Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

Meditazioni

IL SOGNO

(dal Sito Chiesa di tutti Chiesa dei poveri)


Carissimi,
come di Giovanni XXIII ci fu un “discorso della luna” che la sera del Concilio doveva aprire una nuova stagione della Chiesa fuori dalle strettoie costantiniane e identitarie, così di papa Francesco c’è stato un “discorso delle stelle” suscettibile di aprire una nuova stagione della storia del mondo, fuori dagli affrontamenti religiosi esercitati in nome di un Dio violento. È il discorso che papa Francesco ha pronunciato nel deserto di Ur, con gli occhi alle stesse stelle additate da Dio ad Abramo, padre delle fedi.

“Dobbiamo riportare l’Iraq all’età della pietra”, aveva brutalmente replicato la premier inglese Margaret Thatcher nel 1990 all’inviato di Gorbaciov, Eugenij Primakov, che cercava di scongiurare lo scempio di una guerra scatenata dall’Occidente nella terra tra i due fiumi; ed ecco che ora il ritorno a quelle antiche pietre avviene, ma nel rovesciamento di un papa che va a chiederne perdono per fare di nuovo spazio al “sogno di Dio”. E proprio qui sta tutto il significato del viaggio di Francesco in Iraq. Lo aveva enunciato fin dal messaggio televisivo da cui si era fatto precedere presso gli iracheni: egli andava lì come “pellegrino penitente”: incolpevole, andava a chiedere perdono per guerra e terrorismo, e come pastore di una Chiesa martire, andava a chiederle di non chiudersi nella propria identità ferita. Ciò perpetuerebbe infatti nel tempo un’inguaribile contrapposizione, come dice la storia e come dimostra la mai rimarginata lacerazione del genocidio armeno; infatti “solo con gli altri si possono sanare le ferite del passato”,

Ma qual è il sogno di Dio che papa Francesco è andato a risvegliare nel riconsacrato deserto di Ur dei Caldei? È “che la famiglia umana diventi ospitale e accogliente verso tutti i suoi figli; che, guardando  il medesimo cielo, cammini in pace sulla stessa terra”; è il sogno di Dio ma è il sogno anche di Francesco, ed è il sogno laico di una terra riconciliata, di una “pace perpetua”, per mano degli uomini e delle donne di buona volontà. Sarà un’utopia, ma intanto almeno è un progetto. Abbiamo di che lavorare.

C’è una condizione perché questo sogno si realizzi: occorre che nessuno resti murato nella propria identità, ma che ciascuno si scambi con l’altro, prenda su di sé le sofferenze e il destino dell’altro, e insieme anche la cura della terra, la responsabilità della casa comune. Perciò come cristiano papa Francesco ha voluto andare lì per riconciliarsi con i musulmani, con gli ebrei e coi fratelli e sorelle di altre religioni, e come figlio di Abramo è andato lì a invocare “passi concreti” di un peregrinare di ciascuno “alla scoperta del volto dell’altro”, protesi tutti a “condividere memorie, sguardi e silenzi, storie ed esperienze”, per scoprirsi tutti fratelli.

Tutto il viaggio si è mosso su questo doppio registro, quello dell’identità, per l’immersione nelle comunità cristiane sconvolte, e quello della totalità per l’abbraccio più che fraterno con tutte le religioni e le sofferenze umane; ma la novità era che la stessa identità cristiana ormai non si mostrava più come l’orgogliosa rivendicazione di un proprio privilegio in ordine alla salvezza, ma era già giocata nella totalità, nell’uscita da sé, essendo le due cose, identità e totalità, congiunte già dall’origine  nella duplice missione del Cristo, fonte della sua Chiesa e pegno dell’unità dell’intera famiglia umana. Ma la novità era pure che a questo stesso processo apparivano convocate oggi le altre religioni del mondo; e se ad Abu Dhabi papa Francesco aveva celebrato la fratellanza col grande Imam al-Tayyeb dei sunniti, a Najaf ne ha ripreso la trama nell’incontro con il grande Ayatollah Al Sistani leader della comunità sciita. Questi gli ha detto una frase che lo ha colpito, e ha poi ripetuto ai giornalisti nel volo di ritorno a Roma: “gli uomini sono o fratelli per religione o uguali per creazione”: la fratellanza e l’uguaglianza, ha commentato Francesco, ed ha aggiunto: ma al di sotto dell’uguaglianza non possiamo andare.

