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I domenica di Avvento – anno C –

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Il mondo dorme, ma Dio è già in cammino verso di noi
Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo Matteo 24,44ll tempo di Avvento, che oggi ha inizio, è il tempo della venuta – la parola stessa significa “qualcuno o qualcosa che sta per venire” – e ci richiama al valore dell’attesa e della speranza. Ma che cosa si profila all’orizzonte della nostra esistenza? Dove va la storia? Che ne sarà del mondo e di noi, quando si chiuderà la nostra vicenda segnata da precisi limiti di tempo e di spazio? Sono interrogativi che spesso preferiamo eludere, per non turbare la fragile quiete del presente. Non mancano i profeti di sventura, che annunciano futuri carichi di paure e di catastrofi. Ciò che invece sembra mancare è una coscienza collettiva del futuro, un respiro interiore capace di guardare oltre l’oggi, dilatando l’orizzonte della speranza.

Anche noi cristiani, talvolta, sembriamo aver smarrito l’attesa, come se la fede non avesse più nulla da desiderare. Eppure, la fede autentica vive di un futuro promesso: un futuro che non è incerto né oscuro, ma che ha un nome e un volto: Gesù Cristo, il Signore che viene. L’Avvento ci invita a riaccendere l’attesa, a ricordare che la storia non è un andare verso il nulla, ma verso un incontro. Egli è già venuto nella nostra carne, viene oggi nei segni della sua presenza – nella Parola, nell’Eucaristia, nei poveri, nella vita che rinasce – e verrà nella gloria, quando tutto sarà compiuto e Dio sarà tutto in tutti.

Il 

brano del Vangelo (Matteo 24,37-44) contiene un breve passaggio esortativo per far riflettere sulla necessità di rimanere svegli e riconoscere la presenza del Signore. Richiama l’episodio di Noè e del diluvio, insieme all’immagine del ladro notturno: due scene che evocano un evento improvviso, imprevisto, capace di cogliere l’uomo alla sprovvista. I contemporanei di Noè e il padrone di casa distratto sono accomunati dalla stessa spensieratezza: vivono immersi nelle loro occupazioni, ma senza pensiero, senza sguardo sul futuro, senza attenzione al senso profondo della vita. Talmente presi dalle mille faccende quotidiane, non si accorgono di nulla: il diluvio arriva e li travolge. Quando aprono gli occhi è troppo tardi. Come quel padrone che prende precauzioni solo dopo che i ladri gli hanno svaligiato la casa. «Bisognava pensarci prima», diremmo noi. Ed è proprio questo il cuore dell’esortazione di Gesù, che Matteo ripete alla sua comunità e anche a noi oggi: «Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà» (Matteo 24,42).

Vegliare significa vivere con fede e con speranza. È credere che Dio non ci abbandona, ma ci accompagna e ci custodisce in ogni circostanza, anche nelle prove più difficili. Chi veglia sa che, come Noè nel diluvio, è al sicuro dentro l’arca della fiducia e dell’amore di Dio. Vegliare, inoltre, non significa pensare solo a sé, ma saper guardare chi ci vive accanto. Molti vivono sereni senza preoccuparsi di Dio, e questo ci interroga: perché turbare coscienze tranquille? Parlare o tacere? Non serve discutere o convincere. Solo chi ha sperimentato la bontà di Dio può testimoniare con sincerità. Chi ha conosciuto la gioia del Vangelo sa che esiste una pace più profonda di ogni successo o piacere. A noi è chiesto di irradiare questa gioia, mostrando che il Dio che giudica è anzitutto il Dio che ama, il buon Pastore che cammina accanto a noi.

Con lui al nostro fianco, non c’è nulla da temere: né la morte, né il dolore, né il futuro.

NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO RE DELL'UNIVERSO

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Il re inchiodato

In verità io ti dico: oggi sarai con me nel paradiso Luca 23,43

Nella scena del Calvario raccontata dall’evangelista Luca colpisce profondamente il comportamento del malfattore, che diventa l’icona più luminosa della fede nell’ultima ora. Egli è crocifisso accanto a Gesù, ma, a differenza dell’altro, non si lascia imprigionare dalla disperazione. Le sue parole, pronunciate nel momento della massima oscurità, rivelano un cuore che si apre alla luce. Ci sono due suoi interventi, brevi ma intensi.

