Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

Riflessioni & letture

Il cammino che sorprende

carozza libro

Contenuto
Il Vangelo di Marco può essere letto come una “iniziazione” al mistero cristiano. Una iniziazione ricca di risvolti attuali, intelligente e generativa che si delinea come un progressivo viaggio verso il centro. Due domande affiorano in questo cammino: la prima, fondamentale, porta a chiedersi chi è Gesù. Ma ce n’è una seconda, a ruota, che si interroga su chi è il discepolo. Sono due facce del medesimo mistero: la via di Gesù è la via del discepolo. Venticinque brevi meditazioni che accompagnano il lettore a capire il Vangelo di Marco, ad assaporarne il messaggio nella concretezza della propria vita e libertà.

Destinatari
Tutti.

Autore
Gianni CAROZZA (1977) è biblista e presbitero della diocesi di Chieti-Vasto. Dopo la maturità classica ha frequentato la Pontificia Università Gregoriana e conseguito la licenza in Sacra Scrittura presso il Pontificio Istituto Biblico. Attualmente insegna greco biblico e letteratura giovannea presso l’Istituto teologico abruzzese-molisano di Chieti e scienze bibliche presso l’Istituto superiore di scienze religiose “G. Toniolo” di Pescara. È attivo sia nella formazione biblica sia come animatore di esercizi spirituali. Presso le Edizioni Messaggero Padova ha pubblicato La Parola è più dolce del miele (2019).
   

 

L’importanza delle tradizioni

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Martedì scorso, nonostante quest’anno sia passato un poco in sordina, è stato l’ultimo giorno di Carnevale. Denominato Martedì Grasso, da sempre viene festeggiato per essere l’ultima occasione per mangiare “carne” prima della Quaresima (da qui il termine Carnevale: carnem levare)

Anni fa, quando ancora vivevo con mio nonno, un uomo burbero che amava vivere seguendo il ritmo delle stagioni e con una forte connessione con la ciclicità che la Natura donava agli uomini attraverso i prodotti stagionali e le tradizioni popolari, non c’era Martedì Grasso in cui lui non mi chiedesse di tornare a casa in tempo per il pranzo. Nella nostra routine, lui pensava a cucinare, ma solitamente non si preoccupava mai di mangiare da solo se io ero fuori per studio o per lavoro… tranne a Martedì Grasso.

L’ultimo giorno di Carnevale era per lui un’occasione importante da festeggiare. Gnocchi col sugo di carne, Agnello alla brace o al “coppo” con le patate e rosmarino… vino e caffè. Per lui che i dolci erano solitamente “banditi”, il giorno di Martedì Grasso era una di quelle eccezioni che gli facevano gustare il pasticcino al cioccolato fondente, la cicerchiata, la frappa.

Mi sembra ancora oggi di ricordare il profumo che annusavo ogni volta che varcavo la soglia della cucina in quella giornata. …e con un pizzico di nostalgia, oggi che lui non c’è più, ripenso a quei momenti di intimità, di condivisione, di scambio silenzioso intorno ad una tavola preparata con amore, intenzione, dedizione, totalità… e in occasione del Martedì Grasso prendermi un momento tutto per me per preparare quei piatti, quel pranzo (o quella cena), mi mette in connessione con una parte di me, con le mie radici, con il mio passato: importante parte del mio presente, con Lui e con ciò che è significato per me e per la mia crescita.

“tra-di-zió-ne”: il suo significato sarebbe: passaggio di un patrimonio culturale attraverso il tempo e le generazioni. L’etimologia del termine, dal latino: tradere, composto da tra- oltre e dare consegnare, Trasmettere oltre, ci dice molto sul significato “energetico” di questo termine.

La tradizione, infatti, non è soltanto il gesto, l’usanza che ognuno di noi tramanda ai propri figli o eredita dai propri genitori, ma è qualcosa di molto più complesso. Tramandando ai nostri posteri qualcosa stiamo infatti effettuando una “scelta” su ciò che per noi è funzionale, arricchente, “buono”… e su ciò che invece non lo è più. Attraverso una selezione di ciò che abbiamo vissuto, appreso, osservato… ognuno di noi durante lo sviluppo abbandona qualcosa, lascia andare qualcos’altro e fa suoi alcuni rituali, determinate abitudini familiari.

