Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

XIX Domenica del Tempo Ordinario

logo  2YWJ337 Jesus Walking on the Water 1618 by Peter Paul Rubens.(1577-1640). Flemish artist and diplomat, Flemish, Baroque, France, Fine Art Museum, , Alamy Stock Photo

Ci sono pagine del Vangelo che rischiamo di leggere soltanto come il racconto di un miracolo, mentre Matteo le colloca dentro una storia di dolore e di fede, quasi a suggerire che Dio si rivela non fuori dalle prove dell’esistenza, ma proprio nel loro cuore. L’episodio di Gesù che cammina sulle acque nasce all’indomani della morte di Giovanni Battista. Quella notizia ferisce profondamente Gesù, perché nella sorte del Precursore egli intravede già il proprio destino. Per questo sale sul monte a pregare. Il Gesù che, nella notte, raggiunge i discepoli sul lago non è un uomo che vuole esibire la propria potenza, ma un uomo che ha attraversato il dolore e che, nel dialogo con il Padre, ha ritrovato la forza di continuare il suo cammino.

In questa prospettiva si comprende meglio anche la prima lettura (1Re 19,9.11-13). Elia, fuggiasco e deluso, sale sul monte Oreb per incontrare Dio e scopre che il Signore non si manifesta nell’uragano, nel terremoto o nel fuoco, ma nella voce di un silenzio sottile. È una rivelazione che attraversa tutta la Scrittura: Dio non ama imporsi con il fragore della potenza, ma si lascia riconoscere nella discrezione di una presenza che sostiene senza fare rumore.

Intanto i discepoli sono sul lago. Il vento è contrario e la traversata sembra non finire mai. Matteo concentra tutta la fatica dell’esistenza in tre immagini: la notte, il mare e il vento. La notte è il tempo dell’incertezza; il mare rappresenta il caos, ciò che sfugge al controllo dell’uomo; il vento è la forza che scompagina ogni progetto. Sono le immagini delle nostre paure, di quelle stagioni nelle quali si continua a remare senza avanzare, si moltiplicano gli sforzi e tuttavia sembra di rimanere sempre nello stesso punto.

È proprio allora che Gesù si avvicina. Non aspetta che il mare si calmi, ma entra nella tempesta e cammina su quelle acque che, nella mentalità biblica, sono il simbolo del male e dell’inconsistenza. Il particolare decisivo, però, è un altro: non sono i discepoli a raggiungere il Maestro, ma è il Maestro a prendere l’iniziativa e ad andare verso di loro. La fede nasce sempre da questo movimento di Dio che si fa vicino all’uomo.

Solo Matteo racconta ciò che accade a Pietro. La sua richiesta è sorprendente: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Pietro non domanda un prodigio; desidera raggiungere Gesù proprio attraverso ciò che lo spaventa. Ha compreso che il vero miracolo non consiste nel camminare sul mare, ma nel non lasciarsi separare dal Signore neppure quando tutto vacilla. Quel semplice «Vieni!» diventa allora una parola creatrice, capace di rendere possibile ciò che all’uomo appare impossibile.

Finché Pietro tiene fisso lo sguardo su Gesù, cammina; quando invece torna a guardare il vento, comincia ad affondare. È un’immagine di straordinaria verità. Non sono le difficoltà a farci perdere la fede, ma il momento in cui esse occupano tutto il nostro orizzonte. Per questo il grido «Signore, salvami!» è una delle preghiere più autentiche del Vangelo. E Gesù, senza esitazione, tende la mano a Pietro e lo afferra in modo fermo. È questa la certezza che la liturgia consegna anche a noi. Come Elia, vorremmo incontrare Dio nei segni straordinari; come Pietro, desidereremmo un mare finalmente tranquillo. Il Signore, invece, ci insegna che la fede non consiste nell’essere risparmiati dalle tempeste, ma nello scoprire che, proprio mentre il vento continua a soffiare, Egli viene verso di noi e ci tende la mano.

XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

logoAW665W mosaic fish on the church floor at Tabigha where the multiplication of the loaves of bread and fishes took place , ipa

 

Non manca il pane, manca la condivisione

La notizia della morte di Giovanni Battista apre una delle pagine più intense del Vangelo di Matteo. Non è soltanto il racconto di un lutto: è il momento in cui Gesù vede delinearsi con maggiore chiarezza il destino che lo attende. Per questo cerca un luogo deserto. Nella Scrittura il deserto non è solo uno spazio geografico, ma è il luogo del silenzio, dell’essenziale, dell’incontro con Dio, dove anche il dolore può essere accolto e trasformato in preghiera. Quel progetto di solitudine, però, dura poco. La folla lo precede e lo attende. Matteo non racconta la delusione di Gesù, ma il suo sguardo: «Vide una grande folla e sentì compassione per loro». È il verbo della misericordia, che indica un coinvolgimento profondo, quasi viscerale. È il volto di un Messia che non smette di amare nemmeno quando la sofferenza bussa alla sua porta.

In questa prospettiva, nella prima lettura (Isaia 55,1-3), risuona anche l’invito del profeta Isaia: «Venite, comprate senza denaro, mangiate senza pagare». Il profeta denuncia l’illusione di spendere la vita per ciò che non nutre davvero e invita a riscoprire la logica del dono. Prima della fame del corpo esiste infatti una fame più profonda: quella di senso, di speranza, di una parola capace di sostenere l’esistenza. È questa fame che Gesù riconosce nella folla e alla quale decide di rispondere.

Quando scende la sera, i discepoli vedono soltanto l’insufficienza dei mezzi: pochi pani, pochi pesci, una folla immensa. «Congeda la folla», dicono. Gesù cambia prospettiva con una parola che attraversa i secoli: «Date loro voi stessi da mangiare». Non chiede ai discepoli di possedere ciò che manca, ma di consegnargli ciò che hanno. È questa la condizione del miracolo: Dio non parte dall’abbondanza, ma dalla disponibilità.

Il segno della moltiplicazione dei pani non è soltanto la risposta a una necessità materiale. Matteo presenta Gesù come il nuovo Mosè che nutre il popolo nel deserto, ma rivela anche che Lui è Dio stesso che continua ad aprire la sua mano e a saziare ogni vivente. Per questo il banchetto nel deserto diventa l’immagine del tempo messianico, quando nessuno è escluso dalla mensa preparata dal Signore.

Il racconto custodisce anche un altro miracolo. Il pane, che nella storia degli uomini è spesso motivo di rivalità, di possesso e perfino di guerra, nelle mani di Gesù diventa principio di fraternità. Tutti ricevono, tutti mangiano, tutti sono saziati. È la condivisione, prima ancora della moltiplicazione, a rivelare il volto del Regno. Gesù alza gli occhi al cielo e pronuncia la benedizione: il pane non è anzitutto il frutto delle nostre capacità, ma un dono ricevuto. E chi riconosce di vivere di un dono scopre che la vera ricchezza non consiste nel trattenere, bensì nel condividere.

È la provocazione che il Vangelo consegna alle nostre comunità. Di fronte alle tante forme di povertà siamo tentati di ripetere le parole dei discepoli: «Non basta». Gesù, invece, ci invita a partire da ciò che abbiamo, anche se ci sembra poco. Il problema non sono le poche risorse, ma la disponibilità del cuore. Quando il poco viene affidato a Cristo, smette di essere il limite delle nostre possibilità e diventa l’inizio di una storia nuova.

XVII Domenica del Tempo Ordinario

 

 

logoELS9197052 The parable of the precious pearl Workshop-copy after a lost original (poplar wood) by Fetti, Domenico (1589-1623); 60.5x44 cm; Kunsthistorisches Museum, Vienna, Austria; (add.info.: The parable of the precious pearl (Matthew, 13, 44-46) Workshop-copy after a lost original, belonging to the series of 13 parables, 1618-1621. Poplar wood, 60, 5 x 44 cm Inv. 3818. Creator: Fetti, Domenico. Location: Kunsthistorisches Museum, Gemaeldegalerie, Vienna, Austria); \\u00A9 Erich Lessing. , Bridgeman Images

 

Ogni esistenza cerca un centro

Tra le figure più affascinanti dell’Antico Testamento, Salomone occupa certamente un posto particolare. La tradizione biblica lo ricorda come il re sapiente per eccellenza, il costruttore del Tempio, il sovrano la cui fama oltrepassò i confini d’Israele. Eppure la prima lettura (1Re 3,5.7-12) ci riporta all’inizio della sua vicenda, quando tutto questo è ancora soltanto possibilità. Salomone è poco più di un ragazzo e si trova improvvisamente investito di una responsabilità immensa.

