Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

Riflessioni & letture

Insegnare al Principe di Danimarca di Carla MELAZZINI

 

La nuova edizione accresciuta con due capitoli inediti di un libro poetico in grado di narrare la realtà più cruda in pagine limpide che emozionano e commuovono. Storie di ragazzi che frequentano una scuola speciale nei quartieri popolari e popolosi di Napoli, e di chi se ne prende cura. «Si racconta qui l'apprendistato di un gruppo di insegnanti di media cultura ed umanità per conoscere le periferie della città e le periferie dell'animo degli adolescenti, cercando di stabilire con loro un dialogo educativo e di vita» (Carla Melazzini). Era dal tempo della Lettera a una professoressa che non leggevamo pagine così emozionanti. Come allora, si parla di ragazzi che frequentano una scuola speciale, e di chi se ne prende cura. Non siamo nell'esilio di una canonica del Mugello, qui, ma in quartieri popolari e popolosi di Napoli dov'è in vigore il Sistema; alle cronache piace chiamarli «il triangolo della morte». L'autrice, Carla Melazzini, è, nella scrittura come nella vita, del tutto aliena dalla retorica e dall'indulgenza facile. Così, commozione, intelligenza e poesia stanno in questo libro con la asciutta naturalezza con cui può sbucare un fiore meraviglioso dalla crepa di un muro in rovina. Senza compiacersi dell'idea che la rovina sia necessaria ai fiori, e ne venga riscattata. Ne troverete di fiori in queste pagine, e di ragazzini fiorai, e anche di rovine. Uno lo anticipiamo qui, è un tulipano finto, così come l'ha raccontato - salvo qualche errore di scrittura - una bambina che era stata bocciata in seconda elementare: «C'era una volta un fiore che non voleva essere un fiore, allora la fata dei fiori disse: "Se tu vuoi diventare un essere umano io ti accontenterò ma se non ti piace, ti dovrai rassegnare perché non potrai più essere un fiore". Il fiore accettò e la fata lo toccò con la bacchetta e lo trasformò in un essere umano. Il fiore si rese conto che la vita era difficile. La fata allora lo fece diventare un tulipano finto, per non farlo morire, poi scomparì per sempre». Carla ha chiesto a un compagno di classe: «Secondo te che cosa ha voluto dire Concetta con il suo racconto?». «Che il fiore non voleva morire e così la fata lo ha fatto diventare immortale». «Però l'ha trasformato in un tulipano finto! È meglio essere una persona umana e morire o essere un fiore finto e non morire mai?». «È meglio morire». In questa nuova edizione sono aggiunti, oltre alla Nota di Claudio Giunta, due capitoli dalle carte inedite dell'autrice: uno sul terrorismo visto con gli occhi dei bambini, l'altro sul «ventre di Napoli», con interviste e osservazioni dirette.

L'ombelico e la cometa di Rossana CARMAGNANI

L'ombelico e la cometa

 

Il saggio della psicologa Rossana Carmagnani prende spunto da ombelico e cometa. L'ombelico è lo spazio rassicurante, controllato dalla ripetitività del quotidiano e dalla sua limitatezza, costantemente presente e tangibile. La cometa è un passaggio straordinario, un evento inafferrabile e irrepetibile. Esige attesa, condizioni favorevoli di osservazione, vigilanza senza distrazione. Le pagine del libro sono popolate di persone che con i fatti della loro vita narrano della decisione di non restare "caduti", del coraggio di guarire, dei passi compiuti nel "male oscuro" della depressione, dei chiaroscuri dell'affettività, del potere della parola e della forza del silenzio. Sono storie di uomini e donne che danno corpo e anima ai diversi volti della sofferenza, della terza età, del fango e della creta, metafore dell'essere umano. Sono uomini e donne, che nel loro anonimato, danno corpo allo spirito e ai suoi tortuosi sentieri, alla misericordia che risana, alla preghiera che equilibra, al coraggio e all'amore di avere un figlio contro il parere di tutti, all'attesa della chemio come un tempo speciale da vivere. Sono storie di persone che hanno voluto vivere la fatica.