Il primo è rivolto all’altro condannato: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». In queste parole si manifesta una straordinaria umiltà: egli riconosce il proprio peccato e accetta la pena come giusta. Non cerca giustificazioni, non incolpa nessuno; guarda la verità di sé con realismo e con fiducia. È il primo passo di ogni conversione: la consapevolezza della propria colpa e, insieme, la percezione che accanto a sé c’è un innocente che non smette di amare.

Il secondo intervento è una supplica rivolta direttamente a Gesù: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». È una preghiera breve, ma racchiude una fede sorprendente. Il malfattore capisce che Gesù sta davvero entrando nel suo regno, proprio nel momento in cui tutti lo vedono sconfitto. Ci vuole uno sguardo di fede per riconoscere un re nella debolezza, per vedere nella croce un trono e nella morte una vittoria.

Gli occhi della carne vedono solo un uomo umiliato, schernito, agonizzante; gli occhi del cuore, invece, illuminati dalla grazia, vedono la regalità dell’Amore che si dona fino alla fine. Come è giunto a questa fede? Probabilmente il malfattore ha visto e sentito parlare di Gesù: sa che «non ha fatto nulla di male» e, forse, ha ascoltato la sua parola di perdono: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno ». Ha percepito che Gesù continua a fare del bene anche mentre riceve del male, che il suo potere non è quello della forza ma dell’amore.

Ed ecco la risposta immediata e sorprendente: «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso». Gesù non promette un domani lontano, ma un “oggi”: l’oggi della salvezza, l’oggi in cui l’amore apre le porte del paradiso. Anche sulla croce, Gesù regna: esercita il suo potere sovrano, che non è quello di dominare ma di salvare, di perdonare, di creare dal nulla un mondo nuovo fondato sulla grazia.

Cristo, dunque, regna dalla croce: non con la potenza delle armi, ma con la forza dell’amore che perdona. Il suo trono è il legno del sacrificio, la sua corona è di spine, il suo scettro è la misericordia. Egli è il re che salva, il re che si fa servo, il re che porta con sé in paradiso chi si affida a lui.

La solennità di Cristo Re dell’universo ci invita a lasciarci giudicare da questo volto di regalità: un re disarmato, che regna dal patibolo e che continua a dire a ogni cuore pentito: «Oggi sarai con me nel paradiso ».

XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

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Perseveranza, il battito della speranza

Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita Luca 21,18-19

Le ultime domeniche del tempo ordinario ci fanno guardare oltre il presente, verso il compimento finale della storia e la piena realizzazione del Regno di Dio. Il brano di Luca riporta una parte del discorso che Gesù rivolge ai suoi discepoli prima della Passione. Luca raccoglie parole che per i suoi lettori avevano già trovato un riscontro nella storia. La distruzione di Gerusalemme, infatti, era già avvenuta.

«Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?», chiedono alcuni tra la folla. Gesù però non entra in quella logica curiosa che cerca di conoscere tempi e segni. Non vuole alimentare calcoli apocalittici, ma educare i discepoli a uno sguardo di fede sulla storia. Il suo invito è chiaro: non lasciatevi ingannare, non abbiate paura.

Gesù parla di guerre, rivolte, popoli in lotta, terremoti, carestie e segni spaventosi. È il linguaggio tipico dell’apocalittica, che non va inteso come un annuncio di catastrofi imminenti, ma come un modo simbolico per dire che il male accompagna la vicenda umana. Da sempre, infatti, la storia è segnata da sofferenze, disordini e prove; ma Dio non abbandona il suo popolo. Gesù invita i suoi discepoli a non lasciarsi travolgere dal timore né da facili illusioni. La fine non è ancora arrivata, perché il cuore del messaggio non è la distruzione, ma la fedeltà di Dio. «Badate di non lasciarvi ingannare», dice, «non andate dietro a loro», «non vi terrorizzate ». La fede non si nutre di paura, ma di fiducia: è questa la perseveranza che salva.

