Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

XII Domenica del Tempo Ordinario

 

logoHGP7400050 Jeremias, Old Hunstanton, by Frederick Preedy, detail of Tree of Jesse, Victorian, Norfolk, 1862 (stained glass) by Preedy, Frederick (1820-98); Church of St. Mary, Old Hunstanton, Norfolk, UK; \\u00A9 Neil Holmes. All rights reserved 2026. , Bridgeman Images

La paura è cattiva consigliera

Nella vita di ogni persona la paura occupa inevitabilmente uno spazio profondo. Nasce quando avvertiamo che qualcosa potrebbe ferirci, toccare la nostra serenità, incrinare gli equilibri su cui pensiamo di poter contare. A volte si manifesta davanti alle grandi prove dell’esistenza, altre volte si insinua nelle pieghe più ordinarie delle giornate: nelle relazioni che si complicano, nelle fragilità che emergono, nelle incertezze del futuro, nelle fatiche che sembrano troppo pesanti da sostenere. La paura ci rende vulnerabili, ci fa sentire esposti, e spesso ci induce a difenderci chiudendoci in noi stessi oppure arretrando di fronte alle responsabilità della vita.

Anche la pagina del Vangelo di questa domenica attraversa con realismo questo territorio umano così delicato. Gesù non parla a uomini invincibili, ma a discepoli fragili, esposti, ancora attraversati da dubbi e inquietudini. Egli conosce bene il cuore dell’uomo e sa quanto facilmente la paura possa paralizzare, togliere libertà interiore, spegnere il coraggio della testimonianza. Per questo le sue parole non assumono il tono del rimprovero, ma quello di una vicinanza che sostiene e rialza: «Non abbiate paura». È un invito che ritorna più volte nel Vangelo perché tocca uno dei punti più sensibili dell’esistenza umana.

Gesù non promette una vita senza prove, né assicura ai suoi discepoli un cammino privo di opposizioni. Al contrario, prepara i suoi a confrontarsi con l’incomprensione, con il rifiuto e talvolta perfino con l’ostilità. Tuttavia ricorda loro che nessuna oscurità può soffocare definitivamente la verità del Vangelo.

La prima lettura illumina ulteriormente questo cammino attraverso la figura del profeta Geremia. Il profeta sperimenta la solitudine, l’umiliazione, la derisione di chi lo circonda; sente il peso di una missione che sembra diventare motivo di persecuzione. Eppure, proprio nel momento più duro, Geremia non smette di confidare in Dio. Dentro la sua sofferenza rimane viva la certezza che il Signore non abbandona chi si affida a lui. La fede non elimina automaticamente il dolore, ma impedisce che esso abbia l’ultima parola.

È un messaggio profondamente attuale anche per il nostro tempo. Viviamo in una società nella quale spesso si ha paura di difendere il bene e di testimoniare il Vangelo con semplicità e chiarezza. Talvolta prevale la tentazione del silenzio, dell’adattamento, della prudenza eccessiva, quasi che la fede dovesse rimanere confinata nella sfera privata. Ma il Vangelo ricorda che la luce non può essere nascosta e che il discepolo è chiamato a vivere con autenticità, senza lasciarsi dominare dalla paura del giudizio o dell’incomprensione.

Le parole di Gesù, però, non invitano alla durezza o allo scontro. Il cristiano non testimonia il Vangelo imponendosi sugli altri, ma lasciando trasparire uno stile nuovo di vita: uno stile fatto di fiducia, mitezza, perseveranza e speranza. La vera forza del credente nasce dalla consapevolezza di essere custodito da Dio. In fondo, la paura più grande dell’uomo è quella di sentirsi solo. Il Vangelo risponde proprio a questa ferita: nessuna notte è attraversata senza la presenza di Dio, nessuna prova è priva del suo sguardo, nessuna fragilità è esclusa dalla sua misericordia. Per questo il cristiano può continuare a camminare anche nei momenti difficili, sapendo che il Signore lo precede e lo accompagna.

