cruciale del suo pontificato tale da far scrivere in queste pagine al filosofo Natoli: «Se questo – mi permetto di osare – fosse l’ultimo Papa della tradizione cattolico-romana, e stesse nascendo un cristianesimo diverso?».

 

Fratelli tutti: una sfida all’American Way of Lif

 
 

Papa Francesco dedica il secondo capitolo della sua nuova enciclica sociale, Fratelli tutti, a una meditazione sulla parabola del buon samaritano. In tal modo, offre una lente teologica e morale convincente per comprendere il nostro mondo, esaminare la nostra coscienza e trovare un percorso verso la fraternità universale e l’amicizia sociale.

Descrive i vari personaggi della parabola: ladri che picchiano e lasciano un uomo a soffrire per strada, sacerdoti e tipi religiosi che si allontanano dall’altra parte in modo da non dovergli passare accanto. Poi arriva lo straniero, uno straniero totale, che dà la sua tenerezza, il denaro e il tempo per prendersi cura della persona ferita.

Il papa chiede: “Con quale di questi personaggi ti identifichi? Questa domanda, per quanto schietta, è diretta e incisiva. Quale di questi personaggi ti assomiglia?”.

L’enciclica e gli Stati Uniti

Se gli Stati Uniti dovessero rispondere onestamente alla domanda, la risposta sarebbe piena di contrizione.

Il papa scrive: “Il vero valore dei diversi paesi del nostro mondo si misura dalla loro capacità di pensare non semplicemente come un paese, ma anche come parte della più grande famiglia umana”. Come si collocano quindi gli Stati Uniti?

Chi sono le persone picchiate in strada oggi? Sembra impossibile elencare ogni ingiustizia sociale che affligge la nostra società, ma Francesco ci arriva vicino. L’elenco dei mali che affliggono il nostro mondo spezzato e diviso comprende: guerra, cambiamento climatico, pena di morte, povertà, aborto, disuguaglianza, capitalismo sfrenato, razzismo, nazionalismo e disoccupazione.

E Francesco ci ricorda chi sono sempre le persone che soffrono di queste ingiustizie: i poveri, i disabili, le donne, le minoranze razziali, i migranti, i rifugiati, gli anziani, i prigionieri, i nascituri, i soli.

Gli eventi del 2020 e il fallimento dei nostri leader di essere all’altezza del momento hanno messo in luce ed esacerbato l’ingiustizia sociale profondamente radicata.

Il razzismo, il peccato originale della nostra nazione, si è dimostrato “un virus che muta rapidamente”; la pandemia di Covid-19 ha colpito tutte le comunità, ma le persone di colore e gli anziani hanno sofferto in modo sproporzionato; la devastazione economica che ne è seguita ha costretto milioni di lavoratori a basso reddito sull’orlo della disperazione, mentre allo stesso tempo la ricchezza dei miliardari è cresciuta di oltre il 25 per cento.

Quando l’altro non è dei nostri

Papa Francesco dedica una notevole attenzione alla situazione dei migranti e dei rifugiati. Nel 2019, secondo le Nazioni Unite, si contavano oltre 272 milioni di migranti in tutto il mondo. “Possiamo quindi dire che ogni paese appartiene anche allo straniero, pertanto i beni di un territorio non devono essere negati a una persona bisognosa proveniente da altrove”, scrive il papa.

L’amministrazione Trump ha sempre cercato di frenare l’immigrazione, legale e illegale, mettendo ostacoli per i richiedenti asilo in fuga dalla violenza, tentando di porre fine al programma Deferred Action for Childhood Arrivals e rendendo più difficile per i titolari di carta verde mantenere la residenza legale negli Stati Uniti.

La fine della politica

Il papa identifica la piaga della polarizzazione politica e il crollo di un autentico discorso pubblico come motivo principale per la nostra incapacità di rispondere al momento. Francesco avverte che “cose che fino a qualche anno fa non potevano essere pronunciate senza rischiare la perdita del rispetto universale si possono ora dire impunemente, e nel più crudo dei modi, anche da alcune figure politiche”.

Fratelli tutti, quindi, al di là di un eccellente resoconto sull’insegnamento sociale cattolico, ricorda a tutte le persone la buona volontà che il lavoro contro le strutture del peccato sociale va di pari passo con la crescita personale e individuale della virtù. Questo papa ha costantemente incoraggiato i credenti a seguire Cristo nelle periferie della società, e ci ricorda in questa enciclica che “alcune periferie ci sono vicine, nei centri cittadini o all’interno delle nostre famiglie (…). Ha a che fare con i nostri sforzi quotidiani per espandere la nostra cerchia di amici, per raggiungere coloro che, anche se mi sono vicini, non considero naturalmente una parte della mia cerchia di relazioni”.

Sfiducia reciproca

Mentre la maggior parte degli americani sono d’accordo che la nostra politica nazionale sia in declino, purtroppo passa troppo spesso inosservato che anche la nostra vicinanza sociale è in declino. Come David Brooks ha detto di recente in un saggio per The Atlantic, “la fiducia interpersonale è in declino catastrofico.” Solo il 30 per cento degli americani ritiene che “la maggior parte delle persone può essere attendibile.”

Siamo ad alto rischio di non sapere cosa affligge anche la persona accanto a noi. La maggior parte degli americani conosce solo relativamente pochi dei loro vicini, e quasi nessuno li conosce tutti. È un problema anche il fatto che gli americani hanno perso la fiducia nelle istituzioni. Questo paese sarà ingovernabile e invivibile se tutti noi perdessimo la fiducia l’uno nell’altro.

