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Natale del Signore (Anno A) – 25 dicembre 2025

 

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L’umile sapienza del bue e dell’asino

Tra le figure che abitano stabilmente il nostro presepe, il bue e l’asino occupano un posto affettivo e quasi inevitabile. Ma Luca non li nomina e Matteo neppure. La scena evangelica della nascita è molto sobria; non appare né una stalla né una grotta, ma solo una parola che ricorre con insistenza, a segnare il luogo dell’evento: la mangiatoia. Vi è un’essenziale povertà di dettagli. Da dove, dunque, provengono il bue e l’asino? Non dalla volontà di colmare lacune narrative, né dal desiderio di rendere più realistica la scena. L’origine è molto più antica e teologicamente articolata e nasce dall’ascolto della Scrittura nella liturgia dei primi secoli, quando la comunità cristiana meditava l’inizio del libro di Isaia nei giorni immediatamente precedenti al Natale.

Il profeta, all’inizio del suo libro, lancia un’accusa all’ingratitudine del popolo: «Il bue conosce il proprietario e l’asino la greppia del padrone, ma Israele non conosce, il mio popolo non comprende» (Isaia 1,3). È un versetto di grande forza simbolica: gli animali riconoscono chi li nutre, mentre l’uomo smarrisce la memoria del suo Dio. Quando questo testo veniva ascoltato insieme al racconto lucano – dove il bambino è deposto proprio in una mangiatoia – il legame era immediato. In latino Isaia dice: asinus novit praesepe domini sui. La parola praesepe, “greppia”, è la stessa che la tradizione cristiana avrebbe poi scelto per designare la scena della nascita.

Da questa vicinanza linguistica e teologica nacque l’intuizione: accanto al Bambino deposto nel prato della sua umiltà, si collocarono gli animali che, secondo Isaia, sanno riconoscere il loro Signore. Il bue e l’asino sono dunque un commento visivo alla Scrittura, una predicazione muta che parla per contrasti: gli animali comprendono ciò che spesso sfugge all’uomo. Non sono elementi decorativi, ma figure profetiche. Nel presepe, la loro presenza chiede a chi guarda di comprendere: il Signore è qui, ti nutre, si offre a te. Lo riconosci? La tradizione patristica ha poi arricchito il simbolo con ulteriori sfumature. Il bue, animale del sacrificio nel tempio di Gerusalemme, è stato letto come rappresentazione di Israele, la comunità della promessa e dell’attesa messianica. L’asino, considerato impuro nella legislazione antica, è diventato il simbolo delle genti, dei popoli lontani, di chi ancora non conosceva il Dio di Abramo. Nel presepe, dunque, questi due animali stanno insieme come immagini dell’intera umanità: chi appartiene alla storia d’Israele e chi arriva da orizzonti remoti, entrambi raccolti attorno a un Bambino che viene per tutti. Significativa è, poi, la postura con cui l’arte cristiana li ha raffigurati: non distesi in un atteggiamento di riposo, ma in posizione vigile, quasi adorante. È il mondo creato che riconosce la sua origine; è la realtà umile e quotidiana che intuisce la presenza del suo Signore.

Questi simboli antichi non sono estranei al nostro tempo. Oggi, più dell’ostilità verso il Vangelo, pesa la distrazione: una sorta di anestesia dello sguardo che ci abitua a tutto e non ci fa riconoscere più nulla. Il Natale ripropone la domanda di Isaia: che cosa siamo capaci di riconoscere davvero? La frenesia delle feste, le luci, gli impegni possono trasformarsi in una grande mangiatoia che non nutre più: tutto è pieno, e tuttavia tutto resta vuoto.

Il presepe, con la sua calma disarmante, ci restituisce la capacità di vedere. Il Natale non chiede di riempire la scena, ma di riconoscere ciò che dà vita. Davanti a una mangiatoia, un Dio che si fa piccolo continua a cercare il nostro stupore.

