Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

S. Messa nella XIV Domenica per annum /C – 6 luglio 2025 « Arcidiocesi di  Amafi – Cava de' Tirreni

 

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Un cuore libero, sciolto e generoso

In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!” Luca 10,5

All’inizio del viaggio di Gesù verso Gerusalemme l’evangelista Luca racconta la missione di altri settantadue discepoli in cui rientrano tutti coloro che, nel corso della storia, sono diventati collaboratori di Gesù. Là dove arriveranno dovranno dire: «Pace a questa casa». È Gesù che li manda, anche se prevede i non pochi pericoli che dovranno incontrare: «Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi». E li manda sprovvisti di tutto. Il discepolo, infatti, è finalizzato al Maestro e all’annuncio che deve proclamare; non si pone come centro del messaggio né sente la sua vocazione come fonte di potere. Tre sono gli impegni essenziali del missionario: preghiera, annunzio e povertà. «Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!». Annunciare il Vangelo è un evento spirituale, la preghiera è il suo organo percettivo. La preghiera “serve per vedere” che la messe è molta e gli operai sono pochi! Ma chi ci crede? Diceva il grande teologo Karl Barth: «Noi cristiani non dobbiamo metterci a sedere in mezzo ai miscredenti come gufi malinconici».

Il rischio esiste. Non è vero che possiamo sembrare gufi malinconici quando non facciamo altro che deplorare i mali del mondo (la morale di una volta non è più rispettata, le buone abitudini si perdono, il mondo va peggiorando di giorno in giorno…) senza vedere il bene immenso che pure non sarebbe difficile scoprire, dentro la Chiesa e anche tra coloro che non si dicono credenti? L’annuncio deve essere sereno e coraggioso: non bisogna mai lasciarsi tentare dal fascino della violenza e dall’imposizione forzata, ma sempre essere rispettosi della libertà altrui e mai scendere a compromessi o accomodamenti. Infine, la povertà. Chi annuncia l’Evangelo non è legato al denaro e al vestito, è distaccato dagli incubi economici e dalla preoccupazione maniacale del domani. Riceve ciò che gli viene offerto e dona gratuitamente ciò che ha, cioè la sua parola, il suo amore per i malati e i sofferenti.

Oggi più che mai siamo chiamati anche noi a una missione povera con i poveri e per i poveri, per le tante forme di povertà, soprattutto quelle interiori, che sono paradossalmente più difficili da superare. È la libertà dalle cose, la libertà dal tempo e la libertà del cuore. Il testimone cristiano è uno che sa usare bene le cose, il tempo e che ha il cuore libero. Il cardinale Martini usava tre aggettivi molto belli: un cuore libero, sciolto e generoso. Dovremmo essere una chiesa libera, sciolta e generosa. Tanto quello che non abbandoneremo noi, ce lo faranno lasciare gli altri o le circostanze d’intorno.

E il papa san Paolo VI nella esortazione Evangelii nuntiandi scriveva: «Evangelizzare è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda. Essa esiste per evangelizzare, vale a dire per predicare ed insegnare, essere il canale del dono della grazia, riconciliare i peccatori con Dio, perpetuare il sacrificio del Cristo nella santa Messa, che è il memoriale della sua morte e resurrezione. Invitata ad evangelizzare, a sua volta invia gli evangelizzatori. Mette nella loro bocca la Parola che salva, spiega loro il messaggio di cui lei è depositaria: dà loro il mandato che lei stessa ha ricevuto. Ma non a predicare le proprie persone, le loro idee personali, bensì un Vangelo di cui né essa, né essi sono padroni» (n. 14).