Anche la persecuzione fa parte del cammino del discepolo. Non è un segno di fallimento, ma un’occasione per testimoniare il Vangelo. Gesù chiede di non difendersi con le proprie forze, ma di affidarsi allo Spirito, che darà le parole giuste al momento opportuno. Annunciare il Vangelo comporta infatti fatica, rifiuti e, talvolta, perfino la perdita della vita; ma è proprio attraverso queste prove che la fede si purifica e diventa testimonianza viva. Il Signore, infine, incoraggia i suoi con una promessa che attraversa i secoli: «Nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto». Nulla di ciò che siamo o viviamo va perso davanti a Dio. Come commenta san Gregorio Magno, anche ciò che non fa male, come il taglio di un capello, non sarà dimenticato da Dio: è il segno della sua cura tenera e totale per ciascuno dei suoi figli. Alla fine, ciò che Gesù chiede è una cosa sola: la perseveranza. Rimanere saldi nella fede, nonostante tutto. È questa fedeltà quotidiana, umile e tenace, che conduce alla salvezza.

È di grande consolazione anche la parola del profeta Malachia (3,19-20) nella prima lettura: «Per voi, che avete timore del mio nome, sorgerà con raggi benefici il sole di giustizia e voi uscirete saltellanti come vitelli di stalla». L’immagine è vivace e piena di speranza: descrive una gioia giovane, libera e irrefrenabile, come quella di animali che, dopo essere stati a lungo chiusi, vengono finalmente liberati alla luce del sole. È il segno di un popolo che ritrova la vita dopo un tempo di oppressione e oscurità. Il “sole di giustizia” è il simbolo del Signore che viene a rischiarare ciò che era immerso nelle tenebre. La sua presenza porta guarigione, libertà e nuova energia. Dopo il tempo della prova, si apre un orizzonte di pace: Dio non dimentica coloro che restano fedeli al suo nome, ma li colma di luce e di forza.

DEDICAZIONE DELLA BASILICA LATERANENSE

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Rito RomanoAggiornamenti rssdon Gianni Carozza
 

DEDICAZIONE DELLA BASILICA LATERANENSE (ANNO C) - 9 NOVEMBRE 2025

 

Non muri, ma cuori: il vero tempio di Dio

Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere […] Ma egli parlava del tempio del suo corpo Giovanni 2,19.21

Il 9 novembre la Chiesa celebra la festa della Dedicazione della Basilica Lateranense, cattedrale di Roma e madre di tutte le chiese del mondo. A prima vista può sembrare soltanto un ricordo storico, ma in realtà è una memoria dal profondo significato ecclesiale e spirituale: celebra la Chiesa stessa, edificio di pietre vive costruito sull’amore di Dio.

La Basilica del Laterano, edificata al tempo dell’imperatore Costantino e dedicata nel 324 al Santissimo Salvatore, con i santi Giovanni Battista e Giovanni Evangelista come patroni, rappresenta la prima chiesa dell’Urbe e, simbolicamente, dell’Orbe intero. Essa è dedicata anzitutto al Salvatore, circondato dal più grande tra i profeti e dal discepolo  amato: un segno eloquente di Cristo al centro della storia della salvezza. Questa festa non è dunque la memoria di un edificio, ma la celebrazione del mistero della Chiesa come popolo di Dio, corpo di Cristo e tempio dello Spirito Santo. È la “Chiesa” con la maiuscola, fatta di uomini e donne redenti. Le letture liturgiche di questa domenica illuminano questo significato.

Il profeta Ezechiele (47,1-12), nella prima lettura, descrive un’acqua che scaturisce dal lato destro del tempio e ridà vita alle terre aride e al Mar Morto: simbolo della grazia che scaturisce dal costato trafitto di Cristo e che vivifica il deserto dell’umanità. Il Salmo canta: «Un fiume rallegra la città di Dio», immagine della Chiesa rallegrata dall’amore del suo Signore. San Paolo (1Corinzi 3,9-17), nella seconda lettura, ricorda che «voi siete il tempio di Dio»: non le mura, ma la comunità dei credenti è il vero  edificio di Dio. Il Vangelo di Giovanni (2,13-22) ci conduce a Gerusalemme, poco prima della Pasqua. Gesù, come ogni ebreo devoto, sale al tempio e, vedendolo trasformato in un mercato, compie un gesto profetico: scaccia venditori e cambiavalute, purificando il luogo sacro. I Giudei lo interrogano: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Gesù risponde: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere ».