IV domenica di Avvento

Giuseppe, l’uomo della notte, del silenzio e dei sogni

PANEQUOTIDIANO, «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te  Maria, tua sposa» – #InCammino

 

l Vangelo dell’ultima domenica di Avvento ci conduce nella casa silenziosa di Giuseppe. Qui, prima ancora del Natale, tutto si muove attorno a un turbamento profondo. Il sogno di Giuseppe, infatti, nasce come rovesciamento di un incubo. La realtà gli era appena crollata addosso: Maria, la sua promessa sposa, è incinta. Matteo dice che lo è «per opera dello Spirito Santo», ma questo annuncio teologico non attenua lo smarrimento di un giovane uomo che non aveva mai visto – né nella Scrittura né nella storia – un concepimento così. Giuseppe si trova stretto tra due decisioni dolorose: denunciare pubblicamente Maria, esponendola all’accusa di adulterio, oppure sciogliere il legame in segreto. Per capire la drammaticità del momento basta ricordare che, nel mondo ebraico, il matrimonio era valido già dal primo accordo tra i due, anche se gli sposi non vivevano ancora insieme. È proprio in questo periodo che Maria risulta incinta: una gravidanza così era punita dalla legge come adulterio.

Matteo definisce Giuseppe “giusto”. Non perché esegua meccanicamente il codice, ma perché sa ascoltare anche la legge del cuore. La sua giustizia è fatta di misericordia, di discernimento, di una tenerezza forte e silenziosa. È giusto perché non si lascia imprigionare dalla durezza della norma e, prima di tutto, vuole proteggere Maria. Decide di sciogliere il vincolo in segreto: preferisce pagare un prezzo personale piuttosto che esporre l’amata alla vergogna e alla morte.

In questo atteggiamento si rivela la grandezza di Giuseppe. Egli insegna che la vera giustizia non è cieca applicazione della legge, ma capacità di leggere le persone prima dei codici. C’è la legge scritta sulla carta e c’è quella impressa nella coscienza: quando le due entrano in conflitto, occorre scegliere la via che salva. Ed è proprio qui che Dio interviene. Un angelo, nel sogno, gli dice: «Non temere di prendere con te Maria». Il sogno non è evasione dalla realtà, ma conferma luminosa del bene che Giuseppe aveva già intuito. L’incubo si capovolge: ciò che sembrava una minaccia diventa una vocazione. Giuseppe accoglie, non senza timore, un compito inedito e più grande di lui. La sua obbedienza – semplice, ferma, nascosta – apre la strada all’incarnazione.

C’è un tratto profondamente umano in questa pagina. Anche noi custodiamo un sogno di vita affettiva piena, perché nasciamo nella relazione e viviamo di relazioni. Per questo l’incubo del tradimento, dell’incomprensione, della solitudine, è uno dei più dolorosi che la vita possa riservare. Quando l’amore viene ferito – tra marito e moglie, tra genitori e figli, tra amici –, il cuore sanguina a lungo.

Ma Giuseppe ricorda che nessuna ferita affettiva è irreparabile. Che il sogno non va accantonato, ma purificato. Che Dio può trasformare ciò che appare come una fine in un inizio nuovo. È lo stile di Dio: entrare nelle nostre fratture per farne culla di una vita nuova.

Arrivati all’ultima tappa dell’Avvento, il Vangelo ci invita a riconoscere che la preparazione al Natale non consiste solo in riti o in attese spirituali generiche, ma nella disponibilità ad accogliere il modo sorprendente con cui Dio entra nelle nostre storie. Come Giuseppe.

 

 

III domenica di Avvento

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E se il Messia non fosse come te lo aspetti?