Vicini per riconoscerci fratelli

Vicini per riconoscerci f

 

dal Sito Il Messaggero di Sant'Antonio

Le armi moderne hanno allontanato l’avversario, rendendo più facile uccidere, perché la distanza blocca il riconoscimento della comune umanità.

15 Luglio 2025 | di 

Mariapia Veladiano

 

Qualche anno fa, a un convegno di psicoanalisti, un magistrato impegnato nei percorsi di giustizia riparativa ha detto: «La giustizia riparativa è controintuitiva perché, invece di segregare colui che ha offeso, lo porta vicino a chi è stato da lui offeso». La frase è un piccolo modello di parole insieme esatte e nonviolente. Non si parla di delinquenti, assassini o prepotenti. Il verbo offendere (dal latino ob, cioè «verso» e fendere, cioè «colpire»), dichiara che c’è stata una vicinanza sventurata, che ha colpito e ferito. Chi la subisce è stato leso, forse menomato, di sicuro soffre nello spirito e il corpo registra, patisce l’evento. La giustizia riparativa accade quando la vicinanza dei corpi può avvenire in una forma nuova e appropriata. Non subito, senza precipitazione o forzature. E questo permette di tornare a vivere, lo permette a entrambe le parti, anche a chi è stato offeso, perché a volte il dolore congela la vita e la rabbia insieme al dolore si trasforma in giorni senza movimento. Si torna a vivere perché ci si riconosce appartenenti alla comune umanità.

Gli etologi, cioè gli studiosi del comportamento degli animali, osservano che nella lotta corpo a corpo tra due individui della stessa specie, chi sta soccombendo può mostrare la parte debole di sé, come il collo o la pancia, per significare la resa e aver salva la vita. Anche tra gli uomini capita. C’è una letteratura che racconta come vedere l’avversario da vicino, in guerra ad esempio, annienti l’ostilità, permetta di riconoscersi uniti dal comune desiderio di vivere. Infatti, ai soldati era vietato avvicinarsi, anche solo per parlare amichevolmente, al nemico, per evitare il pericolo di «fraternizzare» (bellissimo verbo), cosa che avrebbe impedito loro di uccidere.

Le armi moderne hanno progressivamente allontanato l’avversario, e hanno reso sempre più facile uccidere. La distanza di uno sparo non permette segni di resa e blocca il riconoscimento della comune umanità. La bomba non si sa nemmeno dove cada. In questa progressione sciagurata oggi si producono quelli che vengono chiamati «sistemi di armi autonome letali», cioè programmati ad agire sulla base di algoritmi che non richiedono la valutazione finale dell’uomo. La Chiesa ha ben visto il pericolo grave di queste armi e la Santa Sede ha ripetutamente chiesto, durante incontri ufficiali, che le nazioni si obblighino a garantire «un’adeguata, significativa e coerente supervisione umana sui sistemi d’arme» (Sesta conferenza di revisione della Convenzione CCW, Ginevra 2021), ovvero a far sì che l’uso delle armi non escluda mai quella complessiva valutazione del contesto concreto che solo la persona dotata di responsabilità morale può avere.

Questo bisogno del corpo vicino per poter continuare la vita è così limpidamente evangelica che è immediato pensare a Gesù che prende per mano la figlia, già morta, di Giàiro e le parla, Talità kum, e lei si alza; oppure tocca l’uomo «coperto di lebbra», doppia follia, perché era proibito e perché era contagioso, e lo guarisce; oppure viene toccato dalla donna che sanguina e ancora una volta questo basta a guarirla, oppure invita Tommaso a vincere la propria incredulità offrendogli di toccare la sua ferita. Avrebbe potuto imporre le mani, fare gesti di guarigione a distanza. Invocare e basta. Gesù avrebbe potuto, ma non lo ha fatto. Come Dio non lo ha fatto. L’Incarnazione è questo definitivo inno alla meravigliosa bellezza e necessità del corpo. Per questo il corpo (in un modo misterioso, che non conosciamo) rinasce nella Risurrezione. Intanto, comunque, qui, il corpo ci permette di riconoscerci fratelli.

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