Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

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«Roba mia, vientene con me!»

Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede Luca 12,15

L'evangelista Luca ci propone una catechesi forte e limpida: Gesù invita a prendere le distanze dall’attaccamento ai beni materiali. Non chiede di disprezzare ciò che abbiamo, ma di non lasciare che il cuore vi si imprigioni. I beni della terra servono, ma non salvano. Giovanni Verga, verso la fine dell’Ottocento, racconta in una novella il dramma del possesso. Il protagonista de La roba è Mazzarò, un uomo che ha accumulato immense ricchezze. La sua campagna è piena di possedimenti, ovunque si legge la scritta “di Mazzarò”. Tutto è suo, o almeno così crede. Ma arriva il giorno in cui anche lui si accorge che dovrà morire… E allora, che ne sarà di tutta quella roba per cui ha vissuto e faticato? È uno dei momenti più tragici della letteratura italiana: Mazzarò, sconvolto, gira per l’aia tirando calci alle galline e grida: «Roba mia, vientene con me!». È disperato, perché deve lasciare tutto. E si scopre poverissimo, proprio nel momento in cui dovrebbe raccogliere il frutto della sua vita.

Quello che accade a Mazzarò, prima o poi accadrà anche a noi. Lasceremo tutto. Per questo siamo sapienti solo se impariamo a non attaccare troppo il cuore a ciò che possediamo. La vita non consiste nel possedere cose o persone. Quante relazioni si ammalano per l’istinto del possesso!

A volte sembra amore, ma è solo dominio, controllo, la pretesa di tenere l’altro in pugno. Ma l’amore vero è libertà, dono, fiducia. Gesù non usa mezzi termini. Chi accumula solo per sé è uno sciocco. La parabola del ricco stolto è una denuncia radicale di questo stile di vita: l’uomo pensa solo a ingrandire i suoi magazzini, ad accumulare di più, a godersi il riposo...e non si accorge che sta perdendo la sua anima. Alla fine, Dio gli dice: «Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?».

«Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio». C’è una ricchezza che non muore, un tesoro che ci accompagna per sempre: è ciò che abbiamo donato, ciò che abbiamo condiviso, l’amore vissuto. Non si tratta di scegliere una vita disincarnata, spiritualista. Gesù non disprezza la ricchezza, ma ci insegna a usarla bene. Il denaro serve: ma bisogna amministrarlo con sapienza, metterlo a servizio della giustizia, della fraternità, della pace. La grazia di Cristo ci rende ricchi in un altro modo: ci riempie di vita, di entusiasmo, di libertà, di generosità. Questa è la ricchezza che conta.

Quando il Signore ci chiamerà, non porteremo con noi la “roba”, ma tutto ciò che abbiamo amato, donato, costruito nel bene. Quello sarà il nostro tesoro eterno. «Dov’è il nostro tesoro, là sarà anche il nostro cuore». E se il nostro cuore è già in Dio, se è colmo di amore, non lasceremo indietro nulla: tutto ciò che abbiamo vissuto nel bene ci seguirà. Sarà la nostra gioia piena nel Regno del Risorto.

XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

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La grammatica della preghiera

Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli Luca 11,1

Dopo aver affrontato il tema della cura e dell’ascolto, l’evangelista Luca ci parla della preghiera: Gesù insegna a noi, suoi discepoli, a pregare con il suo stile di figlio. Il Padre nostro che recitiamo abitualmente è una preghiera che non resta sulle labbra, ma si fa vita autentica, intreccio di lode, fiducia, richiesta di perdono e impegno verso il prossimo, una fraternità concreta che nasce dal cuore del Padre. Il titolo di Padre con cui apriamo la preghiera è l’indizio della fiducia. La paternità di Dio si rivela nella cura per le sue creature, anche quando dei figli non capiscono, non comprendono il bene che il Padre vuole loro. Non un Dio distante o formale, ma un Padre che accoglie e protegge, evocando il legame profondo di fiducia e amore tra creatore e creatura.

Santificare il nome di Dio vuol dire, con un linguaggio da bambini, far fare bella figura al Padre. Il nome infatti è la realtà stessa della persona. Un bambino può far fare brutta figura ai genitori, se si comporta male. Per questo gli chiediamo tutti i giorni, più volte al giorno: «Aiutaci a rendere santo il tuo nome, a presentarti bene, perché chi vede noi dia gloria a te». Venga il tuo regno, Signore vuol dire: «Sii tu a regnare nella mia vita». Sono io che esprimo il desiderio di lasciar comandare Dio.