Alla possibilità di chiedere qualsiasi cosa, non domanda potere, successo, sicurezza o lunga vita. Chiede invece un cuore capace di ascoltare e di discernere. La sua richiesta non riguarda anzitutto il possesso di beni, ma la capacità di valutarli. Prima ancora di governare gli altri, occorre imparare a leggere rettamente la realtà.

La questione non è soltanto religiosa. È profondamente umana. Non viviamo in un tempo segnato dalla scarsità delle possibilità, bensì dalla loro proliferazione. Le opzioni si moltiplicano, gli orizzonti si allargano, le opportunità crescono. Ciò che diventa difficile non è solo scegliere tra il bene e il male, ma riconoscere, tra molti beni possibili, quello che merita di occupare il centro dell’esistenza. È in questo orizzonte che si collocano le parabole del tesoro nel campo e della perla preziosa. Due racconti gemelli, brevi e intensi, che hanno al loro centro non un’idea, ma un’esperienza: quella di un incontro che cambia il valore delle cose. Il centro delle due parabole non è la rinuncia, ma la scoperta. Gesù non insiste su ciò che i protagonisti lasciano, ma su ciò che trovano.

Le due scene, pur simili, introducono una differenza significativa. Nel primo caso il tesoro emerge quasi per caso, dentro la trama ordinaria del lavoro quotidiano; nel secondo è il frutto di una ricerca lunga e intenzionale. In un caso la sorpresa, nell’altro la perseveranza. Ma in entrambi, ciò che accade è lo stesso: quando appare ciò che vale davvero, tutto il resto si ridimensiona.

Tutto dipende da uno sguardo. Lo stesso campo, osservato da altri, rimarrebbe un campo qualunque. La stessa perla potrebbe passare inosservata a occhi meno attenti. Il gesto finale – vendere tutto per acquistare quel bene – non nasce da un sacrificio imposto, ma dalla logica interna della scoperta.

Il Vangelo suggerisce così che la qualità di una vita dipende da ciò che essa riconosce come decisivo. Ogni esistenza si organizza attorno a un centro, a un bene che orienta scelte e priorità. Il problema non è l’assenza di un centro, ma la sua verità.

La parabola della rete, che conclude il capitolo, amplia lo sguardo. La rete raccoglie ogni genere di pesci: buoni e inutili convivono nello stesso spazio, senza distinzione immediata. Solo al momento della riva avviene la separazione. L’immagine richiama la complessità del reale, dove il discernimento definitivo non appartiene al presente, ma al compimento.

Il brano si chiude con una domanda rivolta ai discepoli: «Avete capito tutte queste cose?». Non si tratta di una verifica intellettuale, ma di una comprensione che coinvolge la vita. Perché nelle parabole si intrecciano dimensioni che non si lasciano separare: dono e ricerca, sorpresa e decisione, iniziativa di Dio e risposta dell’uomo.

Il tesoro non è semplicemente qualcosa da trovare, ma qualcosa che si lascia riconoscere. E quando accade, non è più necessario spiegare perché valga la pena orientare tutto a esso. È la scoperta stessa a ridisegnare l’ordine delle cose, con una sobrietà che non impone nulla, ma rende evidente ciò che conta.

XVI Domenica del Tempo Ordinario

logoXOS9010071 Parable of the Weeds among the Wheat, 1590-1610 (oil on panel) by Swanenburgh, Isaac Claesz (1537-1614); 129.4x148 cm; Rijksmuseum, Amsterdam, The Netherlands; (add.info.: The parable of the tares among the wheat (Matthew XIII). In the middle a standing farmer who, during harvesting, directs the field workers with sheaves of weeds to a pyre where the weeds are burned; however, the sheaves of wheat are collected and stored in a storehouse on the left. Painting by Isaac Claesz. van Swanenburg). , Bridgeman Images

Quando Dio delude i perfezionisti

La seconda parabola che Gesù propone nel capitolo 13 di Matteo è quella del grano e della zizzania, una delle più note e significative del Vangelo. Anche questa, come la parabola del seminatore, non va letta semplicemente come un racconto agricolo, ma come una chiave per comprendere il mistero del Regno di Dio e il modo in cui esso si realizza nella storia. Un uomo semina buon grano nel suo campo, ma durante la notte un nemico vi sparge la zizzania. Quando le piante crescono, i servi si accorgono del problema e propongono di intervenire subito. Il padrone, invece, sorprende tutti: vieta di strappare la zizzania, perché nel tentativo di eliminarla si rischierebbe di sradicare anche il grano. Occorre attendere il tempo della mietitura.