SOLENNITÀ DEI SANTI PIETRO E PAOLO

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La Chiesa, una grande famiglia di testimoni

Gesù domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell'uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti» Matteo 16,18

Le chiese d’oriente e d’occidente celebrano oggi la solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo, nella data in cui, secondo un’antica tradizione, sarebbe avvenuto nel 64 il loro martirio a Roma. Nella pagina del Vangelo offerta dalla liturgia si nota come Pietro abbia avuto un’illuminazione straordinaria, addirittura una rivelazione sulla persona di Gesù. «Voi, chi dite che io sia?». Questa domanda, dopo avere attraversato la coscienza di Pietro e dei discepoli, rimbalza ora sulla sponda della nostra esistenza e si ripercuote dentro la cella segreta della nostra interiorità.

Chi è Gesù per noi? Che cosa rappresenta per la nostra vita? Se mancasse Gesù, cambierebbe qualcosa nel nostro modo di affrontare l’esistenza? È chiaro che ciascuno viene personalmente interpellato e deve dare una risposta che nasca dal suo particolare rapporto con Gesù. Certamente potrebbe utilizzare intuizione e parole che appartengono alla tradizione cristiana (anche Pietro, del resto, nella sua risposta si serve di categorie religiose preesistenti), ma ciò che conta è che vengano investite di quel particolare pathos che rivela un legame personale, insostituibile e irrinunciabile.

Forse le risposte più belle per Gesù sono quelle che, discostandosi dal linguaggio tradizionale, esprimono fede e amore in forme nuove, con la libertà che è propria degli innamorati quando sanno inventare un “lessico famigliare” pieno di immaginazione e di freschezza poetica. E quando il pensiero di Dio potrebbe alimentare qualche paura, è ancora Gesù che ci restituisce la pace che andiamo invocando.

Per questa via possiamo anche capire che cosa significhi appartenere a quella Chiesa a cui Gesù allude quando dice a Pietro: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa». Questa Chiesa, prima di essere immaginata come una comunità strutturata per mezzo di una precisa gerarchia che trova in Pietro il suo punto di coesione, dovrebbe essere vista come una grande famiglia di testimoni in cui ciascuno, facendo eco alla confessione di fede data da Pietro, è chiamato a dire a Gesù: «Grazie, o Signore, perché tu mi riveli la prossimità, la tenerezza, l’amicizia di Dio, tu che di Dio sei il volto e l’immagine più vera. Grazie perché è meraviglioso sapere che c’è Dio che ci ama e a noi chiede anzitutto di lasciarci amare».

Ci è di aiuto anche la testimonianza di san Paolo. La seconda lettura offre infatti il testamento spirituale in cui lui, consapevole della morte imminente, fa il bilancio della propria vita ed esprime la sua profonda convinzione di fede: «Io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione» (2Timoteo 4,6-8). Nonostante l’abbandono di tanti uomini e la difficoltà dell’ora presente, Paolo non si sente solo: «Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché per mio mezzo si compisse la proclamazione del messaggio e potessero sentirlo tutte le genti: e così fui liberato dalla bocca del leone. Il Signore mi libererà da ogni male e mi salverà per il suo regno eterno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen» (4,17-18).

SOLENNITÀ DEL CORPO E SANGUE DI CRISTO

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Dove c’è una fame, facciamoci pane

«Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla». Luca 9,16

Al termine del tempo pasquale la liturgia riprende il ricordo dell’Eucaristia e della istituzione del sacramento con cui Gesù ha scelto di rimanere in mezzo a noi per sempre. L’evangelista Luca mostra come nel mezzo del deserto, al calar della notte, Dio ripete gli antichi prodigi della storia del suo popolo; sebbene gli uomini credano di essere soli e abbandonati, Gesù si ritrova in mezzo a loro e distribuisce a piene mani il suo mistero: insegna, guarisce, offre cibo. Per mezzo di Gesù, Dio si rivela come colui che offre l’alimento della vita al popolo.

In prospettiva ecclesiale, il miracolo è divenuto un’anticipazione di ciò che compirà uno o due anni dopo all’interno della sala del cenacolo nell’ultima sera della sua vita terrena. Egli «prende i pani, leva gli occhi al cielo, li benedice, li spezza e li dà ai discepoli». Per capire, gustare, assaporare l’Eucaristia è necessario prendere coscienza della fame che abita dentro di noi e rode in profondità le risorse del nostro vivere abituale.