Questo fenomeno così “naturale” e inconsapevole, che le persone compiono, ha in realtà un’origine molto profonda che nel corso della vita delle persone caratterizza determinati passaggi: ogni individuo ricordandosi di alcuni momenti vissuti nell’infanzia, durante l’adolescenza… ricontatterà le proprie radici, le proprie basi, le origini, le fondamenta.

E perché mai oggi è tanto importante riportare l’attenzione sulle tradizioni e sull’importanza che queste hanno? Perché sono sempre meno. In una società sempre più frenetica, sempre più proiettata verso l’esterno, sempre meno paziente, sempre meno portata a seguire i ritmi della stagionalità, della Natura… le persone, le famiglie… hanno, soprattutto nelle grandi città, perduto il contatto con la loro essenza, con ciò che loro sono e con il principio da cui tutto ha avuto inizio.

Quando si è troppo focalizzati sul futuro, sul domani, si perde di vista l’oggi, il presente, il qui ed ora… ed ancora meno si fa riferimento al passato: a quel punto da cui si è partiti e che ci permette di prendere le misure sulla strada percorsa.

Se nel tuo nucleo familiare senti di non avere delle tradizioni o di non averle rafforzate, ricordati che sei sempre in tempo per ripensare a tutti quei riti che hai vissuto da bambino e che ti piacerebbe conservare… così come non sarà mai troppo tardi per inventarsene delle nuove. Non occorre pensare sempre a qualcosa di “fantasmagorico”… a volte basta pochissimo!

…l’abitudine di vedere un film tutti insieme il sabato sera, preparare un dolce la domenica mattina per fare colazione tutti insieme, stabilire un menù particolare per un giorno specifico della settimana, istituire un bar dove andare a prendere il caffè quando si va a fare la spesa, dedicare un pensiero di gratitudine ogni volta che ci siede a tavola prima di iniziare il pasto… Sono tutti dei piccoli esempi che potresti provare ad introdurre nella vostra settimana familiare.

E se vivi solo? Anche in questo caso puoi lavorare sulle tue tradizioni, magari su quelle della tua infanzia alle quali non hai mai dato importanza. Prova a prenderti un momento tutto per te e cerca di riportare alla memoria delle occasioni in cui sentivi di stare bene, di essere felice. C’erano delle abitudini che puoi individuare come “connesse a quello stato di benessere”? Se fai fatica, puoi anche annotarti qualche piccolo episodio e lasciare che la memoria torni a te con i suoi tempi. Non avere fretta. Tutto accade quando è giusto che accada e soprattutto, quando noi siamo pronti.

Se hai una riflessione da fare sull’argomento, se hai piacere di condividere un tuo pensiero, scrivi pure a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. ed io sarò felice di leggerlo!

Scritto da Giulia Di Sipio, Diplomata in Counseling Relazionale (iscrizione albo nazionale An.Co.Re n.275), nel 2013, specializzata in Counseling Gastronomico, Consulente Genitoriale, da anni collabora come volontaria con l'Associazione Orizzonte Onlus (www.associazioneorizzonte.it) nelle sue attività per facilitare l'inclusione e l'autonomia dei ragazzi diversamente abili, promuovere iniziative volte a sostegno delle famiglie con disabilità potenziare le occasioni di lavoro per una buona genitorialità.

 

(Giulia Di Spio)

San Valentino, un’occasione per riflettere...

  • San Valentino, un’occasione per riflettere
  • sulla relazione più intima che ognuno di noi ha:
  • quella con sé stessi.

Quante volte vi è capitato, specialmente in una giornata come questa di sentirvi tristi, giù di morale, sottotono… magari focalizzando la vostra attenzione sulla relazione che non avete oppure che non ritenete essere soddisfacente… o ancora, su quella persona che sentite di aver deluso o che pensate vi abbia tradito.