Per parte sua papa Francesco ha fatto la sua scelta, ha attestato la Chiesa sulla frontiera della fratellanza. Non è affatto una scelta scontata, non è senza rischi; ma, ha aggiunto su quell’aereo del ritorno che spesso aggiunge ai viaggi un inedito momento di verità, “tante volte si deve rischiare per fare questo passo: ci sono alcune critiche: che il papa non è coraggioso, è un incosciente, che sta facendo dei passi contro la dottrina cattolica, che è a un passo dall’eresia… Ci sono dei rischi...”.

Francesco si è preso i suoi rischi. Sulla sua parola, sarebbe tempo che tutta la Chiesa si assumesse i suoi.

Per Luca Attanasio: dialogo col Signore

(dal sito SETTIMANANEWS)
Infine, solo, alla presenza del Signore

Viene poi il momento in cui ciascuno sta solo, alla presenza del Signore. Finiscono i clamori, tacciono le parole, la gente radunata si disperde e ciascuno sta, solo, alla presenza del Signore. Sono dimenticate le imprese, risultano insignificanti gli onori, i titoli, i riconoscimenti e ciascuno sta, solo, alla presenza del Signore. Perde interesse la cronaca, le parole buone e le parole amare, la retorica e le celebrazioni e ciascuno sta, solo, alla presenza del Signore. Che cosa mi dirà il Signore? Che cosa dirò al Signore?

La pagina del Vangelo descrive quello che mi potrà dire il Signore, quello che io potrò dire al Signore, quando, come tutti, starò, starò solo alla presenza del Signore. Il Signore dirà: “Da dove vieni, Luca, fratello?”. E Luca risponderà: “Vengo da una terra in cui la vita non conta niente; vengo da una terra dove si muore e non importa a nessuno, dove si uccide e non importa a nessuno, dove si fa il bene e non importa a nessuno. Vengo da una terra in cui la vita di un uomo non conta niente e si può far soffrire senza motivo e senza chiedere scusa!”.

Il Signore dirà: “Non dire così, Luca, fratello mio. Io scrivo sul libro della vita il tuo nome come il nome di un fratello che amo, di un fratello che mi è caro, che desidero incontrare per condividere la vita e la gioia di Dio! non dire così fratello. Io ti benedico per ogni bicchiere d’acqua, per ogni pane condiviso, per ospitalità che hai offerto. Vieni benedetto del Padre mio e ricevi in eredità il regno preparato per te fin dalla creazione del mondo”.

Il Signore dirà: “Perché ti volgi indietro, Luca, fratello mio?”. E Luca risponderà: “Mi volgo indietro perché considero quello che resta da fare, considero l’incompiuto che attende il compimento, le promesse che avrei dovuto onorare, la missione che avrei dovuto compiere. Ecco: troppo breve la vita. Ecco, troppe attese sospese! Perciò mi volgo indietro!”.

E il Signore dirà: “Non volgerti indietro, Luca, fratello mio. Troppo breve è stata la tua vita, come troppo breve è stata la mia vita. Eppure dall’alto della croce si può gridare: “È compiuto!”, come nel momento estremo si può offrire il dono più prezioso, senza che il tempo lo consumi. Perciò non volgerti indietro, Luca, fratello mio; entra nella vita di Dio: tu sarai giovane per sempre!”