La parabola nasce da una domanda che accompagna ogni generazione: se Dio è all’opera nel mondo, perché il male continua a esistere? Gesù non offre una spiegazione teorica del problema, ma invita a guardare la realtà con gli occhi di Dio. Il male c’è, è presente e non va ignorato; tuttavia Dio non agisce con la fretta degli uomini. La sua pazienza lascia aperto uno spazio alla conversione, alla crescita, al cambiamento. In questo senso il Vangelo si collega molto bene alla prima lettura tratta dal libro della Sapienza (12,13.16-19). L’autore sacro afferma che Dio, pur essendo il Signore di ogni cosa, governa il mondo con mitezza e dà ai peccatori la possibilità di convertirsi. La vera forza di Dio non consiste nella punizione immediata, ma nella misericordia. La sua giustizia non è impaziente né vendicativa: è una giustizia che sa attendere.

Il rischio, invece, è quello di voler dividere subito i buoni dai cattivi, i giusti dagli ingiusti. Gesù mette in guardia proprio da questa tentazione. Gli uomini non possiedono uno sguardo così limpido da poter distinguere perfettamente il grano dalla zizzania. Solo Dio conosce veramente il cuore delle persone e solo lui può compiere il giudizio definitivo. Per completare l’insegnamento sul Regno, Matteo accosta a questa parabola quelle del granello di senape e del lievito. In entrambi i casi l’attenzione si concentra sulla sproporzione tra l’inizio e il risultato finale. Un seme minuscolo diventa un grande arbusto; una piccola quantità di lievito trasforma tutta la pasta. Così è il Regno di Dio: spesso appare fragile, marginale, quasi invisibile, eppure possiede una forza interiore capace di trasformare il mondo. Quando poi Gesù rimane solo con i discepoli, offre loro la spiegazione della parabola. Il seminatore è il Figlio dell’uomo, il campo è il mondo, il buon seme rappresenta i figli del Regno, mentre la zizzania indica coloro che si oppongono al progetto di Dio. La mietitura, infine, sarà il momento conclusivo della storia, quando il Signore manifesterà pienamente la verità.

Il messaggio che emerge da queste parabole è profondamente consolante. Dio non ha abbandonato il campo del mondo, anche quando la presenza del male sembra prevalere. Il Regno cresce silenziosamente, secondo tempi che non coincidono con quelli degli uomini. Ai discepoli è chiesto di non cedere né allo scoraggiamento né alla presunzione del giudizio, ma di confidare nella pazienza di Dio, che continua a operare nella storia con la discrezione del seme e la forza nascosta del lievito.

XV Domenica del Tempo Ordinario

 

logoGrimmer, Abel; The Parable of the Sower; The Bowes Museum; <a href=

Quando il Vangelo mette radici

La parabola del seminatore (Matteo 13,1-23), con cui si apre il grande discorso delle parabole nel Vangelo di Matteo, racconta anzitutto l’avventura della parola di Dio. Gesù la paragona a un seme: una realtà piccola e apparentemente insignificante, che tuttavia racchiude una forza vitale straordinaria. Chi guarda soltanto alle apparenze vede un granello; chi sa attendere vede già il raccolto nascosto dentro quel seme. Per comprendere la parabola non bisogna fermarsi subito ai diversi tipi di terreno. L’accento principale cade sul risultato finale. È vero che una parte del seme cade sul sentiero, tra i sassi o in mezzo alle spine, ma questi particolari servono soprattutto a mettere in evidenza il contrasto con l’esito conclusivo: il seme che cade nella terra buona produce un raccolto sorprendente, addirittura il cento per uno, una resa impensabile per l’agricoltura del tempo.

