Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

Diventare fratello

(dal Sito MONASTERO DI BOSE)

Troppo facilmente si dimentica che la vita di Charles de Foucauld è stata, come quella di ogni uomo, un lungo divenire, un’evoluzione. Quando egli si presenta come “il fratello universale”, arrivando a Beni Abbès, è un ideale notevole quello a cui ambisce, e l’unica motivazione che sa dare a una simile pretesa è la preghiera a cui invita fin dall’inizio i propri più stretti corrispondenti: “Pregate Dio perché io sia veramente il fratello di tutte le anime di questo paese”. Se nel resto dei suoi giorni non dirà più di voler diventare “fratello universale”, probabilmente è perché si è fatto più realista. Quando fin dal principio ci si proclama amici universali, ogni amore particolare appare come una restrizione posta all’amore universale. Ma per diventare fratello di tutti, bisogna cominciare a essere fratello di qualcuno: non è possibile amare tutti allo stesso modo. …

Con il trascorrere dei giorni, esperienza dopo esperienza, frère Charles ha imparato che cosa volesse dire “essere fratello”, e “fratello di ciascuno”. Essere fratello universale significa essere fratello di tutti, senza escludere nessuno. … A Beni Abbès sono persone in carne e ossa a bussare alla sua porta, e il “senza eccezione” assume ogni giorno un volto concreto e differente. L’amore universale si dà solo nel particolare, nell’amore per chi è qui davanti a me, e non nel darsi pensiero per chi è lontano, per chi non ho mai visto. Se non è facile diventare fratello, è ancora più difficile diventare fratello di tutti, senza escludere nessuno. Incorreremmo in un errore molto comune tra gli agiografi se volessimo far intendere che tutto questo sia avvenuto senza lotta e senza progresso. … Ad ogni modo, essere “fratello universale” non fu una scusa per non essere di nessuno, adducendo come pretesto di voler amare tutti …

La grazia, il carisma di Charles de Foucauld non è l’universalità. È anzitutto la fraternità, che è altresì amicizia: “amico e fratello universale”. Essere fratello universale significa anzitutto essere fratello, prima di spostare l’attenzione sull’universale. Dunque egli giunse a vivere la fraternità attraverso concreti rapporti di amicizia, come del resto aveva teorizzato così bene prescrivendo ai suoi eventuali compagni che divenissero “fratelli e amici universali”. Ed è nella prospettiva delle relazioni amicali che ... spiegherà come debba essere concretamente perseguita la fraternità tra gli uomini.

Essere fratello universale non significa essere fratello unicamente delle anime, come agli inizi frère Charles sembrerebbe credere, almeno a leggere in modo ingenuo il suo linguaggio. Ma non vuol dire neppure amare globalmente e in modo generico. … È opportuno ricordare a tal proposito un insegnamento che risale al tempo del suo soggiorno a Nazaret, e che probabilmente mise in pratica a Beni Abbès e a Tamanrasset:

Sforziamoci di avere un’infinita delicatezza nella nostra carità; non limitiamoci ai grandi servizi, ma coltiviamo quella tenera delicatezza capace di curare i dettagli e che sa riversare con gesti da nulla tanto balsamo nei cuori ... Allo stesso modo entriamo, anche con coloro che vivono accanto a noi, nei piccoli dettagli della loro salute, della loro consolazione, delle loro preghiere, dei loro bisogni: consoliamo, rechiamo sollievo con le attenzioni più minute; per coloro che Dio ci mette accanto sforziamoci di avere quelle tenere, delicate, piccole attenzioni che avrebbero tra di loro due fratelli pieni di delicatezza, e delle madri piene di tenerezza per i loro figli, al fine di consolare per quanto ci è possibile tutti coloro che ci attorniano ed essere per loro fonte e balsamo di consolazione, come lo fu sempre nostro Signore per tutti quelli che lo avvicinavano ... Quanta consolazione, quanta dolcezza seppe portare a tutti coloro che gli si avvicinavano; anche noi, per quanto ci è dato, dobbiamo sforzarci di somigliargli in questa come in altre cose, passando per le vie di questo mondo santificando, consolando, recando sollievo il più possibile agli uomini.