Si partecipa alla celebrazione eucaristica non per un senso del dovere o per i valori simbolici che essa esprime, ma perché si è mossi da una fame profonda. Per rimediare a questa fame Gesù ci parla di pane, quasi a ricordarci che non si tratta di un mangiare in senso metaforico, ma di un mangiare concreto, come concreto è un pane che compare sulla nostra tavola, come concreto era il pane che egli aveva moltiplicato per sfamare la folla che lo seguiva.

È Dio che in qualche modo si rende presente nel pane così che questo viene a intridersi di una luce particolare. Nell’Eucaristia riscontriamo il pieno avverarsi di quel progetto di amore per cui il figlio di Dio è disceso dal cielo, si è abbassato fino a farsi carne e sangue come uno di noi. Ma con l’incarnazione non aveva ancora toccato l’ultima soglia della sua divina umiltà. Cristo non ci dà soltanto una dottrina o un modello da imita re. E neppure ci dà solo la presenza dell’Emmanuele, del Dio con noi, ma la presenza di un Dio che è in noi come è in noi il pane che noi mangiamo. Se poteva bastare toccare le frange del mantello di Gesù per sentirsi miracolati, abbiamo mai pensato quale forza potrebbe esprimere l’Eucaristia che le liturgie orientali chiamano “fuoco e Spirito”?

Questa riflessione ci permette di renderci conto del valore che hanno le nostre celebrazioni eucaristiche. Quando possiamo dire di avere partecipato a una Messa che fosse veramente viva? Ci capita talvolta di confidare: “Ho partecipato a una bella Messa”. Perché è stata bella? Forse perché i canti eseguiti dal coro erano stati preparati con molta cura? O anche perché c’è stato qualcuno che ha parlato molto bene, spiegando il Vangelo?

Una Messa è bella quando, comunicando con la presenza reale di Cristo, diventiamo noi stessi presenza reale di Cristo nel mondo. A volte siamo troppo preoccupati di noi stessi. Ci sono persone che pregano e fanno la comunione per godere della sua presenza pacificante e rassicurante. Ma non è questo un modo esemplare di vivere l’Eucaristia. Fare la comunione è nutrirsi della sua presenza viva, dei suoi pensieri, del suo amore così da allargare i confini del nostro cuore. Si viene alla Messa come mendicanti e si ritorna come donatori.

SOLENNITÀ DELLA SS. TRINITÀ (ANNO C)

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Uno sguardo all’interno del mistero di Dio

«Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà» Giovanni 16,15

Alla chiusura del tempo pasquale la liturgia propone una domenica dedicata alla Santissima Trinità con l’invito a ripensare tutta la storia della salvezza in cui Dio si è rivelato come una comunità di persone che si amano. Il brevissimo passo evangelico (Giovanni 16,12-15) può essere considerato come una finestra – appena socchiusa, ma preziosissima – che ci permette di dare uno sguardo all’interno del mistero di Dio.

In questo brano Gesù è l’unico che parla in prima persona, e parla del Padre, di sé stesso e dello Spirito: «Tutto quello che il Padre possiede è mio, e tutto quello che è mio lo Spirito Santo lo darà a voi». È questione davvero di amore. Si rischia di andare fuori strada quando si cerca la comprensione del mistero di Dio attraverso vie diverse da quelle dell’amore. La Trinità non sono tre persone giustapposte, ma tre generosità che si donano l’una all’altra in pienezza. Ciascuna delle tre persone è per sé stessa solo essendo per le altre due.