Il pane quotidiano rappresenta le necessità concrete della vita, ma anche un simbolo della fiducia nella Provvidenza di Dio, che si prende cura di ogni aspetto dell’esistenza.

Perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore, esprime il legame inscindibile tra il perdono ricevuto da Dio e la capacità di perdonare gli altri, condizione necessaria per una vita autenticamente cristiana. E non abbandonarci alla tentazione: lo supplichiamo perché ci tenga per mano nel momento della difficoltà, perché con lui siamo al sicuro.

Il dono più grande, però, di cui abbiamo bisogno, che comprende tutto, è riconoscere la presenza di Dio nella nostra vita. Questa è la preghiera che, secondo la promessa di Gesù, viene sempre esaudita. Non promette la guarigione quando siamo malati o il superamento di un esame o il conseguimento di un buon posto di lavoro. Gesù promette lo Spirito che «il Padre darà a tutti quelli che glielo chiedono». Lo Spirito infatti può rivelarci il vero volto di Dio, volto di un Padre che rimane accanto a noi con una tenerezza quale nessun padre e nessuna madre sarebbero capaci di dimostrare verso il proprio bambino.

Il Padre nostro ci libera dalla preghiera magica che vuole usare Dio e dalla preghiera egoista centrata solo sui nostri bisogni. Pregare il Padre nostro è uscire da noi stessi per entrare nel progetto di Dio. Sappiamo bene che non basta insistere, battere i piedi per ottenere quello che vogliamo: non è infatti questo l’atteggiamento cristiano. Siamo figli e amici e ci fidiamo di colui che è veramente buono. Anche nelle situazioni più difficili ci mettiamo nelle sue mani e gli chiediamo di fare quello che vuole lui! Se chiediamo la forza per vivere bene una situazione difficile, certamente l’avremo, come dice il Salmo 138 (v. 3): «Nel giorno in cui ti ho invocato mi hai risposto; hai accresciuto in me la forza».

XVI Domenica del Tempo Ordinario

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padre Ermes Ronchi “Marta cuore del servizio, Maria cuore dell'ascolto” –  #InCammino

 

Marta è cole che accoglie Gesù in casa sua, in un piccolo villaggio. Grazie all’accoglienza e all’ospitalità di Marta, il villaggio diventa un villaggio accogliente e ospitale che contrasta fortemente con il villaggio dei Samaritani, quelli che non ricevettero Gesù (cfr. Luca 9,51-56) e con le case-città che rifiutano i missionari di Gesù (Luca 10,10- 12). Maria appare in situazione di discepolo, cioè è seduta ai piedi del Signore (Kyrios) e ascolta la sua parola, così come i giudei che studiavano la Torah si sedevano attorno al loro rabbino per ascoltare e imparare i suoi insegnamenti.

Maria ascolta il Maestro, però non parla, non pone delle domande, non fa delle obiezioni, non discute, soltanto ascolta. Essa riceve la parola e la conserva nel cuore, come faceva Maria la madre di Gesù in Luca 2,19.51. Marta ha accolto Gesù, però quella che in realtà gli ha dedicato la sua attenzione e il suo tempo è stata Maria. Marta era distratta con tante cose da fare. Maria invece era concentrata sulle parole di Gesù. Alla distrazione di Marta si oppone l’attenzione di Maria, e al molto servizio di Marta si oppone la concentrazione di Maria.

Di fronte a Gesù le due sorelle entrano in conflitto, perché ambedue vogliono servirlo, benché in maniere diverse. E in un certo senso, Marta ha ragione. Se il lavoro è condiviso, diventa più leggero e si finisce prima. Se Marta è distratta è per colpa di Maria che l’ha lasciata sola. La risposta del Maestro – «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno» – ricorda un’altra delle sue sorprendenti risposte, quella che aveva rivolto alla donna che ha fatto un bell’elogio di sua madre: «Beati piuttosto quelli che ascoltano la parola di Dio e la osservano» (Luca 11,28).