 

XI Domenica del Tempo Ordinario

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GNG5261185 Notre Dame de Paris cathedral sculpture : Christ and his disciples Paris France; Godong. , Bridgeman Images

 

 

 

 

Terminato il tempo pasquale e celebrate le grandi solennità del Signore, la liturgia riprende il cammino del Tempo Ordinario con la lettura del Vangelo secondo Matteo. Ci troviamo alle soglie del capitolo 10, il grande discorso missionario, introdotto da una scena intensa e profondamente umana: Gesù guarda le folle e ne prova compassione. L’evangelista scrive infatti: «Vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore» (Matteo 9,36). Lo sguardo di Gesù non si ferma all’apparenza. Egli vede la fatica interiore delle persone, il loro smarrimento, la loro condizione di dispersione. L’immagine delle pecore senza pastore appartiene alla tradizione biblica e richiama il popolo privo di guide autentiche, incapace di trovare orientamento e pace.

Anche la prima lettura, tratta dal libro dell’Esodo (Es 19,2-6), illumina questo tema. Israele, giunto al Sinai dopo la liberazione dall’Egitto, ascolta la proposta di alleanza da parte di Dio: «Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa». Il Signore non chiama il suo popolo soltanto a ricevere dei benefici, ma a diventare segno della sua presenza nel mondo. Dentro questa prospettiva si comprende anche l’immagine della messe utilizzata da Gesù: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!» (Matteo 9,37-38). L’immagine è metaforica e, nel linguaggio biblico, possiede una profondità particolare. Siamo abituati ad applicare immediatamente queste parole al tema delle vocazioni sacerdotali, pensando soprattutto alla necessità di avere molti preti. Certamente la tradizione della Chiesa ha letto anche in questo senso il testo evangelico, ma il significato originario appare più ampio.

 

 

Nella Scrittura, infatti, la mietitura è spesso simbolo del compimento finale della storia. Nel capitolo 13 di Matteo, nella spiegazione della parabola della zizzania, Gesù afferma esplicitamente che la mietitura rappresenta la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli incaricati di raccogliere il raccolto definitivo del Regno. La messe pronta indica dunque l’umanità giunta alla sua maturazione.

Per questo il problema evocato da Gesù non riguarda solo il numero dei ministri, ma la scarsità dei testimoni di coloro che accolgono la chiamata a partecipare all’opera di Dio. È una questione che coinvolge tutta la comunità ecclesiale.

La compassione di Cristo nasce dal rischio che il “grano” vada perduto. Gli uomini e le donne del suo tempo – e di ogni tempo – possono rimanere dispersi, stanchi e sfiniti, incapaci di giungere alla pienezza della vita. Gesù desidera invece che nessuno si perda, che ogni esistenza possa essere raccolta nei granai del Regno. Per questo invita i discepoli a pregare. Il miracolo della salvezza, infatti, domanda anche una risposta umana: accogliere la chiamata, lasciarsi trasformare dal Vangelo. L’immagine del grano richiama allora la responsabilità della vita cristiana. Il Signore non vuole che il seme cada inutilmente a terra, venga divorato o marcisca senza portare frutto. Egli vuole che il grano maturi e diventi pane buono, capace di nutrire altri.

Questa scena apre il discorso missionario (Matteo 10): Gesù chiama e invia i Dodici. Le istruzioni riflettono il contesto della prima missione in Galilea, segnato da essenzialità e fiducia. Resta però il nucleo permanente: la Chiesa nasce dalla compassione di Cristo ed è chiamata a continuare la sua missione, perché nessuno vada perduto.

Solennità del Corpus Domini

 

logoEHTE5F Stained glass window depicting Jesus Christ giving communion in the Church of Martina Franca, Apulia, Italy. , ipa

Il pane che spezziamo nell’Eucaristia è comunione con il Corpo di Cristo. È un’espressione che ascoltiamo spesso e che, proprio per questo, rischia forse di perdere la sua forza originaria. Eppure dentro quella parola – comunione – è custodita una delle intuizioni più profonde della fede cristiana. Comunione non significa soltanto vicinanza spirituale o partecipazione a un rito, ma un legame vitale con Cristo che lentamente trasforma il modo di abitare la vita.

La liturgia del Corpus Domini aiuta a comprendere questa realtà con la prima lettura del Deuteronomio (8,2-3.14b-16a), dove Israele ripercorre il lungo cammino nel deserto. Un tempo segnato da fatica, fame, precarietà, ma anche dalla sorprendente fedeltà di Dio. È proprio lì che il Signore dona la manna, quel pane inatteso che insegna al popolo una verità decisiva: «Non di solo pane vive l’uomo». Dio non elimina il deserto, ma vi fa nascere un nutrimento. Non sottrae il popolo alla durezza del cammino, ma gli dona ciò che permette di attraversarlo. In questo senso la manna diventa figura dell’Eucaristia. Anche il pane eucaristico non ci porta fuori automaticamente dalle contraddizioni della vita, non cancella le fatiche, le inquietudini o le fragilità che ciascuno porta dentro di sé; introduce però dentro tutto questo una presenza nuova. L’Eucaristia non è evasione dal mondo, ma una diversa maniera di stare nel mondo.