Nella Trinità, in cui la reciprocità è perfetta, l’amore stesso è una persona, lo Spirito Santo: amore del Padre per il Figlio, amore del Figlio per il Padre. Un bacio reciproco, se si vuole. Ed è questo Spirito che guiderà i discepoli alla comprensione di quella verità che ora non sono in grado di portare e assisterà la comunità nel difficile compito di unire la fedeltà e la novità, la memoria al rinnovamento. Dal momento che sappiamo chi è Dio – anche se è una realtà molto misteriosa – sappiamo quello che dobbiamo essere. Troppo spesso le nostre relazioni sono possessive e dominatrici. Invece di accettare e rispettare l’altro così come è, tendono a catturarlo, a sottometterlo, a piegarlo ai propri interessi.

Per amare come si amano le tre persone divine bisogna essere sé stessi, il più profondamente e il più consapevolmente possibile. Bisogna volere che gli altri “siano”, il più profondamente e il più consapevolmente possibile. E non volerlo soltanto con il pensiero, con il desiderio, ma operare perché essi lo siano. L’amore trinitario ci obbliga a escludere la volontà di potenza e il desiderio di annessione. Per rispecchiare l’immagine di Dio, la relazione deve essere tale da esprimere un amore umile e mite, fiducioso e generoso fino a poter dire: «Quello che è mio voglio che ora sia anche tuo». Forse dopo questa riflessione sulla Trinità restiamo con il senso di disagio che ci è abituale quando non riusciamo a capire cosa vorremmo.

Ma c’è una cosa che dovrebbe essere chiara: a nulla serve credere nella Trinità se questa fede non si incarna nella vita e non viene professata attraverso le relazioni di tutti i giorni. Ancora una volta è il caso di dire che mentre ci sono cristiani che rinnegano con la vita quello che professano a parole, ci sono persone non credenti che, senza saperlo, danno testimonianza a favore della Trinità con una vita di relazioni limpide e generose. La vera fede nella Trinità, più che nei segni di croce, si esprime in quei gesti di amicizia che mettono in circolazione la comunione di amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

PENTECOSTE

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Pentecoste | The Society of Jesus

Lo Spirito Santo, una presenza liberante

«Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre» Giovanni 14,15-16

Sette settimane dopo la Pasqua – il cinquantesimo giorno – è la Pentecoste. Era l’antica festa dell’alleanza: Israele arrivò al Sinai cinquanta giorni dopo l’uscita dall’Egitto e in quella data festeggiava il patto con Dio. In una festa di Pentecoste lo Spirito Santo scese sugli apostoli e la Chiesa venne alla luce: uscì all’aperto e cominciò ad annunciare il Vangelo. Gli Atti degli Apostoli ci raccontano questo evento che ha dato origine alla missione della Chiesa. Il brano del Vangelo ripropone un brano molto denso dei discorsi di addio di Giovanni. I passi in cui Gesù parla dello Spirito consolatore si inseriscono in un preciso contesto esistenziale: il tempo della Chiesa con i suoi problemi e i suoi interrogativi, l’odio del mondo, la persecuzione, l’incredulità che perdona.

Alla luce di questo contesto si comprendono bene i tre compiti fondamentali che il quarto evangelista assegna allo Spirito: conservare fedelmente la memoria di Gesù, la comprensione interiore e personale della sua Parola, il coraggio della testimonianza. Nel nostro passo specifico un’idea forte – forse la più importante – è che la condizione per accogliere lo Spirito è l’amore a Gesù («Se mi amate, osserverete i miei comandamenti»), l’ascolto della sua Parola e l’osservanza dei comandamenti. Tre cose, dunque, molto concrete e persino verificabili. Se mancano queste tre condizioni non c’è alcun spazio per lo Spirito.