A prescindere da quanto ci si ripeta che San Valentino sia una festa consumistica e priva di valore “sostanziale”, ognuno di noi nel suo intimo ne subisce in un certo qual modo l’influenza.

Il 14 Febbraio è una festa risalente all'epoca romana, quando, nel 496 d.C. l'allora papa, Gelasio I, volle porre fine ai lupercalia, gli antichi riti pagani dedicati al dio della fertilità Luperco. Questi riti in origine si celebravano il 15 febbraio e prevedevano festeggiamenti sfrenati, apertamente in contrasto con la morale e l'idea di amore dei cristiani. Il momento saliente della festa si aveva quando le matrone romane si offrivano, spontaneamente e sotto gli occhi di tutti, alle frustate di un gruppo di giovani nudi, devoti al selvatico Fauno Luperco. Tale usanza sembra che coinvolgesse perfino le donne in dolce attesa, convinte che un simile rito sarebbe stato di buon auspicio al nascituro. Per "battezzare" la festa dell'amore, e mettere fine a questa usanza tanto violenta, Papa Gelasio I decise di spostarla al giorno precedente – giorno dedicato a San Valentino.

Valentino nacque nel 176 d.C. e, appena ventunenne, venne investito Vescovo da Papa Feliciano. La sua vita fu segnata da importanti opere e tra queste, quella che lo rese famoso e particolarmente caro agli innamorati fu la celebrazione del matrimonio tra il legionario romano Sabino e la giovane cristiana Serapia, malata terminale di tisi. I due giovani, racconta la leggenda, una volta ricevuta la benedizione del loro amore, caddero in un sonno profondo e vi rimasero per l’eternità, diventando il simbolo dell’unione sacra.

Valentino, nonostante i miracoli che riuscì a compiere ancora in vita, venne decapitato. Morì martire il 14 febbraio del 273 d.C.

Fin dalle origini di questa festività, non può certo venire in secondo piano l’essere portavoce di una duplice faccia della medaglia: l’amore, così come le relazioni sono per eccellenza espressione di un’infinita via di sfumature che si muovono lungo un continuum con agli estremi due polarità.

Riconoscere questo aspetto della relazione, accettare ed accogliere dentro sé stessi questa dualità è il primo passetto che ognuno di noi dovrebbe fare per poter migliorare dal punto di vista qualitativo il proprio rapporto con gli altri… e in primis, con sé stessi.

Spesso, siamo così concentrati su di noi, sulle nostre ragioni, sul nostro sentire… che dimentichiamo che esiste l’Altro, il suo mondo, le sue emozioni, le sue paure.

A tale proposito, mi farebbe piacere condividere con voi un passo tratto dal libro “Messaggio per un’aquila che si crede un pollo”, di Anthony de Mello:

“La prima cosa che voglio capiate, se davvero intendete svegliarvi, è che non volete svegliarvi.

Il primo passo verso il risveglio è essere sufficientemente sinceri da ammettere di fronte a se stessi che non è piacevole. Voi non volete essere felici.

Che ne dite di sottoporvi a un piccolo test?

Proviamo: ci vorrà un minuto esatto. Potete chiudere gli occhi, mentre lo fate, oppure potete tenerli aperti: non ha grande importanza.

Pensate a qualcuno che amate molto, qualcuno a cui siete vicini, qualcuno che vi è prezioso e provate a dire a quella persona, nella vostra mente: «Preferisco la felicità a te».

Osservate quel che accade. «Preferisco la felicità a te. Se dovessi scegliere, non avrei dubbi: sceglierei la felicità».

Quanti di voi si sono sentiti egoisti, pronunciando questa frase? Molti, a quanto pare. Capite fino a che punto siamo stati sottoposti a un lavaggio del cervello? Il risultato è che ci costringono a chiederci: «Come ho potuto essere tanto egoista?».

Ma pensate un attimo a chi è veramente egoista. Immaginatevi qualcuno che venga a dire a voi: «Come hai potuto essere tanto egoista da anteporre la tua felicità a me?».