Gesù sceglie proprio il pane perché il pane appartiene alla vita quotidiana: è semplice, essenziale, legato alla tavola, alla condivisione, alla necessità del vivere. E quando san Paolo scrive che «poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo» (1Corinzi 10,17), ricorda che l’Eucaristia non riguarda mai soltanto il rapporto individuale con Dio. Quel pane crea comunione, costruisce un popolo, insegna a riconoscersi parte di un unico corpo.

Questa trasformazione non avviene in modo automatico o magico. La vita cristiana è più simile a una lenta maturazione che a un cambiamento improvviso. L’Eucaristia agisce nel silenzio, come un seme nascosto. A volte ci si accorge soltanto dopo molto tempo che qualcosa è cambiato: uno sguardo più pacificato, una diversa capacità di attraversare il dolore, una maggiore libertà rispetto all’egoismo. Per questo il linguaggio del nutrimento è importante. Sant’Agostino diceva che nel cibo ordinario siamo noi ad assimilare ciò che mangiamo; nell’Eucaristia, invece, è Cristo che assimila noi a sé. La fede allora non consiste anzitutto in uno sforzo morale, ma nel lasciare spazio a una Presenza che lentamente plasma la vita. Anche gli inni del Corpus Domini insistono su questa dimensione. San Tommaso d’Aquino chiama Cristo O salutaris Hostia, l’ostia di salvezza che apre una porta dentro le ostilità della storia e del cuore umano. Perché le vere battaglie sono interiori: la fatica di amare, il peso delle ferite, la tentazione di chiudersi in sé stessi, la paura del futuro.

Il mistero del Corpus Domini custodisce una domanda decisiva: di che cosa vive veramente l’uomo? In un mondo che moltiplica continuamente bisogni e consumi, l’Eucaristia ricorda che esiste una fame più profonda, che nessuna realtà materiale riesce del tutto a colmare. L’uomo vive di un pane che non è semplicemente qualcosa, ma il segno di una Presenza che continua ad accompagnare il cammino umano.

Santissima Trinità

 

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Un Dio fatto di legami

Terminato il tempo pasquale, la solennità della Santissima Trinità ci invita a rileggere la storia della salvezza alla luce del Dio che Gesù ci ha rivelato: un Dio che non è solitudine, ma comunione; non chiusura, ma relazione; non distanza, ma amore che si dona.

Di fronte a questa festa possiamo sentirci un po’ smarriti, perché il mistero della Trinità è grande e difficile da spiegare. Del resto, la parola stessa “Trinità” non compare nelle Scritture. Eppure la nostra fede resta semplice: noi crediamo in Gesù Cristo, nelle sue parole, nei suoi gesti, in tutto ciò che ha insegnato e vissuto. Gesù è il volto più luminoso e trasparente di Dio. Egli si rivolgeva a Dio chiamandolo Padre e ci ha rivelato che anche noi siamo figli amati.

Gesù ci ha parlato anche dello Spirito Santo e ce lo ha donato come presenza viva nella Chiesa e nel mondo, perché il Vangelo continuasse a parlare a tutti in ogni tempo. Così ci è stato fatto intuire che Padre, Figlio e Spirito Santo vivono in una perfetta comunione d’amore, come un unico respiro che continuamente si dona. Questa è, in fondo, la più semplice professione di fede trinitaria: non spiegare tutto, ma lasciarsi stupire. Davanti alla Trinità conta più la meraviglia che la pretesa di capire pienamente. Non siamo davanti a una verità fredda e astratta, ma a una realtà viva e palpitante. Il nostro Dio non è chiuso in sé stesso: in Lui esistono relazione, dialogo e dono reciproco. La Trinità è il luogo dell’amore.

In realtà tutto il Vangelo si racchiude proprio qui: Dio è amore. Per questo è difficile comprendere come, anche nella storia cristiana, il nome di Dio sia stato associato alla violenza. Ogni volta che i cristiani hanno usato la forza, persino per imporre la propria fede, hanno tradito il cuore stesso del Vangelo. È forse questa la più grave delle eresie, perché colpisce ciò che nel cristianesimo è essenziale e irrinunciabile: l’amore.

