Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

IL SOGNO

(dal Sito Chiesa di tutti Chiesa dei poveri)


Carissimi,
come di Giovanni XXIII ci fu un “discorso della luna” che la sera del Concilio doveva aprire una nuova stagione della Chiesa fuori dalle strettoie costantiniane e identitarie, così di papa Francesco c’è stato un “discorso delle stelle” suscettibile di aprire una nuova stagione della storia del mondo, fuori dagli affrontamenti religiosi esercitati in nome di un Dio violento. È il discorso che papa Francesco ha pronunciato nel deserto di Ur, con gli occhi alle stesse stelle additate da Dio ad Abramo, padre delle fedi.

“Dobbiamo riportare l’Iraq all’età della pietra”, aveva brutalmente replicato la premier inglese Margaret Thatcher nel 1990 all’inviato di Gorbaciov, Eugenij Primakov, che cercava di scongiurare lo scempio di una guerra scatenata dall’Occidente nella terra tra i due fiumi; ed ecco che ora il ritorno a quelle antiche pietre avviene, ma nel rovesciamento di un papa che va a chiederne perdono per fare di nuovo spazio al “sogno di Dio”. E proprio qui sta tutto il significato del viaggio di Francesco in Iraq. Lo aveva enunciato fin dal messaggio televisivo da cui si era fatto precedere presso gli iracheni: egli andava lì come “pellegrino penitente”: incolpevole, andava a chiedere perdono per guerra e terrorismo, e come pastore di una Chiesa martire, andava a chiederle di non chiudersi nella propria identità ferita. Ciò perpetuerebbe infatti nel tempo un’inguaribile contrapposizione, come dice la storia e come dimostra la mai rimarginata lacerazione del genocidio armeno; infatti “solo con gli altri si possono sanare le ferite del passato”,

Ma qual è il sogno di Dio che papa Francesco è andato a risvegliare nel riconsacrato deserto di Ur dei Caldei? È “che la famiglia umana diventi ospitale e accogliente verso tutti i suoi figli; che, guardando  il medesimo cielo, cammini in pace sulla stessa terra”; è il sogno di Dio ma è il sogno anche di Francesco, ed è il sogno laico di una terra riconciliata, di una “pace perpetua”, per mano degli uomini e delle donne di buona volontà. Sarà un’utopia, ma intanto almeno è un progetto. Abbiamo di che lavorare.

C’è una condizione perché questo sogno si realizzi: occorre che nessuno resti murato nella propria identità, ma che ciascuno si scambi con l’altro, prenda su di sé le sofferenze e il destino dell’altro, e insieme anche la cura della terra, la responsabilità della casa comune. Perciò come cristiano papa Francesco ha voluto andare lì per riconciliarsi con i musulmani, con gli ebrei e coi fratelli e sorelle di altre religioni, e come figlio di Abramo è andato lì a invocare “passi concreti” di un peregrinare di ciascuno “alla scoperta del volto dell’altro”, protesi tutti a “condividere memorie, sguardi e silenzi, storie ed esperienze”, per scoprirsi tutti fratelli.

Tutto il viaggio si è mosso su questo doppio registro, quello dell’identità, per l’immersione nelle comunità cristiane sconvolte, e quello della totalità per l’abbraccio più che fraterno con tutte le religioni e le sofferenze umane; ma la novità era che la stessa identità cristiana ormai non si mostrava più come l’orgogliosa rivendicazione di un proprio privilegio in ordine alla salvezza, ma era già giocata nella totalità, nell’uscita da sé, essendo le due cose, identità e totalità, congiunte già dall’origine  nella duplice missione del Cristo, fonte della sua Chiesa e pegno dell’unità dell’intera famiglia umana. Ma la novità era pure che a questo stesso processo apparivano convocate oggi le altre religioni del mondo; e se ad Abu Dhabi papa Francesco aveva celebrato la fratellanza col grande Imam al-Tayyeb dei sunniti, a Najaf ne ha ripreso la trama nell’incontro con il grande Ayatollah Al Sistani leader della comunità sciita. Questi gli ha detto una frase che lo ha colpito, e ha poi ripetuto ai giornalisti nel volo di ritorno a Roma: “gli uomini sono o fratelli per religione o uguali per creazione”: la fratellanza e l’uguaglianza, ha commentato Francesco, ed ha aggiunto: ma al di sotto dell’uguaglianza non possiamo andare.

Per parte sua papa Francesco ha fatto la sua scelta, ha attestato la Chiesa sulla frontiera della fratellanza. Non è affatto una scelta scontata, non è senza rischi; ma, ha aggiunto su quell’aereo del ritorno che spesso aggiunge ai viaggi un inedito momento di verità, “tante volte si deve rischiare per fare questo passo: ci sono alcune critiche: che il papa non è coraggioso, è un incosciente, che sta facendo dei passi contro la dottrina cattolica, che è a un passo dall’eresia… Ci sono dei rischi...”.

Francesco si è preso i suoi rischi. Sulla sua parola, sarebbe tempo che tutta la Chiesa si assumesse i suoi.

Per Luca Attanasio: dialogo col Signore

(dal sito SETTIMANANEWS)
Infine, solo, alla presenza del Signore

Viene poi il momento in cui ciascuno sta solo, alla presenza del Signore. Finiscono i clamori, tacciono le parole, la gente radunata si disperde e ciascuno sta, solo, alla presenza del Signore. Sono dimenticate le imprese, risultano insignificanti gli onori, i titoli, i riconoscimenti e ciascuno sta, solo, alla presenza del Signore. Perde interesse la cronaca, le parole buone e le parole amare, la retorica e le celebrazioni e ciascuno sta, solo, alla presenza del Signore. Che cosa mi dirà il Signore? Che cosa dirò al Signore?

La pagina del Vangelo descrive quello che mi potrà dire il Signore, quello che io potrò dire al Signore, quando, come tutti, starò, starò solo alla presenza del Signore. Il Signore dirà: “Da dove vieni, Luca, fratello?”. E Luca risponderà: “Vengo da una terra in cui la vita non conta niente; vengo da una terra dove si muore e non importa a nessuno, dove si uccide e non importa a nessuno, dove si fa il bene e non importa a nessuno. Vengo da una terra in cui la vita di un uomo non conta niente e si può far soffrire senza motivo e senza chiedere scusa!”.

Il Signore dirà: “Non dire così, Luca, fratello mio. Io scrivo sul libro della vita il tuo nome come il nome di un fratello che amo, di un fratello che mi è caro, che desidero incontrare per condividere la vita e la gioia di Dio! non dire così fratello. Io ti benedico per ogni bicchiere d’acqua, per ogni pane condiviso, per ospitalità che hai offerto. Vieni benedetto del Padre mio e ricevi in eredità il regno preparato per te fin dalla creazione del mondo”.