E il Signore dirà ancora: “Perché sei ferito, Luca, fratello mio?” E Luca risponderà: “Sono ferito perché così gli uomini trattano coloro che li amano e coloro che li servono: mi rendono male per bene e odio in cambio di amore (Sal 108,5). Sono ferito perché ci sono paesi dove la speranza è proibita, dove l’impresa di aggiustare il mondo è dichiarata fallita, dove la gente che conta continua a combinare i suoi affari e la gente che non conta continua a ferire e ad essere ferita. Ecco perché sono ferito, perché ecco come sono i malvagi: sempre al sicuro, ammassano ricchezze (Sal73,12) e contro il giusto tramano insidie (cfr Sal 37,12) e non c’è chi faccia giustizia!”.

E il Signore dirà: “Non dire così, Luca, fratello mio. Guarda le mie ferite, le ho ricevute dai miei fratelli; e guarda il mio cuore: dal mio fianco esce sangue e acqua; se il chicco di grano, caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore porta molto frutto (Gv 12,24). Ho seminato nella storia un seme di amore che produce frutti di amore, echi rimane nell’amore rimane in me e io in lui. La gente che conta e ammassa ricchezze è destinata a morire e per loro sarà pronunciato il giudizio: via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli(Mt 25,41).Ma i miti erediteranno la terra, i giusti sono benedetti e benedetta la loro discendenza”.

E il Signore dirà ancora: “Perché piangi, Luca, fratello mio?” E Luca risponderà: “Piango perché piangono le persone che amo; piango perché restano giovani vite che hanno bisogno di abbracci e di baci, di coccole e di parole vere e forti e non sarò là per asciugare le loro lacrime e condividere le loro gioie; piango perché dopo il clamore scenderà il silenzio, dopo la notorietà arriverà l’oblio: chi si prenderà cura delle giovani vite che io non vedrò camminare nella vita”.

E il Signore dirà: “Non dire così, Luca, fratello mio. Io manderò lo Spirito Consolatore, Spirito di sapienza e di fortezza, Spirito di verità e di amore e si stringeranno in vincoli d’affetto invincibile coloro che ti sono cari e nessuno sarà abbandonato e io stesso tergerò ogni lacrima dai loro occhi, e i vincoli di sangue, i vincoli di affetto, i vincoli di amicizia saranno più intensi e più veri, più liberi e più lieti. La tua partenza non diventerà una assenza, la tua presenza nella gioia del Padre non sarà una distanza. Non piangere più, Luca, fratello mio!”

Da Taizé

Come ambasciatore d’Italia nella repubblica del Congo, ha servito instancabilmente la causa della pace e della giustizia. In queste tragiche ore abbiamo anche appreso che, da giovane, Luca era venuto più volte a Taizé per partecipare ai nostri incontri internazionali. Abbiamo anche sentito che aveva partecipato attivamente, nella sua parrocchia di Limbiate, all’incontro europeo di Taizé a Milano.
Desidero quindi assicurarle la nostra profonda comunione, nella riconoscenza per la sua vita donata. Il Signore ora lo accoglie nella vita eterna. Con lei, prego: Spirito Santo, Spirito consolatore, tu vieni a illuminare le nostre vite e consolare i cuori che sono nel dolore. Ti affidiamo Luca Attanasio, Vittorio Iacovacci, Mustapha Milambo, deceduti tragicamente e preghiamo per la pace nella Repubblica Democratica del Congo. Luce nell’oscurità, tu ci riempi di speranza e noi osiamo dirlo con la nostra vita: “Cristo è risorto!”. Rimaniamo in profonda comunione con lei e la Chiesa di Milano. Fraternamente, Frère Alois.