L’evangelista spiega che Gesù parlava del tempio del suo corpo. Il vero tempio non è più fatto di pietre, ma di carne: è la sua umanità, nella quale Dio ha posto la sua dimora. In Cristo, Dio incontra definitivamente l’uomo. Il Figlio dell’uomo è il nuovo luogo santo, in comunicazione costante con il Padre, la vera “presenza” di Dio in mezzo al suo popolo.

Solo dopo la Pasqua, quando lo Spirito Santo aprì la mente dei discepoli alla comprensione delle Scritture, essi capirono il significato di quelle parole: Gesù è il tempio nuovo ed eterno, il luogo dell’alleanza definitiva, dove Dio e l’umanità si incontrano per sempre. Celebrare la Dedicazione del Laterano significa allora riscoprire la bellezza e la verità della Chiesa, corpo di Cristo e dimora dello Spirito. È ricordare che la fede non si fonda su un edificio di pietra, ma su una relazione viva con il Signore risorto, il tempio che non tramonta, sorgente di grazia che continua a rallegrare la città di Dio.

COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI

 

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Commemorazione di tutti i Defunti – Chiesa di Milano

 

La morte inganna, Dio non mente

Dopo che questa mia pelle sarà strappata via, senza la mia carne, vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso, i miei occhi lo contempleranno e non un altro Giobbe 19,26-27

Ogni domenica, alla fine del Credo, ripetiamo: «Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà». Non è un mero atto di fede rituale: è la convinzione profonda su cui costruiamo la nostra esistenza. Non si tratta di fuggire dalla vita terrena, ma di guardare oltre, di confidare nella promessa di Dio, che offre più di quanto la nostra esperienza limitata possa immaginare. In questo contesto, il problema più grande della vita umana, la morte, assume una luce nuova. La morte non è semplicemente una chiusura: è anche apertura, non una fine definitiva ma un passaggio verso la vita piena. I primi cristiani la definivano dies natalis, il giorno della nuova nascita. Questa prospettiva cambia radicalmente il modo in cui comprendiamo la vita terrena: non più come storia principale, con l’aldilà come appendice, ma come prefazione che introduce alla storia fondamentale dell’esistenza, che si compie in Dio.

Dio non vuole la morte: Egli ha sempre lottato contro di essa. La risurrezione di Cristo ne è la prova definitiva, l’atto che ha forzato le porte della morte e ha rivelato Dio come amante della vita. In questa luce, le espressioni che talvolta leggiamo nei necrologi – “Dio ce lo ha dato, Dio ce lo ha tolto” – appaiono fraintese. Dio non riprende la vita: Egli la custodisce, la rinnova, la libera dalla morte. I cristiani, partecipando alla risurrezione di Cristo, possono affrontare la morte senza paura, con la certezza che essa non è l’ultima parola.

I nostri defunti, poi, non sono assenti. Sono vivi, non solo nella memoria e nell’affetto, ma in Dio, e quindi in un modo che trascende lo spazio e il tempo. Essi ci accompagnano, il meglio di ciò che hanno vissuto resta in noi come fermento vitale. Con loro il dialogo non si interrompe: possiamo ancora dire grazie, chiedere perdono, sciogliere malintesi.

La morte, pur dolorosa, non spezza i legami fondamentali. Al contrario, apre alla possibilità di una comunione nuova, partecipata e viva. Questa visione offre pace e consolazione. Come Simeone, possiamo affidare la nostra vita alla parola di Dio, dicendo: «Ora lascia che il tuo servo se ne vada in pace secondo la tua parola». Per questo, in ogni celebrazione eucaristica la Chiesa invoca il perdono divino per «tutti i nostri fratelli e sorelle che si sono addormentati nella speranza della risurrezione e, nella misericordia del Signore, per tutti i defunti perché siano ammessi alla luce del suo volto».