Maria è stata una donna libera, perché ha voluto scegliere e ha scelto la parte migliore. Nessuno ha scelto per lei. L’iniziativa è stata tutta sua. Gesù non dice a Marta di continuare il lavoro, e nemmeno dice a Maria di continuare a starel’atseduta ai suoi piedi, ma pone l’accento sul valore che ha l’ascolto personale della parola per ambedue le sorelle. Egli non condanna Marta, ma le ricorda il rischio di vivere in una continua dispersione. Il troppo affanno per il servizio può separarci dalla Parola di Gesù che è la radice di ogni servizio. Gesù vuole una risposta di Marta e una risposta di Maria. Se da una parte Marta è invitata a superare la sua angoscia per il lavoro e a sedersi accanto a Gesù per ascoltarlo, Maria, dopo aver ascoltato la sua parola, dovrà alzarsi per mettere in pratica la parola al servizio dei fratelli. Perché mai dobbiamo sempre separare Marta da Maria, l’azione dalla contemplazione, la diaconia dalla parola? Tutti noi, uomini e donne, siamo Marta e Maria, attivi e contemplativi, servitori e ascoltatori della Parola.

Il Vangelo non ci invita, dunque, a scegliere tra Marta e Maria. Ci invita a riconciliare le due sorelle dentro di noi. Il servizio è necessario, ma senza ascolto, anche il servizio può diventare rumore. Occorre riscoprire un cristianesimo dell’ascolto, dello stupore, della contemplazione della parola di Gesù, capace di liberarci da quella vecchiezza dell’anima che è una fede abitudinaria e inerte.

XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

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Solo i poveri sanno veramente amare

Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Luca 10,33

Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico », dice Gesù nel Vangelo. Un uomo qualunque, senza volto né nome. Arrivano il sacerdote e il levita, uomini religiosi, ma con lo sguardo distratto, rapito da altro. Poi passa lo straniero: un Samaritano. E si ferma, si china… Carica sull’asino. Accompagna. Paga. Una gestualità semplice, ma piena. Un sacerdote e un levita, ossessionati da un comandamento che proibiva di rendersi impuri con il contatto del sangue prima di un sacrificio, dimenticano l’impegno fondamentale della carità e si allontanano dall’uomo seviziato dai briganti. Un Samaritano, un uomo che i Giudei consideravano “senza legge”, nonostante l’antagonismo regionale e religioso, aiuta il proprio avversario perché riprenda la forza e viva.

Il sacerdote e il levita, rappresentanti ufficiali dell’amore di Dio nella struttura religiosa israelita, sono espressione di un culto arido, non innervato nell’esistenza. Il Samaritano, “razza dannata” ed eterodossa, è trasformato in modello di vita secondo la legge dell’amore.

Il rapporto strettissimo tra il buon Samaritano e Gesù è rivelato da un verbo che nella parabola introduce i gesti di pietà compiuti dal Samaritano: «Ebbe compassione ». È lo stesso verbo che più volte capita di incontrare nei Vangeli quando Gesù si trova davanti a creature infelici che invocano una salvezza. Il buon Samaritano è dunque Gesù stesso. È lui il divino straniero che durante il suo viaggio terreno ha avuto compassione di noi. In quell’uomo ferito e abbandonato sul ciglio della strada mezzo morto siamo rappresentati proprio noi: è la nostra umanità ferita soprattutto dal peccato, incapace di salvarsi da sola.

Il Cristo si è fatto carico della nostra umanità, ma non ci ha portato a piena guarigione, ci ha portati in un albergo in cui ci affida a qualcuno che si prenda cura di noi. È la Chiesa questo luogo che accoglie tutta l’umanità, aperta e disponibile per ospitare l’umanità ferita e continuare l’opera di cura iniziata dal Cristo. L’albergatore è figura di ciascuno di noi, a cui Cristo dice: «Prenditi cura dell’umanità. Io l’ho salvata, ma non è ancora guarita: la porto da te perché tu te ne prenda cura». Il Samaritano tira fuori due denari e li consegna… due denari. Richiamano i due precetti fondamentali, i due precetti dell’amore: «Amerai il Signore tuo Dio, amerai il tuo prossimo». «Usali» – ci dice – «spendili questi denari!».

Ecco che cosa significa per Gesù amare concretamente: è dare all’altro parte del proprio tempo e del proprio avvenire. È chiaro che questa pietà è possibile solo a coloro che conoscono la sofferenza per averla personalmente provata. È stata possibile al Samaritano del Vangelo perché, essendo nella società di quel tempo un emarginato, portava nel cuore una ferita che lo rendeva sensibile a ogni miseria.