Non vi verrebbe forse da rispondere: «Scusa tanto, ma come puoi tu essere tanto egoista da pretendere che anteponga te alla mia felicità!?».

Una donna mi disse, una volta, che, quando lei era bambina, un suo cugino gesuita aveva organizzato un ritiro nella chiesa gesuita di Milwaukee. Egli apriva ogni incontro con le parole: «La prova dell’amore è il sacrificio; la misura dell’amore è l’altruismo».

Splendido! Le chiesi: «Vorresti che io ti amassi a costo della mia felicità?» «Sì» rispose lei.

Non è una situazione deliziosa? Non sarebbe meraviglioso? Lei amerebbe me a costo della sua felicità e io amerei lei a costo della mia felicità. E, così, avremmo due persone infelici … ma viva l’amore!”

Spesso siamo così tanto concentrati nella valutazione di quanto accade, nel pesare ciò che diamo rispetto a ciò che riceviamo, nel riflettere se una cosa è stata fatta bene o male… che, nel giudicare e nel razionalizzare perdiamo di vista ciò che dovrebbe essere più importante in una relazione: il sentire.

Assorbiti dalle nostre convinzioni, dalle nostre aspettative, a testa bassa andiamo avanti durante le nostre giornate certi che l’altro debba venire prima di noi stessi se davvero gli vogliamo bene e sicuri che, allo stesso tempo, anche noi dovremmo essere la priorità per coloro che dicono di volerci bene.

Ma quante volte ci fermiamo per ascoltare come stiamo, cosa proviamo, quali sono le nostre emozioni. Convinti che assecondare noi stessi sia una forma di egoismo, proiettiamo sull’altro tutto ciò che vorremmo ci venisse restituito, tutto ciò che vorremmo essere, tutto ciò che sentiamo mancarci… e lasciamo che l’altro si carichi della responsabilità di doverci rendere felici.

Come disse Gesù molto tempo fa, “Ama il prossimo tuo come te stesso”, né più, né meno, COME… e così come esprime in modo efficace l’autore Padre Anthony de Mello, S.I., gesuita, scrittore e psicoterapeuta indiano, non esiste amore felice se ognuno non si assume la responsabilità di salvaguardare la propria felicità, il proprio benessere. Tutto parte da noi.

E allora, nella giornata degli Innamorati, a prescindere che tu sia sposato, fidanzato, single… facciamo insieme un esercizio da riproporci poi nei giorni a seguire le “3A”: 3 volte al giorno ripetiamoci il buon proposito verso noi stessi di Ascoltarci, Accettarci, Amarci e lasciamo che la felicità delle nostre giornate sia una responsabilità nelle nostre mani, non il risultato di qualcosa che ci arriva dall’esterno. Magari per caso.

Scritto da Giulia Di Sipio, Diplomata in Counseling Relazionale (iscrizione albo nazionale An.Co.Re n.275), nel 2013, specializzata in Counseling Gastronomico, Consulente Genitoriale, da anni collabora come volontaria con l'Associazione Orizzonte Onlus (www.associazioneorizzonte.it) nelle sue attività per facilitare l'inclusione e l'autonomia dei ragazzi diversamente abili, promuovere iniziative volte a sostegno delle famiglie con disabilità potenziare le occasioni di lavoro per una buona genitorialità.

 

(Giulia Di Sipio)

Renzi a Riad, il rovescio di La Pira

dal sito SETTIMANANEWS

di: 

Pur in un paese che sembra abbia smarrito l’attitudine all’indignazione, ha destato scalpore la performance riccamente remunerata di Renzi a Riad al soglio del principe Bin Salman, uomo forte del regime saudita, che recluta opinion leader allo scopo di darsi un’improbabile rispettabilità.

Taluni hanno sollevato interrogativi circa la liceità dell’impresa in punto di diritto, circa un più che sospetto conflitto di interessi di un senatore della Repubblica e capo partito, e comunque circa la palese inopportunità di quella prestazione nel pieno della crisi di governo da lui stesso provocata.