D’altra parte, nel passo della Lettera di Paolo ai Romani (8, 8-17) che costituisce la seconda lettura della Messa, Paolo insegna che lo Spirito è libertà, perché ci libera dalla schiavitù della carne, cioè dall’egoismo. Lo Spirito trasforma i desideri dell’uomo: non più i desideri dell’egoismo, ma della carità. Prigioniero del suo egoismo (la carne) l’uomo sente la legge dell’amore (la legge di Dio) come un peso e una schiavitù. Lo Spirito muta il “desiderio” dell’uomo: la legge della carità diviene ciò che desidera, a cui tende. Lo Spirito libera l’uomo trasformandolo dall’interno, capovolgendo la natura profonda del “desiderio”. Ma non si tratta solo di questo. Lo Spirito rinnova anche il rapporto con Dio: non più schiavi, ma figli. E anche questo è grande libertà. Se poi Paolo precisa che si tratta di una filiazione “adottiva”, non è per sminuirla, tanto meno per affermare che si tratta di qualcosa di esterno e giuridico, ma per ricordarne la gratuità.

Per Paolo la presenza dello Spirito è una presenza liberante, che si lascia discernere da alcuni segni: un capovolgimento nella logica della vita, un nuovo rapporto con Dio sperimentato come Padre, l’intima convinzione (a dispetto delle smentite, della poca fede e dello stesso peccato) di essere figli di Dio. È dunque un nuovo rapporto con Dio: l’uomo può rivolgersi a lui liberamente, francamente e confidenzialmente. Non più un rapporto di schiavitù ma di libertà: il cristiano può far sua la medesima confidenza e la medesima libertà di Gesù verso il Padre. Questo rapporto filiale con Dio è la radice di ogni altra libertà.

La Pentecoste porta a compimento la Pasqua, lo Spirito realizza l’opera di Gesù; grazie allo Spirito noi siamo diventati figli, possiamo vivere da figli. Con gratitudine, riconoscenza e libertà accogliamo lo Spirito di Dio, lasciamolo agire nella nostra vita e vedremo dei cambiamenti grandi!

ASCENSIONE DEL SIGNORE (ANNO C)

Ascensione del Signore: il significato della festa - Holyblog

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Il cielo abitato dalla nostra umanità

«Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo […] poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio» Luca 24,51-53

La pagina del Vangelo di questa solennità ha parecchi punti in comune con la prima lettura tratta dagli Atti degli Apostoli. L’Ascensione, dunque, se da una parte indica la chiusura della vita pubblica di Gesù, dall’altra evidenzia una sua presenza più profonda nella vita dei discepoli, tanto da essere l’inizio, quasi il fondamento, di tutta la storia seguente della Chiesa. Nei Prefazi dell’Ascensione si sottolinea fortemente la dimensione salvifica di questo evento: «Ci ha preceduti nella dimora eterna… sotto i loro sguardi salì al cielo, perché noi fossimo partecipi della sua vita divina ». Non si tratta quindi solo di contemplare la gloria ineffabile del Risorto, ma anche di vedere il riflesso di questa gloria nella nostra stessa vita; l’itinerario che Gesù ha percorso vuol diventare speranza viva per l’itinerario che noi siamo chiamati a percorrere.

La pagina del Vangelo è esplicita: all’ascensione di Gesù fanno seguito il dono dello Spirito, la predicazione del Vangelo, la remissione dei peccati. C’è un rapporto di causalità che unisce tutti questi eventi: Gesù è glorificato ed è dunque possibile annunciare il Vangelo di Dio nel suo nome; Gesù ha vinto il peccato e la morte così che è a disposizione degli uomini il perdono di Dio; Gesù è ora alla destra del Padre e può comunicare agli uomini lo Spirito stesso di Dio.

