Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - A (MT 18,21-35)

Ventiquattresima Domenica del Tempo Ordinario 13 settembre – Parrocchia  Croce Bianca

Il dialogo tra Gesù e Pietro mette in evidenza il contrasto tra il modo di pensare di chi crede che il perdono sia un gesto che può essere ripetuto, ma solo per un numero limitato di volte, e quello invece di Gesù che considera il perdono un’esigenza sempre necessaria («Fino a settanta volte sette»).

La parabola del servo spietato che Gesù racconta serve a spiegare proprio questo suo insegnamento. C’è un re che perdona il grande debito che un servo aveva contratto a seguito di una sua supplica, ma quest’ultimo, pur essendo perdonato, non condona la piccola somma che gli è dovuta da un suo collega. Qual è il significato di fondo di questo contesto? Tutti nella Chiesa hanno un debito enorme con Dio, che è assolutamente impossibile ripagare. Se il padrone infatti lascia prevalere la giustizia, il servo è perduto. E se tutti sono debitori insolvibili, tutti hanno bisogno di perdono e tutti sono chiamati a perdonare. La misericordia è infatti per sua natura contagiosa!

            La pagina evangelica odierna ci ricorda che siamo tutti perdonati e che tutti siamo chiamati alla responsabilità nei confronti di chi pecca. Ma, alla scuola del Crocifisso, tutti siamo chiamati a perdonare. «Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori», ripetiamo nel Padre nostro. Chiediamo cioè a Dio di perdonarci, perché se veramente abbiamo fatto esperienza della sua misericordia e quindi siamo coinvolti nel suo perdono, non possiamo non praticarlo a nostra volta nei rapporti con gli altri. Lo aveva ben compreso S. Agostino che diceva: «Perdonàti, perdoniamo!».

     Tempo fa, sugli organi di stampa, mi hanno colpito profondamente le parole di Gemma Capra, moglie del commissario Luigi Calabresi, ucciso da un commando di Lotta Continua il 17 maggio 1972: «Se ci fa caso, Gesù chiede al Padre di perdonare i suoi carnefici. Egli, da uomo, si rende conto di non poter perdonare subito. Con quelle parole Dio mi ha indicato la strada da percorrere. Subito dopo l’assassinio di Gigi io mi sono sentita alleggerita perché Dio aveva perdonato subito al mio posto e io ho potuto compiere il mio cammino con calma. Cammino che poi ho voluto condividere con altre persone attraverso le testimonianze e, ora, anche questo libro (La crepa e la luce, Mondadori 2022). Era giusto spezzare quella catena di odio e violenza con parole d’amore. L’arcivescovo di Milano, il cardinale Colombo, ai funerali disse che il necrologio era un fiore posato sul sangue di Gigi che non sarebbe mai appassito e avrebbe dato frutto». Parole rare di questi tempi e un commento quanto mai attuale alla pagina evangelica odierna.

 

XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - A (Mt 18,15-20)

 

DAILY GOSPEL COMMENTARY: FRATERNAL CORRECTION (Mt 18:15–20). - Catholics  Striving For Holiness

NOI SIAMO DI “RAZZA COMUNITARIA” 

La pagina evangelica di questa domenica ci fa intuire l’importanza che assume, nella comunità raccolta attorno a Cristo, il valore della fraternità. È questo il problema che viene sollecitato da Gesù con il discorso della correzione fraterna: “Se il tuo fratello commette una colpa, va e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello…”.

Cosa succede quando in una comunità c’è un fratello o una sorella che per qualche modo di pensare o di agire è ancora formalmente unito, ma di fatto è come separato, perché non condivide quella tensione alla santità che dovrebbe essere di tutti? Che cosa fare? Il Vangelo detta una serie di adempimenti, i quali - si vede chiaramente - rispecchiamo le regole del discernimento comunitario delle prime comunità cristiane. Di questi adempimenti è importante cogliere lo spirito che conserva, attraverso i tempi, una perenne attualità.

C’è un primo passo da fare: “Va’ e ammoniscilo fra te e lui solo”. È una regola semplicissima, ma non facile. È come se Gesù ti dicesse: “Lascia anzitutto i giudizi mormorati alle spalle dell’interessato. Cerca piuttosto l’occasione di parlargli e fargli capire che lo comprendi e che non ti ritieni superiore a lui. Parlagli per rileggere con lui - se mai fosse possibile - il Vangelo, per pregare con lui. Parlagli come un’eco della voce di Dio che chiama tutti alla stessa santità”.

E se ogni tentativo risultasse inutile? “Sia per te come un pagano e un pubblicano”. Il Vangelo sembra alla fine legittimare il disimpegno, ma non è così. Non dimentichiamo che nel Vangelo i pubblicani e i peccatori sono quelli amati di più. La buona novella è per loro. Perciò l’espressione che abbiamo trovato non è un invito a troncare la solidarietà, ma ad assegnare a queste persone il primo posto nella preghiera e nella nostra pietà.

Al Signore interessano poco o nulla i nostri processi e le nostre condanne. La sua legge è l’amore. In una società indifferente e apatica di fronte ai comportamenti altrui, la comunità cristiana è chiamata ad uno spirito diverso. Noi siamo di “razza comunitaria”.

XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MT 16,13-20)

 LECTIO Matteo 16,13-20 – E SIANO MINORI

LA VERA IDENTITÀ DEL VOLTO DI CRISTO

Nel racconto evangelico ciò che Pietro confessa dell’identità di Gesù – «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» – non deriva dalle possibilità della sua conoscenza umana (dalla ‘carne e dal sangue’), ma da quanto gli è stato rivelato dal «Padre mio che è nei cieli». Si tratta dunque di un dono dall’alto, che tuttavia – come ogni dono autentico – esige alcune condizioni per essere accolto. Il racconto di Matteo ne ricorda qualcuna, che possiamo provare a raccogliere.

La prima consiste nella disponibilità a lasciarsi interrogare, il che equivale anche a vivere un atteggiamento di ricerca, proprio di chi non si accontenta di quanto già conosce, né si preoccupa di difendere gelosamente certezze già acquisite. La rivelazione del mistero di Dio, proprio perché è sempre oltre quello che la nostra carne e il nostro sangue già posseggono, ci chiede la docilità a lasciarci sorprendere e persino inquietare, o scalfire nelle proprie convinzioni.

Dopo questa, c’è una seconda presa di distanza che viene richiesta al discepolo. Non solamente dalle proprie certezze, ma da quanto pensano gli altri o emerge dai sondaggi di opinione. I discepoli sanno rispondere prontamente, senza esitazioni, a Gesù che chiede loro cosa dice la gente che sia il Figlio dell’uomo. Sanno però che quelle opinioni, che elencano con precisione, non servono a definire la sua identità. Le conoscono, ma non si accontentano di esse. Cercano ancora e cercano oltre. Certo, la possibilità di dire chi egli davvero sia non viene dalla ‘carne e dal sangue’, ma dalla parola del Padre; tuttavia è proprio quella prossimità che essi possono stabilire con Gesù grazie alla loro stessa ‘carne e sangue’ che consentirà a Pietro di non ritenersi soddisfatto di risposte troppo ‘umane’, aprendolo così ad accogliere la rivelazione che viene dall’alto.

Tuttavia – ed è un’ulteriore condizione – anche quando si giunge a dare una risposta sull’identità di Gesù, per quanto vera essa sia, non è mai definitiva. Non è mai l’ultima risposta possibile. È un altro aspetto del mistero di Dio e dell’insondabilità del suo volto. È vero, egli è il Cristo, il Figlio del Dio vivente, ma lo è in un modo molto diverso da come in questo momento Pietro immagina, coerentemente con quanto ha detto di lui. Pietro deve continuare a lasciarsi interrogare, sorprendere, mettere in crisi nelle sue certezze.

Pietro potrà comprendere quello che ora non capisce solo a condizione di continuare ad andare dietro a Gesù. Potrà comprendere l’identità del volto di Cristo con il volto del Crocifisso solo se saprà a sua volta prendere su di sé la propria croce per seguirlo lungo la stessa via.

XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (MT 15,21-28)

Gesù replicò: "Donna, grande è la tua fede!"

LA PREGHIERA INSISTENTE

 

La fede profonda che apre la porta alla salvezza trova una icona stupenda nella donna pagana, una Cananea, che invoca da Gesù la guarigione della figlia. Di fronte alla apparente resistenza di Gesù, questa donna anticipa e realizza la visione di Isaia: se Gesù è stato inviato anzitutto per «le pecore perdute della casa di Israele», l’insistente preghiera della donna pagana allarga i confini dell’annuncio e lascia intravedere il compimento del disegno di Dio, misteriosamente adombrato nelle dure parole di Gesù. «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini»: in questa parola sembra quasi che la salvezza (il pane) sia riservata ai soli figli (Israele) e da essa i pagani (i cagnolini) siano esclusi. Eppure l’umile audacia della Cananea (che accetta di essere un cagnolino e chiede solo le briciole) lascia trasparire il desiderio stesso di Dio: far sedere alla sua mensa tutti, ebrei e pagani, e dare a tutti il pane dei figli. Ecco perché Gesù reagisce con stupore alla fede di questa donna, così come si era meravigliato della fede di un altro pagano, il centurione: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». La fede della donna pagana ha la forza di penetrare nel cuore stesso di Dio, in cui abita il desiderio di salvezza per ogni uomo, e riesce ad ottenere da Gesù ciò che era stato predetto al centurione.

Un particolare tema che emerge nel racconto di Matteo è quello della intercessione. Di fatto la preghiera insistente della donna pagana diventa la forza, anzi la chiave, che permette di aprire la porta della misericordia di Dio. Soffermiamoci su questa preghiera di intercessione, una preghiera che alla fine diventa la trasparenza stessa di una fede che ama, ama Dio e ama gli uomini.

La donna Cananea, nel vedere Gesù, grida tutta la sua disperazione per la figlia sofferente, un grido che esprime nello stesso tempo tutta la fiducia nel Signore e tutta l’amore per la figlia: «Pietà di me, Signore, Figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio».

Intercedere è stare là, senza muoversi, accettando il rischio di questa posizione. Una autentica preghiera di intercessione richiede pazienza: la pazienza di intessere un dialogo con il Signore, di non indietreggiare di fronte a una sua apparente assenza, di fronte alle resistenze di Dio stesso. E questa pazienza si trasforma in una lenta conversione del proprio tempo nel tempo stesso di Dio: si impara ad affidare a lui ogni esaudimento, lasciando che sia lui a decidere tempi e modi. Così ha fatto quella donna: non si è allontanata, non ha cessato di domandare, anzi ha tenuto tenacemente testa al Signore.

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