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Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

Genitori e famiglie

19 marzo Festeggiamo i nostri papà

19 marzo: festeggiamo i nostri papà

…riflettendo sul concetto di Genitorialità

father 22194 1920Le origini della Festa del Papà

La Festa del Papà, come la intendiamo noi oggi, è una festa complementare a quella della
mamma che nasce all’inizio del XX secolo negli Stati Uniti. Le prime testimonianze ci raccontano la storia di una signora dal nome Sonora Smart Dodd che, ispirata dalla predica ascoltata in Chiesa
in occasione della Festa della Mamma, decise di sollecitare l’istituzionalizzazione di una data in onore anche dei papà. I primi festeggiamenti vennero così fissati il 19 giugno 1910, compleanno del babbo della Signora Dodd.  

La Festa del Papà in Italia

In Italia, come in molti paesi di fede cattolica, la Festa del Papà è il 19 marzo, il giorno dedicato a San Giuseppe, padre putativo di Gesù, figura emblematica di fedeltà, amorevolezza, dedizione…
alla famiglia. Protettore anche dei bambini orfani e dei soggetti più fragili della società, con lui e con la sua figura si onora la paternità e la solidarietà. In molti usi e costumi, in occasione di questa data, infatti, in passato, venivano accompagnati i festeggiamenti di questa ricorrenza con gesti di carità, come ad esempio: invitare i poveri a pranzo.
Presentando la Festa del Papà abbiamo parlato di quanto sia una ricorrenza complementare alla Festa della Mamma. Ma perché è così importante che queste due figure all’interno della vita di ciascun individuo siano tra loro complementari? Cosa si intende con questa espressione e come ci siamo arrivati?
Quando arriva il desiderio di fare un bambino…
In linea di massima, la decisione di avere un bambino, all’interno di una coppia, rappresenta allo stesso tempo un punto di arrivo e di partenza. Se da un lato, dopo un periodo di conoscenza, di fidanzamento, di convivenza, si decide di coronare questa unione con la nascita di un bambino, dall’altro, la nascita di un figlio sancisce per la coppia l’inizio di una nuova fase: diventare genitori. Dal punto di vista individuale, il desiderio di avere un figlio è un momento che potremmo definire come “evolutivo” e che invita, sia l’uomo che la donna a chiedersi se desiderano o meno diventare papà o mamma. Questo interrogativo è particolarmente carico di significati psicologici ed è spesso anche fonte di un vero e proprio momento di “passaggio” per la vita del singolo: attraverso la consapevolezza di voler fare un figlio, la persona ripercorre la sua vita, fa i conti con il suo essere stato a sua volta “figlio”, con i suoi genitori, con le loro mancanza e con la “responsabilità” di assumersi un impegno che sarà per tutta la vita.

silhouette 1923656 1920La genitorialità, definizione e funzioni

Il desiderio di ciascun individuo diventa un desiderio condiviso, di coppia, sulla base del quale si va ad individuare il terreno comune per la genitorialità.
Ma cosa significa esattamente questa parola? La definizione di genitorialità, riconosciuta da psicologi e terapeuti è: una fase di sviluppo dell’adulto in cui si genera la capacità di creare, proteggere, nutrire, amare, rispettare e provare piacere per un essere altro da sé, che non è necessariamente un bambino da generare e crescere.
Questa definizione ci porta come prima riflessione a prendere atto che: “essere genitori va al di là dell’avere un figlio”, e presuppone che il possedere una serie di abilità e il sentire una serie di istinti nei confronti di un’altra persona fa parte dello sviluppo della persona stessa. Potremmo dunque dire, che è la manifestazione che diventa massima con la nascita di un figlio. Le funzioni e le modalità di espressione della genitorialità sono molteplici e tra tutte ricordiamo le seguenti: la funzione protettiva: che prevede l’offrire cure adeguate al bambino in termini di accudimento, protezione fisica e sicurezza; la funzione affettiva; la funzione regolativa, ovvero la capacità di trasmette al bambino di regolare i propri stati emotivi e organizzare risposte comportamentali adeguate; la funzione normativa: la capacità di porre limiti e una struttura di riferimento al bambino e che comprende l’atteggiamento genitoriale verso norme, istituzioni e regole sociali.