La terza domenica di Avvento prende il suo nome dalle parole di san Paolo: «Rallegratevi sempre nel Signore». Per questo è la domenica della gioia: il rosaceo sostituisce per un giorno il viola, e tutta la liturgia ci invita a una speranza più luminosa, fiduciosa del Signore che viene. L’evangelista Matteo presenta Giovanni Battista come «il più grande fra i nati da donna»: un uomo essenziale e coraggioso, che ha dedicato la propria vita a preparare la via al Signore. Eppure, quando viene rinchiuso in prigione manda a chiedere a Gesù se sia davvero lui il Messia. Gesù non risponde con definizioni teoriche, ma con i segni concreti annunciati da Isaia nella I lettura: i ciechi vedono, gli storpi camminano, i sordi odono, i poveri sono raggiunti da una buona notizia.

Per cogliere la portata di questa risposta, bisogna tornare alle attese del Battista. Giovanni aveva annunciato un Messia forte, deciso, capace di compiere un giudizio netto. Attendeva un intervento che ristabilisse l’ordine violato. Gesù, invece, entra nella storia con una mitezza sorprendente: si avvicina ai poveri, guarisce, consola, annuncia la pace. Non impone il bene con la forza, ma guarisce le ferite dall’interno. È uno stile che apre nel cuore di Giovanni un interrogativo profondo, nato non dalla debolezza ma dalla serietà della sua fede. Il dubbio del Battista nasce infatti dal dolore: il profeta fedele è in prigione, mentre il persecutore continua a vivere nella sicurezza. In questa contraddizione risuona la domanda che affida ai suoi discepoli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?».

È la domanda di chi ha creduto e non comprende più i modi di Dio; la domanda di ogni credente quando il male sembra prevalere e Dio tace. Qui si apre un passaggio decisivo. I grandi trascinatori di folle parlano sempre di giustizia e rinnovamento per conquistare consenso. Gesù non appartiene a questa logica. Egli inaugura una rivoluzione molto più profonda: la rivoluzione della bontà.

Questa rivoluzione nasce nelle fragilità dell’uomo; non sradica il male all’istante, ma lo indebolisce dall’interno; non colpisce i malvagi, ma risana i feriti. È un cambiamento lento ma reale, e questa lentezza sconcerta Giovanni. Perciò Gesù non risponde con un “sì”, ma con un invito: «Andate e riferite ciò che vedete e udite». Chiede di riconoscere Dio non nelle nostre attese, ma nei segni che egli semina: germogli di vita nuova, ferite che si rimarginano, cuori che ritrovano speranza. È così che la bontà entra nella storia: lentamente, ma in modo irreversibile. E aggiunge: «Beato chi non si scandalizza di me». Beato chi non inciampa nella mitezza, chi resta nella fiducia anche attraversando il dubbio. Perché la fede non è il cammino di chi non dubita mai, ma di chi, proprio dentro il dubbio, impara ad affidarsi a Dio così com’è.

Giovanni farà questo passo, e proprio così diventerà il più grande. Ma «il più piccolo nel Regno dei cieli è più grande di lui», perché chi accoglie la logica nuova di Cristo – la mitezza, la bontà che salva – entra già nel Regno e partecipa fin d’ora della novità che il Signore è venuto a portare.

II domenica di Avvento

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Il cuore che il deserto risveglia

                                                                                      Ogni seconda domenica di Avvento la liturgia ci invita a incontrare Giovanni il Battista, il precursore che prepara il cuore dell’umanità alla venuta del Signore. Per descriverlo, gli evangelisti richiamano le parole di Isaia (40,3): «Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore». Quel versetto, nato per consolare gli esuli di Babilonia e annunciare il ritorno di Dio al suo popolo, diventa per Giovanni la chiave della sua esistenza. L’ha meditato a lungo, fino a riconoscervi la propria vocazione: essere voce, non protagonista; essere colui che avverte, orienta, scuote, e indica che il tempo della salvezza è ormai vicino.

Il Battista non è un personaggio facile da accogliere. Ha i tratti di uno che non cerca consenso: essenziale, radicale, quasi scolpito dal vento del deserto. Il confronto con Gesù mette in luce differenze evidenti. Giovanni sceglie la solitudine; Gesù attraversa villaggi e città. Giovanni vive di austerità; Gesù entra nelle case, siede a mensa con i peccatori. Giovanni parla del giudizio; Gesù annuncia una buona notizia che apre alla speranza.