Non suoni eccentrico (poi spiegherò), ma luogo e temi hanno evocato in me il ricordo di Giorgio La Pira: il Mediterraneo, Firenze, le città, il Rinascimento, i diritti dell’uomo, il lavoro. Più chiaramente: il rovesciamento della lezione di una figura che Renzi conosce, avendogli dedicato la sua tesi di laurea ed essendo stato, La Pira, a sua volta, sindaco di Firenze.

La cronaca, supportata da immagini francamente imbarazzanti, dà conto di un Renzi nella parte del compiacente intervistatore del controverso principe saudita, uomo forte di un regime oscurantista e sanguinario, che viola i diritti di libertà e i diritti sociali, perseguita minoranze e omosessuali, discrimina oltre ogni limite le donne, fa a pezzi i dissidenti.

Abbiamo altresì appreso che Renzi ha fatto cenno al ruolo di Firenze nel Rinascimento italiano cui dovrebbe ispirarsi l’Arabia Saudita con un suo nuovo, ambizioso piano di investimenti. In un infelice passaggio, il Nostro ha altresì confidato di invidiare il costo del lavoro di quella regione. Ove sono largamente praticati salari da fame, sfruttamento, schiavizzazione dei lavoratori immigrati e sono conculcati i diritti e le garanzie sindacali.

Quanto lontano da La Pira!

Tutte questioni che – ripeto – videro impegnato Giorgio La Pira in un senso esattamente opposto. Penso ai Colloqui Mediterranei e dei sindaci delle grandi città del mondo da lui convocati a Firenze, nei quali, con accenti profetici, evocava il “sentiero di Isaia” («forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci»), prospettava un disarmo generale, assimilava il Mediterraneo al lago di Tiberiade, culla delle civiltà monoteiste e cioè – parole sue – della triplice “famiglia di Abramo” (ebraismo, cristianesimo, islam). Una profezia di fratellanza e di pace. Decisamente lontana dai tratti della potenza armata fino ai denti dell’attuale Arabia Saudita impegnata in guerre sanguinarie, che hanno indotto finalmente il nostro parlamento a revocare, proprio nelle stesse ore, la vendita di armi ad essa destinate.

Penso alle ispirate riflessioni lapiriane sulla vocazione universalistica di Firenze quale città della scienza, dell’arte e della bellezza, grazie ai suoi grandi del Rinascimento. Penso alla sua singolarissima sensibilità per i diritti sociali e del lavoro e per “le attese della povera gente” (titolo di un suo celebre saggio ispirato al Keynesismo pubblicato sulla rivista dossettiana Cronache sociali).

Penso alla concreta sollecitudine per i poveri cui dava del suo, in una sorta di appuntamento domenicale, alla porta delle chiese di San Procolo e di Badia da lui frequentate.

Ancora: penso al La Pira che, relatore, in apertura dell’Assemblea costituente, tracciò le linee portanti della nostra architettura costituzionale e, segnatamente, i principi e i diritti fondamentali scolpiti nella prima parte della nostra Carta. A cominciare dai principi di dignità e uguaglianza delle persone, senza distinzione di sesso, di censo, di lingua, di razza, di religione. Diritti di libertà, diritti politici, diritti sociali che figurano nelle Costituzioni democratiche postbelliche e nelle grandi Carte internazionali dei diritti e che disegnano ordinamenti, Stati e società agli antipodi di quelli della teocrazia di Riad.

L’omaggio reso alla monarchia saudita e ai petrodollari custoditi nei suoi forzieri, il credito offerto al “rinascimento” patrocinato da quel regime, le parole “dal sen sfuggite” circa il loro invidiabile costo del lavoro farebbero trasecolare La Pira. Ma soprattutto gettano una luce retrospettiva sul tempo, neppure così lontano, nel quale Renzi si propose – e molti gli dettero credito – come campione della “nuova politica” e leader della sinistra italiana alla testa di un partito che si definiva democratico.

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