In ultima analisi, il cristiano non teme la morte perché sa che la sua vita non si esaurisce qui. La vita piena, la pienezza di gioia promessa da Dio, ci attende oltre la morte, e la risurrezione di Cristo ce ne garantisce l’accesso. In questa prospettiva, la morte non è un problema insormontabile, ma un passaggio verso la pienezza, e i nostri morti, vivi in Dio, restano partecipi della nostra storia e della nostra speranza. Aspettiamo dunque la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà. La nostra fiducia in Cristo ci permette di vivere, amare e morire con serenità, consapevoli che, attraverso lui, ogni vita trova compimento e ogni morte si trasforma in nascita.

XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

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Specchi di vanità e giustizia

Disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri Luca 18,9

Gesù racconta un’altra parabola a proposito della preghiera: dopo quella della vedova insistente presenta due uomini che pregano, ma con atteggiamenti diversi. Gesù dice che la preghiera di uno non serve a niente, mentre la preghiera dell’altro gli cambia la vita. Il fariseo e il pubblicano appartengono allo stesso popolo, salgono allo stesso tempio, pregano lo stesso Dio. Eppure vivono la religione in due modi opposti: il fariseo la vive come legge, il pubblicano come grazia.

Il fariseo non è un ipocrita: osserva i comandamenti, digiuna più del necessario, paga le decime persino oltre il prescritto. Ma proprio qui sta l’inganno: la sua religione funziona anche senza Dio. La legge prende il posto di Dio, e la sua giustizia diventa autosufficienza. Non ha nulla da chiedere, e così nulla riceve. È il rischio di ogni religione ridotta a norme e doveri: Dio diventa superfluo. Il pubblicano, al contrario, è un peccatore vero, non immaginario. Colluso con i Romani, arricchito a spese del popolo, vive in una situazione morale compromessa. Eppure trova la forza di bussare a Dio: non presenta meriti, non cerca scuse, non alza neppure gli occhi al cielo. Solo una supplica: «O Dio, abbi pietà di me peccatore!».

Il saggio Siracide afferma, nella prima lettura (35,12-14.16-18), che «la preghiera del povero attraversa le nubi», cioè arriva sempre a Dio. L’immagine suggerisce che non tutte le preghiere riescono a raggiungere la loro meta, ma quella del povero sì. Il “povero” in senso biblico non è semplicemente chi ha pochi mezzi materiali, bensì chi è umile, chi non fa affidamento sulle proprie forze, chi riconosce la propria fragilità e il proprio limite. È l’opposto del presuntuoso, che si fida solo di sé stesso e si illude di essere autosufficiente. La forza della preghiera del povero sta proprio in questa verità interiore: nasce da un cuore che non pretende, non si vanta, ma si affida totalmente a Dio. Per questo è una preghiera autentica, che non resta sospesa a metà strada, ma «attraversa le nubi», e raggiunge il Signore.

Dove ci collochiamo noi? Forse, più spesso di quanto pensiamo, siamo farisei che recitano la preghiera del pubblicano: peccatori immaginari, con peccati immaginari, che ricevono una grazia immaginaria. È quella che Dietrich Bonhoeffer chiamava «la grazia a buon mercato»: perdono senza conversione, fede senza sequela, Cristo senza croce. Eppure il Vangelo non lascia spazio a illusioni. Il peccato più grave non è solo fare il male, ma non fare il bene. Nessuno è veramente giusto; tutti abbiamo bisogno di misericordia.

Per il fariseo, la grazia è essere liberato dall’illusione di innocenza; per il pubblicano, la grazia è la liberazione dalla colpa. Entrambi devono guardarsi non nel proprio specchio, ma nello specchio di Cristo: il fariseo nella sua vita, che smaschera ogni falsa giustizia; il pubblicano nella sua croce, che cancella ogni peccato.

Così si compie il cerchio della misericordia: non esclusione, ma abbraccio universale. Come scrive Paolo: «Dio ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per usare a tutti misericordia » (Romani 11,32). Raccontare la misericordia significa proprio questo: non c’è vita che ne sia fuori, non c’è cuore che non ne abbia bisogno.

XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

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Il morbo dell’ingratitudine

[ ...] Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Luca 17,17

Gesù è in cammino verso Gerusalemme. In un villaggio gli si avvicinano dieci uomini lebbrosi. La lebbra, più che malattia fisica, è simbolo di separazione, di emarginazione, di esclusione dalla comunità e dal culto. Questi uomini non possono avvicinare gli altri né Dio; la loro vita è sospesa nella lontananza, nel grido, nell’attesa. Eppure il loro appello raggiunge Gesù. La sua misericordia non fa distinzioni. Tutti e dieci credono alla sua parola e, senza indugio, si mettono in cammino verso i sacerdoti secondo la Legge. Lungo la strada, come per un miracolo silenzioso, sono purificati. Ma tra loro solo uno torna indietro. È un samaritano, uno straniero, colui che la comunità disprezza e rifiuta. Il suo tornare non è un semplice gesto fisico: è un vero e proprio rivolgimento interiore. “Tornare”, nel linguaggio biblico, significa conversione. Significa ritornare a Dio, riconoscere la sorgente di ogni dono, abbandonare l’indifferenza e scoprire la gratitudine come via di trasformazione. Gesù loda la fede di questo uomo, sottolineando che il cuore che riconosce il bene ricevuto è ciò che salva.

Il samaritano non si limita a percepire la guarigione: egli unisce nella stessa lode Dio e Gesù. La sua gratitudine diventa riconoscimento, adorazione e azione di grazie. Riconosce davanti a tutti che la salvezza è dono, che la misericordia non ha confini né pregiudizi. La fede, allora, non è un fatto privato, ma un gesto visibile che trasforma chi lo compie e chi lo osserva. Spesso, rifletteva il cardinale Carlo Maria Martini, ci troviamo tra i nove che non sanno tornare indietro. La fede rischia di diventare abitudine, il dono appare scontato. Così perdiamo la forza di stupirci, la capacità di tornare a Dio e di riconoscere che ogni istante della vita è un’occasione di grazia. Il samaritano, invece, ci mostra che la vera libertà nasce dal cuore che sa dire grazie, dalla coscienza che ogni gesto di bene, ogni parola, ogni incontro è dono da lodare.

Questa pagina invita a riflettere anche sul nostro tempo. Viviamo in un mondo che corre, che separa, che distingue tra “noi” e “gli altri”. La vita ci pone davanti a molte occasioni per dimenticare di riconoscere i doni ricevuti: salute, amicizia, fede, possibilità di essere generosi. Eppure, come il samaritano, possiamo tornare indietro. Possiamo fermarci, volgere lo sguardo verso chi ci ha preceduto nel dono, scorgere la presenza di Dio nei gesti più piccoli e ordinari, e trasformare la nostra gratitudine in vita concreta, aperta e luminosa.

La domanda di Gesù resta aperta: «E gli altri nove dove sono?». Non è una condanna. È un invito a fermarsi, a voltarsi, a ritrovare la sorgente della propria vita spirituale. È un richiamo a scoprire la bellezza del dono ricevuto e a lasciarsi trasformare dalla gratitudine. L’Eucaristia è il gesto supremo del ringraziamento. La Messa domenicale non è un obbligo né una tassa da pagare al Signore, ma l’autentico atto di affetto di chi riconosce la sua presenza e i doni ricevuti. Partecipare significa accorgersi della grazia di ogni istante e offrire a Dio la propria gratitudine. Trascurare la Messa è segno di una fede che rischia di diventare abitudine, fino a lamentarsi quando i progetti e la vita vengono sconvolti. La vera fede, invece, si manifesta nel ritorno quotidiano al Signore, nel riconoscere la sua grazia e trasformarla in gesti concreti di amore e di lode.

Quale fede ti muove? XXVII Domenica del T.O.

Se aveste fede quanto un granello di

senape, potreste dire a questo gelso:
«Sràdicati e vai a piantarti nel mare»,
ed esso vi obbedirebbe (Luc 17,6)

 