Bisognerebbe raccontare una serie di episodi della sua vita a Tamanrasset per illustrare questa meditazione sul vangelo. E la sua corrispondenza è la costante dimostrazione di questa delicatezza piena di attenzione che si può dire sia veramente stata un suo dono peculiare.

(da Antoine Chatelard, Charles de Foucauld. Verso Tamanrasset, Qiqajon 2002, pp. 146-157)

Il miracolo del povero

Il miracolo del povero

Il 15 novembre è la giornata che Papa Francesco ha deciso di dedicare ai poveri, portatori sani di bellezza e stupore.
Il tema per la IV giornata mondiale dei poveri è: Tendi la tua mano al povero. Nel messaggio della giornata, il Papa scrive: «Tenere lo sguardo rivolto al povero è difficile, ma quanto mai necessario per imprimere alla nostra vita personale e sociale la giusta direzione. Tendere la mano fa scoprire, prima di tutto a chi lo fa, che dentro di noi esiste la capacità di compiere gesti che danno senso alla vita».
 
Ricordo che era inverno, fuori c’erano 3 gradi e io accompagnai in strada un gruppetto di ragazzi tra i 16 e i 18 anni che mi avevano chiesto di unirsi all’unità di strada.
Sul marciapiede, con quel freddo che ti entrava nelle ossa, vidi Marco, un uomo sulla cinquantina che avevo già incontrato qualche volta. Se ne stava lì, con la sua coperta che sembrava troppo leggera per quell’aria così pungente e per coprire quel cartone adibito a letto.
Facendo attenzione a non spaventarlo, mi abbassai e gli sfiorai la gamba per svegliarlo, chiamandolo per nome. Come aprì gli occhi, tra le lacrime ci ringraziò perché non ci eravamo dimenticati di lui e perché gli avevamo portato la cena.
In quell’istante mi girai e vidi quei giovani che erano con me che in modo naturale si erano inginocchiati in cerchio, avevano preso i panini e stavano iniziando a condividere la cena con lui.
Mi colpì come di fronte a quel corpo infreddolito, martoriato, sofferente, quei ragazzi non fossero riusciti a fare a meno di mettersi in ginocchio. Tornando a casa alcuni di loro mi dissero che sentivano un fuoco dentro, come qualcosa che gli ardeva nel cuore.
Ricordo quella sera in cui portai Francesco, un bimbo di 9 anni, a mangiare una pizza. Una cosa per noi normale, ma che Francesco, affetto da tetraparesi spastica, non aveva mai fatto perché suo papà si vergognava della disabilità del figlio. In pizzeria Francesco scelse la quattro stagioni: quando arrivò la pizza, Francesco saltò letteralmente fuori dalla sedia a rotelle perché era felice. Io e miei amici rimanemmo sbalorditi: quella semplice pizza aveva riempito i suoi occhi di gioia.

Fu quello il momento in cui iniziai a capire quanto fosse necessario stare con persone come lui, perché sono portatori sani di bellezza e di stupore.
E ricordo anche Lucia, una ragazza di 30 anni sulla sedia a rotelle dalla nascita e con un problema di obesità. Un giorno la portai al mare con degli amici. La convincemmo a farsi il bagno, anche se lei non voleva, la mettemmo nel salvagente e appena entrati in acqua Lucia scoppiò a piangere e ci disse che era il giorno più bello della sua vita, perché non era mai entrata in acqua.
A distanza di anni ricordo ancora quell’emozione, da far tremare le gambe: verrebbe da chiedersi come sia possibile che il far fare il bagno ad una ragazza disabile faccia emozionare così tanto. In nessun libro di scuola lo avevo imparato, ma scoprii che era un segreto insito in fratelli come Lucia, o come Francesco.
È il miracolo del povero e avviene attraverso la condivisione diretta.
 
 
 

Un Dio capovolto

di: 

Siamo qui, Gesù, al cimitero.