Solo i poveri sanno veramente amare. I ricchi possono fare elemosine anche generose, ma normalmente non sanno che cosa significhi essere buoni samaritani. A meno che, meditando su questa pagina del Vangelo, si lascino conquistare dall’immagine del buon Samaritano che rimanda all’immagine di Cristo, il buon Samaritano che è sempre pronto a curvarsi sulle nostre ferite con gesti di grande tenerezza e di dolcissima pietà.

 

XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

S. Messa nella XIV Domenica per annum /C – 6 luglio 2025 « Arcidiocesi di  Amafi – Cava de' Tirreni

 

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Un cuore libero, sciolto e generoso

In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!” Luca 10,5

All’inizio del viaggio di Gesù verso Gerusalemme l’evangelista Luca racconta la missione di altri settantadue discepoli in cui rientrano tutti coloro che, nel corso della storia, sono diventati collaboratori di Gesù. Là dove arriveranno dovranno dire: «Pace a questa casa». È Gesù che li manda, anche se prevede i non pochi pericoli che dovranno incontrare: «Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi». E li manda sprovvisti di tutto. Il discepolo, infatti, è finalizzato al Maestro e all’annuncio che deve proclamare; non si pone come centro del messaggio né sente la sua vocazione come fonte di potere. Tre sono gli impegni essenziali del missionario: preghiera, annunzio e povertà. «Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!». Annunciare il Vangelo è un evento spirituale, la preghiera è il suo organo percettivo. La preghiera “serve per vedere” che la messe è molta e gli operai sono pochi! Ma chi ci crede? Diceva il grande teologo Karl Barth: «Noi cristiani non dobbiamo metterci a sedere in mezzo ai miscredenti come gufi malinconici».

Il rischio esiste. Non è vero che possiamo sembrare gufi malinconici quando non facciamo altro che deplorare i mali del mondo (la morale di una volta non è più rispettata, le buone abitudini si perdono, il mondo va peggiorando di giorno in giorno…) senza vedere il bene immenso che pure non sarebbe difficile scoprire, dentro la Chiesa e anche tra coloro che non si dicono credenti? L’annuncio deve essere sereno e coraggioso: non bisogna mai lasciarsi tentare dal fascino della violenza e dall’imposizione forzata, ma sempre essere rispettosi della libertà altrui e mai scendere a compromessi o accomodamenti. Infine, la povertà. Chi annuncia l’Evangelo non è legato al denaro e al vestito, è distaccato dagli incubi economici e dalla preoccupazione maniacale del domani. Riceve ciò che gli viene offerto e dona gratuitamente ciò che ha, cioè la sua parola, il suo amore per i malati e i sofferenti.

Oggi più che mai siamo chiamati anche noi a una missione povera con i poveri e per i poveri, per le tante forme di povertà, soprattutto quelle interiori, che sono paradossalmente più difficili da superare. È la libertà dalle cose, la libertà dal tempo e la libertà del cuore. Il testimone cristiano è uno che sa usare bene le cose, il tempo e che ha il cuore libero. Il cardinale Martini usava tre aggettivi molto belli: un cuore libero, sciolto e generoso. Dovremmo essere una chiesa libera, sciolta e generosa. Tanto quello che non abbandoneremo noi, ce lo faranno lasciare gli altri o le circostanze d’intorno.

E il papa san Paolo VI nella esortazione Evangelii nuntiandi scriveva: «Evangelizzare è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda. Essa esiste per evangelizzare, vale a dire per predicare ed insegnare, essere il canale del dono della grazia, riconciliare i peccatori con Dio, perpetuare il sacrificio del Cristo nella santa Messa, che è il memoriale della sua morte e resurrezione. Invitata ad evangelizzare, a sua volta invia gli evangelizzatori. Mette nella loro bocca la Parola che salva, spiega loro il messaggio di cui lei è depositaria: dà loro il mandato che lei stessa ha ricevuto. Ma non a predicare le proprie persone, le loro idee personali, bensì un Vangelo di cui né essa, né essi sono padroni» (n. 14).

SOLENNITÀ DEI SANTI PIETRO E PAOLO

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La Chiesa, una grande famiglia di testimoni

Gesù domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell'uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti» Matteo 16,18

Le chiese d’oriente e d’occidente celebrano oggi la solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo, nella data in cui, secondo un’antica tradizione, sarebbe avvenuto nel 64 il loro martirio a Roma. Nella pagina del Vangelo offerta dalla liturgia si nota come Pietro abbia avuto un’illuminazione straordinaria, addirittura una rivelazione sulla persona di Gesù. «Voi, chi dite che io sia?». Questa domanda, dopo avere attraversato la coscienza di Pietro e dei discepoli, rimbalza ora sulla sponda della nostra esistenza e si ripercuote dentro la cella segreta della nostra interiorità.