Eppure Giovanni continua a esercitare un singolare fascino. Forse perché non edulcora il messaggio, non annacqua la verità per renderla sopportabile. In un tempo in cui spesso si evitano parole che disturbano, egli osa parlare alla coscienza. Non accarezza, risveglia. Ma il suo sguardo penetrante non si ferma alle situazioni più fragili. Anzi, le parole più taglienti le riserva a chi si rifugia dietro le proprie sicurezze religiose: «Non dite: abbiamo Abramo per padre. Dio può far sorgere figli di Abramo da queste pietre». È un avvertimento che ci riguarda. Non bastano riti, tradizioni o abitudini per sentirsi al riparo. Senza una reale conversione interiore, anche le pietre potrebbero essere più pronte di noi ad accogliere lo Spirito, che non si lascia imbrigliare dalle nostre garanzie esteriori.

Viene spontaneo domandarsi quale fosse il giudizio di Gesù su Giovanni. I Vangeli lasciano trasparire ammirazione: Gesù apprezza la forza della sua testimonianza, la coerenza, la passione per la verità. Non a caso inizia la sua predicazione con lo stesso invito: «Convertitevi». Ma fra i due c’è una differenza decisiva. Giovanni descrive un Dio che si avvicina per compiere un giudizio; Gesù rivela un Dio che si avvicina per offrire salvezza. Non perché ignori la gravità del male, ma perché mette al centro la misericordia: non è lo sforzo che apre la strada all’incontro con Dio, è l’incontro con Dio che rende possibile una vita nuova. La conversione non è un’impresa eroica, è la risposta a un amore che sorprende e precede. Questo è il primo movimento della fede: lasciarsi raggiungere da un Dio che non resta lontano, che non misura dall’alto, ma si fa compagno, incoraggiamento, pace.

In Avvento, la Chiesa è chiamata ad annunciare questo, non ad aggiungere pesi sulle spalle già stanche, né a unirsi al coro di chi condanna e recrimina, ma a mostrare il volto luminoso di un Dio che desidera la nostra rinascita. Il Battista ci libera dalla sonnolenza del cuore, ci prepara all’incontro. Ma è Gesù che porta a compimento il sogno di Dio: un amore che trascina fuori dalle paure, rinnova la vita e apre strade inattese.

 

I domenica di Avvento – anno C –

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Il mondo dorme, ma Dio è già in cammino verso di noi
Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo Matteo 24,44ll tempo di Avvento, che oggi ha inizio, è il tempo della venuta – la parola stessa significa “qualcuno o qualcosa che sta per venire” – e ci richiama al valore dell’attesa e della speranza. Ma che cosa si profila all’orizzonte della nostra esistenza? Dove va la storia? Che ne sarà del mondo e di noi, quando si chiuderà la nostra vicenda segnata da precisi limiti di tempo e di spazio? Sono interrogativi che spesso preferiamo eludere, per non turbare la fragile quiete del presente. Non mancano i profeti di sventura, che annunciano futuri carichi di paure e di catastrofi. Ciò che invece sembra mancare è una coscienza collettiva del futuro, un respiro interiore capace di guardare oltre l’oggi, dilatando l’orizzonte della speranza.

Anche noi cristiani, talvolta, sembriamo aver smarrito l’attesa, come se la fede non avesse più nulla da desiderare. Eppure, la fede autentica vive di un futuro promesso: un futuro che non è incerto né oscuro, ma che ha un nome e un volto: Gesù Cristo, il Signore che viene. L’Avvento ci invita a riaccendere l’attesa, a ricordare che la storia non è un andare verso il nulla, ma verso un incontro. Egli è già venuto nella nostra carne, viene oggi nei segni della sua presenza – nella Parola, nell’Eucaristia, nei poveri, nella vita che rinasce – e verrà nella gloria, quando tutto sarà compiuto e Dio sarà tutto in tutti.

