Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

Genitori e famiglie

Lo zero democratico

Lo zero democratico

Venerdì scorso sulla pagina Facebook di Bambini e Genitori ho avuto il piacere di condurre una diretta insieme a Franca Errani, Counselor Coach Relazionale, Metodo Voice Dialogue, nonché mia collega nel progetto del libro “Il Cibo come via, gli Archetipi come guida”, a proposito della vulnerabilità e delle strategie che ognuno di noi mette in campo per difendersi.

Il titolo, un po’ ironico era “La cipolla che non fa piangere”, un modo per sottolineare, con leggerezza, l’involucro a strati che ogni persona costruisce, nel corso della sua esistenza a protezione di quel prezioso cuore che è la nostra essenza.

La diretta (che se volete potete riascoltare al seguente link) è stata un’occasione molto interessante per mettere in luce alcuni concetti che spesso trascuriamo perché troppo presi da altro o troppo spaventati dall’idea di poterci fermare a pensare…a stare.

La parola vulnerabilità deriva dal latino, dove vulnus significa ferita (non solo facendo riferimento a delle ferite fisiche ma anche a quelle dell’anima) e habilis, agile, maneggevole.  Vulnerabile è colui che si trova in una condizione in cui può essere ferito.

Ma habilis è la stessa parola latina da cui deriva un’altra parola importante per noi: responsabilità, la capacità di saper dare responsi alla vita. Se da un lato dunque, la vulnerabilità è una possibilità a ricevere qualcosa (in senso negativo), la vulnerabilità ci offre anche il dono di poter ricevere qualcosa e di aprirci ad un più ampio ventaglio di sfumature e di emozioni.

Ognuno di noi quando nasce riceve, a sua insaputa e senza intenzionalità alcuna, una ferita. Una prima ferita potremmo dire e, su questa base, inizia piano piano a svilupparsi la nostra personalità. Il nostro modo di rapportarci al mondo che ci circonda.

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Questo “trauma” è inevitabile per far sì che si sviluppino determinati comportamenti e ci si identifichi con alcune parti di noi (chiamate sé primari) e porta come aspetto secondario che se ne isolino delle altre parti complementari e si inizino a percepire alcune situazioni come possibili fonti di sofferenza.

Quando siamo piccoli infatti la nostra ferita è scoperta. Sono i nostri genitori che si prendono cura di noi e di lei e spesso questo non avviene. Anche in questo caso non è intenzionale e voluto. Ci vuole del tempo affinché si inizi a comprendere che ognuno deve essere una buona madre e un buon padre di sé stesso. Occorre fare pratica e avere pazienza per arrivare a sapersi accudire in autonomia la propria ferita.

Ecco che allora, in questo intervallo di tempo, da quando siamo nati a quando impariamo a prenderci cura di noi, la probabilità di sentirsi feriti è più alta e, man mano che questo accade, per evitare che ciò avvenga sviluppiamo delle strategie, ispessiamo di strati, come una cipolla, la nostra essenza, così da sentirci meno vulnerabili.

E cosa accade così facendo? …che a lungo andare, se non impariamo a gestire le nostre difese, nelle relazioni iniziamo a limitarci. Per paura di essere feriti, ci irrigidiamo, ci chiudiamo. A volte scappiamo. Altre attacchiamo per primi. In alcune occasioni arriviamo a congelarci.

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La paura di sentire la nostra ferita se da un lato ci mostra la nostra vulnerabilità, dall’altro però ci offre una grandissima risorsa: la consapevolezza che non è qualcosa che riguarda solamente noi. La paura è uno zero democratico. Riguarda tutti. Ognuno di noi la avverte.

Accogliere questo essere vulnerabili, umani, imperfetti è il primo passetto per imparare a gestire le nostre difese. Riconoscere che la perfezione non esiste è un fondamentale. Ci rende umani. Ci fa entrare in relazione. Apre un dialogo più autentico con gli altri, con i nostri cari. La consapevolezza di essere tutte persone che possono essere ferite in egual misura, ci mette sullo stesso piano.

Permettersi di essere vulnerabili è un atto di coraggio. Dopotutto, non è forte chi sopporta di più o chi indossa la maschera della felicità più a lungo. Forte è colui che mostra ciò che sente, ammettendo i propri errori e le proprie ferite.