La parabola nasce in un momento difficile della vita di Gesù. Attorno a lui crescono le incomprensioni e i rifiuti, e anche i discepoli possono essere tentati dallo scoraggiamento. Ecco allora il messaggio che Gesù intende consegnare: non bisogna misurare l’efficacia della parola di Dio dai risultati immediati. Ci saranno sempre resistenze e fallimenti, ma la fecondità finale della parola supererà ogni aspettativa.

Questa parola è profondamente diversa dalle nostre parole, spesso consumate nel rumore e nelle discussioni sterili. Come ricorda il profeta Isaia nella prima lettura (55,10-11), essa non ritorna a Dio senza aver compiuto ciò per cui è stata mandata. Nella Bibbia il dire di Dio coincide con il suo agire: la sua parola non è soltanto un messaggio, ma una forza che trasforma la realtà. Tuttavia questa forza non si impone mai. Gesù sceglie il linguaggio delle parabole proprio perché desidera coinvolgere la libertà dell’ascoltatore. La parabola non offre risposte preconfezionate, ma invita a riflettere e a prendere posizione. Per questo alcuni rimangono in superficie, mentre altri si aprono a una comprensione più profonda. Il problema non è che Dio si rifiuti di parlare, ma che l’uomo può chiudere il cuore e diventare incapace di ascoltare davvero.

La spiegazione della parabola mette in evidenza i diversi modi di accogliere la parola. C’è chi la perde subito per superficialità, chi si entusiasma per un momento ma non resiste alla prova, chi la lascia soffocare dalle preoccupazioni e dagli interessi della vita. Solo il terreno buono è colui che la ascolta, comprende e custodisce. Matteo insiste particolarmente su questo verbo: “comprendere”. Non basta udire; occorre lasciare che la parola illumini l’intelligenza e trasformi la vita.

Il messaggio finale rimane però quello della speranza. Gesù non si sofferma sui terreni sterili, ma sul raccolto abbondante. Dio continua a seminare anche quando il terreno sembra poco promettente. Per questo nessun genitore deve disperare per un figlio che si è allontanato dalla fede, nessun educatore deve considerare inutile il bene seminato, nessun cristiano deve lasciarsi vincere dallo scoramento. Il seminatore continua a gettare il seme che, prima o poi, troverà la terra buona in cui germogliare. Possiamo allora pregare: «Signore Gesù, rendi il nostro cuore terra buona. Liberalo dalla superficialità e dalle distrazioni, perché il seme del tuo Vangelo possa mettere radici profonde e portare frutti abbondanti».

XIV Domenica del Tempo Ordinario

 

logo

La prima lettura e il Vangelo di questa domenica sono uniti da un filo molto preciso: la mitezza. Zaccaria (9,9-10) annuncia un re che giunge a Gerusalemme in modo del tutto inatteso. Non cavalca un cavallo da guerra, non è circondato da eserciti, non manifesta la propria autorità attraverso la forza. È un re “umile”, che inaugura una regalità diversa da quella conosciuta dagli uomini. Quando, al termine del Vangelo, Gesù invita i discepoli a imparare da lui perché è «mite e umile di cuore», il lettore comprende che quella profezia trova in lui il suo compimento.

Il brano di Matteo (11,25-30) si apre con una preghiera di lode. È una delle pagine più belle del Vangelo, perché ci permette di intravedere qualcosa dell’intimità che lega Gesù al Padre. Le sue parole non nascono da una situazione favorevole. Nei versetti precedenti, infatti, Matteo ha raccontato incomprensioni e rifiuti. Eppure Gesù non si lascia imprigionare dalla delusione. Guardando gli avvenimenti con gli occhi della fede, riconosce che proprio lì è all’opera il disegno di Dio e per questo può dire: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra».

Il motivo della sua gioia appare subito sorprendente: «Hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli». Queste parole non vanno intese come una critica alla cultura o all’intelligenza. Il contrasto è più profondo. Da una parte vi sono coloro che ritengono di possedere già tutte le chiavi per comprendere Dio; dall’altra vi sono coloro che rimangono aperti all’ascolto e alla sorpresa. I “piccoli” del Vangelo non sono semplicemente i meno istruiti. Essi rappresentano tutti coloro che non fanno affidamento sulle proprie sicurezze e che, proprio per questo, sono disponibili ad accogliere il dono di Dio. Nella tradizione biblica richiamano la figura dei poveri del Signore, gli anawim, che attendono tutto da Dio e non da sé stessi.