“La lampada del corpo è l’occhio”

 “La lampada del corpo è l’occhio”

Per una speranza “rigenerante”

“La lampada del corpo è l’occhio; perciò, se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso; ma se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso” (Mt 6,22-23). Questo detto di Gesù è racchiuso dal vangelo di Matteo tra altri due, divenuti quasi proverbiali: “dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore” (v. 21); e “non potete servire Dio e la ricchezza” (v. 24). Gesù invita così alla trasparenza del cuore e alla semplicità dello sguardo, che deve trasmettere luminosità, semplicità, libertà dal possesso dei beni e delle persone, quello che lui chiama “occhio cattivo”.

Le mascherine che indossiamo ormai da parecchi mesi, e che ci faranno compagnia ancora per molto tempo, coprono la bocca e il naso, ma lasciano liberi gli occhi. Gli operatori sanitari, le forze dell’ordine, i parenti che visitano i loro familiari anziani nelle strutture e nelle case, e tutti coloro che devono rivestirsi di tute protettive su tutto il corpo, mani e testa comprese, mantengono però lo sguardo libero, benché tutelato da una visiera. Stiamo imparando a concentrare sugli occhi la nostra capacità comunicativa.

Del resto lo sguardo, fin dall’inizio della nostra vita, è il primo mezzo di relazione: mamma, papà, nonni, fratelli, ci hanno parlato con gli occhi, prima che noi potessimo comprendere il suono della loro voce; e sentivamo bene se da quegli sguardi partiva approvazione o rimprovero, tenerezza o severità, indifferenza o affetto. Gli occhi parlano più chiaramente della bocca. Per Gesù, addirittura, il grado di lucentezza dell’occhio rivela la luminosità o meno dell’intero corpo, cioè di tutta la persona. Lo sguardo minaccioso incute paura, quello dolce trasmette accoglienza; gli occhi accigliati esprimono preoccupazione o disapprovazione, quelli lacrimosi attirano comprensione o lanciano un grido di aiuto. Il linguaggio degli occhi tocca tutte le corde del cuore.

La crisi: causa e svelamento di sofferenza e generosità

Nessuno avrebbe pensato, il giorno di San Geminiano di un anno fa, di essere alla vigilia di una pandemia così drammatica. Dalla seconda metà di febbraio 2020 l’intera umanità sta vivendo la crisi più acuta degli ultimi decenni, inferiore solo alle due guerre mondiali che hanno devastato il secolo scorso: stiamo superando la soglia dei cento milioni di contagiati e ci avviciniamo ai due milioni e mezzo di morti per o con il covid. Questa crisi da una parte causa e dall’altra svela tante sofferenze. Prima di tutto le causa: una generazione di anziani, quella che ha speso tante energie per la ricostruzione dopo il secondo conflitto mondiale, è profondamente ferita e in parte scomparsa; e non solo per covid, ma anche per altre malattie gravi rese letali dal contagio o inevitabilmente trascurate; la pandemia sparge paure e rabbia, specialmente nelle persone più fragili ed esposte; innesca processi di indebolimento sociale, rendendo precaria l’occupazione; crea un clima generale di distanziamento non solo fisico, ma anche psico-affettivo; acuisce alcune tensioni nel confronto sociale e politico.

Il covid però, non solo causa, ma anche svela tante sofferenze: mette in luce il dramma di una diffusa solitudine; solleva il coperchio sulle disparità economiche, con sacche di povertà crescenti anche tra gli italiani; evidenzia l’incertezza che colpisce i giovani; e, allargando lo sguardo, svela – per chi non se ne fosse accorto – come il mondo sia da sempre, come lo era prima e lo sarà dopo, afflitto da povertà, paure, violenze, epidemie, guerre, diseguaglianze, inquinamento.