(Valeria Sabater)

Leggevo qualche giorno fa una frase in un articolo di Paola Bonavolontà: la fede e la vulnerabilità aprono la via al dialogo.

Questa frase mi è rimasta così impressa che la cito con grande piacere ad introduzione di un altro importante passaggio. Nel momento in cui ci riconosciamo persone vulnerabili e accettiamo di essere noi i veri responsabili della misura in cui gli altri possono ferirci, permettiamo a tutte le parti di noi di emergere, di entrare in relazione, anche intima con gli altri.

L’intimità ha infatti molto a che vedere con la vulnerabilità! Nelle relazioni costruiamo infatti una vera intimità solo quando ci concediamo di essere noi stessi, e diamo all’altro la possibilità di apprezzarci e accettarci così come siamo.

Aprirsi e lasciare che il nostro cuore possa scambiare della sana energia ci nutre e nutre l’altro.

Qualcuno venerdì durante la diretta chiedeva se la vulnerabilità sia sinonimo di fragilità. Al contrario! Fragilità deriva dal latino frangere, rompere. Se io riconosco la vulnerabilità non mi rompo, ma riconosco che posso essere ferito e soprattutto che posso ferire a mia volta. Essere consapevole di quello che posso ricevere, ma anche di quello che posso fare all’altro mi restituisce un potere attivo; una possibilità di scelta nel come voglio stare in una relazione.

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Con Franca nella diretta portavamo come esempio il protagonista di un suo nuovo romanzo, DivinDinero. Giuseppe, un uomo adulto che ha deciso, per evitare di essere ferito, la fuga… è proprio quando si trova solo con sé stesso a pensare, lontano da tutti e dal suo grande amore Gina, che comprende di come anche lei abbia usato delle strategie per difendersi ed evitare di soffrire e forse vale la pena concederle un’altra possibilità.

La vulnerabilità è un valore. Anche se facciamo fatica a pensarla in questi termini. Non siamo super eroi e, come spesso ripeto con i miei clienti, anche Superman aveva il suo tallone di Achille, la criptonite! Sapere quali sono i nostri punti deboli e comprendere quelli di chi abbiamo di fronte ci offre la possibilità di essere prudenti, di non pensare di avere sempre la verità in tasca, ma anche, e soprattutto, di essere indulgenti verso di noi e verso gli altri.

In un mondo che ci chiede sempre più di essere forti, duri e prestativi, la grande rivoluzione sarebbe quella di imparare ad abbracciare gli opposti e saper essere dolci, emotivi, vulnerabili.

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Giulia Di SipioScritto da Giulia Di SipioCounselor Relazionale (Iscrizione albo nazionale An.Co.Re n°275), Coach Relazionale Senior, specializzata in Counseling Gastronomico (autrice del libro "Il Cibo come via, gli Archetipi come guida"), Wedding Counselor Consulente Genitoriale,  da anni collabora con l'Associazione Orizzonte (www.associazioneorizzonte.it)  per facilitare l'inclusione e l'autonomia dei ragazzi diversamente abili, promuovere iniziative volte a sostegno delle famiglie con disabilità e potenziare le occasioni di lavoro per una buona genitorialità. Dal 2020 collabora con la Parrocchia degli Angeli Custodi per offrire un supporto pratico ed emotivo a chi ne sente il bisogno, percorsi di accompagnamento al Matrimonio per le coppie, Orientamento scolastico e lavorativo, Mediazione dei conflitti. Responsabile e referente dello Sportello di Ascolto “La famiglia al centro” e “Parliamone Insieme II” , per informazioni e appuntamenti  ?+39-347-1692195.

"La Famiglia al Centro" continua il suo servizio

La Famiglia al centro

Lo sportello di ascolto “La Famiglia al centro” continua il suo servizio. Non solo per le famiglie, ma anche per tutte quelle persone che hanno bisogno di un supporto e di un orientamento.