Da qui il discorso raggiunge il suo centro. Gesù parla della relazione unica che lo unisce al Padre: «Nessuno conosce il Figlio se non il Padre e nessuno conosce il Padre se non il Figlio». Nella Bibbia il verbo “conoscere” indica una relazione viva e profonda, non una semplice acquisizione di nozioni. Il mistero di Dio non è una conquista dell’intelligenza umana, ma un dono che il Figlio comunica a chi si lascia guidare da lui. A questo punto si comprende meglio anche l’invito finale: «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi». Non è un’aggiunta marginale, ma l’ultima conseguenza di tutto ciò che precede. Il Dio che Gesù rivela si avvicina anzitutto a coloro che portano il peso della vita e conoscono la propria fragilità.

Gesù non promette una vita senza fatiche. Propone però un modo nuovo di portarle: «Prendete il mio giogo sopra di voi». Nell’ambiente ebraico il giogo era immagine della Legge e della condizione del discepolo. Gesù lo identifica con la comunione con lui. Il peso diventa leggero non perché scompaia, ma perché viene condiviso. L’ultima parola del brano ci riporta ancora una volta alla figura del Messia annunciato da Zaccaria. Gesù non si definisce potente o glorioso, ma «mite e umile di cuore». È questa la forma concreta con cui Dio sceglie di manifestarsi: non attraverso la forza che si impone, ma attraverso una vicinanza che accoglie e sostiene.

XIII Domenica del Tempo Ordinario

logoDFMH6F Gerbrandt van den EECKHOUT - Prophet Elisha and the woman of shunem - 1644 - Museum of Fine Arts - Budapest, Hungary. Image shot 1644. Exact date unknown. , ipa

Ci sono parole del Vangelo che non si lasciano addomesticare. Ogni volta che le ascoltiamo tornano a provocarci come la prima volta. Tra queste vi sono certamente quelle che Gesù pronuncia alla fine del capitolo 10 di Matteo: «Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me». Parole che sembrano quasi urtare contro il senso più naturale dell’esistenza, perché toccano gli affetti più profondi, quelli che ci hanno generato e quelli che abbiamo generato.

Eppure Gesù non sta facendo una classifica degli affetti. Non invita a voler bene meno ai genitori o ai figli, né pretende di sostituirsi a loro. Il suo obiettivo è più profondo. Egli sa che anche l’amore più bello può trasformarsi in possesso, che perfino gli affetti più sacri possono diventare una prigione quando vengono caricati dell’attesa di darci ciò che soltanto Dio può donare. Quando una persona diventa il centro assoluto della nostra vita, finiamo inevitabilmente per chiederle troppo: sicurezza, felicità, pienezza, salvezza. È un peso che nessun essere umano è in grado di portare.

Per questo Gesù si colloca al centro non contro gli affetti, ma a loro favore. Solo chi riconosce che il senso ultimo della vita non dipende da una persona, da un ruolo o da un legame, può amare veramente senza trattenere, senza dominare, senza soffocare. La fede non impoverisce l’amore umano; lo libera. Lo rende meno ansioso, meno possessivo, più gratuito.

In questa prospettiva si comprende anche il riferimento alla croce. Prendere la propria croce non significa coltivare il gusto della sofferenza, ma accettare che l’amore autentico comporta sempre una rinuncia a sé stessi. Non esiste relazione vera senza il coraggio di uscire dal proprio egoismo. La croce è il contrario dell’autoreferenzialità; è la scelta quotidiana di non mettere il proprio interesse al centro di tutto.

La prima lettura (2Re 4,8-11.14-16) offre una sorprendente immagine di questa libertà interiore. La donna di Sunem accoglie il profeta Eliseo senza alcun tornaconto. Gli prepara una stanza, gli offre ospitalità, gli crea uno spazio nella sua casa. È un gesto apparentemente semplice, ma rivela una grande sapienza spirituale: fare posto a qualcuno significa rinunciare a occupare tutto lo spazio con sé stessi. Ogni autentica accoglienza nasce da una diminuzione dell’io.

