dal Sito VinoNuovo
di Rocco Gumina
Cosa dicono al cattolicesimo italiano gli applausi ricevuti al Meeting di Rimini da leader politici come Mario Draghi e Giorgia Meloni?
In merito alla presenza di Giorgia Meloni al Meeting di Rimini sono essenzialmente d’accordo con il pensiero espresso da Rosy Bindi in una recente intervista apparsa su La Stampa. Una forza di governo è chiamata a parlare con tutti i “mondi” significativi che compongono la società. In questo l’attuale presidente del Consiglio si è mostrata abile da sempre.
Il “successo” che la Meloni ha ottenuto all’assise di Comunione e Liberazione era più che aspettato. In simile occasione non credo, a differenza di altri, che l’attuale capo del governo abbia declinato una sorta di restyling del cattolicesimo moderato e liberale al fine di conquistare la platea. La premier ha, invece, proposto la sua politica conservatrice e tendenzialmente sovranista ad un pubblico entusiasta che qualche giorno prima – con il medesimo ardore – aveva applaudito Mario Draghi. Quest’ultimo proprio a Rimini è stato artefice di una narrazione dalle fondamenta e dagli esiti radicalmente diversi rispetto a quanto tracciato dalla leader di Fratelli d’Italia.
Di conseguenza a mio parere il punto principale della riflessione non dovrebbe coincidere con il successo scontato che la presidente del Consiglio ha conquistato al Meeting di CL. La questione su cui dibattere riguarda piuttosto l’atteggiamento di giubilo ripreso dalla quasi totalità della stampa italiana che una rilevante comunità cattolica ha offerto ad una premier la quale su argomenti come autonomia differenziata, premierato, Europa, aree interne, migranti, scuola, politiche familiari e giovanili, lavoro, economia, pace, ambiente e sicurezza si discosta anni luce dalla principale e perciò maggioritaria tradizione del cattolicesimo politico italiano nonché, in buona sostanza, dalla dottrina sociale della Chiesa.
Per carità, i membri di Comunione e Liberazione in Italia e nel mondo sono liberi di omaggiare qualsiasi leader e di votare le proposte partitiche che ritengono migliori. Il tema è un altro e coincide con la consapevolezza della rilevanza sociale e politica di quella “memoria pericolosa” che corrisponde alla vita e al messaggio di Cristo Gesù. Questa memoria dovrebbe spingere ad assumere un “abitus” critico – che non vuol dire giocoforza non collaborativo – verso qualsiasi forma di proposta politica al fine di affinarla, migliorala, definirla, riformarla, rinnovarla. Quando ciò manca si prospetta il rischio da un lato di una religione declinata come instrumentum regni; dall’altro quello di una fede che ha rilevanza poiché divenuta collante morale di una narrazione politico-partitica che non gli appartiene e pertanto la strumentalizza.
Sono infine convinto che i maggiori gruppi e movimenti cattolici presenti nel nostro Paese debbano continuare a cercare il dialogo con le istituzioni e la politica in generale teso a generare occasioni per la costruzione del bene comune. Ma la realizzazione di kermesse per concedere assai generosamente applausi, giubilo, felicitazioni e attimi di commozione a chi governa evitando qualsivoglia confronto critico non credo appartenga a questa variante. Ne deduco che il cattolicesimo italiano ormai minoritario in termini sociologici dovrebbe darsi una mossa per evitare di divenire definitivamente minorità anche sul piano culturale, sociale e politico. Forse oltre all’organizzazione di grandi eventi facilmente captabili dalla stampa, i cattolici italiani sono chiamati ad un’altra e ulteriore fatica al fine di evitare più che l’irrilevanza, la sterilità. Anche in politica.