Chi è Gesù per noi? Che cosa rappresenta per la nostra vita? Se mancasse Gesù, cambierebbe qualcosa nel nostro modo di affrontare l’esistenza? È chiaro che ciascuno viene personalmente interpellato e deve dare una risposta che nasca dal suo particolare rapporto con Gesù. Certamente potrebbe utilizzare intuizione e parole che appartengono alla tradizione cristiana (anche Pietro, del resto, nella sua risposta si serve di categorie religiose preesistenti), ma ciò che conta è che vengano investite di quel particolare pathos che rivela un legame personale, insostituibile e irrinunciabile.

Forse le risposte più belle per Gesù sono quelle che, discostandosi dal linguaggio tradizionale, esprimono fede e amore in forme nuove, con la libertà che è propria degli innamorati quando sanno inventare un “lessico famigliare” pieno di immaginazione e di freschezza poetica. E quando il pensiero di Dio potrebbe alimentare qualche paura, è ancora Gesù che ci restituisce la pace che andiamo invocando.

Per questa via possiamo anche capire che cosa significhi appartenere a quella Chiesa a cui Gesù allude quando dice a Pietro: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa». Questa Chiesa, prima di essere immaginata come una comunità strutturata per mezzo di una precisa gerarchia che trova in Pietro il suo punto di coesione, dovrebbe essere vista come una grande famiglia di testimoni in cui ciascuno, facendo eco alla confessione di fede data da Pietro, è chiamato a dire a Gesù: «Grazie, o Signore, perché tu mi riveli la prossimità, la tenerezza, l’amicizia di Dio, tu che di Dio sei il volto e l’immagine più vera. Grazie perché è meraviglioso sapere che c’è Dio che ci ama e a noi chiede anzitutto di lasciarci amare».

Ci è di aiuto anche la testimonianza di san Paolo. La seconda lettura offre infatti il testamento spirituale in cui lui, consapevole della morte imminente, fa il bilancio della propria vita ed esprime la sua profonda convinzione di fede: «Io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione» (2Timoteo 4,6-8). Nonostante l’abbandono di tanti uomini e la difficoltà dell’ora presente, Paolo non si sente solo: «Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché per mio mezzo si compisse la proclamazione del messaggio e potessero sentirlo tutte le genti: e così fui liberato dalla bocca del leone. Il Signore mi libererà da ogni male e mi salverà per il suo regno eterno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen» (4,17-18).

SOLENNITÀ DEL CORPO E SANGUE DI CRISTO

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Dove c’è una fame, facciamoci pane

«Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla». Luca 9,16

Al termine del tempo pasquale la liturgia riprende il ricordo dell’Eucaristia e della istituzione del sacramento con cui Gesù ha scelto di rimanere in mezzo a noi per sempre. L’evangelista Luca mostra come nel mezzo del deserto, al calar della notte, Dio ripete gli antichi prodigi della storia del suo popolo; sebbene gli uomini credano di essere soli e abbandonati, Gesù si ritrova in mezzo a loro e distribuisce a piene mani il suo mistero: insegna, guarisce, offre cibo. Per mezzo di Gesù, Dio si rivela come colui che offre l’alimento della vita al popolo.

In prospettiva ecclesiale, il miracolo è divenuto un’anticipazione di ciò che compirà uno o due anni dopo all’interno della sala del cenacolo nell’ultima sera della sua vita terrena. Egli «prende i pani, leva gli occhi al cielo, li benedice, li spezza e li dà ai discepoli». Per capire, gustare, assaporare l’Eucaristia è necessario prendere coscienza della fame che abita dentro di noi e rode in profondità le risorse del nostro vivere abituale.

Si partecipa alla celebrazione eucaristica non per un senso del dovere o per i valori simbolici che essa esprime, ma perché si è mossi da una fame profonda. Per rimediare a questa fame Gesù ci parla di pane, quasi a ricordarci che non si tratta di un mangiare in senso metaforico, ma di un mangiare concreto, come concreto è un pane che compare sulla nostra tavola, come concreto era il pane che egli aveva moltiplicato per sfamare la folla che lo seguiva.