In una pandemia che ha dimostrato quanto sia limitata la protezione offerta dai confini nazionali, le parole del papa colpiscono al cuore. Ma le sue opinioni potrebbero anche rivelarsi preveggenti. Il nazionalismo aumenta; il mondo è minacciato da armi da guerra nelle mani di leader roboanti i cui falsi populismi prosperano sul conflitto e sulla divisione. Francesco avverte: “spesso possiamo ritrovarci a soccombere alla mentalità dei violenti, degli ambiziosi ciechi, di coloro che diffondono sfiducia e menzogne”.

Ma, come Gesù, che non era estraneo alle lotte politiche e alla violenza, Francesco è risolutamente fiducioso: “altri possono continuare a vedere la politica o l’economia come un’arena per i propri giochi di potere. Da parte nostra, promuoviamo ciò che è buono e mettiamoci al suo servizio”.

Sicuramente, gli Stati Uniti hanno fatto molto di buono nel mondo. Ma tutto questo è vano senza una presa di coscienza nazionale sulla crisi politica e spirituale in cui siamo precipitati.

Cattolici negli Stati Uniti

Fratelli tutti, letta durante un anno elettorale, ricorda che l’insegnamento sociale cattolico offre una profonda sfida alla coscienza nazionale, ma contiene anche i semi di una conversione nazionale.

Durante la candidatura presidenziale di John F. Kennedy, gli elettori si preoccuparono che Roma si sarebbe infiltrata nei massimi livelli del nostro governo. Ora, un candidato presidenziale propaganda con orgoglio la sua fede cattolica abbracciando politiche che ignorano alcuni insegnamenti morali cattolici fondamentali; l’altro si proclama un paladino dei valori cattolici, ma probabilmente respingerebbe la maggior parte dell’enciclica del papa.

Eppure, gli americani, compresi i cattolici americani, non sembrano preoccupati che l’influenza del cattolicesimo sconvolgerà il loro modo di fare le cose. In Fratelli tutti, il papa ha inviato un monito: forse dovremmo esserlo tutti.

  • Editoriale della rivista dei gesuiti statunitensi America.

MAFALDA, CURACI TU!

(dal sito SETTIMANA NEWS)
 
Lo scorso 30 settembre, infatti, all’età di 88 anni, se n’è andato Joaquìn Salvador Lavado, universalmente noto come Quino.

Per fortuna ci è rimasta Mafalda! Della quale abbiamo ancora bisogno, tanto più in epoca di pandemia. È Mafalda-Quino infatti a ricordarci – con l’arma umile ma planetaria del fumetto – che dobbiamo prenderci cura del mondo. La bambina ribelle creata dalla matita magica di un artista come Quino si mostra infatti costantemente quanto mai inquieta sulla sorte della salute del nostro pianeta. Fin dai suoi esordi, infatti, andando a dormire, dedica una speciale buona notte al mondo, con la promessa di rivedersi la mattina, salvo, dopo breve pausa, avvisare preoccupata il mondo stesso: «Ma sta attento! Molti irresponsabili restano svegli, sai!».

Così preoccupata che, in un’altra striscia, mentre sta pensando quale sia la direzione giusta, arriva a concludere tutta sola: «Da che parte bisogna cominciare a spingere per mandare avanti questo mondo?».

Il mondo è malato (quante volte papa Francesco ci ha ricordato che non si può essere sani in un mondo infermo!), e con esso le relazioni tra le persone e con la terra. Per questo dobbiamo prendercene cura. Sono, infatti, i piccoli compagni di Mafalda, quasi ad anticipare i movimenti di protesta giovanili guidati da Greta contro il cambiamento climatico, che ci avvertono che il mondo è malato e depresso.

Dalla penna magica di Quino esce, tra le tante, anche questa storia. Siamo a scuola e la maestra sta interrogando Manuelito, che risponde bene alla prima domanda che è: «La terra ha la forma di uno…?» «sferoide» dice Manuelito. La maestra incalza: «Giusto! E il nostro pianeta presenta una leggera ammaccatura. Dov’è?». Risposta indecisa, ma sincera dell’alunno: «Nell’anima?». Cosa con cui concorda Mafalda qualche storia dopo, quando, avendo sentito dire dalla radio: «Abbiamo trasmesso le ultime notizie internazionali», volgendosi al suo amico mappamondo, conclude perplessa: «Con tanti dispiaceri non fa che dimagrire».

Sì, Mafalda-Quino è molto preoccupata per il destino del mondo! La vediamo, ad esempio, a casa, seduta ad altezza mappamondo, guardarlo e riguardarlo fino a quando non conclude con la domanda: «L’avrà brevettata Dio questa idea del manicomio rotondo?».

Dal suo punto di osservazione e da quello dei suoi piccoli amici, per rimediare alle sofferenze e alle ingiustizie diffuse, la ricetta è semplice. È quanto sostiene la piccola Libertà (perché la libertà. ai tempi della dittatura in Argentina, quando disegna Quino, è ancora piccola) che in un dialogo con Mafalda osserva: «Per me quello che non va è che pochi abbiano molto, molti abbiano poco e alcuni non abbiano niente».

Questo il problema che – sempre secondo la bambina – può essere risolto, parole sue, «se questi alcuni che non hanno niente avessero qualcosa del poco che hanno i molti che hanno poco… e se i molti che hanno poco avessero un poco del molto che hanno i pochi che hanno molto, ci sarebbero meno pasticci». E, dopo la complicata analisi del problema, a concludere: «Ma nessuno fa molto, per non dire niente, per migliorare un poco una cosa così semplice…». Sic!

In definitiva, l’attualità della creatura di Quino, se ancora ne dubitassimo, ci è data da questi “giorni cattivi”, quando una catastrofe globale può diventare lezione di vita solo se – direbbe Mafalda – scegliamo di prenderci cura del mondo, degli altri e così anche di noi stessi.

Gracias Quino! E gracias Mafalda!

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