Ma la crisi sanitaria che stiamo vivendo causa e svela soprattutto tanta generosità, un mare di bene. La causa: mette in moto la creatività per essere vicini, nelle modalità permesse, a chi è più provato; incentiva alcune professioni e attività, legate specialmente al digitale, che sta mostrando anche il suo volto migliore; mette in campo l’eccezionale dedizione di medici, infermieri, operatori sanitari, psicologi, forze dell’ordine, docenti, enti ed istituzioni pubbliche e private, lavoratori nelle attività permesse, ministri delle comunità religiose, operatori della comunicazione e dei servizi. C’è chi ha notato come le persone più colpite, per numero di decessi dovuti al contagio, siano le cosiddette categorie vocazionali, ossia coloro che avvertono come missione la loro opera, a diretto contatto con la gente, negli ambiti dell’assistenza sanitaria e religiosa, nelle famiglie e tra le forze dell’ordine. Nella nostra diocesi hanno condiviso la morte di centinaia di persone anche due preti conosciuti, amati e cercati dalla gente: don Antenore Ternelli, cappellano del Policlinico, e don Marino Adani, superiore della comunità dei Paolini.

Anche chi scava nel terreno del bene scopre che la pandemia non solo causa, ma svela la realtà: le energie di chi più si spende, infatti, sono quelle che sempre vengono messe a servizio del bene comune, ma che solo nell’emergenza si manifestano agli occhi di tutti. Pare purtroppo che abbiamo bisogno delle crisi per puntare l’occhio sul bene, sulla generosità, su quella rete di solidarietà sempre presente, ma mai abbastanza apprezzata. Nei periodi in cui non si vive la crisi, prevalgono invece le cattive notizie, gli attacchi, le polemiche. Se lo scontro spesso fa rumore, l’incontro invece, che è la trama del bene, difficilmente fa notizia. Eppure rappresenta il tessuto di fondo della nostra civiltà.

Molte persone, vicine o lontane dall’esperienza cristiana, domandano ora alla Chiesa di mettere in luce le opportunità spirituali che la pandemia racchiude. La celebrazione serale di papa Francesco in una piazza San Pietro deserta e martellata dalla pioggia, il 27 marzo 2020, ha destato grande impressione in tutti ed è diventata il simbolo di una Chiesa vicina alle persone “sole” – incarnate dalla solitudine del Papa stesso – che anche nei momenti drammatici attinge all’energia del vangelo. Quella sera milioni di occhi, in tutto il mondo, si sono dati appuntamento a Roma e si sono sentiti rappresentati dal vicario di Pietro che pronunciava parole di speranza, le parole di vita eterna del Signore Gesù.

La crisi: emergenza e rigenerazione

Noi esseri umani, in realtà, viviamo nella crisi: sperimentiamo nel corso della nostra esistenza tante crisi quanti sono i passaggi e le esperienze forti; una famiglia, un gruppo sociale, una comunità cristiana, un partito politico, vivono momenti di crisi acuta, ma devono imparare anche ad abitare la crisi. Alcune crisi sono mondiali, cioè assumono consapevolezza e incidenza planetarie. Se, con un rapido sguardo, ci rivolgiamo anche solo ai primi vent’anni del millennio, individuiamo diverse crisi che hanno assunto valenza mondiale e non solo personale, locale o nazionale: il tragico attentato del 2001 alle Twin Towers di New York ha reso mondiale la crisi terroristica, accresciuto il senso di precarietà e le conseguenti misure di sicurezza a tutti i livelli. La crisi economico-finanziaria esplosa nel 2008 ha travolto tante sicurezze e acuito le incertezze sugli investimenti e sui posti di lavoro. Le “primavere arabe”, dalla fine del 2010, hanno fatto esplodere la crisi migratoria, moltiplicando il numero di profughi e rifugiati. Nel 2015, grazie anche all’enciclica Laudato si’ di papa Francesco e alla conferenza di Parigi, il pianeta ha preso meglio coscienza della crisi ambientale. E nel 2020 è esplosa la pandemia. Gli anni indicati sono simbolici: infatti terrorismo, povertà, migrazioni forzate, problemi ambientali e sanitari esistono da sempre; ma ogni tanto assurgono a fenomeni mondiali. L’immagine che può rendere è quella del vulcano attivo: il magma bolle sempre sotto la sua bocca, ma solo di tanto in tanto esce: e l’eruzione, con lava e lapilli che impressionano, rende consapevoli come la situazione in realtà sia sempre critica.