Il Signore dirà: “Perché ti volgi indietro, Luca, fratello mio?”. E Luca risponderà: “Mi volgo indietro perché considero quello che resta da fare, considero l’incompiuto che attende il compimento, le promesse che avrei dovuto onorare, la missione che avrei dovuto compiere. Ecco: troppo breve la vita. Ecco, troppe attese sospese! Perciò mi volgo indietro!”.

E il Signore dirà: “Non volgerti indietro, Luca, fratello mio. Troppo breve è stata la tua vita, come troppo breve è stata la mia vita. Eppure dall’alto della croce si può gridare: “È compiuto!”, come nel momento estremo si può offrire il dono più prezioso, senza che il tempo lo consumi. Perciò non volgerti indietro, Luca, fratello mio; entra nella vita di Dio: tu sarai giovane per sempre!”

E il Signore dirà ancora: “Perché sei ferito, Luca, fratello mio?” E Luca risponderà: “Sono ferito perché così gli uomini trattano coloro che li amano e coloro che li servono: mi rendono male per bene e odio in cambio di amore (Sal 108,5). Sono ferito perché ci sono paesi dove la speranza è proibita, dove l’impresa di aggiustare il mondo è dichiarata fallita, dove la gente che conta continua a combinare i suoi affari e la gente che non conta continua a ferire e ad essere ferita. Ecco perché sono ferito, perché ecco come sono i malvagi: sempre al sicuro, ammassano ricchezze (Sal73,12) e contro il giusto tramano insidie (cfr Sal 37,12) e non c’è chi faccia giustizia!”.

E il Signore dirà: “Non dire così, Luca, fratello mio. Guarda le mie ferite, le ho ricevute dai miei fratelli; e guarda il mio cuore: dal mio fianco esce sangue e acqua; se il chicco di grano, caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore porta molto frutto (Gv 12,24). Ho seminato nella storia un seme di amore che produce frutti di amore, echi rimane nell’amore rimane in me e io in lui. La gente che conta e ammassa ricchezze è destinata a morire e per loro sarà pronunciato il giudizio: via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli(Mt 25,41).Ma i miti erediteranno la terra, i giusti sono benedetti e benedetta la loro discendenza”.

E il Signore dirà ancora: “Perché piangi, Luca, fratello mio?” E Luca risponderà: “Piango perché piangono le persone che amo; piango perché restano giovani vite che hanno bisogno di abbracci e di baci, di coccole e di parole vere e forti e non sarò là per asciugare le loro lacrime e condividere le loro gioie; piango perché dopo il clamore scenderà il silenzio, dopo la notorietà arriverà l’oblio: chi si prenderà cura delle giovani vite che io non vedrò camminare nella vita”.

E il Signore dirà: “Non dire così, Luca, fratello mio. Io manderò lo Spirito Consolatore, Spirito di sapienza e di fortezza, Spirito di verità e di amore e si stringeranno in vincoli d’affetto invincibile coloro che ti sono cari e nessuno sarà abbandonato e io stesso tergerò ogni lacrima dai loro occhi, e i vincoli di sangue, i vincoli di affetto, i vincoli di amicizia saranno più intensi e più veri, più liberi e più lieti. La tua partenza non diventerà una assenza, la tua presenza nella gioia del Padre non sarà una distanza. Non piangere più, Luca, fratello mio!”

Da Taizé

Come ambasciatore d’Italia nella repubblica del Congo, ha servito instancabilmente la causa della pace e della giustizia. In queste tragiche ore abbiamo anche appreso che, da giovane, Luca era venuto più volte a Taizé per partecipare ai nostri incontri internazionali. Abbiamo anche sentito che aveva partecipato attivamente, nella sua parrocchia di Limbiate, all’incontro europeo di Taizé a Milano.
Desidero quindi assicurarle la nostra profonda comunione, nella riconoscenza per la sua vita donata. Il Signore ora lo accoglie nella vita eterna. Con lei, prego: Spirito Santo, Spirito consolatore, tu vieni a illuminare le nostre vite e consolare i cuori che sono nel dolore. Ti affidiamo Luca Attanasio, Vittorio Iacovacci, Mustapha Milambo, deceduti tragicamente e preghiamo per la pace nella Repubblica Democratica del Congo. Luce nell’oscurità, tu ci riempi di speranza e noi osiamo dirlo con la nostra vita: “Cristo è risorto!”. Rimaniamo in profonda comunione con lei e la Chiesa di Milano. Fraternamente, Frère Alois.

“La lampada del corpo è l’occhio”

 “La lampada del corpo è l’occhio”

Per una speranza “rigenerante”

“La lampada del corpo è l’occhio; perciò, se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso; ma se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso” (Mt 6,22-23). Questo detto di Gesù è racchiuso dal vangelo di Matteo tra altri due, divenuti quasi proverbiali: “dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore” (v. 21); e “non potete servire Dio e la ricchezza” (v. 24). Gesù invita così alla trasparenza del cuore e alla semplicità dello sguardo, che deve trasmettere luminosità, semplicità, libertà dal possesso dei beni e delle persone, quello che lui chiama “occhio cattivo”.

Le mascherine che indossiamo ormai da parecchi mesi, e che ci faranno compagnia ancora per molto tempo, coprono la bocca e il naso, ma lasciano liberi gli occhi. Gli operatori sanitari, le forze dell’ordine, i parenti che visitano i loro familiari anziani nelle strutture e nelle case, e tutti coloro che devono rivestirsi di tute protettive su tutto il corpo, mani e testa comprese, mantengono però lo sguardo libero, benché tutelato da una visiera. Stiamo imparando a concentrare sugli occhi la nostra capacità comunicativa.

Del resto lo sguardo, fin dall’inizio della nostra vita, è il primo mezzo di relazione: mamma, papà, nonni, fratelli, ci hanno parlato con gli occhi, prima che noi potessimo comprendere il suono della loro voce; e sentivamo bene se da quegli sguardi partiva approvazione o rimprovero, tenerezza o severità, indifferenza o affetto. Gli occhi parlano più chiaramente della bocca. Per Gesù, addirittura, il grado di lucentezza dell’occhio rivela la luminosità o meno dell’intero corpo, cioè di tutta la persona. Lo sguardo minaccioso incute paura, quello dolce trasmette accoglienza; gli occhi accigliati esprimono preoccupazione o disapprovazione, quelli lacrimosi attirano comprensione o lanciano un grido di aiuto. Il linguaggio degli occhi tocca tutte le corde del cuore.

La crisi: causa e svelamento di sofferenza e generosità

Nessuno avrebbe pensato, il giorno di San Geminiano di un anno fa, di essere alla vigilia di una pandemia così drammatica. Dalla seconda metà di febbraio 2020 l’intera umanità sta vivendo la crisi più acuta degli ultimi decenni, inferiore solo alle due guerre mondiali che hanno devastato il secolo scorso: stiamo superando la soglia dei cento milioni di contagiati e ci avviciniamo ai due milioni e mezzo di morti per o con il covid. Questa crisi da una parte causa e dall’altra svela tante sofferenze. Prima di tutto le causa: una generazione di anziani, quella che ha speso tante energie per la ricostruzione dopo il secondo conflitto mondiale, è profondamente ferita e in parte scomparsa; e non solo per covid, ma anche per altre malattie gravi rese letali dal contagio o inevitabilmente trascurate; la pandemia sparge paure e rabbia, specialmente nelle persone più fragili ed esposte; innesca processi di indebolimento sociale, rendendo precaria l’occupazione; crea un clima generale di distanziamento non solo fisico, ma anche psico-affettivo; acuisce alcune tensioni nel confronto sociale e politico.