Quante volte ci accade nel corso della nostra vita di attraversare dei momenti di difficoltà, di smarrimento, di non sapere come gestire i disagi che sentiamo o di cercare un aiuto per prendere una decisione? Spesso ci rivolgiamo ai nostri amici, al medico curante, al collega di lavoro… e, altrettanto spesso, dopo esserci confidati e aver parlato del nostro problema… la sensazione che avvertiamo è di delusione. Ripercorriamo la conversazione, ci soffermiamo sulle frasi che non ci sono sembrate empatiche ed accoglienti, rimuginiamo sulle parole che ci hanno ferito… e così, non soltanto, non abbiamo affrontato in modo ecologico e funzionale il nostro disagio, ma piuttosto abbiamo demandato agli altri la responsabilità di offrirci delle risposte, delle soluzioni, una strategia per poter stare meglio.

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Nei colloqui è frequente parlare con clienti che raccontano di come si siano sentiti poco ascoltati e compresi dalle persone a loro vicine nel momento del bisogno.

Ma siamo veramente sicuri che spetta ai nostri cari aiutarci? …o sarà forse che spesso investiamo un po’ troppe aspettative nelle relazioni e sulle persone che ci accompagnano quotidianamente?

Essere amici non significa necessariamente essere in grado di saper risolvere i problemi dell’altro. Essere colleghi non implica essere in grado di saper facilitare le decisioni o le scelte altrui. Essere medico curante non vuol dire essere tuttologo. E allora?

Intanto familiarizziamo con questi concetti… e prendiamo atto che, nella nostra vita, può essere utile al nostro benessere individuare delle figure di riferimento che ci accompagnino e sostengano nei momenti di difficoltà. Scegliere un professionista della relazione di aiuto non vuol dire infatti ammettere di essere delle persone problematiche, anzi, al contrario! Diventare consapevoli che, come il dentista, il nutrizionista, il dermatologo… può essere fondamentale avere una persona con la quale parlare dei propri problemi emotivi, relazionali, decisionali… ci pone in una posizione di enorme vantaggio. Sapere a chi rivolgersi, avere una rete di protezione che al momento opportuno si attiva per aiutarci nel trovare le energie e le strategie necessarie a trasformare i nostri disagi in risorsa… non è una condizione che dipende dal caso! È una scelta, non scontata ma personale, dove ognuno può, riconoscendo la sua vulnerabilità e non invincibilità, attivarsi per contattare quella figura in grado di sostenerlo, accompagnarlo, orientarlo quando ne sente il bisogno.

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Lo sportello di ascolto “La Famiglia al centro” è oggi al suo secondo anno di attività. Rivolto a chiunque avverta un disagio, un problema, una difficoltà… grazie alla presenza di un Counselor Relazionale con una qualifica come Consulente Genitoriale, su prenotazione è possibile fissare un colloquio orientativo per valutare l’intervento e le strategie più efficaci al proprio benessere.

Come può aiutarvi un Counselor

Il counseling è una professione relativamente nuova che nasce agli inizi del 1900 negli Stati Uniti d’America per supportare tutti quei soldati che dopo la guerra, tornati a casa, sentivano la necessità di ricominciare una vita, trovare un lavoro, accudire delle ferite, guarire dei dolori, superare delle perdite, rielaborare dei lutti.

Basata sull’empatia, tutta l’attenzione nel counseling è centrata sul cliente affinché questi possa focalizzare le proprie risorse e trovare, facilitato, ma in autonomia, le strategie e gli strumenti necessari al superamento del momento di disagio che sta attraversando.

Il setting è lo spazio all’interno del quale si instaura la relazione tra il Counselor e il Cliente ed esso prevede che, in un ambiente protetto il cliente si senta libero di potersi esprimere e raccontare le proprie fragilità, sicuro di avere davanti a sé un counselor attento che lo ascolta e ne accudisca le vulnerabilità.

Attraverso un percorso personale, teorico ed esperienziale, il Counselor è una figura professionale che ha studiato per orientare il prossimo nelle sue scelte, facilitarlo nel prendere consapevolezza di sé e del contesto in cui vive. Comprese le persone con cui si relaziona.

Il Counselor non dà consigli, non offre soluzioni, non cura patologie e non ha la bacchetta magica. Il counseling è una relazione che si fa in due (o in gruppo, a volte) dove: il counselor mette la sua professionalità e il cliente decidendo di intraprendere un percorso di consapevolezza e di trasformazione, investe le sue energie e il suo impegno.

Lo sportello

Non sempre gli obiettivi sono chiari fin dal principio. Spesso, il primo passetto che il cliente ha bisogno di fare con un supporto è quello di guardare alla sua vita, alle relazioni, alle dinamiche che la caratterizzano, da un’altra prospettiva.