Queste crisi mondiali non si succedono, ma si intrecciano e sovrappongono. La crisi attuale è certo più intensa di quelle precedenti e per la percezione, l’estensione e la profondità che riveste, riassume in un certo senso tutte le altre: risveglia il senso di precarietà del terrorismo, acuito dal fatto che il killer ora è invisibile; manifesta le disparità economiche, dato che alcuni hanno maggiori possibilità di prevenzione e cura rispetto ad altri; sembra connessa anche agli squilibri ambientali, all’abuso della natura e all’inquinamento.

Come trasformare la crisi in opportunità? L’etimologia ci può aiutare. “Crisi” è la traslitterazione del greco krisis, a sua volta derivato dal verbo krino: separare, distinguere, giudicare, valutare. La crisi, per riprendere il detto evangelico, ha dunque due occhi: uno cattivo e uno luminoso. Ha un occhio cattivo, perché implica separazione, rinuncia, sofferenza, abbandono di qualcosa o qualcuno. Ma l’altro occhio è luminoso, perché invita a ridefinire, discernere, progettare e perfino rinascere. Senza crisi non c’è rinnovamento, per quanto ogni crisi abbia i suoi costi. Si può osare una parola, presa dal vocabolario della speranza: la parola rigenerazione.

Per i cristiani il momento più drammatico della crisi è racchiuso negli eventi pasquali di Gesù: da una parte la morte orribile della croce e al sepolcro, vittima dell’occhio cattivo dei gestori del potere, che non sopportano la sua semplicità e luminosità; dall’altra la risurrezione e la gloria, “rigenerato” nel suo corpo, reso luminoso dal Padre, che lo accoglie nel regno come “primogenito dei morti” (Apoc 1,5; cf. Col 1,18 e 1 Cor 15,20), cioè il primo “rigenerato” attraverso la morte, aprendo anche a noi la stessa strada. La Quaresima e la Pasqua 2020, celebrate nel lockdown, erano segnate da un grande realismo: abbiamo ripercorso, giorno per giorno, i due volti della crisi: morte e risurrezione.

Spunti per una rigenerazione comunitaria

La nostra Chiesa cercherà di proseguire nell’opera di vicinanza alle persone, soprattutto a quelle già prima fragili e ulteriormente infragilite, con le quali il Signore si è misteriosamente identificato (cf. Mt 25,31-46). Continueremo ad attingere, consapevoli della nostra debolezza, alle sorgenti del vangelo, dei sacramenti e dei doni dello Spirito, che costituiscono per noi il grembo fecondo della rigenerazione. Cominciando da noi stessi, troppo spesso afflitti da sguardi miopi che non vedono più lontano del proprio orticello, da occhi invidiosi che spargono chiacchiere, da esternazioni presuntuose, che ritengono di giudicare tutto e tutti. Gesù domanda prima di tutto a noi, cattolici, di acquistare da lui il “collirio” per ungerci gli occhi e recuperare la vista (cf. Apoc 3,18); non so bene quale sia il composto chimico di questo collirio spirituale, ma il principio attivo deve essere l’umiltà, che apre lo sguardo all’amore, alla condivisione, alla prossimità. Senza umiltà è impossibile la rigenerazione. Grazie a Dio, nelle comunità cristiane prevalgono atteggiamenti di vicinanza e aiuto umile e concreto alle persone svantaggiate: e occorre proprio puntare su di loro, oggi più che mai. Sarà anche necessario recuperare un annuncio più incisivo, che parte dall’ascolto, per poter ridire con una forza nuova le verità eterne, interpellate dalla pandemia: la paternità di un Dio solidale, la speranza davanti alla morte, la risurrezione della carne, la possibilità di senso nel dolore. Queste sono le iniezioni di speranza, le cure i vaccini più efficaci, sulle quali la Chiesa cercherà di impegnarsi ancora di più. Non sono poche le persone che ora appaiono più disponibili, magari anche al di fuori dei canali istituzionali, ad esplorarsi interiormente, a dedicare tempo per aprirsi ad un annuncio spirituale e approfondire le ragioni della fede. Toccare con mano, e non solo sentire con le orecchie, che la creatura è vulnerabile – come l’erba dice la Bibbia (cf. Sal 103,15; Is 40,6) – aiuta a vincere il delirio di onnipotenza e ad affidarsi al Creatore e Salvatore.

