Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

Riflessioni & letture

L’INQUIETUDINE CHE DIVENTA LINGUAGGIO, VERITÀ, PEDAGOGIA

(dal Blog Voce del verbo Stare)

 

Mentre bevo il cappuccino, leggo su una porta interna del bar che “a causa del continuo furto di carta igienica, il bagno non sarà più in servizio”. Una signora mi guarda e commenta: “Non si capisce più niente, ieri una mia conoscente è stata aggredita e derubata, questi ragazzi sono fuori controllo”.
Un minestrone di affermazioni e conclusioni, che mettono insieme le pere con le mele.

In questo periodo, il linguaggio quotidiano non si limita a rappresentare l’inquietudine che sembra possederci, ma la esaspera, come se ci fosse qualcosa di consolatorio nella ricerca dell’iperbole o di un bersaglio, abitudine che nella storia è stata foriera di catastrofi.
Tuttavia, senza negare la complessità dei tempi che attraversiamo, credo sia necessario mettersi d’accordo su com’era davvero quel “prima”, che in questi giorni di eccessi sembra improvvisamente essere diventato la terra promessa, ma anche doverso provare a capire se quella “di prima” era la realtà reale oppure una narrazione compiaciuta, aggiustata. L’esperienza mi dice che forse siamo responsabili di una falsificazione, la stessa che ora rende complicata per tutti una lettura ragionevole del tempo e degli eventi.

Indispensabile domandarsi che cosa ci siamo raccontati e abbiamo raccontato ai figli.
Nei giorni scorsi, la Terra è stata percossa dalla rovinosa eruzione di un vulcano, e un’isola rigogliosa si è trasformata in un sarcofago. Il pianeta non è un cadavere, ma una creatura in perenne ebollizione, in cui un’infinità di altre creature, virus inclusi, cercano di esistere, arrivare a sera. In quello stesso Pianeta, i diritti, che tendiamo a considerare definitivi ed estesi, in realtà sono privilegi per pochi, tra i quali ci siamo noi europei. Fuori da casa nostra non è così, infatti oltre 150 milioni di bambini e adolescenti non si possono permettere di giocare o fare dieci attività extra scolastiche, perché costretti a lavorare per mantenere le loro famiglie. Lavori spesso pericolosi o pericolosissimi. Ci preoccupiamo di vaccinare tutti gli abitanti della Terra, perché fa comodo ai nostri interessi economici, ma nessuno si preoccupa di domandarsi perché i nostri figli avrebbero diritto a una felicità illimitata mentre i figli degli altri devono vivere da schiavi o peggio.

Mi chiedo se qualche genitore o insegnante si sia preso la briga di leggere ai propri figli o alunni la notizia dell’uccisione di Breiner, 14 anni, attivista ambientale colombiano. Ogni anno nel mondo centinaia di attivisti ambientali, ossia persone che difendono la nostra casa comune, vengono messe a tacere per sempre, mentre noi spasimiamo per i nostri ragazzi.

Il Covid è stato clemente coi nostri giovani, salvo eccezioni, se la pandemia ferirà qualcuno di loro sarà perché noi non gli abbiamo raccontato la vita, occultandone la ruvidità, come quando facciamo precedere una puntura salvifica da litanie e spiegazioni patetiche, quasi li stessimo scannando.
Abbiamo spacciato come proposta pedagogica le nostre speranze, trattando come intrusi gli attori della realtà, vulcani e virus compresi. Credo di averlo già raccontato, ma ripeterlo è un omaggio a un adulto vero, Charles Darwin che, straziato dalla morte della sua bambina, Annie, non se la prese con nessuno, riconoscendo ai batteri che l’avevano uccisa la dignità di esseri viventi che fanno il solo loro mestiere e che abitano questo mondo come gli umani. Combattere tutto ciò che può compromettere le nostre vite è possibile solo usando le armi della consaopevole e della ragione, non certo dell’autocommiserazione.

La pandemia non è un regalo, ma fa parte dell’essere qui. Raccontare la vita, così com’è, a noi stessi, ai bambini, ai ragazzi, descrivere un mondo dove c’è spazio per le meraviglie del progresso, ma anche per l’insuccesso, per l’imprevisto, per le brutture che facciamo finta di non vedere perché estranee alla nostra narrazione anestetica.