Guardare con oggettività il proprio vissuto non è scontato, spesso occorre un periodo di allenamento… ma questo è fondamentale per poter individuare le mete alle quali si vorrebbe giungere! …e soprattutto per poter, di conseguenza, delineare il tragitto da seguire, le tappe intermedie, il percorso e la strategia migliore.

Non sempre il counselor è la figura professionale più idonea. A volte può essere necessario un supporto da parte di altri professionisti per aiutare la persona a raggiungere il proprio benessere… e in quel caso il counselor indirizza, orienta e, se il cliente lo desidera, accompagna.

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Il Vescovo Bruno Forte incontra i giovani e l’Associazione Orizzonte ODV

Il Vescovo Bruno Forte incontra i giovani e l’Associazione Orizzonte ODV

“Al centro della vostra idea c'è la dignità della persona umana. Far sì che ognuno si senta amato, incoraggiato...a dare il meglio di sé. Dio nasconde perle in ognuno di noi. A volte può sembrare faticoso farle emergere, ma è un lavoro dal valore immenso”.

Bruno ForteEsordisce così il Vescovo Bruno Forte durante l’incontro che ha visto riuniti insieme i giovani ragazzi prossimi a ricevere il Sacramento della Cresima e le famiglie dell’Associazione Orizzonte ODV, realtà di Francavilla al Mare che dedica le sue energie ai ragazzi diversamente abili e alle loro famiglie.

Far sì che ognuno si senta amato, incoraggiato...a dare il meglio di sé.

Provate a chiudere gli occhi, a fare 3 respiri profondi e a ripercorrere con la vostra memoria i momenti salienti della vostra adolescenza o di quella dei vostri figli. Quante volte avete avuto la chiara sensazione di essere amati e incoraggiati a dare il meglio di voi e quante volte potete dire con certezza di aver spronato e sostenuto i vostri figli nel fare tutto quello che era nelle loro possibilità? Magari l’incoraggiamento è più facile da ricevere e offrire, ma il sostegno… bè quello non è così scontato.

A volte può sembrare faticoso farle emergere, ma è un lavoro dal valore immenso.

Far emergere i nostri talenti e quelli dei nostri figli. Come si fa? Quale ricetta magica dovremmo adottare nel nostro quotidiano?

Questo il tema affrontato questa mattina nella Chiesa degli Angeli Custodi.

Come Consulente Genitoriale sono stata molto colpita dalle domande che sono emerse e da come ci sia, oggi più che mai il bisogno di confrontarsi con la propria capacità di saper affrontare le scelte che la vita ci pone davanti, con la propria abilità di saper gestire le emozioni, i passaggi… e di come parole quali Fede, Fiducia, Responsabilità, Accoglienza, Accettazione… siano fondamentali per la qualità del nostro quotidiano.

  • Bruno Forte 2 ridCos'ha provato quando ha ricevuto la Cresima?

Chiede il primo ragazzo che coraggiosamente si fa avanti…

  • Ero piccolo, avevo 6 anni e mezzo... un tempo si usava così: la Comunione e la Cresima Insieme. Il valore e la profondità del dono che avevo ricevuto l'ho compreso soltanto 10 anni dopo...quando ho ricevuto la vocazione e a 17 anni ho deciso di diventare sacerdote.
  • In un momento complesso come quello che stiamo vivendo di grande incertezza e cambiamento, visto che abbiamo qui con noi dei ragazzi che si stanno apprestando a fare delle scelte importanti dal punto di vista scolastico e professionale… ha mai avuto paura di aver fatto la scelta sbagliata? E, se dovesse raccontare loro come ha gestito i Suoi momenti di difficoltà, come potrebbe raccontarci l’accudimento delle Sue vulnerabilità?
  • Con fiducia. Pregando. Mi rivolgevo al Signore per farmi sostenere nei momenti di difficoltà, ma ringraziando Dio non ho mai avuto ripensamenti.
  • Come ha capito la sua vocazione?
  • Ero in un momento di grande difficoltà. Andai ad un campo estivo con la Chiesa e sentii parlare il Vescovo di allora. Provai una grandissima gioia nell’ascoltare le sue parole e compresi che Quella era la mia strada. Lo dissi a mia madre. Lei scoppiò in lacrime. Aveva già capito tutto; come tutte le madri. Quando lo dissi a mio padre, lui non aveva invece capito nulla (come tutti i padri) e mi disse vai. Siamo felici e orgogliosi di te, ma sappi che se dovessi cambiare idea e decidere di tornare a casa...io non perderò la stima che ho dite. Noi non perderemo la stima e la fiducia in te.