Non sono certo in grado di esprimermi in maniera plausibile sulle altre comunità, nelle quali noi cristiani pure viviamo, ma che presentano dimensioni molto più ampie della Chiesa. Provo solo ad abbozzare una scaletta, con l’aiuto delle persone incontrate in questi mesi. Sarebbe bello se questa scaletta potesse offrire qualche spunto per alcuni incontri, nelle forme possibili, con le persone che hanno le mani in pasta nei diversi ambiti. È “proprio dei laici”, come insegna il Concilio Vaticano II, “cercare il regno di Dio trattando le cose temporali” (Lumen Gentium, 31): troverei utile, quando possibile, ascoltare proprio i laici su questi ambiti, per trovare insieme le strade della rigenerazione. Sono certo che emergerebbero proposte per una interiorizzazione e ad una azione che favoriscono il cambiamento. Per usare il neologismo del vescovo Tonino Bello (+1993), ci potremmo aiutare ad essere contempl-attivi.

Il mondo della sanità è coinvolto in prima persona, nelle terapie delle persone colpite dal virus, nelle relazioni con i familiari, nella ricerca dei rimedi e nell’organizzazione della complessa degli interventi. La riconoscenza di tutti prosegue nell’effettiva partecipazione alle misure di prevenzione e di cura: dai dispositivi di protezione alla distanza fisica, dall’osservanza delle norme relative agli spostamenti all’igienizzazione, dall’isolamento in caso di contatti con persone contagiate fino al vaccino. I cristiani sono cittadini, e come tali collaborano al bene comune anche dal punto di vista sanitario.

Della guarigione fa parte anche la rigenerazione psico-affettiva, ancora più impegnativa di quella bio-fisica. Il covid agisce come frullatore di emozioni, sensazioni e sentimenti, staccando spesso la sfera affettiva da quella intellettiva. Paure e ansie lavorano più in profondità rispetto alla mente. E non sempre, date le restrizioni, la prossimità dei propri cari compensa la solitudine: vedersi sugli schermi e abbracciarsi di persona non sono la stessa cosa. Stanno soffrendo parecchio non solo gli anziani, ma anche i disabili, i ragazzi problematici e i giovani: così tante famiglie, pur non essendo magari colpite direttamente dal virus, vivono situazioni difficili al loro interno. Come hanno proposto i vescovi dell’Emilia Romagna, occorrerà agire per rigenerare le relazioni educative, proponendo momenti di recupero scolastico, oratoriale e sportivo in presenza, per rivitalizzare la socialità dei ragazzi. I giovani sono spesso trattati come oggetto di indagine; vanno piuttosto considerati come soggetto, e quasi risarciti, per i danni educativi, economici, ecologici e spirituali provocati spesso dagli adulti. Gli adolescenti poi hanno vitalmente bisogno di sentirsi accompagnati dagli adulti, mentre sono lasciati troppo spesso in balia di loro stessi, vittime persino del cyberbullismo e bombardati dalla pornografia e dal consumismo.