Al di là dell’essere madre o padre

Anche senza un’eccessiva riflessione, subito è facile comprendere di come “il concetto di
genitorialità” non prevede alla base una distinzione tra madre e padre, ma attiva un ragionamento più armonico e complesso che vuole l’attenzione sulle funzioni, sul fine, piuttosto che sul “genere”. Potremmo forse affermare che, il desiderio di maternità e quello di paternità partono da una base comune e si sviluppano poi in modo differente e complementare fino a ritrovarsi nel concetto di genitorialità. 
Nel momento in cui piuttosto che sulle differenze e sulle distinzioni (tra il desiderio di maternità e paternità), si inizia a porre l’accento su un concetto comune, è molto più semplice il movimento all’interno di un contesto più ampio, maggiormente stimolante e nutriente: la differenza tra uomo e donna diventa così una fonte di arricchimento e di risorsa.

baby 2868116 1920Maternalità + Paternalità = Genitorialità

Soprattutto in epoca recente, ai tradizionali termini che tutti abbiamo più o meno sentito “maternità” e “paternità”, se ne sono aggiunti due meno noti… proviamo un po’ a vederli insieme.
Durante la gravidanza della donna, i cambiamenti sono incredibili: da quelli biologici a quelli
psicologici. Con il termine “maternità” andremo dunque a riferirci a tutte quelle trasformazioni fisiche, ormonali… che una mamma, fin dal principio si trova ad affrontare, mentre con la parola “maternalità” andremo a riferirci a quel processo di rielaborazione mentale che la donna fa, dal punto di vista psicologico, rispetto ai grandi cambiamenti che sta affrontando.
E riferendoci al padre? Bè, anche i nostri papà devono affrontare un percorso complesso ed impegnativo: anche per gli uomini ci sono dei cambiamenti da dover rielaborare: la trasformazione della sua compagna/moglie, l’ambito sociale, lo stile di vita… da un punto di vista “visibile”; il dover fare i conti con l’essere diventato padre ed il dover iniziare a sentire sé stesso padre, dal punto di vista intrapsichico.
Il “sentirsi padre” non è un concetto semplice. Esso si riferisce alla percezione emotiva della paternità e con la costruzione della propria nuova immagine: non più figlio, ma padre. Anche questo processo di consapevolezza, che potremmo definire “paternalità”, richiede un tempo ed un’elaborazione, per molti versi similare alla maternalità.
Ma se nella transizione iniziale la madre vive la difficoltà della gestazione, essa è facilitata dal punto di vista psichico nell’elaborazione perché vive direttamente le trasformazioni, ciò che sta accadendo e, temporalmente, può permettersi di farci i conti fin da subito, Il papà invece, nonostante tutto il suo impegno, vive questo passaggio in differita, con maggior coinvolgimento solo “dopo” la nascita del bambino e durante la sua crescita, ma non per questo con minore intensità.
In questa ottica, secondo questa visione, maternalità e paternalità, sono dunque due processi evolutivi che gli individui compiono a partire da un evento comune, con tempistiche differenti, e che trovano nel concetto di genitorialità e nella relazione con il bambino, la loro massima espressione.

 

 
 Scritto da Giulia Di Sipio, Diplomata in Counseling Relazionale (iscrizione albo nazionale An.Co.Re n.275), nel 2013, specializzata in Counseling Gastronomico, Consulente Genitoriale, da anni collabora come volontaria presso l'Associazione Orizzonte ODV (www.associazioneorizzonte.it) per facilitare l'inclusione e l'autonomia dei ragazzi diversamente abili, promuovere iniziative volte a sostegno delle famiglie con disabilità, potenziare le occasioni di lavoro per una buona genitorialità e con la Parrocchia degli Angeli Custodi per offrire un supporto pratico ed emotivo a chi ne sente il bisogno. Se desideri ricevere maggiori informazioni sul servizio “La famiglia al centro”“Ascoltiamoci” , chiama pure il numero 347 1692195, fisseremo un colloquio conoscitivo. Anche telefonico. Parliamone Insieme.

“Smettere di controllare”

un breve cortometraggio, dal profondo significato

Quante volte nella nostra vita, nelle nostre relazioni, ci sentiamo in dovere di modificare il corso degli eventi, di dover intervenire per conto di un nostro familiare, di dover avere tutto sotto controllo, quasi come se la riuscita o meno di una determinata cosa, anche se non riguarda direttamente la nostra vita, sia comunque una nostra responsabilità?