È questo il significato dell’ultima scena del Vangelo: Gesù benedice i suoi discepoli nel momento stesso in cui si stacca da loro e viene portato in cielo. Diventa possibile ai discepoli, ora, vivere in «una grande gioia»: è la gioia messianica, annunciata dagli angeli (cfr. Luca 2,10), che incomincia a espandersi. «E stavano sempre nel tempio, lodando Dio». Facile da capire: dove Dio agisce e salva, gli uomini devono rispondere lodando e ringraziando; in Gesù, Dio ha agito vincendo la morte; è quindi giusto che i credenti rendano grazie a Lui sempre e in ogni modo 

Questo ci fa comprendere il senso dell’Ascensione: non si tratta di speculare su dislocazioni spaziali, ma di capire correttamente il valore salvifico della Pasqua. Valore salvifico per Gesù perché lo colloca definitivamente nella gloria del Padre; valore salvifico per noi perché Gesù entra nella gloria divina con la sua umanità che è la nostra stessa umanità. In questo modo la natura umana, di per sé fragile e sottomessa alla corruzione, è diventata partecipe della incorruttibilità divina. Il Cristo risorto non muore più. C’è quindi un frammento della nostra umanità che è sfuggito per sempre alla presa del mondo e alla sua minaccia di morte; e questo fatto diventa fondamento di speranza per l’umanità intera.

Di qui il legame strettissimo che Luca sottolinea nel Vangelo e negli Atti degli Apostoli tra Ascensione, Pentecoste e Parusia: l’Ascensione prepara la seconda venuta di Gesù, quella in cui la morte sarà vinta non solo per lui ma per tutti gli uomini; e il tempo intermedio, lungi dall’essere un tempo vuoto, di pura attesa, sarà colmato dal dono dello Spirito in modo da diventare esperienza iniziale di salvezza.

Per questo possiamo pregare: «Esulti di santa gioia la tua Chiesa, o Padre… poiché nel tuo Figlio asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere Cristo nostro capo nella gloria».

VI DOMENICA DEL TEMPO DI PASQUA

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Lo Spirito Santo, una presenza amica

«Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» Giovanni 14,26

La pagina del Vangelo secondo Giovanni di questa domenica propone ancora parole di Gesù pronunciate durante la cena: il Maestro lascia le consegne ai suoi discepoli affidando loro la sua pace e il grande dono dello Spirito Santo. I discepoli avvertono infatti il pericolo di cedere allo sconforto di un’assenza che avrebbe potuto significare l’assenza stessa di Dio. Perdendo Gesù avrebbero perso tutto, anche il segno più luminoso della presenza di Dio. Si comprende allora il senso della promessa che Gesù ha fatto ai suoi discepoli: «Il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto».

Qual è il significato di questa strana parola da cui viene il termine Paràclito che viene attribuito allo Spirito Santo? L’etimologia in questo caso è importante. Parà significa “vicino” e klètos “chiamato”. Dunque il Paràclito è il «Chiamato vicino» perché sia di aiuto nel superare una prova.

Il Paràclito è l’avvocato che difende la causa di chi è in difficoltà. Lo Spirito Santo è colui che sta dalla nostra parte, difende la nostra causa e ci aiuta in due modi – ci ha detto Gesù – «Vi insegnerà e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto ». Lo Spirito è il Maestro interiore! È un’immagine molto importante, presa dal grande teologo sant’Agostino, il quale avendo riflettuto sullo Spirito che è Amore, che dona “un cuore di carne”, dice che lo Spirito Santo, che viene dall’alto e di cui non possiamo mai impadronirci, è il “Maestro interiore”. Sarà importante allora imparare a riconoscere questa presenza, a sentire questa voce dello Spirito che dal di dentro ci insegna a vivere e cosa fare di momento in momento.

Il Maestro interiore, anzitutto, parla dentro la nostra coscienza: può rimproverare, può incoraggiare, talvolta coincide con noi, talaltra no. Tutti noi sentiamo questa voce della coscienza, che può rincuorare o può rimandare oltre la coscienza stessa. Il Maestro interiore è il compagno di viaggio della coscienza. Come fa a insegnarci che cosa dobbiamo fare? Ricordandoci tutto quello che Gesù ci ha detto. Noi leggiamo il Vangelo, lo meditiamo, lo studiamo; cerchiamo di conservarlo anche a memoria, di mettere nel cuore le parole di Gesù e lo Spirito le fa ricordare, come se venissero a galla.