Importantissimo fu per me sentirmi libero.

  • Come ha capito che aveva fatto la scelta giusta?
  • Quando ho preso la decisione di diventare Sacerdote ho avvertito una grande gioia. La gioia mi ha indicato che era la via giusta.
  • Cos'ha provato quando ha fatto le prime Cresime?
  • Erano 17 anni fa, oggi ne ho fatto oltre 50000... ed ho sempre pensato che fosse un gran privilegio e una grande gioia poter accompagnare tanti ragazzi, adulti… in un passaggio tanto importante per la loro vita. Cristiana e personale.
  • Come possiamo ben disporci a ricevere lo Spirito Santo?
  • Facendo una richiesta specifica allo Spirito Santo. Mettendoci in un atteggiamento aperto all'accoglienza e al ricevimento.
  • Spesso assistiamo a famiglie dove di problema non ce n'è uno, ma moltissimi. Che risposta dare quando ci vengono fatte delle domande e ci viene chiesto di offrire loro un aiuto al perché tanta sofferenza tutta insieme?
  • Più che la risposta teorica è la Vita stessa che ci offre le risposte che chiediamo e che stiamo cercando. Il nostro compito non è offrire delle risposte, ma orientare le persone a vivere secondo i loro valori, ad imparare a saper accogliere, accettare, ad aver fiducia, ad avere fede.

…la dignità della persona umana.

E che cos’è la dignità della persona umana se non la capacità di vivere nell’ascolto di quelli che sono i nostri valori più alti, nell’accettazione di quello che siamo, nell’accoglienza di ciò che incontriamo, nella fiducia in noi e nei doni che ci sono stati dati e nella fede in un Disegno più grande di quello che noi immaginiamo, pensiamo e comprendiamo?

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Il potere dell'ascolto

Il Potere dell'ascolto

– Qual è la cosa di cui hanno più bisogno gli esseri umani?
– Il desiderio sconfinato di essere ascoltati.

(Eugenio Borgna)

Quando un bambino piccolo inizia la sua esplorazione del mondo e fa le sue prime esperienze relazionali, impiega un tempo prima di apprendere che la comunicazione con un'altra persona è fatta di pause: di momenti in cui si parla e altri in cui si ascolta.

Nel processo evolutivo dell’individuo questo comprendere che esiste un’alternanza è un momento decisivo nello sviluppo, perché prevede l’aver acquisito il concetto che non tutto ruota attorno a noi, ma esiste l’altro con il quale si può avviare una relazione comunicativa e al quale dobbiamo dare uno spazio.

Con la crescita e la vita frenetica che spesso siamo portati a condurre, questo ritmo fatto di pause e di affermazioni o domande, nel nostro intento di comunicare si perde e la nostra attenzione inizia via via a concentrarsi sulla cosa da dire, sull’avere ragione, sullo smentire la posizione altrui, sul dimostrare il perché del proprio punto di vista.

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Praticamente, se da un lato i nostri scambi con il mondo che ci circonda diventano sempre più frequenti e intensi (soprattutto oggi con la tecnologia e i nuovi mezzi di comunicazione), dall’altro il nostro modo di relazionarci diventa sempre più autoreferenziale e privo di reali e nutrienti condivisioni.

Per comprendere in modo semplice questo dato vi basterà accendere la televisione su un qualsiasi canale dove trasmettono un dibattito. Tutti sono più intenti a dire la propria opinione che a rispondere realmente a quello che gli altri hanno affermato prima di loro. Spesso, la frustrazione di non riuscire ad affermare il proprio punto di vista o il percepire di non essere ascoltati, è così intensa da creare un disagio, provocare reazioni di rabbia, spingere all’utilizzo di parole inappropriate.

Quello che avviene in televisione e che potrebbe sembrarci il frutto di un contesto irreale, in verità è un fenomeno esasperato e ingigantito di quanto accade nel nostro quotidiano.