Nel Vangelo di Giovanni leggiamo: «Dio ha tanto amato il mondo». Il nostro non è un Dio che cerca di condannare, ma un Dio che ama, chiama, perdona e vuole salvare tutti. E il “mondo” di cui parla Gesù è quello amato da Dio che comprende tutti, anche coloro che spesso preferiremmo tenere lontani, quelli che ci infastidiscono o ci fanno paura. Certo, sono necessarie leggi giuste per proteggere soprattutto i più fragili e impedire la violenza. Ma sarebbe grave se tali norme fossero vissute con spirito di sospetto e diffidenza verso chi è diverso da noi. Ogni forma di razzismo, di esclusione e di intolleranza nega il volto del Dio che oggi contempliamo come comunione e amore condiviso.

Il mistero della Trinità, allora, è una verità profondamente attuale, perché tocca il nostro modo di vivere le relazioni. Forse una delle immagini più belle della Trinità è quella della famiglia vissuta nel rispetto e nel dono reciproco. Tra le esperienze che più richiamano il mistero trinitario vi sono la preghiera fatta di ascolto, fiducia e rispetto, lontana dalla pretesa di imporre agli altri il proprio “tu devi”; e un perdono capace di far ricominciare dopo ogni contrasto. Solo così viviamo a immagine di Dio e impariamo a conoscerlo meglio. Scriveva Vincent van Gogh: «Il mezzo migliore di conoscere Dio è amare molto». È davvero così: se imparassimo ad amare di più, comprenderemmo meglio anche il mistero della Trinità.

Pentecoste

logo  ANJ7220723 Renaissance - Painting : Chapel Guerrieri - Pentecost - Trinita dei Monti, Rome, Italy; Trinit\\u00E0 dei Monti, Rome, Italy; (add.info.: Renaissance - Painting : Chapel Guerrieri - Pentecost - Trinita dei Monti, Rome, Italy, XVI century); \\u00A9 Andrea Jemolo. All rights reserved 2025. , Bridgeman Images

Si è soliti pensare che la Chiesa abbia avuto inizio nel giorno di Pentecoste, quando lo Spirito Santo fu effuso sui discepoli; e tuttavia il Vangelo di Giovanni ci invita a contemplarne un’origine ancora più intima, già nella sera stessa di Pasqua, quando Gesù risorto si presenta ai suoi, proprio a coloro che lo avevano abbandonato, e non offre rimproveri, ma dona pace e vita nuova. In quel momento Gesù compie un gesto colmo di significato: alita su di loro e dice: «Ricevete lo Spirito Santo». In quel soffio si rinnova il gesto creatore delle origini, quando Dio plasmò l’uomo e gli comunicò la vita; ora, nel Risorto, prende forma una nuova creazione, un’umanità rinnovata, non più segnata dal peccato e dalla paura, ma abitata dalla forza stessa di Dio. La Chiesa nasce così, non come semplice organizzazione, ma come realtà vivente, generata dal soffio dello Spirito, che ne è l’anima e il principio vitale.

Senza questo riferimento essenziale, la Chiesa rischia di essere ridotta a una realtà puramente umana, osservata e giudicata solo secondo criteri sociologici o politici; e non di rado questo sguardo limitato si insinua anche tra i credenti, che finiscono per soffermarsi su aspetti esteriori, su dinamiche contingenti, perdendo di vista il mistero che la costituisce.

Eppure, guardando alla scena evangelica, comprendiamo quanto questo mistero sia decisivo: i discepoli sono chiusi per paura, prigionieri della delusione e del fallimento, incapaci di immaginare un futuro; e non è forse questa, in molti momenti, anche l’immagine della Chiesa di oggi, talvolta appesantita da sfiducia, segnata da una certa stanchezza interiore, più incline al lamento che alla speranza? Ma basta il dono dello Spirito perché tutto cambi: le porte chiuse si aprono, la paura si trasforma in coraggio, i discepoli da fuggiaschi diventano inviati, e ciò che era rinchiuso si dilata fino a raggiungere ogni uomo.