Gli apostoli, consapevoli
di avere risorse
limitate, si rivolgono
a Gesù con una richiesta
sincera: «Accresci
in noi la fede!». Con queste
parole chiedono una fiducia più
profonda in Dio. Non si tirano indietro
e non rinunciano ai loro
compiti; al contrario, cercano una
relazione più stretta con il Signore,
consapevoli che da soli non potrebbero
arontare tutto ciò che li
attende. Gesù, tuttavia, non risponde
semplicemente con un sì
immediato, ma con una parola che
sorprende: «Se aveste fede quanto
un granello di senape…». Con l’immagine
di un seme piccolo e apparentemente
insignificante, mostra
che non è la quantità di fede a determinare
la sua
efficacia, ma la
qualità e la vitalità
di una fede autentica.
Anche un
piccolo frammento
di fede, se sincero
e vissuto con
costanza, può
compiere meraviglie
che, agli occhi
umani, sembrerebbero impossibili.
Non conta la quantità della
fede, ma la sua qualità.
Nella prima lettura, il profeta
Abacuc (1,2-3; 2,2-4) ci offre un
esempio concreto di questa fiducia.
Scrive in un periodo drammatico
per Israele, quando Gerusalemme
è minacciata e la società
appare corrotta. Il profeta si lamenta con Dio per la violenza e l’ingiustizia
che vede intorno a sé,
esprimendo sentimenti che rispecchiano
i nostri stessi dubbi: sembra
che Dio non intervenga, sembra
che il male domini e che il
Signore resti silenzioso.
Ma Dio risponde con chiarezza:
ha stabilito un tempo preciso per le cose per un fine
che spesso l’uomo non
vede».
Anche gli eventi più
ordinari o le difficoltà più
grandi possono trasformarsi,
nelle mani di Dio,
in strumenti di bene e di
crescita. La ducia in lui
trasforma la realtà, anche
quella che appare più insignificante.
Dopo aver insegnato
la forza della fede, Gesù
introduce un altro insegnamento
fondamentale
con la parabola del servo.
Racconta di un contadino
e del suo schiavo, che lavora
duramente nei campi
e poi continua a servire
in casa. La parabola
non descrive ciò che Dio
fa per noi, ma indica la
postura che dobbiamo assumere
davanti a lui.
Non dobbiamo sentirci privilegiati,
né confrontarci con gli altri,
né cercare riconoscimenti. Il nostro
compito è vivere nella disponibilità
e nella gratitudine, facendo
con dedizione tutto ciò che ci è
affidato. Il messaggio è chiaro e
profondo: chi compie il proprio
dovere non deve vantarsi, ma nemmeno
sentirsi inutile o insignicante.
Ogni azione, anche la più piccola
e apparentemente semplice,
ha valore agli occhi di Dio. La postura
giusta è quella del servo consapevole
dei propri limiti, ma grato
di poter collaborare con Dio nella
costruzione del bene. Riconoscersi
“semplicemente servo” significa
vivere con umiltà, fiducia e dedizione,
accogliendo con gratitudine
ogni occasione di servizio come
un dono prezioso.
fare giustizia e ricorda che la condizione
fondamentale per vivere è
la fedeltà: «Il giusto vivrà per la
sua fede». In ebraico, la parola
“fede” (‘emunáh) significa solidità
e fiducia, indica un fondamento saldo
su cui costruire la propria vita.
Non significa pretendere che Dio
faccia ciò che vogliamo noi o secondo
i nostri tempi, ma accogliere
il suo agire, affidandosi pienamente,
anche quando non comprendiamo
tutto. Come scrive Manzoni
ne I promessi sposi: «Dio dispone latutte
le cose per un fine
che spesso l’uomo non
vede».
Anche gli eventi più
ordinari o le difficoltà più
grandi possono trasformarsi,
nelle mani di Dio,
in strumenti di bene e di
crescita. La ducia in lui
trasforma la realtà, anche
quella che appare più insignificante.
Dopo aver insegnato
la forza della fede, Gesù
introduce un altro insegnamento
fondamentale
con la parabola del servo.
Racconta di un contadino
e del suo schiavo, che lavora
duramente nei campi
e poi continua a servire
in casa. La parabola
non descrive ciò che Dio
fa per noi, ma indica la
postura che dobbiamo assumere
davanti a lui.
Non dobbiamo sentirci privilegiati,
né confrontarci con gli altri,
né cercare riconoscimenti. Il nostro
compito è vivere nella disponibilità
e nella gratitudine, facendo
con dedizione tutto ciò che ci è
affidato. Il messaggio è chiaro e
profondo: chi compie il proprio
dovere non deve vantarsi, ma nemmeno
sentirsi inutile o insignicante.
Ogni azione, anche la più piccola
e apparentemente semplice,
ha valore agli occhi di Dio. La postura
giusta è quella del servo consapevole
dei propri limiti, ma grato
di poter collaborare con Dio nella
costruzione del bene. Riconoscersi
“semplicemente servo” significa
vivere con umiltà, fiducia e dedizione,
accogliendo con gratitudine
ogni occasione di servizio come
un dono prezioso.

