Quale fede ti muove? XXVII Domenica del T.O.

Se aveste fede quanto un granello di

senape, potreste dire a questo gelso:
«Sràdicati e vai a piantarti nel mare»,
ed esso vi obbedirebbe (Luc 17,6)

 

Gli apostoli, consapevoli
di avere risorse
limitate, si rivolgono
a Gesù con una richiesta
sincera: «Accresci
in noi la fede!». Con queste
parole chiedono una fiducia più
profonda in Dio. Non si tirano indietro
e non rinunciano ai loro
compiti; al contrario, cercano una
relazione più stretta con il Signore,
consapevoli che da soli non potrebbero
arontare tutto ciò che li
attende. Gesù, tuttavia, non risponde
semplicemente con un sì
immediato, ma con una parola che
sorprende: «Se aveste fede quanto
un granello di senape…». Con l’immagine
di un seme piccolo e apparentemente
insignificante, mostra
che non è la quantità di fede a determinare
la sua
efficacia, ma la
qualità e la vitalità
di una fede autentica.
Anche un
piccolo frammento
di fede, se sincero
e vissuto con
costanza, può
compiere meraviglie
che, agli occhi
umani, sembrerebbero impossibili.
Non conta la quantità della
fede, ma la sua qualità.
Nella prima lettura, il profeta
Abacuc (1,2-3; 2,2-4) ci offre un
esempio concreto di questa fiducia.
Scrive in un periodo drammatico
per Israele, quando Gerusalemme
è minacciata e la società
appare corrotta. Il profeta si lamenta con Dio per la violenza e l’ingiustizia
che vede intorno a sé,
esprimendo sentimenti che rispecchiano
i nostri stessi dubbi: sembra
che Dio non intervenga, sembra
che il male domini e che il
Signore resti silenzioso.
Ma Dio risponde con chiarezza:
ha stabilito un tempo preciso per le cose per un fine
che spesso l’uomo non
vede».
Anche gli eventi più
ordinari o le difficoltà più
grandi possono trasformarsi,
nelle mani di Dio,
in strumenti di bene e di
crescita. La ducia in lui
trasforma la realtà, anche
quella che appare più insignificante.
Dopo aver insegnato
la forza della fede, Gesù
introduce un altro insegnamento
fondamentale
con la parabola del servo.
Racconta di un contadino
e del suo schiavo, che lavora
duramente nei campi
e poi continua a servire
in casa. La parabola
non descrive ciò che Dio
fa per noi, ma indica la
postura che dobbiamo assumere
davanti a lui.
Non dobbiamo sentirci privilegiati,
né confrontarci con gli altri,
né cercare riconoscimenti. Il nostro
compito è vivere nella disponibilità
e nella gratitudine, facendo
con dedizione tutto ciò che ci è
affidato. Il messaggio è chiaro e
profondo: chi compie il proprio
dovere non deve vantarsi, ma nemmeno
sentirsi inutile o insignicante.
Ogni azione, anche la più piccola
e apparentemente semplice,
ha valore agli occhi di Dio. La postura
giusta è quella del servo consapevole
dei propri limiti, ma grato
di poter collaborare con Dio nella
costruzione del bene. Riconoscersi
“semplicemente servo” significa
vivere con umiltà, fiducia e dedizione,
accogliendo con gratitudine
ogni occasione di servizio come
un dono prezioso.
fare giustizia e ricorda che la condizione
fondamentale per vivere è
la fedeltà: «Il giusto vivrà per la
sua fede». In ebraico, la parola
“fede” (‘emunáh) significa solidità
e fiducia, indica un fondamento saldo
su cui costruire la propria vita.
Non significa pretendere che Dio
faccia ciò che vogliamo noi o secondo
i nostri tempi, ma accogliere
il suo agire, affidandosi pienamente,
anche quando non comprendiamo
tutto. Come scrive Manzoni
ne I promessi sposi: «Dio dispone latutte
le cose per un fine
che spesso l’uomo non
vede».
Anche gli eventi più
ordinari o le difficoltà più
grandi possono trasformarsi,
nelle mani di Dio,
in strumenti di bene e di
crescita. La ducia in lui
trasforma la realtà, anche
quella che appare più insignificante.
Dopo aver insegnato
la forza della fede, Gesù
introduce un altro insegnamento
fondamentale
con la parabola del servo.
Racconta di un contadino
e del suo schiavo, che lavora
duramente nei campi
e poi continua a servire
in casa. La parabola
non descrive ciò che Dio
fa per noi, ma indica la
postura che dobbiamo assumere
davanti a lui.
Non dobbiamo sentirci privilegiati,
né confrontarci con gli altri,
né cercare riconoscimenti. Il nostro
compito è vivere nella disponibilità
e nella gratitudine, facendo
con dedizione tutto ciò che ci è
affidato. Il messaggio è chiaro e
profondo: chi compie il proprio
dovere non deve vantarsi, ma nemmeno
sentirsi inutile o insignicante.
Ogni azione, anche la più piccola
e apparentemente semplice,
ha valore agli occhi di Dio. La postura
giusta è quella del servo consapevole
dei propri limiti, ma grato
di poter collaborare con Dio nella
costruzione del bene. Riconoscersi
“semplicemente servo” significa
vivere con umiltà, fiducia e dedizione,
accogliendo con gratitudine
ogni occasione di servizio come
un dono prezioso.

 

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