In questo gesto Gesù affida ai suoi anche una missione straordinaria: «A chi rimetterete i peccati saranno rimessi». Il potere di riconciliare, di restituire vita là dove c’era morte, viene consegnato alla comunità dei discepoli, perché continui nella storia l’opera di salvezza iniziata da Cristo. Non è un potere di dominio, ma un servizio di liberazione, attraverso il quale lo Spirito continua a operare nel cuore degli uomini. Per questo crediamo che la storia non sia guidata dal caso, né dalle forze oscure del male, né da una cieca fatalità, ma dallo Spirito di Dio, che accompagna l’umanità e la conduce, spesso in modo nascosto ma reale, verso il compimento del bene. Da qui nasce il volto concreto della Chiesa voluta da Cristo: una Chiesa che non si limita a spiegare o a dare risposte, ma sa suscitare domande; che non si rifugia in un linguaggio complicato e distante, ma parla con semplicità e verità, raggiungendo il cuore delle persone; una Chiesa aperta e accogliente, capace di generare stupore, perché in essa si intravede qualcosa di più grande che supera le parole e tocca la vita.

Tutto questo si traduce in uno stile concreto di comunità: non basta un momento liturgico, se la vita resta frammentata. La prima testimonianza è la carità operosa: farsi prossimo, creare legami veri, offrire perdono, condividere pesi e speranze. È qui che lo Spirito si rende visibile e la Pentecoste continua. La fede rende semplice ciò che appare complesso, perché credere è fidarsi del Signore e lasciarsi guidare dal suo Spirito. Così la Pentecoste diventa realtà presente: scegliendo pace, perdono e comunione, nasce un’umanità nuova e la Chiesa torna a essere sé stessa.

Pentecoste

logo  ANJ7220723 Renaissance - Painting : Chapel Guerrieri - Pentecost - Trinita dei Monti, Rome, Italy; Trinit\\u00E0 dei Monti, Rome, Italy; (add.info.: Renaissance - Painting : Chapel Guerrieri - Pentecost - Trinita dei Monti, Rome, Italy, XVI century); \\u00A9 Andrea Jemolo. All rights reserved 2025. , Bridgeman Images

Si è soliti pensare che la Chiesa abbia avuto inizio nel giorno di Pentecoste, quando lo Spirito Santo fu effuso sui discepoli; e tuttavia il Vangelo di Giovanni ci invita a contemplarne un’origine ancora più intima, già nella sera stessa di Pasqua, quando Gesù risorto si presenta ai suoi, proprio a coloro che lo avevano abbandonato, e non offre rimproveri, ma dona pace e vita nuova. In quel momento Gesù compie un gesto colmo di significato: alita su di loro e dice: «Ricevete lo Spirito Santo». In quel soffio si rinnova il gesto creatore delle origini, quando Dio plasmò l’uomo e gli comunicò la vita; ora, nel Risorto, prende forma una nuova creazione, un’umanità rinnovata, non più segnata dal peccato e dalla paura, ma abitata dalla forza stessa di Dio. La Chiesa nasce così, non come semplice organizzazione, ma come realtà vivente, generata dal soffio dello Spirito, che ne è l’anima e il principio vitale.

Senza questo riferimento essenziale, la Chiesa rischia di essere ridotta a una realtà puramente umana, osservata e giudicata solo secondo criteri sociologici o politici; e non di rado questo sguardo limitato si insinua anche tra i credenti, che finiscono per soffermarsi su aspetti esteriori, su dinamiche contingenti, perdendo di vista il mistero che la costituisce.

Eppure, guardando alla scena evangelica, comprendiamo quanto questo mistero sia decisivo: i discepoli sono chiusi per paura, prigionieri della delusione e del fallimento, incapaci di immaginare un futuro; e non è forse questa, in molti momenti, anche l’immagine della Chiesa di oggi, talvolta appesantita da sfiducia, segnata da una certa stanchezza interiore, più incline al lamento che alla speranza? Ma basta il dono dello Spirito perché tutto cambi: le porte chiuse si aprono, la paura si trasforma in coraggio, i discepoli da fuggiaschi diventano inviati, e ciò che era rinchiuso si dilata fino a raggiungere ogni uomo.