Il luogo del riposo. I cristiani sono sempre stati convinti di non finire nel nulla. Terminavano la vita terrena addormentandosi nel cuore di Gesù.

Siamo qui, ma non siamo nati qui. Tutti i nostri cari non sono nati qui. Non sono nati qui i Patriarchi, i Profeti, Maria, gli apostoli, i martiri e i confessori della fede. Siamo nati da un dono che il Padre ti ha fatto, Gesù. «Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me», hai detto nel vangelo.

Siamo venuti al mondo nella Gerusalemme terrena.

Gerusalemme che ti ha visto insegnare, discutere, celebrare l’Ultima Cena, donarci il tuo corpo e il tuo sangue, farci dono della tua passione, morte e risurrezione. Gerusalemme doveva essere città di pace, ‘ir shalom. Si è rivelata città che divora i suoi figli e mette a morte i suoi profeti. Sono le nostre città terrene che anche oggi ci portano smarrimento, disorientamento, paura e incertezza sul futuro. Sirene lacerano l’aria, maschere nascondono i nostri volti, ma proteggono la vita nostra e quella dei nostri fratelli.

La nostra vita è stravolta. Distanziati, ma uniti. Vogliamo restare tuoi fratelli, i fratelli di Gesù risorto: «Andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno», hai detto (Mt 28,10). Dobbiamo tornare, Gesù, alla Galilea dove siamo nati come tuoi discepoli. La pandemia ha dato una bella scossa alla nostra presunzione di essere autosufficienti.

Non possiamo più pensare di nascondere la morte dalla nostra vita, pensando di rimanere eternamente giovani e sani come ci vuole la pubblicità. La giornata di oggi ci fa pensare alle cose importanti. Solo chi ama colui che incontrerà alla fine dei suoi giorni vive bene anche la sua vita. Dobbiamo rimanere umani e diventare di nuovo credenti, affidati totalmente a te.

La volontà del Padre è che tu non cacci via nessuno di noi, neanche la persona che non pensa mai a te e che ti ha escluso per sempre dal suo orizzonte mentale. Il Padre che ti ha inviato non vuole che tu perda nessuno di noi, nessuno dei nostri cari che ci hanno preceduto nella vita. Loro già vedono il tuo volto e godono del tuo amore con la loro persona, il loro spirito, il loro amore. Sono loro, anche se il loro corpo risorgerà quando tu ci radunerai tutti insieme alla fine dei tempi.

Siamo qui, al cimitero. 

Noi e i nostri cari defunti. La parola defunti indica coloro che hanno esaurito il tempo della loro vita terrena. Ma per noi sono vivi, sono vivi in Dio, non sono morti.

Tu ci hai detto appena ora nel Vangelo: «Questa è infatti la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna». Tu non puoi aver ingannato Maria tua madre, e gli apostoli e tutti i tuoi discepoli. Noi vediamo te con gli occhi della fede. Con tutto l’amore del nostro cuore, della nostra coscienza e della nostra volontà noi crediamo in te, nostro Salvatore e Signore, amante della vita.

Nel vangelo che abbiamo ascoltato tu ci prometti la vita eterna, non ci parli di vita futura. Verrà il tempo della risurrezione di tutti noi, con i nostri corpi, ma fin da adesso siamo tutti tuoi, felicemente tuoi. Tu ci dai adesso la vita eterna. È la tua vita, la vita del Figlio di Dio. La possibilità di vivere non secondo i tristi criteri del nostro mondo, ma secondo lo Spirito dell’amore. Vivere secondo le beatitudini, vivere da santi della porta accanto.

Vediamo tombe davanti a noi, ma ai nostri occhi splendono persone e vite.

Attraverso il tuo grande apostolo san Paolo ci hai detto che ci hai amato fino al dono della vita quando ancora eravamo deboli, non amabili, empi, nemici tuoi. Nessun uomo è capace d’amare così. Solo il cuore di uomo che è anche Figlio di Dio. La tua morte si è trasformata per noi in vita, pace, riconciliazione. Siamo sicuri che Dio Padre è per sempre dalla nostra parte e niente potrà mai separarci più dal tuo amore per noi. Questo ci dà grande pace.