Ricordare vuol dire portare nel cuore. Noi ricordiamo volentieri gli amici, le persone che amiamo, i nostri morti: li ricordiamo perché li portiamo nel cuore. Lo Spirito vuole essere per noi la memoria di Cristo, memoria così forte e intensa da restituire la sua presenza viva. Quando come credenti sentiamo la nostra fede vacillare perché abbiamo l’impressione che il Signore ci abbia abbandonati, lo Spirito ci conforta restituendoci la certezza e l’esperienza della sua presenza. Gesù viene in noi con il suo amore e noi dimoriamo nel suo amore.

Chiediamo allo Spirito, Maestro interiore, di rendere continuamente presente nella nostra vita colui per il quale viviamo, Gesù Cristo. Così egli ci permetterà di superare la nostra solitudine, ci illuminerà con una comprensione vivace dell’insegnamento di Gesù, ci permetterà di leggere le Scritture alla luce della Pasqua, ci rinnoverà interiormente donandoci un animo filiale e permettendoci di cercare sempre la volontà di Dio con amore e con gioia.

V DOMENICA DEL TEMPO DI PASQUA - Da Famiglia Cristiana

logo famiglia cristiana28 aprile - V Domenica di Pasqua | Commento al Vangelo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Allenarsi nell’amore

Come io ho amato voi,
così amatevi anche voi gli uni gli altri
Giovanni 
13,34

In queste ultime domeniche del tempo pasquale la liturgia propone i discorsi dell’Ultima cena del Vangelo secondo Giovanni. In particolare la pagina odierna presenta il grande comandamento nuovo di Gesù: «Amatevi come io ho amato voi». Il quarto evangelista, il discepolo che Gesù amava – testimone oculare dei fatti della vita, della morte e della risurrezione di Gesù – era presente a fianco di Gesù in quella sera al cenacolo, quando Gesù con il suo testamento d’amore lasciò le consegne principali ai suoi discepoli: Giovanni le custodì nel cuore e le trasmise a molte altre persone.

Se Gesù sente il bisogno di raccomandare l’amore vicendevole, una ragione potrebbe essere quedescente sta: l’amore è sempre difficile da realizzare, anche là dove si pensa di trovare le condizioni più favorevoli. Gesù parla di comandamento. Ma si può ordinare dall’esterno l’amore? E perché poi dice che è “nuovo” questo comandamento? Anche nel Primo Testamento c’era e in tutte le culture è presente l’idea dell’amore, della benevolenza, dell’affetto: tutti portano in cuore questo desiderio di volere bene e di essere amati. Perché Gesù dice allora che è nuovo?

Per Gesù non si tratta però di ubbidire a un comando (se l’amore diventa dovere, non è più amore), ma di accogliere un dono. La sorgente dell’amore è il Padre. Chi ama non ubbidisce perciò a un precetto morale, ma entra in un’esperienza che si potrebbe chiamare mistica, perché è come se partecipasse alla vita stessa di Dio. Nel discorso di Gesù c’è una parola incan«Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri». Questo “come” è fondamentale.

La novità dunque sta nella persona di Gesù: lui è l’unico capace di amare veramente! E lui regala a noi questa capacità: è il suo testamento d’amore, ci lascia in eredità qualche cosa di grandioso! Non bisogna dimenticare che Gesù trasmette il suo insegnamento dopo che, con un gesto meravigliosamente eloquente, ha lavato i piedi ai suoi discepoli. Amare – vuol far capire Gesù – vuol dire servire.

Noi purtroppo abbiamo dimenticato che l’amore non si fonda sulla logica del diritto, ma sulle movenze interiori della tenerezza e della pietà, che non pretendono nulla se non la pura gioia di donare. Dobbiamo dunque allenarci nell’amore, praticando la generosità, la disponibilità, il servizio, l’accoglienza, dicendo no al nostro egoismo per andare incontro all’altro.