Il covid però, non solo causa, ma anche svela tante sofferenze: mette in luce il dramma di una diffusa solitudine; solleva il coperchio sulle disparità economiche, con sacche di povertà crescenti anche tra gli italiani; evidenzia l’incertezza che colpisce i giovani; e, allargando lo sguardo, svela – per chi non se ne fosse accorto – come il mondo sia da sempre, come lo era prima e lo sarà dopo, afflitto da povertà, paure, violenze, epidemie, guerre, diseguaglianze, inquinamento.

Ma la crisi sanitaria che stiamo vivendo causa e svela soprattutto tanta generosità, un mare di bene. La causa: mette in moto la creatività per essere vicini, nelle modalità permesse, a chi è più provato; incentiva alcune professioni e attività, legate specialmente al digitale, che sta mostrando anche il suo volto migliore; mette in campo l’eccezionale dedizione di medici, infermieri, operatori sanitari, psicologi, forze dell’ordine, docenti, enti ed istituzioni pubbliche e private, lavoratori nelle attività permesse, ministri delle comunità religiose, operatori della comunicazione e dei servizi. C’è chi ha notato come le persone più colpite, per numero di decessi dovuti al contagio, siano le cosiddette categorie vocazionali, ossia coloro che avvertono come missione la loro opera, a diretto contatto con la gente, negli ambiti dell’assistenza sanitaria e religiosa, nelle famiglie e tra le forze dell’ordine. Nella nostra diocesi hanno condiviso la morte di centinaia di persone anche due preti conosciuti, amati e cercati dalla gente: don Antenore Ternelli, cappellano del Policlinico, e don Marino Adani, superiore della comunità dei Paolini.

Anche chi scava nel terreno del bene scopre che la pandemia non solo causa, ma svela la realtà: le energie di chi più si spende, infatti, sono quelle che sempre vengono messe a servizio del bene comune, ma che solo nell’emergenza si manifestano agli occhi di tutti. Pare purtroppo che abbiamo bisogno delle crisi per puntare l’occhio sul bene, sulla generosità, su quella rete di solidarietà sempre presente, ma mai abbastanza apprezzata. Nei periodi in cui non si vive la crisi, prevalgono invece le cattive notizie, gli attacchi, le polemiche. Se lo scontro spesso fa rumore, l’incontro invece, che è la trama del bene, difficilmente fa notizia. Eppure rappresenta il tessuto di fondo della nostra civiltà.

Molte persone, vicine o lontane dall’esperienza cristiana, domandano ora alla Chiesa di mettere in luce le opportunità spirituali che la pandemia racchiude. La celebrazione serale di papa Francesco in una piazza San Pietro deserta e martellata dalla pioggia, il 27 marzo 2020, ha destato grande impressione in tutti ed è diventata il simbolo di una Chiesa vicina alle persone “sole” – incarnate dalla solitudine del Papa stesso – che anche nei momenti drammatici attinge all’energia del vangelo. Quella sera milioni di occhi, in tutto il mondo, si sono dati appuntamento a Roma e si sono sentiti rappresentati dal vicario di Pietro che pronunciava parole di speranza, le parole di vita eterna del Signore Gesù.

La crisi: emergenza e rigenerazione

Noi esseri umani, in realtà, viviamo nella crisi: sperimentiamo nel corso della nostra esistenza tante crisi quanti sono i passaggi e le esperienze forti; una famiglia, un gruppo sociale, una comunità cristiana, un partito politico, vivono momenti di crisi acuta, ma devono imparare anche ad abitare la crisi. Alcune crisi sono mondiali, cioè assumono consapevolezza e incidenza planetarie. Se, con un rapido sguardo, ci rivolgiamo anche solo ai primi vent’anni del millennio, individuiamo diverse crisi che hanno assunto valenza mondiale e non solo personale, locale o nazionale: il tragico attentato del 2001 alle Twin Towers di New York ha reso mondiale la crisi terroristica, accresciuto il senso di precarietà e le conseguenti misure di sicurezza a tutti i livelli. La crisi economico-finanziaria esplosa nel 2008 ha travolto tante sicurezze e acuito le incertezze sugli investimenti e sui posti di lavoro. Le “primavere arabe”, dalla fine del 2010, hanno fatto esplodere la crisi migratoria, moltiplicando il numero di profughi e rifugiati. Nel 2015, grazie anche all’enciclica Laudato si’ di papa Francesco e alla conferenza di Parigi, il pianeta ha preso meglio coscienza della crisi ambientale. E nel 2020 è esplosa la pandemia. Gli anni indicati sono simbolici: infatti terrorismo, povertà, migrazioni forzate, problemi ambientali e sanitari esistono da sempre; ma ogni tanto assurgono a fenomeni mondiali. L’immagine che può rendere è quella del vulcano attivo: il magma bolle sempre sotto la sua bocca, ma solo di tanto in tanto esce: e l’eruzione, con lava e lapilli che impressionano, rende consapevoli come la situazione in realtà sia sempre critica.

Queste crisi mondiali non si succedono, ma si intrecciano e sovrappongono. La crisi attuale è certo più intensa di quelle precedenti e per la percezione, l’estensione e la profondità che riveste, riassume in un certo senso tutte le altre: risveglia il senso di precarietà del terrorismo, acuito dal fatto che il killer ora è invisibile; manifesta le disparità economiche, dato che alcuni hanno maggiori possibilità di prevenzione e cura rispetto ad altri; sembra connessa anche agli squilibri ambientali, all’abuso della natura e all’inquinamento.

Come trasformare la crisi in opportunità? L’etimologia ci può aiutare. “Crisi” è la traslitterazione del greco krisis, a sua volta derivato dal verbo krino: separare, distinguere, giudicare, valutare. La crisi, per riprendere il detto evangelico, ha dunque due occhi: uno cattivo e uno luminoso. Ha un occhio cattivo, perché implica separazione, rinuncia, sofferenza, abbandono di qualcosa o qualcuno. Ma l’altro occhio è luminoso, perché invita a ridefinire, discernere, progettare e perfino rinascere. Senza crisi non c’è rinnovamento, per quanto ogni crisi abbia i suoi costi. Si può osare una parola, presa dal vocabolario della speranza: la parola rigenerazione.