Siamo qui. Al cimitero. 

Siamo vivi noi e vivi i nostri cari che abbiamo davanti. Siamo avvolti da una nuvola di fede e di pace, perché sentiamo che la nostra vera città non è la Gerusalemme della terra.

Il libro della Rivelazione, dell’Apocalisse, ci ha rivelato un mondo capovolto, un Dio capovolto. La nostra città sale dalla terra della fatica, delle lacrime e del lutto, delle sirene delle autombulanze. Gerusalemme di chi muore per malattia, a volte da solo, e di chi muore per la vita, perché ha amato tanto, ha amato con tutto se stesso. È una Gerusalemme che sale dalla storia adornata da te come la tua fidanzata ufficiale. Abbellita dei doni dello Spirito, della vita santa di tanti credenti, delle sofferenze e delle lacrime di giovani e anziani raccolte nell’otre del tuo amore, che non ne perde neppure una goccia (cf. Sal 56,9).

Viviamo nella Gerusalemme della terra.

Nello stesso tempo sentiamo che non siamo moribondi, ma vivi. Scendiamo dal cielo, dalla Gerusalemme celeste, la nostra patria, la nostra vera vita che sei tu. Dal cielo che è la vita di Dio Padre tu ci fai scendere come sposa bellissima, preparata per la vita di unione piena con te. Siamo tuoi, siamo la tua sposa.

Non moriamo.

Viviamo in modo diverso, ma niente ci può privare della vita. La tenda del tuo amore ci copre. È il baldacchino di nozze che ancora oggi usano i nostri fratelli ebrei nel giorno del loro matrimonio. Tu abiterai per sempre nella tenda che ti sei costruito per riunirci tutti stretti a te. Una vita sponsale, amorosa, feconda. Ci sono certo i travagli del parto. Ci sono le ferite e i dolori di una vita che non è ancora il paradiso. San Paolo ci ricorda e ci consola: «Se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore» (Rm 14,8).

«Riposa in pace», diciamo ai nostri cari che iniziano a vivere una vita diversa nella stanza vicina alla nostra. “Vivi in Dio”, ho sempre preferito dire ai miei cari: familiari, parenti, benefattori, confratelli e amici…

Dove siamo? Al cimitero? 

Nella Gerusalemme della terra impaurita e minacciata dall’egoismo e dalla chiusura in se stessi? No! La fede nella parola di Dio che abbiamo appena ascoltato ci dice che siamo nell’amore del Cuore di Gesù. Lui ci fa vivere in due modi diversi, ma non separati. Il corpo di Cristo che riceveremo fra poco nella comunione ci farà vivere la vita eterna; basta che lo vogliamo.

Il Cuore di Cristo ci attira a sé. Ha già attirato a sé la vita dei nostri cari defunti.

Noi ti amiamo Gesù, vita nostra. Ci aggrappiamo al tuo cuore.

Sappiamo bene che tu non ti lasci mai vincere nel fare i tuoi regali

“Forse in punto di morte qualcuno mi terrà la mano”

Il cardinale Martini e l’aldilà:

“Forse in punto di morte qualcuno mi terrà la mano”

(Dal blog ALETEIA)

Gelsomino Del Guercio | Set 03, 2020

In un libro intervista postumo, il cardinale e già arcivescovo di Milano parlava dell’altro mondo e dell’incontro con la morte

Rappresenta il testamento spirituale del cardinale Carlo Maria Martini (1927-2012) il libro “Conversazioni notturne a Gerusalemme” scritto con Georg Sporschill (il gesuita austriaco che lo ha intervistato).

Dalle risposte del cardinale, che si era già ritirato, emerge una totale consonanza con l’approccio pastorale di Papa Francesco, come si può cogliere dalle risposte che riportiamo qui sotto. L’intervista risale al 2007 quando il religioso di lingua tedesca si è recato in Terra Santa dall’arcivescovo emerito di Milano che era ormai a riposo (Faro di Roma, 1 settembre).