L’amore è questo: è un “fare vivere” che nasce da una decisione profonda del cuore e coinvolge tutti i comportamenti positivi: da quelli più elementari come quel poco di lavoro che possiamo fare e che contribuisce alla vita della società, a quei gesti di affetto in cui doniamo l’attenzione, la premura ed eventualmente anche il cammino della propria esistenza intera, legato al benessere, alla vita e alla gioia degli altri. Questo è il comandamento nuovo che il Signore ci ha dato e che diventa il segno della nostra identità cristiana.

IV DOMENICA DEL TEMPO DI PASQUA - da Famiglia Cristiana

 

Siamo nelle mani buone del bel pastore

Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono Giovanni 10,27

La quarta domenica di Pasqua è la festa del Buon Pastore e la pagina del Vangelo di Giovanni ci offre l’ultima parte del discorso di Gesù che presenta sé stesso come il pastore esemplare che dà la vita per i suoi discepoli. «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono». Si parla di voce e di ascolto, e quindi si viene a celebrare indirettamente l’importanza del silenzio. Senza silenzio non ci può essere ascolto. Ascoltare non significa infatti semplicemente udire, ma avere quell’interiore attenzione che è propria di colui che vuole aprirsi all’altro.

In una società come la nostra dove ciascuno è aggredito dalla invadenza della chiacchiera e sommerso dal flusso ininterrotto delle immagini pubblicitarie e dal rumore dei social, rimane poco spazio per il silenzio e per l’ascolto in solitudine. Va detto inoltre che il silenzio, se necessario per ascoltare la parola, è ancora più indispensabile per percepire la voce che è sempre prima della parola. La voce è infatti il timbro, la vibrazione, la tonalità della parola.

La voce di cui parla il Vangelo comunica il battito del cuore di Gesù. Come è possibile ascoltarla se si è immersi in un mondo di rumore che obbliga a vivere nella dimensione dell’esteriorità, assenti cioè a sé stessi e agli altri? Gesù dice poi che egli conosce le sue pecore. Il verbo “conoscere” nel linguaggio biblico esprime un rapporto di intimità e condivisione. La bellezza del Pastore sta nell’amore con cui consegna sé stesso alla morte per ciascuna delle sue pecore e stabilisce con ognuna di esse una relazione diretta e personale di intensissimo amore. Questo significa che l’esperienza della sua bellezza si fa lasciandosi amare da lui, consegnandogli il proprio cuore perché lo inondi della sua presenza, e corrispondendo all’amore così ricevuto con l’amore che Gesù stesso ci rende capaci di avere.

Allora ci si apre all’ascolto e l’ascolto diventa docilità: «Ed esse mi seguono ». Chi ascolta la voce, si rende interiormente docile alla voce. Diceva Bernanos: «È sorprendente come le mie idee cambiano quando prego». Quando nella preghiera ci si lascia conoscere dal Signore e si gode di trovarsi sotto il suo sguardo, ci si arrende al suo amore: si è pronti a non più difendere ostinatamente le proprie scelte, ma a muoversi sotto la sua guida discreta e premurosa. Il vero discepolo è colui che “segue” il suo Pastore, guida e compagno di viaggio durante l’itinerario terrestre. Si celebra così l’amore salvante del Cristo, un amore che conquista il fedele alla sfera stessa di Dio: infatti la “vita eterna” per Giovanni è sinonimo di “vita divina”, comunione di vita, di pace, di essere con Dio stesso, quindi di partecipazione alla stessa esistenza del Pastore.

Nessuna forza è più potente di Dio, nessun male, nessuna tempesta può strapparci da questa comunione di vita con Dio. Chi è in rapporto di intimità con il Cristo lo è infatti anche con il Padre perché «Io ed il Padre siamo uno». La nostra vita, ci ricorda dunque questa pagina di Vangelo, è qualcosa di immenso per il cuore di Dio da cui siamo usciti e a cui facciamo ritorno.

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