Non è un caso che proprio da quella disponibilità nasca una promessa di vita nuova. La donna, segnata da una sterilità che sembrava definitiva, riceve il dono inatteso di un figlio. La Scrittura suggerisce così una verità che attraversa tutta la rivelazione biblica: chi trattiene perde, chi condivide genera; chi chiude le porte si impoverisce, chi apre la propria casa e il proprio cuore scopre una fecondità impensata.

Anche il Vangelo termina parlando di accoglienza. Dopo aver pronunciato parole severe sulla radicalità della sequela, Gesù si sofferma sui gesti più piccoli: ospitare, ricevere, offrire persino un bicchiere d’acqua fresca. È come se volesse ricordarci che le grandi scelte evangeliche si verificano sempre nei dettagli della vita ordinaria. Non sono le dichiarazioni solenni a misurare la fede, ma la capacità concreta di fare spazio.

XII Domenica del Tempo Ordinario

 

logoHGP7400050 Jeremias, Old Hunstanton, by Frederick Preedy, detail of Tree of Jesse, Victorian, Norfolk, 1862 (stained glass) by Preedy, Frederick (1820-98); Church of St. Mary, Old Hunstanton, Norfolk, UK; \\u00A9 Neil Holmes. All rights reserved 2026. , Bridgeman Images

La paura è cattiva consigliera

Nella vita di ogni persona la paura occupa inevitabilmente uno spazio profondo. Nasce quando avvertiamo che qualcosa potrebbe ferirci, toccare la nostra serenità, incrinare gli equilibri su cui pensiamo di poter contare. A volte si manifesta davanti alle grandi prove dell’esistenza, altre volte si insinua nelle pieghe più ordinarie delle giornate: nelle relazioni che si complicano, nelle fragilità che emergono, nelle incertezze del futuro, nelle fatiche che sembrano troppo pesanti da sostenere. La paura ci rende vulnerabili, ci fa sentire esposti, e spesso ci induce a difenderci chiudendoci in noi stessi oppure arretrando di fronte alle responsabilità della vita.

Anche la pagina del Vangelo di questa domenica attraversa con realismo questo territorio umano così delicato. Gesù non parla a uomini invincibili, ma a discepoli fragili, esposti, ancora attraversati da dubbi e inquietudini. Egli conosce bene il cuore dell’uomo e sa quanto facilmente la paura possa paralizzare, togliere libertà interiore, spegnere il coraggio della testimonianza. Per questo le sue parole non assumono il tono del rimprovero, ma quello di una vicinanza che sostiene e rialza: «Non abbiate paura». È un invito che ritorna più volte nel Vangelo perché tocca uno dei punti più sensibili dell’esistenza umana.

Gesù non promette una vita senza prove, né assicura ai suoi discepoli un cammino privo di opposizioni. Al contrario, prepara i suoi a confrontarsi con l’incomprensione, con il rifiuto e talvolta perfino con l’ostilità. Tuttavia ricorda loro che nessuna oscurità può soffocare definitivamente la verità del Vangelo.

La prima lettura illumina ulteriormente questo cammino attraverso la figura del profeta Geremia. Il profeta sperimenta la solitudine, l’umiliazione, la derisione di chi lo circonda; sente il peso di una missione che sembra diventare motivo di persecuzione. Eppure, proprio nel momento più duro, Geremia non smette di confidare in Dio. Dentro la sua sofferenza rimane viva la certezza che il Signore non abbandona chi si affida a lui. La fede non elimina automaticamente il dolore, ma impedisce che esso abbia l’ultima parola.

È un messaggio profondamente attuale anche per il nostro tempo. Viviamo in una società nella quale spesso si ha paura di difendere il bene e di testimoniare il Vangelo con semplicità e chiarezza. Talvolta prevale la tentazione del silenzio, dell’adattamento, della prudenza eccessiva, quasi che la fede dovesse rimanere confinata nella sfera privata. Ma il Vangelo ricorda che la luce non può essere nascosta e che il discepolo è chiamato a vivere con autenticità, senza lasciarsi dominare dalla paura del giudizio o dell’incomprensione.