Questo è educarsi e educare, ed è questo che a molti di noi è mancato. Non è un esercizio simpatico, ci mancherebbe, ma di certo è l’unica strada per aiutare noi stessi e le nuove generazioni a fare pace con una realtà vera, non romanzata. Una necessità che i bambini e i ragazzi, malgrado le naturali inquietudini e le difficoltà del momento, mostrano di comprendere assai meglio di tanti adulti, non è un caso che i movimenti ambientalisti pullulino di piccoli leader che vogliono salvare questo sasso che ci ospita.
Lontano da questo orizzonte alleveremo estranei, estranei al mondo, che, giusto o sbagliato che sia, si ostina ad accadere come vuole lui, ignorando i nostri desideri.
Su quella volontà, su quell’accadere dobbiamo regolare il nostro orologio pedagogico.

Veloci, Troppo veloci. Il prezzo esistenziale dell’accelerazione

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(dal Blog Voce del verbo stare) 

Intorno e dentro di noi il tributo che paghiamo ogni giorno, da quando abbiamo voluto dimenticare che la velocità è minaccia, decidendo di trasformarla in anestetico.
Ora possiamo, finalmente, correre senza sentire il dolore nei piedi, anzi nell’anima, perché la frenesia ci offre la possibilità di non vedere, dunque di non porci problemi di sorta, siano essi personali, educativi o sociali. Al massimo ci chiediamo perché i bambini e i ragazzi sono così inquieti, in realtà senza volere ascoltare la risposta. Solo per il gusto di dire a noi stessi che l’avevamo notato.

L’accelerazione sistematica delle nostre vite è la prima causa del malessere esistenziale, di grandi e piccoli, un malessere che i manuali si divertono a chiamare malattia sebbene non lo sia affatto, lo sappiamo ma “fa più scienza” chiamarlo così. Forse anche mercato.
Se rallentassimo, anche solo del venti per cento, perderei metà dei miei pazienti. Non si tratta di un’iperbole, ma di ciò che osservo con regolarità, avendo peraltro fatto in tempo a cominciare la mia professione negli anni Ottanta, quando eravamo già in fase di spinta ma non ancora così accelerati.

Da allora la situazione è precipitata, ma in modo progressivo, dandoci il tempo di abituarci e di pagare altre due cambiali. Per prima cosa siamo diventanti meno guardinghi, quindi più esposti, succede quando si corre. In secondo luogo, abbiamo psicologizzato tutto ciò che si poteva, dai bambini a scuola, sommersi dalle diagnosi, ai grandi, a loro volta segnati da sofferenze legate al lavoro e ai disagi di una vita di relazione, privata e allargata, sempre più complessa, perché la velocità ferisce tutto ciò che sfiora. Alle olimpiadi la velocità ti fa vincere, nella vita di tutti i giorni può piegarti, infatti, aumenta il numero di persone che arrivano vicine al punto di rottura.

Quando è nata la psicoanalisi, il mezzo di locomozione più diffuso era la carrozza coi cavalli, ma gli strumenti di peso e di misura erano identici a quelli di oggi, un chilo conteneva mille grammi, un giorno ventiquattro ore, contenitori fissi, immodificabili, nel frattempo il numero di eventi che noi possiamo vivere nelle stesse ventiquattro ore si è centuplicato, obbligandoci a moltiplicare gli sforzi di riadattamento.
Abbiamo perso il controllo, ma a tutto si può rimediare, la chimica in fondo serve a questo. Inganno necessario. Venti anni fa negli Stati Uniti, il numero di persone ansiose e depresse risultava raddoppiato rispetto al ventennio precedente, proprio in corrispondenza con l’inizio dell’accelerazione, in quel periodo un insigne psichiatra scriveva che nel 2004, nello stesso paese si erano spesi 36 miliardi di dollari in prodotti o servizi per rilassarsi, mentre il 70 per cento della popolazione maschile era in sovrappeso. Non un indizio di benessere interiore.

Ci inventiamo diagnosi sempre più sofisticate a carico dei bambini, dei ragazzi e degli adulti, siamo bravissimi a catalogare i sintomi, ma ci rifiutiamo di guardare in faccia con onestà l’origine di questa aggressione senza precedenti all’equilibrio della persona, illudendoci che basti curarla.
Di questo passo, i nostri virtuosismi classificatori e interpretativi, saranno tutto ciò che ci rimarrà tra le dita.

Approfondiremo la riflessione su questo tema tra qualche giorno, nel frattempo leggerò le vostre riflessioni, molte delle quali mi arrivano via mail, ed è un peccato perché filtro pensieri di estremo interesse, che sarebbero utili a tanti, anche ai giovani che ci seguono.

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