Un calcolo che fa trasparire “apprensione”

Il cardinale Martini si interroga sul senso della vita e spiega quale è il suo pensiero sulla morte.

«Ho superato gli ottant’anni, a questo punto alcune cose sono prevedibili. Sappiamo quanti anni sono concessi all’uomo. La Bibbia dice che, quando va bene, sono ottanta (cfr. Sai 90). Questo calcolo lascia trasparire un po’ di apprensione. Ne risulta il progetto di far sì, nel lavoro e nelle relazioni, che tutto prosegua bene. Ciò che inizio, altri devono poterlo portare avanti».

Le pretese di Dio

Martini ammette: «Ho delle esitazioni quando vedo come gli anziani si ammalano, hanno dolori, dipendono dagli altri. A questo proposito esiste un racconto indiano secondo il quale la vita si svolge in quattro fasi. Dapprima impariamo, poi insegniamo, poi ci ritiriamo e impariamo a tacere e nella quarta fase l’uomo impara a mendicare». «Io parto dal principio – prosegue – che Dio non pretenda troppo da me: sa cosa possiamo sopportare. Forse in punto di morte qualcuno mi terrà la mano. Mi auguro di riuscire a pregare. Noi ci esercitiamo a pregare. Mi fa sentire di essere al sicuro vicino a Dio. La morte non può privare di questa sensazione di sicurezza».

L’aldilà e la comunione dei santi

Sull’aldilà, il cardinale ha le idee chiare: «L’altro mondo, verso il quale procede la nostra vita, possiamo già oggi consolidarlo in noi vivendo non per noi, ma per gli altri, percependo la comunione dei santi. I miei genitori sono morti già da molto tempo, eppure non li dimentico. Sono loro grato. Posso parlare con loro. È una bella usanza accendere un cero per i morti. Invecchiando si hanno sempre più amici nell’altro mondo, più che in questo. Nella Santa messa siamo in mezzo alla comunione dei santi».

“Abbiamo una famiglia spirituale”

Intorno a Gesù, conclude Martini, «si riuniscono i nostri cari che sono presso Dio, proprio come le persone con cui viviamo e lavoriamo. E soprattutto le persone che vorremmo ringraziare. Abbiamo una famiglia spirituale, i bambini di strada forse lo sanno apprezzare più di noi che abbiamo potuto avere un’infanzia protetta. I veri benefattori non danno ai bambini solo soldi, ma anche la sicurezza della loro partecipazione e delle loro preghiere».

«Si narra – è la chiosa del compianto cardinale – di un teologo protestante che in punto di morte disse alla moglie: per tutta la vita ho riflettuto su Dio e sull’aldilà, ora non so più nulla. Eccetto che, perfino nella morte, sono al sicuro. Questa è anche la mia speranza».

I laici e la spiritualità del feriale

di: Pietro Groccia e Angelo Palmieri

Gli squilibri del mondo contemporaneo “si collegano con quel più profondo squilibrio he è radicato nel cuore dell’uomo” (GS 10). Nonostante il progredire delle ricerche scientifiche ed una maggiore diffusione del benessere nel mondo, in tanti ambiti, restano ancora senza risposta gli interrogativi più profondi sul dolore, sulle ingiustizie, sulla dignità calpestata della persona, sul senso dell’esistenza, sui diritti fondamentali in più parti conculcati.

I processi di secolarizzazione e di globalizzazione in atto hanno generato nel nostro tempo una ischemia verticale non solo dei valori cristiani ma anche del senso religioso ed etico della vita. Nel difficile momento storico che stiamo attraversando, caratterizzato da forti mutamenti economici, socio-culturali-politici e religiosi, «stiamo vivendo un mutamento d’epoca, più che un’epoca di mutamenti»[1], è urgente ripensare coraggiosamente a nuovi modelli culturali, con l’obiettivo di rifondare eticamente ogni forma dell’agire umano.

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