In questo gesto Gesù affida ai suoi anche una missione straordinaria: «A chi rimetterete i peccati saranno rimessi». Il potere di riconciliare, di restituire vita là dove c’era morte, viene consegnato alla comunità dei discepoli, perché continui nella storia l’opera di salvezza iniziata da Cristo. Non è un potere di dominio, ma un servizio di liberazione, attraverso il quale lo Spirito continua a operare nel cuore degli uomini. Per questo crediamo che la storia non sia guidata dal caso, né dalle forze oscure del male, né da una cieca fatalità, ma dallo Spirito di Dio, che accompagna l’umanità e la conduce, spesso in modo nascosto ma reale, verso il compimento del bene. Da qui nasce il volto concreto della Chiesa voluta da Cristo: una Chiesa che non si limita a spiegare o a dare risposte, ma sa suscitare domande; che non si rifugia in un linguaggio complicato e distante, ma parla con semplicità e verità, raggiungendo il cuore delle persone; una Chiesa aperta e accogliente, capace di generare stupore, perché in essa si intravede qualcosa di più grande che supera le parole e tocca la vita.

Tutto questo si traduce in uno stile concreto di comunità: non basta un momento liturgico, se la vita resta frammentata. La prima testimonianza è la carità operosa: farsi prossimo, creare legami veri, offrire perdono, condividere pesi e speranze. È qui che lo Spirito si rende visibile e la Pentecoste continua. La fede rende semplice ciò che appare complesso, perché credere è fidarsi del Signore e lasciarsi guidare dal suo Spirito. Così la Pentecoste diventa realtà presente: scegliendo pace, perdono e comunione, nasce un’umanità nuova e la Chiesa torna a essere sé stessa.

Ascensione del Signore

logoDUCCIO di Buoninsegna (b. ca. 1255, Siena, d. 1319, Siena) Appearence on the Mountain in Galilee 1308-11 Tempera on wood, 36,5 x 47,5 cm Museo dell\\'Opera del Duomo, Siena The Appearance on the Mountain in Galilee is simpler and barer and descriptive details are deliberately left out: Christ is entrusting the apostles with the task of spreading the faith (the books that two of the disciples are holding are a reminder of preaching) and nothing must distract attention from his words. --- Keywords: -------------- Author: DUCCIO di Buoninsegna Title: Appearence on the Mountain in Galilee Time-line: 1301-1350 School: Italian Form: painting Type: religious , ipa

Abitare l’invisibile: la fede nei giorni comuni

Gesù ci ha lasciato una promessa semplice e decisiva: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». E tuttavia questa presenza non si impone con l’evidenza delle cose visibili; dopo l’Ascensione, essa si consegna a una forma più discreta, che non sempre è facile riconoscere. È per questo che, soprattutto nei momenti di fatica o di solitudine, può affiorare nel cuore una domanda sincera: «Signore, dove sei?».

Questa domanda, però, non nasce contro la fede, ma spesso la attraversa e la purifica. Può diventare l’inizio di un cammino più profondo, perché esiste un modo di essere presenti che non riempie subito il vuoto, ma lo abita, accendendo il desiderio e rendendo più attento lo sguardo. In questo senso, la fede non è soltanto adesione a delle verità, ma è anche un modo nuovo di vedere. È uno sguardo che si affina, che impara a cogliere ciò che, a prima vista, rimane nascosto. E i segni della presenza del Signore, seppure discreti, non mancano: sono piccoli, spesso silenziosi, ma reali.

Essi si lasciano intravedere là dove qualcuno ama con sincerità, dove un gesto gratuito rompe la logica dell’interesse, dove una persona si prende cura dell’altra senza cercare riconoscimento. Si manifestano nella fedeltà di tante vite semplici, nella pazienza di chi resiste al male, nella dedizione di chi serve senza apparire. E ancora, in modo particolare, in una comunità che prega, che condivide il pane e la vita, che prova a vivere il Vangelo con sobrietà e verità.

Anche l’amore tra due persone, forse inconsapevolmente, può diventare luogo di una presenza più grande, perché nel dono reciproco si apre uno spazio che li supera. E c’è un luogo ancora più vicino, spesso trascurato: il cuore, quando si raccoglie nel silenzio e si dispone ad ascoltare. Tuttavia, il Vangelo non si limita a invitarci a riconoscere questa presenza; ci affida anche una responsabilità. L’invito di Gesù – «Andate» – è chiaro: portate nel mondo ciò che avete ricevuto, lasciate che la misericordia, il perdono e la speranza prendano forma nelle vostre scelte concrete. Questo compito non richiede gesti straordinari, ma una vita credibile. Le parole sono importanti, ma è la testimonianza a renderle persuasive. Quando parla qualcuno che condivide le nostre stesse fatiche e domande, lì il Vangelo diventa più vicino, comprensibile e incisivo.