È Dio che in qualche modo si rende presente nel pane così che questo viene a intridersi di una luce particolare. Nell’Eucaristia riscontriamo il pieno avverarsi di quel progetto di amore per cui il figlio di Dio è disceso dal cielo, si è abbassato fino a farsi carne e sangue come uno di noi. Ma con l’incarnazione non aveva ancora toccato l’ultima soglia della sua divina umiltà. Cristo non ci dà soltanto una dottrina o un modello da imita re. E neppure ci dà solo la presenza dell’Emmanuele, del Dio con noi, ma la presenza di un Dio che è in noi come è in noi il pane che noi mangiamo. Se poteva bastare toccare le frange del mantello di Gesù per sentirsi miracolati, abbiamo mai pensato quale forza potrebbe esprimere l’Eucaristia che le liturgie orientali chiamano “fuoco e Spirito”?

Questa riflessione ci permette di renderci conto del valore che hanno le nostre celebrazioni eucaristiche. Quando possiamo dire di avere partecipato a una Messa che fosse veramente viva? Ci capita talvolta di confidare: “Ho partecipato a una bella Messa”. Perché è stata bella? Forse perché i canti eseguiti dal coro erano stati preparati con molta cura? O anche perché c’è stato qualcuno che ha parlato molto bene, spiegando il Vangelo?

Una Messa è bella quando, comunicando con la presenza reale di Cristo, diventiamo noi stessi presenza reale di Cristo nel mondo. A volte siamo troppo preoccupati di noi stessi. Ci sono persone che pregano e fanno la comunione per godere della sua presenza pacificante e rassicurante. Ma non è questo un modo esemplare di vivere l’Eucaristia. Fare la comunione è nutrirsi della sua presenza viva, dei suoi pensieri, del suo amore così da allargare i confini del nostro cuore. Si viene alla Messa come mendicanti e si ritorna come donatori.

SOLENNITÀ DELLA SS. TRINITÀ (ANNO C)

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Uno sguardo all’interno del mistero di Dio

«Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà» Giovanni 16,15

Alla chiusura del tempo pasquale la liturgia propone una domenica dedicata alla Santissima Trinità con l’invito a ripensare tutta la storia della salvezza in cui Dio si è rivelato come una comunità di persone che si amano. Il brevissimo passo evangelico (Giovanni 16,12-15) può essere considerato come una finestra – appena socchiusa, ma preziosissima – che ci permette di dare uno sguardo all’interno del mistero di Dio.

In questo brano Gesù è l’unico che parla in prima persona, e parla del Padre, di sé stesso e dello Spirito: «Tutto quello che il Padre possiede è mio, e tutto quello che è mio lo Spirito Santo lo darà a voi». È questione davvero di amore. Si rischia di andare fuori strada quando si cerca la comprensione del mistero di Dio attraverso vie diverse da quelle dell’amore. La Trinità non sono tre persone giustapposte, ma tre generosità che si donano l’una all’altra in pienezza. Ciascuna delle tre persone è per sé stessa solo essendo per le altre due.

Nella Trinità, in cui la reciprocità è perfetta, l’amore stesso è una persona, lo Spirito Santo: amore del Padre per il Figlio, amore del Figlio per il Padre. Un bacio reciproco, se si vuole. Ed è questo Spirito che guiderà i discepoli alla comprensione di quella verità che ora non sono in grado di portare e assisterà la comunità nel difficile compito di unire la fedeltà e la novità, la memoria al rinnovamento. Dal momento che sappiamo chi è Dio – anche se è una realtà molto misteriosa – sappiamo quello che dobbiamo essere. Troppo spesso le nostre relazioni sono possessive e dominatrici. Invece di accettare e rispettare l’altro così come è, tendono a catturarlo, a sottometterlo, a piegarlo ai propri interessi.

Per amare come si amano le tre persone divine bisogna essere sé stessi, il più profondamente e il più consapevolmente possibile. Bisogna volere che gli altri “siano”, il più profondamente e il più consapevolmente possibile. E non volerlo soltanto con il pensiero, con il desiderio, ma operare perché essi lo siano. L’amore trinitario ci obbliga a escludere la volontà di potenza e il desiderio di annessione. Per rispecchiare l’immagine di Dio, la relazione deve essere tale da esprimere un amore umile e mite, fiducioso e generoso fino a poter dire: «Quello che è mio voglio che ora sia anche tuo». Forse dopo questa riflessione sulla Trinità restiamo con il senso di disagio che ci è abituale quando non riusciamo a capire cosa vorremmo.