La rigenerazione economica – che sarà favorita dal “Fondo europeo per la ripresa” (Recovery Fund) stanziato nel luglio 2020 – non si potrà giocare sull’assistenzialismo, ma dovrà puntare sul rilancio dell’iniziativa a tutti i livelli: imprenditoria, startup, innovazione… Già da tempo, ben prima dello scoppio della pandemia, economisti ed esperti del lavoro segnalavano il declino inevitabile di alcune attività lavorative e incentivavano la sperimentazione di nuovi progetti e nuove modalità. Forse lo smart working, diffusosi a macchia d’olio nell’ultimo anno, ha attivato a sua volta dei meccanismi virtuosi prima latenti. Alcune ditte hanno creato dei sistemi di riconversione – assumendo personale e dimostrando tra l’altro che l’economia e la sostenibilità ambientale non sono in concorrenza; qualche grande azienda di commercio, legata al digitale, ha visto accrescere i propri bilanci. Ma non si può dimenticare il profondo disagio che famiglie, imprese e intere categorie di lavoratori stanno attraversando. La tradizione modenese, con i suoi modelli di imprenditoria e innovazione di livello nazionale e internazionale, potrà certamente offrire delle piste di ripresa utili anche per altre regioni.

L’aumento della povertà, registrato dagli osservatori e dagli operatori, incide a sua volta sul clima sociale. Se la cifra simbolica della prima ondata pandemica erano le strade deserte e le famiglie al balcone, quella della seconda ondata è piuttosto la gente accalcata senza mascherina e la rabbia esplosa in alcune piazze. I moti di ribellione, scoppiati anche nel nostro paese, sono segnali da prendere sul serio. La violenza pone sempre dalla parte del torto chi la pratica, ma deve essere decodificata. La rigenerazione sociale chiede senso di responsabilità da parte degli adulti, chiamati a testimoniare, come dice papa Francesco, che da questa crisi usciremo migliori se avremo il coraggio di passare dall’io al noi. Una società matura si vede anche dal grado di solidarietà che esprime: a cominciare, di nuovo, dagli ultimi.

La comunità politica è interpellata direttamente, fin dall’inizio della crisi, e non occupa certo una posizione invidiabile. La democrazia, che si regge sull’equilibrio dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario, è messa alla prova. Non che la nostra democrazia sia in discussione; piuttosto sono gli assetti istituzionali a richiedere alcune verifiche, quando usciremo dall’emergenza. La Costituzione, di cui è garante il Presidente della Repubblica, ha costruito un sistema democratico che distribuisce compiti decisionali e operativi a tre grandi soggetti: il cittadino, lo Stato e i corpi intermedi. Tra la singola persona e gli organismi istituzionali, quindi, esiste una rete formata da gruppi sociali – famiglie, associazioni, comitati, sindacati, partiti, enti di volontariato e organizzazioni del terzo settore – che offrono un contributo di valori e opere essenziali al bene comune. L’impressione è che, per rigenerare la politica, e renderla più progettuale, occorra da parte delle istituzioni nazionali uno scambio più fluido con le istituzioni locali, specialmente con i sindaci, che hanno contatto diretto con i cittadini e i corpi intermedi e possono orientare meglio anche le scelte nazionali.

* * *

Il nostro patrono San Geminiano, che attraversò il mare per guarire la figlia dell’imperatore, interceda per la cessazione della pandemia. Ma lascio la conclusione ad una bimba, che ha scritto una lettera al covid riportata in una recente pubblicazione. Le parole dei bambini, dirette e spontanee, riflettono spesso quello sguardo semplice e luminoso che ci chiede Gesù: “Caro virus, per colpa tua non ho più visto il mio amico del cuore, i miei compagni di classe e il parco. Mi hai privato dei giochi all’aperto, della bici… della scuola ma non dei compiti. Mi hai letteralmente chiusa in casa, mi sono sentita in punizione come quando faccio arrabbiare la mamma. Ma nonostante ciò ti devo ringraziare. Mi hai ridato i miei genitori. Adesso facciamo tante cose tutti insieme e quando ognuno di noi termina i compiti, giochiamo con il nostro cane. Se ora vai via, io ti perdono”.

+ Erio Castellucci

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