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Francavilla al Mare - Chieti

“Forse in punto di morte qualcuno mi terrà la mano”

Il cardinale Martini e l’aldilà:

“Forse in punto di morte qualcuno mi terrà la mano”

(Dal blog ALETEIA)

Gelsomino Del Guercio | Set 03, 2020

In un libro intervista postumo, il cardinale e già arcivescovo di Milano parlava dell’altro mondo e dell’incontro con la morte

Rappresenta il testamento spirituale del cardinale Carlo Maria Martini (1927-2012) il libro “Conversazioni notturne a Gerusalemme” scritto con Georg Sporschill (il gesuita austriaco che lo ha intervistato).

Dalle risposte del cardinale, che si era già ritirato, emerge una totale consonanza con l’approccio pastorale di Papa Francesco, come si può cogliere dalle risposte che riportiamo qui sotto. L’intervista risale al 2007 quando il religioso di lingua tedesca si è recato in Terra Santa dall’arcivescovo emerito di Milano che era ormai a riposo (Faro di Roma, 1 settembre).

Un calcolo che fa trasparire “apprensione”

Il cardinale Martini si interroga sul senso della vita e spiega quale è il suo pensiero sulla morte.

«Ho superato gli ottant’anni, a questo punto alcune cose sono prevedibili. Sappiamo quanti anni sono concessi all’uomo. La Bibbia dice che, quando va bene, sono ottanta (cfr. Sai 90). Questo calcolo lascia trasparire un po’ di apprensione. Ne risulta il progetto di far sì, nel lavoro e nelle relazioni, che tutto prosegua bene. Ciò che inizio, altri devono poterlo portare avanti».

Le pretese di Dio

Martini ammette: «Ho delle esitazioni quando vedo come gli anziani si ammalano, hanno dolori, dipendono dagli altri. A questo proposito esiste un racconto indiano secondo il quale la vita si svolge in quattro fasi. Dapprima impariamo, poi insegniamo, poi ci ritiriamo e impariamo a tacere e nella quarta fase l’uomo impara a mendicare». «Io parto dal principio – prosegue – che Dio non pretenda troppo da me: sa cosa possiamo sopportare. Forse in punto di morte qualcuno mi terrà la mano. Mi auguro di riuscire a pregare. Noi ci esercitiamo a pregare. Mi fa sentire di essere al sicuro vicino a Dio. La morte non può privare di questa sensazione di sicurezza».

L’aldilà e la comunione dei santi

Sull’aldilà, il cardinale ha le idee chiare: «L’altro mondo, verso il quale procede la nostra vita, possiamo già oggi consolidarlo in noi vivendo non per noi, ma per gli altri, percependo la comunione dei santi. I miei genitori sono morti già da molto tempo, eppure non li dimentico. Sono loro grato. Posso parlare con loro. È una bella usanza accendere un cero per i morti. Invecchiando si hanno sempre più amici nell’altro mondo, più che in questo. Nella Santa messa siamo in mezzo alla comunione dei santi».

“Abbiamo una famiglia spirituale”

Intorno a Gesù, conclude Martini, «si riuniscono i nostri cari che sono presso Dio, proprio come le persone con cui viviamo e lavoriamo. E soprattutto le persone che vorremmo ringraziare. Abbiamo una famiglia spirituale, i bambini di strada forse lo sanno apprezzare più di noi che abbiamo potuto avere un’infanzia protetta. I veri benefattori non danno ai bambini solo soldi, ma anche la sicurezza della loro partecipazione e delle loro preghiere».

«Si narra – è la chiosa del compianto cardinale – di un teologo protestante che in punto di morte disse alla moglie: per tutta la vita ho riflettuto su Dio e sull’aldilà, ora non so più nulla. Eccetto che, perfino nella morte, sono al sicuro. Questa è anche la mia speranza».

I laici e la spiritualità del feriale

di: Pietro Groccia e Angelo Palmieri

Gli squilibri del mondo contemporaneo “si collegano con quel più profondo squilibrio he è radicato nel cuore dell’uomo” (GS 10). Nonostante il progredire delle ricerche scientifiche ed una maggiore diffusione del benessere nel mondo, in tanti ambiti, restano ancora senza risposta gli interrogativi più profondi sul dolore, sulle ingiustizie, sulla dignità calpestata della persona, sul senso dell’esistenza, sui diritti fondamentali in più parti conculcati.

I processi di secolarizzazione e di globalizzazione in atto hanno generato nel nostro tempo una ischemia verticale non solo dei valori cristiani ma anche del senso religioso ed etico della vita. Nel difficile momento storico che stiamo attraversando, caratterizzato da forti mutamenti economici, socio-culturali-politici e religiosi, «stiamo vivendo un mutamento d’epoca, più che un’epoca di mutamenti»[1], è urgente ripensare coraggiosamente a nuovi modelli culturali, con l’obiettivo di rifondare eticamente ogni forma dell’agire umano.