 

XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

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Nel Vangelo secondo Luca, Gesù ci propone un’altra parabola: quella del ricco che banchettava ogni giorno senza pensieri e del povero Lazzaro, giacente davanti alla sua porta, affamato e coperto di piaghe. Dopo la morte, le sorti si rovesciano: il ricco sperimenta la condanna, mentre Lazzaro trova finalmente consolazione nel grembo di Abramo. Del ricco si dice solo che viveva nel lusso, mangiava e beveva in abbondanza, ma non gli viene dato un nome. Il povero, invece, si chiama Lazzaro, che significa “Dio aiuta”. Questo contrasto non è casuale: il ricco, immerso nei piaceri della vita, resta anonimo, quasi cancellato dalla storia, mentre Lazzaro, pur nella sua miseria, è riconosciuto e custodito da Dio. La parabola ci mostra il vuoto interiore del ricco. La sua vita, centrata esclusivamente sul piacere e sull’apparenza, è come una bulimia: un’abbondanza che nasconde un’anima affamata di senso e di relazioni. Mangiare e bere senza limiti non colma la solitudine; anzi, rivela un cuore incapace di uscire da sé per vedere l’altro.

Lazzaro invece non ha neppure una sepoltura: è l’uomo schiacciato dal peso della sua condizione, simbolo di tutta quell’umanità dimenticata che ancora oggi muore senza un funerale, senza un luogo, senza uno sguardo di pietà. È l’immagine di chi non riesce ad alzarsi da solo, di chi porta un fardello troppo grande.

Questa pagina non va letta secondo la logica del contrappasso, come se chi gode in questa vita fosse destinato a soffrire nell’altra e viceversa. Gesù mette solo in guardia da un atteggiamento preciso: quello del ricco che, pur avendo ogni giorno davanti agli occhi il povero Lazzaro, non si accorge di lui, non lo riconosce, non lo soccorre. Il peccato non è la ricchezza in sé, ma l’indifferenza, l’incapacità di vedere le necessità dell’altro. È qui che la parabola ci provoca: non tanto su ciò che accadrà dopo la morte, ma se sappiamo aprire gli occhi, condividere e farci prossimi. Solo dopo la morte, nell’aldilà, il ricco si accorge di Lazzaro e invoca un sollievo: chiede ad Abramo di mandarlo per bagnargli la lingua con un dito d’acqua. Ma ormai è troppo tardi: l’abisso tra loro non è creato da Dio, ma dalle scelte del ricco, dalla sua indifferenza.

Interessante notare come la Bibbia assegni un nome al povero e non al ricco: Dio non si dimentica mai di chi soffre, lo chiama per nome, lo riconosce, lo custodisce. L’anonimato del ricco diventa simbolo della sua solitudine spirituale e del vuoto interiore. Anche il piacere più abbondante, senza amore per gli altri, non salva né consola. Gesù ci invita così a guardare oltre il piacere immediato e la vita terrena come fine a sé stessa. Ogni giorno davanti a noi c’è qualcuno che ha bisogno di un gesto, di uno sguardo, di una parola: il povero, il malato, chi è solo, chi soffre. Riusciamo a vederlo e ad aprire cuore e mani prima che sia troppo tardi? Ogni nostra scelta, ogni atto di indifferenza o di amore, costruisce ponti o abissi che possono durare anche oltre questa vita. In fondo, questa parabola ci ricorda che la vera ricchezza non sta nel lusso o nel piacere, ma nella capacità di accorgersi degli altri, di farsi prossimi al povero, al bisognoso, all’invisibile. Come riflette Dostoevskij nelle sue opere, la grandezza dell’uomo si misura nel suo rapporto con il dolore altrui: è in quell’attenzione che si misura la nostra vita e la nostra eternità.

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