Per i cristiani il momento più drammatico della crisi è racchiuso negli eventi pasquali di Gesù: da una parte la morte orribile della croce e al sepolcro, vittima dell’occhio cattivo dei gestori del potere, che non sopportano la sua semplicità e luminosità; dall’altra la risurrezione e la gloria, “rigenerato” nel suo corpo, reso luminoso dal Padre, che lo accoglie nel regno come “primogenito dei morti” (Apoc 1,5; cf. Col 1,18 e 1 Cor 15,20), cioè il primo “rigenerato” attraverso la morte, aprendo anche a noi la stessa strada. La Quaresima e la Pasqua 2020, celebrate nel lockdown, erano segnate da un grande realismo: abbiamo ripercorso, giorno per giorno, i due volti della crisi: morte e risurrezione.

Spunti per una rigenerazione comunitaria

La nostra Chiesa cercherà di proseguire nell’opera di vicinanza alle persone, soprattutto a quelle già prima fragili e ulteriormente infragilite, con le quali il Signore si è misteriosamente identificato (cf. Mt 25,31-46). Continueremo ad attingere, consapevoli della nostra debolezza, alle sorgenti del vangelo, dei sacramenti e dei doni dello Spirito, che costituiscono per noi il grembo fecondo della rigenerazione. Cominciando da noi stessi, troppo spesso afflitti da sguardi miopi che non vedono più lontano del proprio orticello, da occhi invidiosi che spargono chiacchiere, da esternazioni presuntuose, che ritengono di giudicare tutto e tutti. Gesù domanda prima di tutto a noi, cattolici, di acquistare da lui il “collirio” per ungerci gli occhi e recuperare la vista (cf. Apoc 3,18); non so bene quale sia il composto chimico di questo collirio spirituale, ma il principio attivo deve essere l’umiltà, che apre lo sguardo all’amore, alla condivisione, alla prossimità. Senza umiltà è impossibile la rigenerazione. Grazie a Dio, nelle comunità cristiane prevalgono atteggiamenti di vicinanza e aiuto umile e concreto alle persone svantaggiate: e occorre proprio puntare su di loro, oggi più che mai. Sarà anche necessario recuperare un annuncio più incisivo, che parte dall’ascolto, per poter ridire con una forza nuova le verità eterne, interpellate dalla pandemia: la paternità di un Dio solidale, la speranza davanti alla morte, la risurrezione della carne, la possibilità di senso nel dolore. Queste sono le iniezioni di speranza, le cure i vaccini più efficaci, sulle quali la Chiesa cercherà di impegnarsi ancora di più. Non sono poche le persone che ora appaiono più disponibili, magari anche al di fuori dei canali istituzionali, ad esplorarsi interiormente, a dedicare tempo per aprirsi ad un annuncio spirituale e approfondire le ragioni della fede. Toccare con mano, e non solo sentire con le orecchie, che la creatura è vulnerabile – come l’erba dice la Bibbia (cf. Sal 103,15; Is 40,6) – aiuta a vincere il delirio di onnipotenza e ad affidarsi al Creatore e Salvatore.

Non sono certo in grado di esprimermi in maniera plausibile sulle altre comunità, nelle quali noi cristiani pure viviamo, ma che presentano dimensioni molto più ampie della Chiesa. Provo solo ad abbozzare una scaletta, con l’aiuto delle persone incontrate in questi mesi. Sarebbe bello se questa scaletta potesse offrire qualche spunto per alcuni incontri, nelle forme possibili, con le persone che hanno le mani in pasta nei diversi ambiti. È “proprio dei laici”, come insegna il Concilio Vaticano II, “cercare il regno di Dio trattando le cose temporali” (Lumen Gentium, 31): troverei utile, quando possibile, ascoltare proprio i laici su questi ambiti, per trovare insieme le strade della rigenerazione. Sono certo che emergerebbero proposte per una interiorizzazione e ad una azione che favoriscono il cambiamento. Per usare il neologismo del vescovo Tonino Bello (+1993), ci potremmo aiutare ad essere contempl-attivi.

Il mondo della sanità è coinvolto in prima persona, nelle terapie delle persone colpite dal virus, nelle relazioni con i familiari, nella ricerca dei rimedi e nell’organizzazione della complessa degli interventi. La riconoscenza di tutti prosegue nell’effettiva partecipazione alle misure di prevenzione e di cura: dai dispositivi di protezione alla distanza fisica, dall’osservanza delle norme relative agli spostamenti all’igienizzazione, dall’isolamento in caso di contatti con persone contagiate fino al vaccino. I cristiani sono cittadini, e come tali collaborano al bene comune anche dal punto di vista sanitario.

Della guarigione fa parte anche la rigenerazione psico-affettiva, ancora più impegnativa di quella bio-fisica. Il covid agisce come frullatore di emozioni, sensazioni e sentimenti, staccando spesso la sfera affettiva da quella intellettiva. Paure e ansie lavorano più in profondità rispetto alla mente. E non sempre, date le restrizioni, la prossimità dei propri cari compensa la solitudine: vedersi sugli schermi e abbracciarsi di persona non sono la stessa cosa. Stanno soffrendo parecchio non solo gli anziani, ma anche i disabili, i ragazzi problematici e i giovani: così tante famiglie, pur non essendo magari colpite direttamente dal virus, vivono situazioni difficili al loro interno. Come hanno proposto i vescovi dell’Emilia Romagna, occorrerà agire per rigenerare le relazioni educative, proponendo momenti di recupero scolastico, oratoriale e sportivo in presenza, per rivitalizzare la socialità dei ragazzi. I giovani sono spesso trattati come oggetto di indagine; vanno piuttosto considerati come soggetto, e quasi risarciti, per i danni educativi, economici, ecologici e spirituali provocati spesso dagli adulti. Gli adolescenti poi hanno vitalmente bisogno di sentirsi accompagnati dagli adulti, mentre sono lasciati troppo spesso in balia di loro stessi, vittime persino del cyberbullismo e bombardati dalla pornografia e dal consumismo.

La rigenerazione economica – che sarà favorita dal “Fondo europeo per la ripresa” (Recovery Fund) stanziato nel luglio 2020 – non si potrà giocare sull’assistenzialismo, ma dovrà puntare sul rilancio dell’iniziativa a tutti i livelli: imprenditoria, startup, innovazione… Già da tempo, ben prima dello scoppio della pandemia, economisti ed esperti del lavoro segnalavano il declino inevitabile di alcune attività lavorative e incentivavano la sperimentazione di nuovi progetti e nuove modalità. Forse lo smart working, diffusosi a macchia d’olio nell’ultimo anno, ha attivato a sua volta dei meccanismi virtuosi prima latenti. Alcune ditte hanno creato dei sistemi di riconversione – assumendo personale e dimostrando tra l’altro che l’economia e la sostenibilità ambientale non sono in concorrenza; qualche grande azienda di commercio, legata al digitale, ha visto accrescere i propri bilanci. Ma non si può dimenticare il profondo disagio che famiglie, imprese e intere categorie di lavoratori stanno attraversando. La tradizione modenese, con i suoi modelli di imprenditoria e innovazione di livello nazionale e internazionale, potrà certamente offrire delle piste di ripresa utili anche per altre regioni.