Il 

brano del Vangelo (Matteo 24,37-44) contiene un breve passaggio esortativo per far riflettere sulla necessità di rimanere svegli e riconoscere la presenza del Signore. Richiama l’episodio di Noè e del diluvio, insieme all’immagine del ladro notturno: due scene che evocano un evento improvviso, imprevisto, capace di cogliere l’uomo alla sprovvista. I contemporanei di Noè e il padrone di casa distratto sono accomunati dalla stessa spensieratezza: vivono immersi nelle loro occupazioni, ma senza pensiero, senza sguardo sul futuro, senza attenzione al senso profondo della vita. Talmente presi dalle mille faccende quotidiane, non si accorgono di nulla: il diluvio arriva e li travolge. Quando aprono gli occhi è troppo tardi. Come quel padrone che prende precauzioni solo dopo che i ladri gli hanno svaligiato la casa. «Bisognava pensarci prima», diremmo noi. Ed è proprio questo il cuore dell’esortazione di Gesù, che Matteo ripete alla sua comunità e anche a noi oggi: «Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà» (Matteo 24,42).

Vegliare significa vivere con fede e con speranza. È credere che Dio non ci abbandona, ma ci accompagna e ci custodisce in ogni circostanza, anche nelle prove più difficili. Chi veglia sa che, come Noè nel diluvio, è al sicuro dentro l’arca della fiducia e dell’amore di Dio. Vegliare, inoltre, non significa pensare solo a sé, ma saper guardare chi ci vive accanto. Molti vivono sereni senza preoccuparsi di Dio, e questo ci interroga: perché turbare coscienze tranquille? Parlare o tacere? Non serve discutere o convincere. Solo chi ha sperimentato la bontà di Dio può testimoniare con sincerità. Chi ha conosciuto la gioia del Vangelo sa che esiste una pace più profonda di ogni successo o piacere. A noi è chiesto di irradiare questa gioia, mostrando che il Dio che giudica è anzitutto il Dio che ama, il buon Pastore che cammina accanto a noi.

Con lui al nostro fianco, non c’è nulla da temere: né la morte, né il dolore, né il futuro.

NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO RE DELL'UNIVERSO

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Il re inchiodato

In verità io ti dico: oggi sarai con me nel paradiso Luca 23,43

Nella scena del Calvario raccontata dall’evangelista Luca colpisce profondamente il comportamento del malfattore, che diventa l’icona più luminosa della fede nell’ultima ora. Egli è crocifisso accanto a Gesù, ma, a differenza dell’altro, non si lascia imprigionare dalla disperazione. Le sue parole, pronunciate nel momento della massima oscurità, rivelano un cuore che si apre alla luce. Ci sono due suoi interventi, brevi ma intensi.

Il primo è rivolto all’altro condannato: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». In queste parole si manifesta una straordinaria umiltà: egli riconosce il proprio peccato e accetta la pena come giusta. Non cerca giustificazioni, non incolpa nessuno; guarda la verità di sé con realismo e con fiducia. È il primo passo di ogni conversione: la consapevolezza della propria colpa e, insieme, la percezione che accanto a sé c’è un innocente che non smette di amare.

Il secondo intervento è una supplica rivolta direttamente a Gesù: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». È una preghiera breve, ma racchiude una fede sorprendente. Il malfattore capisce che Gesù sta davvero entrando nel suo regno, proprio nel momento in cui tutti lo vedono sconfitto. Ci vuole uno sguardo di fede per riconoscere un re nella debolezza, per vedere nella croce un trono e nella morte una vittoria.

Gli occhi della carne vedono solo un uomo umiliato, schernito, agonizzante; gli occhi del cuore, invece, illuminati dalla grazia, vedono la regalità dell’Amore che si dona fino alla fine. Come è giunto a questa fede? Probabilmente il malfattore ha visto e sentito parlare di Gesù: sa che «non ha fatto nulla di male» e, forse, ha ascoltato la sua parola di perdono: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno ». Ha percepito che Gesù continua a fare del bene anche mentre riceve del male, che il suo potere non è quello della forza ma dell’amore.