Il nostro tempo, segnato da una forte ricerca di senso, sembra spesso offrire risposte fragili. In particolare i giovani portano dentro una sete di infinito che difficilmente trova spazio in una cultura dell’immediato come la nostra. Per questo diventa sempre più decisivo chiedersi: quali segni concreti offriamo loro? Non servono discorsi complessi, ma persone capaci di ascolto, accoglienza e rispetto, che sappiano allargare lo sguardo e non chiudersi nelle divisioni, che scelgano la fraternità invece della contrapposizione. Il cristiano è chiamato a costruire legami, a generare comunione. L’Ascensione invita proprio a questo: ad alzare lo sguardo senza fuggire dalla terra. Più lo sguardo si apre, più il cuore si dilata e riconosce gli altri come fratelli. Resta allora una certezza che orienta tutto: la nostra vita non è chiusa nel provvisorio. In Cristo si è aperto un passaggio oltre ciò che passa, e nulla di ciò che è vissuto nell’amore va mai perduto. Per questo possiamo vivere con fiducia, imparando a riconoscere i segni della sua presenza e, insieme, a diventarne noi stessi, con semplicità e verità, dei segni vivi.

VI Domenica di Pasqua

logo BFM286726 Icon from Crete depicting the Holy Trinity (tempera on wood) by Greek School, (18th century); 30.3x24.4 cm; Lindenau Museum, Altenburg, Germany; (add.info.: Die Allerheiligste Dreifaltigkeit;); Bildarchiv Foto Marburg. , Bridgeman Images

 

Il Paràclito, respiro di Dio nel cuore dei discepoli

Nel clima intimo dell’ultima cena, il Vangelo di Giovanni ci mostra Gesù che parla ai suoi come chi affida un testamento. Egli sa che sta per concludersi il tempo della sua presenza visibile, e con parole piene di tenerezza prepara i discepoli a ciò che verrà. Ma non sono parole di addio: sono parole di promessa. La sua presenza non finirà, cambierà soltanto forma. Gesù parte da ciò che è più essenziale: la relazione con lui. «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti».

Non è il linguaggio del dovere, ma quello dell’amore. Gesù non chiede un’obbedienza fredda; i suoi comandamenti sono un dono, la via per imparare ad amare come lui ha amato. Custodirli significa proteggere la fiamma del suo amore, come si veglia una piccola luce perché continui a illuminare la notte. A chi vive questo legame, fa una promessa sorprendente: «Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito». Il termine indica qualcuno chiamato a sostenere, a difendere come un avvocato che accompagna chi deve affrontare una prova difficile.

Nel Vangelo di Giovanni, la vita di Gesù appare spesso come un grande processo in cui il mondo sembra giudicare e rifiutare la sua verità. In quella stessa tensione anche i discepoli sono coinvolti. Per questo Gesù promette lo Spirito che li guiderà alla verità. Gesù lo chiama “un altro” Paràclito, perché il primo è stato lui stesso. Durante la sua vita terrena egli è stato guida, difesa e consolazione. Li ha sostenuti nei momenti difficili. Ora, però, annuncia qualcosa di ancora più grande.

Fino a quel momento, la sua presenza era “presso” i discepoli; dopo la Pasqua, sarà “dentro” di loro. Ed è qui il cuore del cambiamento. Un maestro parla dall’esterno, istruisce, incoraggia, corregge; ma non può trasformare dall’interno. Lo Spirito invece illumina la mente e il cuore, rende comprensibile ciò che prima sembrava oscuro, trasforma il modo di vedere e di vivere. È come se Gesù dicesse: io ho seminato il Vangelo nella vostra vita, ma sarà lo Spirito a farlo germogliare. Per questo promette: «Non vi lascerò orfani». La sua partenza non significa abbandono; è come il tramonto del sole, che scompare all’orizzonte ma continua a diffondere la sua luce. Così la Risurrezione non allontana Gesù dai suoi, ma inaugura una presenza nuova e più profonda.

Il mondo non lo vedrà più con gli occhi del corpo, ma i discepoli lo riconosceranno, perché la sua vita diventerà la loro. Gesù riassume tutto con parole che risuonano come un centro di luce: «Io sono nel Padre, voi in me e io in voi». Non si tratta più solo della vicinanza tra maestro e discepolo: è comunione di vita. Così la vita di Dio scorre nel cuore dei credenti, introducendoli nella comunione d’amore tra il Padre, il Figlio e lo Spirito.