Se segui la mia rubrica, in più di un articolo ti dovrebbe essere capitato di leggere a proposito dell’importanza che dovremmo dare all’ascolto.

Saper ascoltare, per quanto ci possa sembrare scontato e naturale è in realtà un’abilità che non tutti sviluppano e coltivano nella propria vita. La maggior parte di noi sente, ma non ascolta.

Sentire è un’azione legata al senso dell’udito e ha a che fare con la ricezione passiva dei suoni e dei rumori. Automaticamente, ognuno di noi, se posto all’interno di una stanza, sente tutte le onde sonore che colpiscono le sue orecchie senza poter far nulla per impedirlo. Noi sentiamo anche senza rendercene conto.

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Parlare è un bisogno. Ascoltare è un’arte
(Goethe)

La prima differenza fondamentale che dunque possiamo sottolineare: ascoltare è un atto volontario, un’arte per Goethe: uno sforzo attivo, un impegno da parte del soggetto che deve intenzionalmente “mettersi in ascolto”. Un’abilità da potenziare. Legata al senso dell’udito, coinvolge in realtà tutti e cinque i sensi e richiede specifici comportamenti che vanno imparati ed allenati.

Dal punto di vista pratico, un buon ascolto prevede:

  • Una buona osservazione di ciò che accade fuori e dentro di noi
  • Curiosità e autentico interesse per il nostro interlocutore
  • Sospensione del giudizio
  • Avere il giusto tempo a disposizione senza distrazioni
  • Concentrazione
  • La possibilità di prendersi un momento di riflessione subito dopo

Saper ascoltare, sia in famiglia che sul lavoro, è una capacità che può letteralmente trasformare la qualità della nostra vita. Il suo potere è… disarmante. Quando ci poniamo di fronte alle persone con un atteggiamento di reale ascolto non soltanto siamo aperti a comprendere la posizione dell’altro ma siamo vigili nell’osservare il dentro e il fuori di ciò che sta accadendo simultaneamente: le emozioni di chi ci parla e quelle che noi proviamo, le energie che si muovono, la coerenza tra il linguaggio verbale e il non verbale, il messaggio nella sua interezza.

Dovendoci concentrare su quanto sta avvenendo siamo presenti, nel qui ed ora, con tutte le nostre capacità percettive. Senza distrazioni, avendo deciso di dedicare un tempo a quella conversazione, siamo più pazienti, aperti, tolleranti. Sospendendo il giudizio ci poniamo in una posizione simmetrica rispetto all’altro, sullo stesso piano, facilitando la comunicazione e la trattazione di tematiche magari difficili da affrontare in altri contesti.

Essere concentrati sull’ascolto non ci obbliga a dover rispondere, non implica che si debba necessariamente nell’immediato offrire un feedback. Ascoltare vuol dire esserci in modo totale, accogliere ciò che l’altro ha da offrirci per poi restituire ciò che ci è arrivato, magari arricchito dalle nostre riflessioni.

Allenarsi all’ascoltare attivamente gli altri è una pratica che ci regala i suoi doni fin dall’immediato. Se praticato con regolarità, un buon ascolto potenzia l’empatia, sviluppa le nostre capacità attentive, stimola l’apprendimento e la nostra crescita personale, migliora l’efficacia delle nostre strategie comunicative e relazionali, favorisce una graduale distinzione tra l’agire e il re-agire.

Parlare è il modo di esprimere sé stesso agli altri.
Ascoltare è il modo di accogliere gli altri in sé stesso.
(Wen Tzu)

Se mentre leggevi questo articolo ti sono venute in mente delle relazioni all’interno della tua quotidianità dove la comunicazione non è efficace, ti sembra di non essere compreso o che quando parli in realtà la tua posizione è assai distante da quella dell’interlocutore, è possibile che ci sia un problema. In questo caso può essere molto utile fermarsi a riflettere su cosa noi possiamo fare per migliorare la situazione. Ricordandoci sempre che non ci è possibile cambiare gli altri, ma solo lavorare su noi stessi, portare l’attenzione sul nostro modo di ascoltare può fare la differenza. Con costanza e impegno, esercitati quotidianamente a dedicare un tempo, in almeno una conversazione al giorno, ai punti prima trattati.

Può essere utile appuntarsi cosa accade su di un quaderno.

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