Ed ecco la risposta immediata e sorprendente: «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso». Gesù non promette un domani lontano, ma un “oggi”: l’oggi della salvezza, l’oggi in cui l’amore apre le porte del paradiso. Anche sulla croce, Gesù regna: esercita il suo potere sovrano, che non è quello di dominare ma di salvare, di perdonare, di creare dal nulla un mondo nuovo fondato sulla grazia.

Cristo, dunque, regna dalla croce: non con la potenza delle armi, ma con la forza dell’amore che perdona. Il suo trono è il legno del sacrificio, la sua corona è di spine, il suo scettro è la misericordia. Egli è il re che salva, il re che si fa servo, il re che porta con sé in paradiso chi si affida a lui.

La solennità di Cristo Re dell’universo ci invita a lasciarci giudicare da questo volto di regalità: un re disarmato, che regna dal patibolo e che continua a dire a ogni cuore pentito: «Oggi sarai con me nel paradiso ».

XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

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Perseveranza, il battito della speranza

Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita Luca 21,18-19

Le ultime domeniche del tempo ordinario ci fanno guardare oltre il presente, verso il compimento finale della storia e la piena realizzazione del Regno di Dio. Il brano di Luca riporta una parte del discorso che Gesù rivolge ai suoi discepoli prima della Passione. Luca raccoglie parole che per i suoi lettori avevano già trovato un riscontro nella storia. La distruzione di Gerusalemme, infatti, era già avvenuta.

«Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?», chiedono alcuni tra la folla. Gesù però non entra in quella logica curiosa che cerca di conoscere tempi e segni. Non vuole alimentare calcoli apocalittici, ma educare i discepoli a uno sguardo di fede sulla storia. Il suo invito è chiaro: non lasciatevi ingannare, non abbiate paura.

Gesù parla di guerre, rivolte, popoli in lotta, terremoti, carestie e segni spaventosi. È il linguaggio tipico dell’apocalittica, che non va inteso come un annuncio di catastrofi imminenti, ma come un modo simbolico per dire che il male accompagna la vicenda umana. Da sempre, infatti, la storia è segnata da sofferenze, disordini e prove; ma Dio non abbandona il suo popolo. Gesù invita i suoi discepoli a non lasciarsi travolgere dal timore né da facili illusioni. La fine non è ancora arrivata, perché il cuore del messaggio non è la distruzione, ma la fedeltà di Dio. «Badate di non lasciarvi ingannare», dice, «non andate dietro a loro», «non vi terrorizzate ». La fede non si nutre di paura, ma di fiducia: è questa la perseveranza che salva.

Anche la persecuzione fa parte del cammino del discepolo. Non è un segno di fallimento, ma un’occasione per testimoniare il Vangelo. Gesù chiede di non difendersi con le proprie forze, ma di affidarsi allo Spirito, che darà le parole giuste al momento opportuno. Annunciare il Vangelo comporta infatti fatica, rifiuti e, talvolta, perfino la perdita della vita; ma è proprio attraverso queste prove che la fede si purifica e diventa testimonianza viva. Il Signore, infine, incoraggia i suoi con una promessa che attraversa i secoli: «Nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto». Nulla di ciò che siamo o viviamo va perso davanti a Dio. Come commenta san Gregorio Magno, anche ciò che non fa male, come il taglio di un capello, non sarà dimenticato da Dio: è il segno della sua cura tenera e totale per ciascuno dei suoi figli. Alla fine, ciò che Gesù chiede è una cosa sola: la perseveranza. Rimanere saldi nella fede, nonostante tutto. È questa fedeltà quotidiana, umile e tenace, che conduce alla salvezza.