L’aumento della povertà, registrato dagli osservatori e dagli operatori, incide a sua volta sul clima sociale. Se la cifra simbolica della prima ondata pandemica erano le strade deserte e le famiglie al balcone, quella della seconda ondata è piuttosto la gente accalcata senza mascherina e la rabbia esplosa in alcune piazze. I moti di ribellione, scoppiati anche nel nostro paese, sono segnali da prendere sul serio. La violenza pone sempre dalla parte del torto chi la pratica, ma deve essere decodificata. La rigenerazione sociale chiede senso di responsabilità da parte degli adulti, chiamati a testimoniare, come dice papa Francesco, che da questa crisi usciremo migliori se avremo il coraggio di passare dall’io al noi. Una società matura si vede anche dal grado di solidarietà che esprime: a cominciare, di nuovo, dagli ultimi.

La comunità politica è interpellata direttamente, fin dall’inizio della crisi, e non occupa certo una posizione invidiabile. La democrazia, che si regge sull’equilibrio dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario, è messa alla prova. Non che la nostra democrazia sia in discussione; piuttosto sono gli assetti istituzionali a richiedere alcune verifiche, quando usciremo dall’emergenza. La Costituzione, di cui è garante il Presidente della Repubblica, ha costruito un sistema democratico che distribuisce compiti decisionali e operativi a tre grandi soggetti: il cittadino, lo Stato e i corpi intermedi. Tra la singola persona e gli organismi istituzionali, quindi, esiste una rete formata da gruppi sociali – famiglie, associazioni, comitati, sindacati, partiti, enti di volontariato e organizzazioni del terzo settore – che offrono un contributo di valori e opere essenziali al bene comune. L’impressione è che, per rigenerare la politica, e renderla più progettuale, occorra da parte delle istituzioni nazionali uno scambio più fluido con le istituzioni locali, specialmente con i sindaci, che hanno contatto diretto con i cittadini e i corpi intermedi e possono orientare meglio anche le scelte nazionali.

* * *

Il nostro patrono San Geminiano, che attraversò il mare per guarire la figlia dell’imperatore, interceda per la cessazione della pandemia. Ma lascio la conclusione ad una bimba, che ha scritto una lettera al covid riportata in una recente pubblicazione. Le parole dei bambini, dirette e spontanee, riflettono spesso quello sguardo semplice e luminoso che ci chiede Gesù: “Caro virus, per colpa tua non ho più visto il mio amico del cuore, i miei compagni di classe e il parco. Mi hai privato dei giochi all’aperto, della bici… della scuola ma non dei compiti. Mi hai letteralmente chiusa in casa, mi sono sentita in punizione come quando faccio arrabbiare la mamma. Ma nonostante ciò ti devo ringraziare. Mi hai ridato i miei genitori. Adesso facciamo tante cose tutti insieme e quando ognuno di noi termina i compiti, giochiamo con il nostro cane. Se ora vai via, io ti perdono”.

+ Erio Castellucci

I Magi. Una meditazione nella pandemia

dal sito: SETTIMANANEWS

di: 

 

Si è detto che la pandemia ha in qualche modo fermato la corsa del mondo e ci ha lasciati in un tempo sospeso. Da una parte, una certa frenesia delle nostre attività quotidiane, con gli stimoli nervosi che le presiedono e le suscitano, ha subito una battuta d’arresto e si è dovute adeguare a un nuovo modo di abitare gli spazi e di vivere perfino le relazioni; dall’altra parte, guardiamo davanti a noi con occhi incerti, non riuscendo a proiettarci con serenità e con forza d’animo in un futuro che abbia i colori rosei della speranza, della rinascita, della ripartenza. Il tempo si è come fermato.

Proprio il mistero del Natale, se liberato dalle finzioni esteriori, dal romanticismo puerile e dall’inutilità del consumismo, ci viene incontro per consegnarci una «Parola» alternativa. Natale – secondo il bel commento del grande teologo Karl Rahner – è Dio che entra nella nostra carne e nella nostra vita, assicurandoci che da quel momento la storia del mondo, con le sue ferite, le sue paure, la sua angoscia e le sue speranze, non è più «esterna» e guardata dall’alto, ma è dentro la storia stessa di Dio.

Rahner afferma che, dal giorno di Natale, cioè dalla venuta del Signore Gesù nella nostra carne, noi siamo stati raggiunti da una Parola capace di trasformare per sempre la nostra vita; questa Parola dice: «io ti amo». Sapere di essere amati è sapere di non essere mai più da soli. È questo che trasforma la notte in luce e dona senso, scopo e meta all’esistenza. E, in questo tempo sospeso, è questa la speranza che può farci guardare alla vita con coraggio ed entusiasmo, nonostante tutto. Rahner allora si chiede: che cosa significa celebrare il Natale, allora? Semplicemente lasciarsi cadere nelle braccia di questo amore.

Occhi che vedono

Il problema, anzi il dramma del Natale è tutto qui: siamo disposti a lasciarci cadere nelle braccia di questo amore?

Possiamo essere sempre tra coloro che continuano a festeggiare un Natale di tradizione e consuetudine, senza lasciarsi toccare; possiamo essere sempre e ancora quei cristiani borghesi che presenziano al rito cattolico senza che la vita ne resti minimamente scolpita e continuando a coltivare l’idolatria di se stessi, della propria immagine, della produzione, del rendimento, del successo e del guadagno; possiamo essere coloro che, pur vivendo nelle tenebre, non accolgono la luce che è venuta nel mondo.

O, forse, rifacendosi agli stessi racconti evangelici della nascita di Gesù, coloro che pur avendo occhi, non vedono. Non si accorgono. Proseguono la loro vita nella monotonia della quotidianità, senza accorgersi dell’evento che sta accadendo attorno a loro, proprio come avvenne in quella notte di Betlemme, quando il vagito di un bambino riusciva a stupire solo gli occhi di umili pastori, mentre il chiassoso mondo attorno restava indifferente all’accaduto.

Chi sono i Magi? Sono la nostra possibile risposta al Natale del Signore. La loro prima caratteristica non è la bravura, il merito, l’identità religiosa, ma, anzi, al contrario, essi erano pagani e abitanti di terre lontane. Essi si distinguono perché, a differenza di tanti sapienti che pure studiano la Scrittura notte e giorno, sanno alzare il capo, sanno scrutare il cielo e, soprattutto, hanno occhi che vedono.

La festa dell’Epifania – afferma Angelo Casati – è una questione di occhi che guardano lontano. Alza gli occhi intorno e guarda, è l’esortazione di Isaia in questo giorno. E i Magi affermano: abbiamo visto una stella e siamo venuti per adorarlo. Occorrono occhi capaci di vedere oltre, occhi dilatati, occhi che sono lo specchio di un cuore non rimpicciolito, ma abitato dalla nostalgia di orizzonti sconfinati. Occhi che cercano e che non smettono di cercare perché sanno – ecco la fede nel Natale – che anche nel cuore della notte più profonda, più oscura e più lontana, spuntano stelle luminose.