Se siete genitori, quante volte vi capita di anticipare ciò che dovrebbe fare vostro figlio perché pensate che da solo non ce la possa fare o che magari, senza il vostro aiuto, non sia in grado di raggiungere il risultato sperato? Ma sperato “da chi” poi?

Se vi fermate un attimo a riflettere, nelle relazioni con i vostri partner, quante sono le occasioni in cui vi intromettete in questioni che non vi riguardano direttamente, giustificando il vostro intervento con la frase “è a fin di bene”?

Il breve cortometraggio che vi presento questa mattina, riporta una interessante riflessione su tutti questi temi.

https://www.youtube.com/watch?v=ouVS4x5q0PI

Il giovane monaco Dechen, protagonista di questo cartone animato, ha una grande passione per il giardinaggio e le piante e così, quando incontra un fiore in difficoltà, nel bel mezzo di un temporale, decide di prelevarlo dal suo contesto originario per portarlo nel monastero, dove pensa che sarà al sicuro.

A fin di bene, Dechen compie una scelta per conto di un altro essere vivente, ma da quel momento accade qualcosa che il giovane monaco non si sarebbe mai aspettato: il piccolo fiore, al riparo dalla tempesta e dal maltempo, al sicuro delle mura e con le amorevoli cure di Dechen, inizia ad appassire. A nulla valgono le attenzioni del giovane monaco: la piantina non sembra riprendersi tanto che alla fine, cattura l’attenzione del Maestro più saggio che obbliga il suo discepolo a riportare il fiorellino all’aperto, dove stava in origine.

Dechen non può fare altro se non ubbidire, ma dal momento che smette di controllare e decidere per il suo fiore, questo riprende il suo splendore.

La breve favoletta rappresentata in questo cartone animato ci mostra una morale molto comune nelle nostre vite: a tutto c’è un limite e tutto ha una misura, anche l’amore.

Quando vogliamo bene qualcuno, spesso pensiamo che in nome di quell’affetto siamo legittimati a fare scelte e azioni che precludono l’interesse dell’altro. Addirittura, a volte lo scavalcano. Certi di stare agendo nel giusto, per il benessere della persona a noi cara agiamo, magari in modo inconsapevole, privando l’altro della possibilità di scegliere, di sbagliare, di fare esperienza e quindi anche di crescere.

Non sempre, (anzi, quasi mai) l’esercizio del controllo sulla vita delle persone a noi care è un intervento nutriente ed appagante (per la relazione e per la crescita della persona coinvolta). Chi avverte di aver subito una scelta può infatti o sentirsi scavalcato, privato della libertà e del diritto di agire oppure, al contrario, sentirsi nella posizione di non doversi assumere alcuna responsabilità. In entrambe le situazioni il risultato sarà l’aver perso un’occasione per sperimentare/sperimentarsi e quindi apprendere nuove conoscenze, fare nuove esperienze. In una parola: crescere.

Come per la pianta ed il fiorellino, non sono le troppe cure che aiutano a stare in forze; a volte è molto più galvanizzante ed utile sapere di aver affrontato una tempesta ed essere riusciti, con le sole proprie risorse a superare le difficoltà. Nonostante ci possa sembrare strano e paradossale, nell’arco della nostra esistenza, saranno proprio le problematiche che sapremo superare quelle che ci aiuteranno nel costruire la nostra identità e rafforzare la nostra autostima

Avere coscienza dei propri mezzi e delle proprie abilità ci aiuta nell’affrontare con responsabilità quello che la vita ci pone lungo il cammino della nostra esistenza ed individuare, via via che le difficoltà si presentano, quali sono gli strumenti che dovremo andare ad integrare, a rafforzare, a ricercare per diventare sempre più autonomi e autoefficaci.

Scritto da Giulia Di Sipio, Diplomata in Counseling Relazionale (iscrizione albo nazionale An.Co.Re n.275), nel 2013, specializzata in Counseling Gastronomico, Consulente Genitoriale, da anni collabora come volontaria con l'Associazione Orizzonte ODV (www.associazioneorizzonte.it) nelle sue attività per facilitare l'inclusione e l'autonomia dei ragazzi diversamente abili, promuovere iniziative volte a sostegno delle famiglie con disabilità potenziare le occasioni di lavoro per una buona genitorialità.

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