Castellucci Erio

UN RITORNO ALL’ESSENZIALE
E ALL’ANNUNCIO DEL VANGELO
Va avviata una dieta pastorale che non riguardi solo le strutture
di Erio Castellucci, vescovo di Modena-Nonantola


«Neanche un prete per chiacchierar»; «e anche i preti potranno sposarsi, ma soltanto a
una certa età». Le voci inconfondibili di Adriano Celentano e Lucio Dalla scattano due rapide istantanee sulla figura del prete, puntando l’attenzione su due aspetti rilevanti: il calo delle vocazioni e la scelta del celibato.
Se Azzurro (1968) rifletteva la situazione dell’oratorio, dove di solito un prete giovane animava i pomeriggi dei ragazzi, L’anno che verrà (1979) sembra profetizzare le polemiche degli ultimi mesi a seguito del Sinodo per l’Amazzonia.
Sono, infatti, queste le due “emergenze” che ormai da tempo l’opinione pubblica coglie nella figura dei preti. Effettivamente, il calo numerico, anche in Italia, si presenta evidente, fino ad assumere in alcune zone i tratti di un crollo, senza poter immaginare a breve un’inversione di tendenza.
E la scelta celibataria, benché da alcuni collegata indebitamente ai casi di pedofilia, è certamente più difficile per molti e meno comprensibile rispetto a decenni fa, anche a motivo del diffuso
clima edonistico.
In che senso, dunque, il prete è una figura “in veloce trasformazione”?
Limitandoci al nostro Paese, possiamo dire che lo è per il semplice fatto che la società sta velocemente mutando: e il prete non può rimanere “immobile”, perché il ministro ordinato è a servizio
della comunità. Il prete non è un soldato posto a difesa di un bastione, ma è un fratello maggiore posto a custodia di una famiglia.
Mentre una fortezza rimane stabile e richiede al massimo qualche restauro, la famiglia è segnata da cambiamenti continui. Il prete, quindi, deve cambiare, perché cambia la comunità della quale si
è posto a servizio. Se vuole farsi testimone efficace di un Vangelo perenne, deve accogliere la sfida di annunciarlo, in modo rinnovato, nei sentieri e negli angoli sempre mutevoli della storia.
Anche in Italia è mutato lo scenario complessivo. Al Convegno di Firenze (2015), Francesco ci ha ricordato che non stiamo vivendo una semplice epoca di cambiamenti, ma un vero e proprio cambiamento d’epoca. È finita l’epoca della “cristianità”, come ha ribadito alla Curia
romana nel dicembre scorso. Probabilmente sta mutando il concetto stesso di “uomo”, si sta diffondendo un’antropologia che non lo riconosce più spontaneamente come persona dotata di un’intrinseca dignità. E si confondono anche i confini dell’umano, da una parte con quelli della macchina e dall’altra con quelli del resto della natura. Fatichiamo a prendere atto di questi
scenari, effettivamente inquietanti. Ed esitiamo, quindi, ad assumere nuovi stili pastorali.
San Paolo si colloca tra gli “amministratori dei misteri di Dio” (cf 1Cor 4,1). Per lui “amministrare” rimandava all’annuncio del Vangelo.
Oggi un presbitero o un vescovo, quando si qualificano “amministratori”, pensano a tutt’altro: al bilancio, alla gestione della casa canonica, alla manutenzione della chiesa (o, più spesso, delle chiese)… La stessa parola è scivolata dal contesto della missione a quello della gestione.

Un vescovo scrive agli evasori fiscali

Egregi evasori fiscali, (e-gregio vuol dire infatti “fuori, al di sopra del gregge”, della gente comune) da vescovo più giovane e da presidente di Pax Christi, Movimento internazionale per la pace, m’era venuto di scrivere ai politici del tempo – ad esempio al democristiano Benigno Zaccagnini e al comunista Enrico Berlinguer – invitandoli a essere coerenti con le loro scelte politiche e convergenti al bene della nazione, ora, al termine della mia vita (ho ormai più di 96 anni), mi viene di scrivere una lettera a voi. La pandemia che stiamo vivendo ci ha obbligati a vivere più ritirati, quindi più pensosi per la nostra vita personale e per il bene della collettività. Ed è così, ad esempio, che ci siamo resi conto del lavoro delle varie mafie che, attente a evitare situazioni più clamorose, come quelle che finiscono in uccisioni e stragi, sfruttano la situazione per aumentare le loro ricchezze, ad esempio con prestiti a usura a chi non riesce a trovare mezzi legali per sovvenire alla mancanza di danaro causata dalla limitazione del lavoro o dalla sua perdita. Al contrario, v’è chi arriva a frodare per avere sovvenzioni a cui non ha diritto. Questo ci ha fatto pensare come le limitazioni, sia del sistema sanitario antecedente come dei provvedimenti per arginare l’espandersi della pandemia e frenare le crisi dell’industria e delle aziende, derivi anche dalle minori disponibilità economiche dovute anche a quanto viene evaso da chi non paga le tasse, soprattutto di chi, con la ricchezza, riesce a trovare i mezzi per portare i suoi beni nei cosiddetti paradisi fiscali.

La solidarietà è reato? NON FARE PER GLI ALTRI MA ESSERE L’ALTRO

( A R T . D A L B L O G C H I E S A D I T U T T I C H I E S A D E I P O V E R I )

Per far fronte alle nuove esigenze Volontariato e solidarietà devono passare dal pensiero della sussidiarietà al pensiero della sostituzione. Non basta supplire alle esigenze dell’altro, occorre scambiarsi con gli altri, far proprie le loro sofferenze, lenirle e curarle. Una lettura messianica della crisi
Raniero La Valle

 

Relazione tenuta da Raniero La Valle il 29 aprile 2019 alle giornate di studio sul volontariato dell’Associazione Luciano Tavazza sul tema “La solidarietà è reato? Le nuove profezie del volontariato”

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