Una stella nella notte

La luce della stella non indica immediate risoluzioni dei problemi della nostra vita, ma intende suscitare nuovi inizi e nuovi cammini. Non si tratta di una luce che di colpo illumina tutta la scena della nostra vita, ma di un segnale apparentemente inutile, che ti consegna alla gioia di trovare la benedizione anche in ciò che vivi come contraddizione e sofferenza.

Se c’è una stella che spunta anche nella notte più nera, allora significa che nel mistero della nostra vita, dentro le fatiche e le sofferenze che viviamo, c’è un Dio che si fa nostro compagno, che sperimenta le nostre paure, che piange le nostre lacrime, che apre cammini inattesi di vita nuova laddove tutto sembra perduto. O, per riprendere l’immagine usata di recente da Luigi Maria Epicoco: c’è sempre una luce in fondo che dobbiamo cercare.

I Magi la cercano. Il loro viaggio è quello dei sognatori, che non hanno mai smesso di credere nella luce pur sperimentando la solitudine angosciante della notte. Il loro camminare è il migliore antidoto alla pigrizia accomodante delle nostre anime spente e rassegnate. Il loro cercare è l’arma più potente contro la corruzione dell’immobilismo e del disfattismo. Di una vita che si trascina per abitudine e di una fede che cerca solo una pacifica consolazione.

I Magi si muovono, cercano, vedono stelle nel cielo per indicarci che un uomo si misura dal suo camminare, dai desideri che coltiva, dalle domande che fa, da come nonostante tutto ha la forza di ripartire perché ha accolto davvero e sul serio il Natale: il Dio che, prima ancora di ogni cercare umano, si è messo in cammino verso di noi.

Non smettere di cercare

Magi, dunque, sono il simbolo del cuore che si apre alla fede e si mette in viaggio per cercare quanto il Signore gli indicherà. Essi sono – nel ritratto che spesso ne ha fatto papa Francesco – coloro che, con la nostalgia di Dio nel cuore, rompono i nostri conformismi e ci tirano fuori dai nostri recinti e dalle anestesie del cuore, per donarci il coraggio di metterci alla ricerca di Dio e della verità di noi stessi.

Così, nella pandemia. Si tratta di cercare le stelle che brillano in questa notte oscura. I segnali di luce che questo evento ci sta indicando, mettendo in crisi alcune nostre certezze – anche religiose – e invitandoci a metterci in cammino come i Magi, per un’altra strada: abbiamo bisogno di strade nuove per la nostra vita personale, per la nostra società, per la nostra Chiesa. E il futuro sarà soltanto di coloro che, inquieti, non smetteranno di cercarle.

Diversamente Natale

(dal SITO: SETTIMANANEWS)

 

Per una vita che nasce, per un Figlio che chiede ospitalità nella nostra umana natura, non servono grandi cose, solo presenze discrete ma vere, che con il poco che hanno danno il tutto di sé.

 

Vorrei proporre qualche semplice riflessione sul Natale che ci apprestiamo a celebrare in condizioni inedite e drammatiche avendo sullo sfondo la narrazione della nascita di Gesù nel vangelo di Luca (2, 1-20).

Una manifestazione inevidente

La manifestazione di Gesù, la sua presenza, il suo venire nella storia e nella vita degli uomini, ha uno stile e un tratto che potremmo caratterizzare così: inevidente e paradossale. Non è subito evidente la sua presenza tra noi: mentre si manifesta in qualche modo si nasconde. Egli non si mostra dove e come ce lo aspettiamo, ci sorprende e si cela.

I segni stessi che lo indicano sono paradossali: si manifesta sub contrario, non nella potenza, ma nella fragilità, non nel miracoloso ma nell’umano comune; un bimbo che nasce e un uomo che muore, l’incarnazione e la passione, sono i luoghi privilegiati dove Dio si manifesta e si nasconde.

Si fa presente fin dall’inizio cercando un riparo, una protezione, un rifugio, una grotta, o una “gronda” nella nostra fragile umanità. Come ben dice il poeta:

Non startene nascosto
nella tua onnipresenza. Mostrati,
vorrebbero dirgli, ma non osano.
Il roveto in fiamme lo rivela,
però è anche il suo
impenetrabile nascondiglio.
E poi l’incarnazione – si ripara
dalla sua eternità sotto una gronda
umana, scende
nel più tenero grembo
verso l’uomo, nell’uomo… sì,
ma il figlio dell’uomo in cui deflagra
lo manifesta e lo cela…
Così avanzano nella loro storia.
(Mario Luzi)

Questo carattere inevidente e paradossale della sua presenza è forse possibile coglierlo anche meglio nella situazione particolare nella quale viviamo in questi giorni il Natale. Un Natale strano, dove sembrano inopportuni i tratti convenzionali di festa e di gioia, che hanno spesso un sapore artificiale, commerciale e finto: sono come gli abbellimenti con cui orniamo per un attimo il nostro albero di Natale, ma che nascondono per un attimo la durezza della vita.

Il Natale non è una lucina da accendere nelle nostre case per non vedere l’oscurità che ci circonda. Ora tutto questo ci sembra inopportuno, spazzato via dalla pandemia che ci riporta alla serietà drammatica della vita esposta alla morte. Ora, possiamo meglio cogliere la “severità del Natale” (Balducci). Il mondo in cui viviamo non sembra per nulla luogo della sua presenza, piuttosto un mondo segnato dalla sua assenza.

In realtà fin dalla prima apparizione di Gesù, la sua presenza è sotto il segno della inevidenza e del paradosso. Si è manifestato così, nascondendosi sotto la “gronda” della nostra umanità. Da qui dobbiamo ripartire per imparare a leggere i segni della sua vista che non cessa di bussare alla nostra porta.

Quando

Luca ci tiene a precisare la cornice storica degli avvenimenti. Descrive per primi i protagonisti della storia imperiale, cita i nomi dei potenti del tempo: Cesare Augusto, Quirinio. Sembra quasi descrivere l’impero come una scena di globalizzazione ante litteram, un potere che vuole governare la vita di tutti, controllare – questo il senso del censimento – i suoi sudditi che non possono che assoggettarsi alle sue leggi.

Gesù appare ai margini di questa storia imperiale. Egli entra in scena “fuori dai riflettori”, sconosciuto alla cronaca ufficiale, non menzionato dai libri che narrano sempre la storia dei potenti e dei vincitori. Il suo è un tempo marginale, periferico. Nessuno se ne accorge, non ne rimarrà traccia nei libri di storia del tempo, si fa presente e si nasconde.

Noi dovremmo imparare a leggere i tempi marginali, a non essere abbagliati dalla cronaca, dalla storia dei potenti. Non troveremo facilmente i segni della sua presenza nelle prime pagine dei giornali, nei racconti dei social media. Egli preferisce le narrazioni nascoste e ordinarie, quelle che non fanno clamore, quelle lontani dai riflettori.