La condizione è custodire il dono di Gesù. «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama». In chi ama accade lo straordinario: «Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui». L’amore di Dio non resta a senso unico; chi ama entra in un movimento di reciprocità e di rivelazione.

Gesù non lascia ai suoi solo parole o ricordi, ma il dono dello Spirito: una presenza viva che continua la sua opera, illumina, consola, guida alla verità tutta intera. Come il vento che non si vede ma gonfia le vele e spinge la barca al largo, così lo Spirito accompagna il cammino dei discepoli, fino a condurli nel cuore stesso di Dio.

V domenica di Pasqua

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Dimorare in Gesù, credere in Dio

Nelle ultime domeniche del tempo di Pasqua la liturgia ci conduce nel cuore dei discorsi che Gesù pronuncia durante l’Ultima Cena raccontate nel Vangelo di Giovanni. Sono parole intime, dette in una notte carica di attesa e inquietudine, quando Gesù sa che la sua ora è ormai vicina. In questi discorsi egli apre il suo cuore ai discepoli e consegna loro una chiave per comprendere ciò che sta per accadere.

Il racconto si apre con un clima di turbamento. I discepoli percepiscono che qualcosa sta cambiando: Gesù ha parlato della sua partenza e il loro cuore è inquieto. In questo contesto risuonano parole che hanno il tono di una consolazione: «Non sia turbato il vostro cuore. Credete in Dio e in me credete». Gesù non ignora la fragilità dei suoi amici. Poco prima egli stesso aveva confessato di essere turbato nell’anima. Conosce bene il peso della paura e dell’incertezza. Tuttavia indica una strada per attraversarle: credere.

Nel linguaggio di Giovanni questa parola ha un significato molto concreto: non parla quasi mai di “fede” come sostantivo ma usa il verbo “credere”. È come se Giovanni volesse ricordare che la fede non è qualcosa che si possiede, ma un gesto che si compie. Credere significa affidarsi, consegnarsi, mettere la propria vita nelle mani di Dio. Anche l’ordine delle parole nella frase di Gesù è significativo: «Credete in Dio e in me credete». Le due espressioni si richiamano a indicare che sono inseparabili. Fidarsi di Dio e di Gesù è un unico atto.

Poi Gesù rassicura i discepoli con un’immagine semplice: «Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore». Non un luogo lontano, ma una casa dove c’è posto per molti. “Dimora” richiama il verbo “rimanere”, così caro a Giovanni. La fede è questo: rimanere con Gesù, abitare nella sua amicizia.

E quando Gesù aggiunge: «Vado a prepararvi un posto», i discepoli non capiscono ancora pienamente. Egli parla della sua Pasqua, della strada che si aprirà attraverso la sua morte e Risurrezione. È come se dicesse: io vado davanti a voi per aprire la porta della casa del Padre, perché anche voi possiate entrare. Nonostante queste parole, restano confusi. Tommaso prende la parola: «Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?». La risposta di Gesù illumina tutto il discorso: «Io sono la via, la verità e la vita». Non indica semplicemente un cammino da seguire, ma afferma che la strada è Lui stesso. La via è la strada che conduce alla meta; la verità è la rivelazione che fa conoscere Dio; la vita è il dono ultimo a cui tutto tende. In Gesù queste tre realtà coincidono. Egli è la strada che porta al Padre, è la rivelazione del Padre ed è la vita che il Padre comunica.

Il dialogo continua con un’altra domanda. Filippo dice: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». È il desiderio profondo dell’uomo religioso: vedere Dio. Ma Gesù risponde con parole sorprendenti: «Chi ha visto me ha visto il Padre». Non c’è bisogno di cercare altrove: il volto di Dio si lascia riconoscere nella persona di Gesù, nelle sue parole e opere. Alla fine Gesù ritorna al cuore del suo invito: credere. «Credete a me… credete in me». Credere a qualcuno significa fidarsi della sua parola e affidargli la propria vita. È questo il movimento della fede secondo il Vangelo di Giovanni. Non una semplice convinzione religiosa, ma una relazione viva con Cristo. Quando l’uomo compie questo passo, il turbamento non scompare del tutto, ma perde la sua forza. Il cuore trova una stabilità nuova, perché scopre di non essere più solo: la strada esiste, la casa del Padre è aperta, e la via per arrivarci ha il volto di Gesù.

 

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