Ma c’è una cosa che dovrebbe essere chiara: a nulla serve credere nella Trinità se questa fede non si incarna nella vita e non viene professata attraverso le relazioni di tutti i giorni. Ancora una volta è il caso di dire che mentre ci sono cristiani che rinnegano con la vita quello che professano a parole, ci sono persone non credenti che, senza saperlo, danno testimonianza a favore della Trinità con una vita di relazioni limpide e generose. La vera fede nella Trinità, più che nei segni di croce, si esprime in quei gesti di amicizia che mettono in circolazione la comunione di amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

PENTECOSTE

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Pentecoste | The Society of Jesus

Lo Spirito Santo, una presenza liberante

«Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre» Giovanni 14,15-16

Sette settimane dopo la Pasqua – il cinquantesimo giorno – è la Pentecoste. Era l’antica festa dell’alleanza: Israele arrivò al Sinai cinquanta giorni dopo l’uscita dall’Egitto e in quella data festeggiava il patto con Dio. In una festa di Pentecoste lo Spirito Santo scese sugli apostoli e la Chiesa venne alla luce: uscì all’aperto e cominciò ad annunciare il Vangelo. Gli Atti degli Apostoli ci raccontano questo evento che ha dato origine alla missione della Chiesa. Il brano del Vangelo ripropone un brano molto denso dei discorsi di addio di Giovanni. I passi in cui Gesù parla dello Spirito consolatore si inseriscono in un preciso contesto esistenziale: il tempo della Chiesa con i suoi problemi e i suoi interrogativi, l’odio del mondo, la persecuzione, l’incredulità che perdona.

Alla luce di questo contesto si comprendono bene i tre compiti fondamentali che il quarto evangelista assegna allo Spirito: conservare fedelmente la memoria di Gesù, la comprensione interiore e personale della sua Parola, il coraggio della testimonianza. Nel nostro passo specifico un’idea forte – forse la più importante – è che la condizione per accogliere lo Spirito è l’amore a Gesù («Se mi amate, osserverete i miei comandamenti»), l’ascolto della sua Parola e l’osservanza dei comandamenti. Tre cose, dunque, molto concrete e persino verificabili. Se mancano queste tre condizioni non c’è alcun spazio per lo Spirito.

D’altra parte, nel passo della Lettera di Paolo ai Romani (8, 8-17) che costituisce la seconda lettura della Messa, Paolo insegna che lo Spirito è libertà, perché ci libera dalla schiavitù della carne, cioè dall’egoismo. Lo Spirito trasforma i desideri dell’uomo: non più i desideri dell’egoismo, ma della carità. Prigioniero del suo egoismo (la carne) l’uomo sente la legge dell’amore (la legge di Dio) come un peso e una schiavitù. Lo Spirito muta il “desiderio” dell’uomo: la legge della carità diviene ciò che desidera, a cui tende. Lo Spirito libera l’uomo trasformandolo dall’interno, capovolgendo la natura profonda del “desiderio”. Ma non si tratta solo di questo. Lo Spirito rinnova anche il rapporto con Dio: non più schiavi, ma figli. E anche questo è grande libertà. Se poi Paolo precisa che si tratta di una filiazione “adottiva”, non è per sminuirla, tanto meno per affermare che si tratta di qualcosa di esterno e giuridico, ma per ricordarne la gratuità.

Per Paolo la presenza dello Spirito è una presenza liberante, che si lascia discernere da alcuni segni: un capovolgimento nella logica della vita, un nuovo rapporto con Dio sperimentato come Padre, l’intima convinzione (a dispetto delle smentite, della poca fede e dello stesso peccato) di essere figli di Dio. È dunque un nuovo rapporto con Dio: l’uomo può rivolgersi a lui liberamente, francamente e confidenzialmente. Non più un rapporto di schiavitù ma di libertà: il cristiano può far sua la medesima confidenza e la medesima libertà di Gesù verso il Padre. Questo rapporto filiale con Dio è la radice di ogni altra libertà.

La Pentecoste porta a compimento la Pasqua, lo Spirito realizza l’opera di Gesù; grazie allo Spirito noi siamo diventati figli, possiamo vivere da figli. Con gratitudine, riconoscenza e libertà accogliamo lo Spirito di Dio, lasciamolo agire nella nostra vita e vedremo dei cambiamenti grandi!

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