Le parole di Gesù, però, non invitano alla durezza o allo scontro. Il cristiano non testimonia il Vangelo imponendosi sugli altri, ma lasciando trasparire uno stile nuovo di vita: uno stile fatto di fiducia, mitezza, perseveranza e speranza. La vera forza del credente nasce dalla consapevolezza di essere custodito da Dio. In fondo, la paura più grande dell’uomo è quella di sentirsi solo. Il Vangelo risponde proprio a questa ferita: nessuna notte è attraversata senza la presenza di Dio, nessuna prova è priva del suo sguardo, nessuna fragilità è esclusa dalla sua misericordia. Per questo il cristiano può continuare a camminare anche nei momenti difficili, sapendo che il Signore lo precede e lo accompagna.

 

XI Domenica del Tempo Ordinario

logo

 

GNG5261185 Notre Dame de Paris cathedral sculpture : Christ and his disciples Paris France; Godong. , Bridgeman Images

 

 

 

 

Terminato il tempo pasquale e celebrate le grandi solennità del Signore, la liturgia riprende il cammino del Tempo Ordinario con la lettura del Vangelo secondo Matteo. Ci troviamo alle soglie del capitolo 10, il grande discorso missionario, introdotto da una scena intensa e profondamente umana: Gesù guarda le folle e ne prova compassione. L’evangelista scrive infatti: «Vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore» (Matteo 9,36). Lo sguardo di Gesù non si ferma all’apparenza. Egli vede la fatica interiore delle persone, il loro smarrimento, la loro condizione di dispersione. L’immagine delle pecore senza pastore appartiene alla tradizione biblica e richiama il popolo privo di guide autentiche, incapace di trovare orientamento e pace.

Anche la prima lettura, tratta dal libro dell’Esodo (Es 19,2-6), illumina questo tema. Israele, giunto al Sinai dopo la liberazione dall’Egitto, ascolta la proposta di alleanza da parte di Dio: «Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa». Il Signore non chiama il suo popolo soltanto a ricevere dei benefici, ma a diventare segno della sua presenza nel mondo. Dentro questa prospettiva si comprende anche l’immagine della messe utilizzata da Gesù: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!» (Matteo 9,37-38). L’immagine è metaforica e, nel linguaggio biblico, possiede una profondità particolare. Siamo abituati ad applicare immediatamente queste parole al tema delle vocazioni sacerdotali, pensando soprattutto alla necessità di avere molti preti. Certamente la tradizione della Chiesa ha letto anche in questo senso il testo evangelico, ma il significato originario appare più ampio.

 

 

Nella Scrittura, infatti, la mietitura è spesso simbolo del compimento finale della storia. Nel capitolo 13 di Matteo, nella spiegazione della parabola della zizzania, Gesù afferma esplicitamente che la mietitura rappresenta la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli incaricati di raccogliere il raccolto definitivo del Regno. La messe pronta indica dunque l’umanità giunta alla sua maturazione.

Per questo il problema evocato da Gesù non riguarda solo il numero dei ministri, ma la scarsità dei testimoni di coloro che accolgono la chiamata a partecipare all’opera di Dio. È una questione che coinvolge tutta la comunità ecclesiale.

La compassione di Cristo nasce dal rischio che il “grano” vada perduto. Gli uomini e le donne del suo tempo – e di ogni tempo – possono rimanere dispersi, stanchi e sfiniti, incapaci di giungere alla pienezza della vita. Gesù desidera invece che nessuno si perda, che ogni esistenza possa essere raccolta nei granai del Regno. Per questo invita i discepoli a pregare. Il miracolo della salvezza, infatti, domanda anche una risposta umana: accogliere la chiamata, lasciarsi trasformare dal Vangelo. L’immagine del grano richiama allora la responsabilità della vita cristiana. Il Signore non vuole che il seme cada inutilmente a terra, venga divorato o marcisca senza portare frutto. Egli vuole che il grano maturi e diventi pane buono, capace di nutrire altri.

Questa scena apre il discorso missionario (Matteo 10): Gesù chiama e invia i Dodici. Le istruzioni riflettono il contesto della prima missione in Galilea, segnato da essenzialità e fiducia. Resta però il nucleo permanente: la Chiesa nasce dalla compassione di Cristo ed è chiamata a continuare la sua missione, perché nessuno vada perduto.

Questo sito utilizza i cookie per migliorare la tua esperienza sul sito. Continuando la navigazione autorizzi l'uso dei cookie.