È di grande consolazione anche la parola del profeta Malachia (3,19-20) nella prima lettura: «Per voi, che avete timore del mio nome, sorgerà con raggi benefici il sole di giustizia e voi uscirete saltellanti come vitelli di stalla». L’immagine è vivace e piena di speranza: descrive una gioia giovane, libera e irrefrenabile, come quella di animali che, dopo essere stati a lungo chiusi, vengono finalmente liberati alla luce del sole. È il segno di un popolo che ritrova la vita dopo un tempo di oppressione e oscurità. Il “sole di giustizia” è il simbolo del Signore che viene a rischiarare ciò che era immerso nelle tenebre. La sua presenza porta guarigione, libertà e nuova energia. Dopo il tempo della prova, si apre un orizzonte di pace: Dio non dimentica coloro che restano fedeli al suo nome, ma li colma di luce e di forza.

DEDICAZIONE DELLA BASILICA LATERANENSE

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Rito RomanoAggiornamenti rssdon Gianni Carozza
 

DEDICAZIONE DELLA BASILICA LATERANENSE (ANNO C) - 9 NOVEMBRE 2025

 

Non muri, ma cuori: il vero tempio di Dio

Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere […] Ma egli parlava del tempio del suo corpo Giovanni 2,19.21

Il 9 novembre la Chiesa celebra la festa della Dedicazione della Basilica Lateranense, cattedrale di Roma e madre di tutte le chiese del mondo. A prima vista può sembrare soltanto un ricordo storico, ma in realtà è una memoria dal profondo significato ecclesiale e spirituale: celebra la Chiesa stessa, edificio di pietre vive costruito sull’amore di Dio.

La Basilica del Laterano, edificata al tempo dell’imperatore Costantino e dedicata nel 324 al Santissimo Salvatore, con i santi Giovanni Battista e Giovanni Evangelista come patroni, rappresenta la prima chiesa dell’Urbe e, simbolicamente, dell’Orbe intero. Essa è dedicata anzitutto al Salvatore, circondato dal più grande tra i profeti e dal discepolo  amato: un segno eloquente di Cristo al centro della storia della salvezza. Questa festa non è dunque la memoria di un edificio, ma la celebrazione del mistero della Chiesa come popolo di Dio, corpo di Cristo e tempio dello Spirito Santo. È la “Chiesa” con la maiuscola, fatta di uomini e donne redenti. Le letture liturgiche di questa domenica illuminano questo significato.

Il profeta Ezechiele (47,1-12), nella prima lettura, descrive un’acqua che scaturisce dal lato destro del tempio e ridà vita alle terre aride e al Mar Morto: simbolo della grazia che scaturisce dal costato trafitto di Cristo e che vivifica il deserto dell’umanità. Il Salmo canta: «Un fiume rallegra la città di Dio», immagine della Chiesa rallegrata dall’amore del suo Signore. San Paolo (1Corinzi 3,9-17), nella seconda lettura, ricorda che «voi siete il tempio di Dio»: non le mura, ma la comunità dei credenti è il vero  edificio di Dio. Il Vangelo di Giovanni (2,13-22) ci conduce a Gerusalemme, poco prima della Pasqua. Gesù, come ogni ebreo devoto, sale al tempio e, vedendolo trasformato in un mercato, compie un gesto profetico: scaccia venditori e cambiavalute, purificando il luogo sacro. I Giudei lo interrogano: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Gesù risponde: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere ».

L’evangelista spiega che Gesù parlava del tempio del suo corpo. Il vero tempio non è più fatto di pietre, ma di carne: è la sua umanità, nella quale Dio ha posto la sua dimora. In Cristo, Dio incontra definitivamente l’uomo. Il Figlio dell’uomo è il nuovo luogo santo, in comunicazione costante con il Padre, la vera “presenza” di Dio in mezzo al suo popolo.