Papa Francesco spesso parla delle “periferie della storia”, delle storie che vedono come protagonisti gli “scarti”; ecco, dovremmo essere attenti ai tempi scartati, periferici e nascosti, ordinari e comuni: sono questi i tempi di Dio, dove si manifesta e si nasconde.

Dove

Anche il “dove” è periferico. Non a Gerusalemme, nella città santa, nel centro della vicenda del popolo di Israele; non nel tempio, non nei luoghi sacri me in quelli profani. “Non c’era posto per lui”: il Signore abita dove non c’è posto.

Abita un rifugio provvisorio, che sia una stalla, una stamberga, una grotta, una “gronda”, non importa; è il non-luogo di chi non trova posto, e sarà sempre così: il Figlio non avrà dove posare il capo. Eppure, ogni luogo diventa possibile nella misura in cui qualcuno fa spazio, offre rifugio, crea spazi di ospitalità. Dove cercare il nascondiglio di Dio?

Negli spazi ordinari e profani, nei luoghi che si aprono all’ospitalità povera e provvisoria. Un “ospedale da campo” – direbbe papa Francesco – nel senso letterale del termine: là dove ogni pellegrino è accolto, ogni straniero può trovare una patria, dove le ferite trovano una cura, con mezzi poveri e insufficienti ma con dedizione generosa e gratuita.

Con chi

Infine, è paradossale e inevidente anche la compagnia che diventa casa per il Signore. Di cosa ha bisogno Dio per “mettere la sua tenda” tra di noi? Con chi condivide la propria presenza nascosta?

Direi così: una intimità aperta a degli estranei. Gli basta questo: una donna che offre il suo corpo come grembo per Dio; un uomo e una donna, che si prendono cura di un figlio; dei legami umani, degli affetti, che fanno casa per il Dio che si nasconde. Dunque, uno spazio di intimità. L’intimità è quel segreto nel quale la vita può essere custodita nel suo mistero.

Senza intimità non si può vivere, senza delle relazioni che proteggono e accolgono, che sono generative perché gratuite e capaci di dono, ogni vita – anche quella di Dio – non trova casa. La presenza nascosta di Dio abita proprio le nostre intimità. Ma non è una intimità chiusa, non è una città chiusa e una casa inaccessibile, non è uno spazio escludente.

Infatti, qualcuno – ma chi? – lo visita, diventa addirittura ospite prescelto, vista gradita. Sono i pastori, uomini anch’essi marginali, personaggi del tutto improbabili, poveri esclusi, che vivevano ai margini della città che vegliavano nella notte.

Mi sembra che questa sia una chiamata, una vocazione che riguarda le nostre comunità: “isole di fraternità”, luoghi dove si generano relazioni di intimità non escludente, spazi di comunione che, mentre ricevono il dono del Dio nascosto, accolgono la vista dei poveri e degli esclusi come gli eletti ad essere i primi annunciatori del Vangelo.

Non fraternità elettive ed esclusive, non gruppi omologati di privilegiati, ma isole di fraternità ospitale: per Dio e per gli esclusi. Uno non senza l’altro.

Forse in questo Natale non faremo celebrazioni oceaniche che ci rassicurino di essere ancora fattori determinanti della vita pubblica. Non abbiamo bisogno di pretendere dei diritti, perché il Natale è solo un dono, non un diritto.

Ci basta poco per allestire un rifugio per il Signore, che si nasconde tra noi. Ma deve essere un luogo di intimità, deve avere il calore di una famiglia, e deve tenere sempre la porta aperta per chi forse si sente, come i pastori, escluso e indegno: è per loro che teniamo il fuoco acceso, è per loro che celebriamo – fossimo anche un numero risibile – il mistero del Natale.

Forse quest’anno non potremo fare grandi cenoni natalizi dove allestire la commedia delle famiglie felici, dove scambiarci doni superflui con logiche consumistiche. Ma il segreto di ogni casa, ogni affetto fragile, a volte ferito, può diventare il luogo dove il Signore pone la sua tenda.

Il dono è lui, lui il pane che nutre le nostre vite, il sorriso che tiene viva la gioia. Per una vita che nasce, per un Figlio che chiede ospitalità nella nostra umana natura, non servono grandi cose, solo presenze discrete ma vere, che con il poco che hanno danno il tutto di sé.

E sarà Natale, forse come non mai.

Sentimenti del nostro tempo: coraggio di vivere e morire.

(dal Sito SETTIMANANEWS)

di: 
 

Il numero cui diamo subito attenzione nel consueto bollettino della pandemia diramato ogni giorno verso sera sono morti di quel dì, sempre tanti, sempre troppi. Sempre a dirci, in verità, che in questa partita siamo perdenti, e non solo perché quei maledetti numeri sono maledettamente alti.

A questa costatazione di fallimento rispondiamo con le precauzioni, negazionisti permettendo o loro esclusi, ma soprattutto con la speranza di arrivare il più presto possibile al vaccino che ci immunizzerà tutti. E torneremo così «a riveder le stelle». Assieme, naturalmente, senza più divieti di assembramento e coprifuoco.

Per vivere (e non sopravvivere)

Tutto ciò infonde coraggio. O è coraggio, quel misto di sensazioni/emozioni che di solito ha tale paradossale genesi: nasce dal suo contrario, la paura, e dal disappunto legato alla sensazione di poter far ben poco per eliminarne la causa (in tal caso la prospettiva della morte); il coraggio, tenue all’inizio, è comunque nel farlo tutto quel poco, fino in fondo.

È così che il coraggio aumenta, quasi autoalimentandosi, tanto più se il gesto è condiviso da altri; mentre il tipo coraggioso sperimenta – quasi per incanto – che quel poco cresce via via come possibilità d’azione, va oltre quel che egli pensava d’esser capace di fare; e lo provoca ad alzare ancora l’asticella, a non cessare di dar sempre il massimo di sé, anche osando e rischiando, pagando di persona…

Il coraggio, allora, diventa sempre più quell’atteggiamento positivo con cui si affronta una situazione di pericolo, o con cui si tende a uno scopo dal raggiungimento difficoltoso e incerto.

Tutti vediamo quanto oggi ci sia bisogno di coraggio. E di coraggio per vivere e non sopravvivere o tirare a campare: c’è bisogno di coraggio per amare e lasciarsi amare, per sposarsi e fidarsi d’un altro, per fare un figlio e poi essergli davvero padre o madre… Tanto più per affrontare l’attuale situazione drammatica, che ci confronta ogni giorno con la paura più grande, quella della morte. Ma forse qui abbiamo bisogno d’un altro coraggio.