Solo dopo la Pasqua, quando lo Spirito Santo aprì la mente dei discepoli alla comprensione delle Scritture, essi capirono il significato di quelle parole: Gesù è il tempio nuovo ed eterno, il luogo dell’alleanza definitiva, dove Dio e l’umanità si incontrano per sempre. Celebrare la Dedicazione del Laterano significa allora riscoprire la bellezza e la verità della Chiesa, corpo di Cristo e dimora dello Spirito. È ricordare che la fede non si fonda su un edificio di pietra, ma su una relazione viva con il Signore risorto, il tempio che non tramonta, sorgente di grazia che continua a rallegrare la città di Dio.

COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI

 

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Commemorazione di tutti i Defunti – Chiesa di Milano

 

La morte inganna, Dio non mente

Dopo che questa mia pelle sarà strappata via, senza la mia carne, vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso, i miei occhi lo contempleranno e non un altro Giobbe 19,26-27

Ogni domenica, alla fine del Credo, ripetiamo: «Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà». Non è un mero atto di fede rituale: è la convinzione profonda su cui costruiamo la nostra esistenza. Non si tratta di fuggire dalla vita terrena, ma di guardare oltre, di confidare nella promessa di Dio, che offre più di quanto la nostra esperienza limitata possa immaginare. In questo contesto, il problema più grande della vita umana, la morte, assume una luce nuova. La morte non è semplicemente una chiusura: è anche apertura, non una fine definitiva ma un passaggio verso la vita piena. I primi cristiani la definivano dies natalis, il giorno della nuova nascita. Questa prospettiva cambia radicalmente il modo in cui comprendiamo la vita terrena: non più come storia principale, con l’aldilà come appendice, ma come prefazione che introduce alla storia fondamentale dell’esistenza, che si compie in Dio.

Dio non vuole la morte: Egli ha sempre lottato contro di essa. La risurrezione di Cristo ne è la prova definitiva, l’atto che ha forzato le porte della morte e ha rivelato Dio come amante della vita. In questa luce, le espressioni che talvolta leggiamo nei necrologi – “Dio ce lo ha dato, Dio ce lo ha tolto” – appaiono fraintese. Dio non riprende la vita: Egli la custodisce, la rinnova, la libera dalla morte. I cristiani, partecipando alla risurrezione di Cristo, possono affrontare la morte senza paura, con la certezza che essa non è l’ultima parola.

I nostri defunti, poi, non sono assenti. Sono vivi, non solo nella memoria e nell’affetto, ma in Dio, e quindi in un modo che trascende lo spazio e il tempo. Essi ci accompagnano, il meglio di ciò che hanno vissuto resta in noi come fermento vitale. Con loro il dialogo non si interrompe: possiamo ancora dire grazie, chiedere perdono, sciogliere malintesi.

La morte, pur dolorosa, non spezza i legami fondamentali. Al contrario, apre alla possibilità di una comunione nuova, partecipata e viva. Questa visione offre pace e consolazione. Come Simeone, possiamo affidare la nostra vita alla parola di Dio, dicendo: «Ora lascia che il tuo servo se ne vada in pace secondo la tua parola». Per questo, in ogni celebrazione eucaristica la Chiesa invoca il perdono divino per «tutti i nostri fratelli e sorelle che si sono addormentati nella speranza della risurrezione e, nella misericordia del Signore, per tutti i defunti perché siano ammessi alla luce del suo volto».

In ultima analisi, il cristiano non teme la morte perché sa che la sua vita non si esaurisce qui. La vita piena, la pienezza di gioia promessa da Dio, ci attende oltre la morte, e la risurrezione di Cristo ce ne garantisce l’accesso. In questa prospettiva, la morte non è un problema insormontabile, ma un passaggio verso la pienezza, e i nostri morti, vivi in Dio, restano partecipi della nostra storia e della nostra speranza. Aspettiamo dunque la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà. La nostra fiducia in Cristo ci permette di vivere, amare e morire con serenità, consapevoli che, attraverso lui, ogni vita trova compimento e ogni morte si trasforma in nascita.

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