Per morire (e non crepare)

Il titoletto, specie il verbo tra parentesi, suona macabro e fuori luogo, ma non è eventualità così remota. Per questo non basta il coraggio di vivere, è necessario il coraggio di morire, o quell’atteggiamento interiore che ci consente di andare incontro alla morte con dignità e capacità di darle senso, di non subirla, né sentirla come rapina, ingiustizia, maledizione, destino beffardo…

Tale coraggio non nasce dalla paura, ma dall’accoglienza della vita come dono del tutto gratuito e immeritato, così ricco e intenso da render il vivente capace di far dono a sua volta della propria vita. E di andare incontro alla morte come la logica e inevitabile conclusione d’una esistenza vissuta pienamente, al massimo, dandole il senso più vero e più bello che l’uomo le possa mai dare, cioè generando “vita”, facendosi carico dell’altro, spendendosi: chi si dona e lo fa in modo molto concreto, infatti, “deve” morire prima o poi, perché l’amore ha una struttura pasquale, ma sarà lui che andrà incontro alla morte, non questa che gli capiterà all’improvviso, come un ladro, quando men se l’aspetta. Un po’ come Gesù («la mia vita nessuno me la toglie, io la do da me stesso», Gv 10,18).

La morte diventa allora “sorella morte”, conferma definitiva del proprio essersi donati, e compimento naturale del senso fondamentale dell’esistere umano: la vita è un bene ricevuto che tende, per natura sua, a divenire bene donato.

Chi invece non capisce questo e s’ostina egoista a tenersi la vita ben stretta nelle proprie mani, costui non muore, “crepa”. Ovvero: non ha avuto il coraggio di vivere, non avrà nemmeno la dignità di morire. Sarà dominato e soffocato dalla paura!

“Non andrà tutto bene”

Il coraggio di cui parliamo non è allora banale ottimismo che vuol credere a tutti i costi che anche stavolta ce la faremo, o temerarietà di chi nega tutto o non ha il senso del rischio, né è solo impegno pur benemerito a trovare rimedi, tanto meno è solo pregare e impetrare da Dio la grazia di non beccarsi il virus o di venirne fuori presto…

Il coraggio credente davvero non viene dalla paura, ma da quella fiducia che consente di guardare al futuro non pretendendo che “tutto andrà bene”, ma sapendo con assoluta certezza che Dio sarà al mio fianco, che non mi lascerà solo, nemmeno se sarò isolato-intubato in una camera d’ospedale, e mi darà la forza in ogni caso di vivere i miei giorni riempiendoli di luce… perché è Dio fedele, amico affidabile, mani sicure, garanzia d’un amore più forte della morte. Mi posso fidare di lui!

Non solo mi darà una vita oltre la morte, ma già ora mi dà di vivere una vita piena e generosa, ricca di amore e senza paure, persino libera di andare incontro alla morte… Una vita già eterna!

Diventare fratello

(dal Sito MONASTERO DI BOSE)

Troppo facilmente si dimentica che la vita di Charles de Foucauld è stata, come quella di ogni uomo, un lungo divenire, un’evoluzione. Quando egli si presenta come “il fratello universale”, arrivando a Beni Abbès, è un ideale notevole quello a cui ambisce, e l’unica motivazione che sa dare a una simile pretesa è la preghiera a cui invita fin dall’inizio i propri più stretti corrispondenti: “Pregate Dio perché io sia veramente il fratello di tutte le anime di questo paese”. Se nel resto dei suoi giorni non dirà più di voler diventare “fratello universale”, probabilmente è perché si è fatto più realista. Quando fin dal principio ci si proclama amici universali, ogni amore particolare appare come una restrizione posta all’amore universale. Ma per diventare fratello di tutti, bisogna cominciare a essere fratello di qualcuno: non è possibile amare tutti allo stesso modo. …

Con il trascorrere dei giorni, esperienza dopo esperienza, frère Charles ha imparato che cosa volesse dire “essere fratello”, e “fratello di ciascuno”. Essere fratello universale significa essere fratello di tutti, senza escludere nessuno. … A Beni Abbès sono persone in carne e ossa a bussare alla sua porta, e il “senza eccezione” assume ogni giorno un volto concreto e differente. L’amore universale si dà solo nel particolare, nell’amore per chi è qui davanti a me, e non nel darsi pensiero per chi è lontano, per chi non ho mai visto. Se non è facile diventare fratello, è ancora più difficile diventare fratello di tutti, senza escludere nessuno. Incorreremmo in un errore molto comune tra gli agiografi se volessimo far intendere che tutto questo sia avvenuto senza lotta e senza progresso. … Ad ogni modo, essere “fratello universale” non fu una scusa per non essere di nessuno, adducendo come pretesto di voler amare tutti …

La grazia, il carisma di Charles de Foucauld non è l’universalità. È anzitutto la fraternità, che è altresì amicizia: “amico e fratello universale”. Essere fratello universale significa anzitutto essere fratello, prima di spostare l’attenzione sull’universale. Dunque egli giunse a vivere la fraternità attraverso concreti rapporti di amicizia, come del resto aveva teorizzato così bene prescrivendo ai suoi eventuali compagni che divenissero “fratelli e amici universali”. Ed è nella prospettiva delle relazioni amicali che ... spiegherà come debba essere concretamente perseguita la fraternità tra gli uomini.

Essere fratello universale non significa essere fratello unicamente delle anime, come agli inizi frère Charles sembrerebbe credere, almeno a leggere in modo ingenuo il suo linguaggio. Ma non vuol dire neppure amare globalmente e in modo generico. … È opportuno ricordare a tal proposito un insegnamento che risale al tempo del suo soggiorno a Nazaret, e che probabilmente mise in pratica a Beni Abbès e a Tamanrasset:

Sforziamoci di avere un’infinita delicatezza nella nostra carità; non limitiamoci ai grandi servizi, ma coltiviamo quella tenera delicatezza capace di curare i dettagli e che sa riversare con gesti da nulla tanto balsamo nei cuori ... Allo stesso modo entriamo, anche con coloro che vivono accanto a noi, nei piccoli dettagli della loro salute, della loro consolazione, delle loro preghiere, dei loro bisogni: consoliamo, rechiamo sollievo con le attenzioni più minute; per coloro che Dio ci mette accanto sforziamoci di avere quelle tenere, delicate, piccole attenzioni che avrebbero tra di loro due fratelli pieni di delicatezza, e delle madri piene di tenerezza per i loro figli, al fine di consolare per quanto ci è possibile tutti coloro che ci attorniano ed essere per loro fonte e balsamo di consolazione, come lo fu sempre nostro Signore per tutti quelli che lo avvicinavano ... Quanta consolazione, quanta dolcezza seppe portare a tutti coloro che gli si avvicinavano; anche noi, per quanto ci è dato, dobbiamo sforzarci di somigliargli in questa come in altre cose, passando per le vie di questo mondo santificando, consolando, recando sollievo il più possibile agli uomini.

Bisognerebbe raccontare una serie di episodi della sua vita a Tamanrasset per illustrare questa meditazione sul vangelo. E la sua corrispondenza è la costante dimostrazione di questa delicatezza piena di attenzione che si può dire sia veramente stata un suo dono peculiare.

(da Antoine Chatelard, Charles de Foucauld. Verso Tamanrasset, Qiqajon 2002, pp. 146-157)

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