Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

XI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - A (MT 9,36-10,8)

Il Sismografo: Mondo Vangelo della domenica. Chiamati a sé i suoi dodici  discepoli, li mandò (Mt 9,36-10,8)

SEGNI DELL’AMOGRE GRATUITO DI DIO


Secondo il giudizio di Gesù il popolo è stanco e sfinito: è come gregge senza pastore.
Questo paragone viene usato ripetutamente nell’Antico Testamento (Nm 27,17; 1Re 22,17): indica
un popolo abbandonato a se stesso, che non ha un capo che possa tenerlo unito; un popolo i cui
membri si disperdono e vagano senza meta; un popolo che è consegnato ai suoi nemici. Gesù vede
così la situazione del popolo che lo circonda. Ad esso manca la coesione; manca una guida
tranquilla, sicura, previdente e accorta.
Il popolo è esposto a tutte le influenze e lasciato in balìa di capi egoisti. Per questo è stanco,
affannato, spinto qua e là da scopi e influenze contraddittorie. Per questo è sfinito, ha sprecato tutte
le sue forze e ha perso la speranza.
Questa condizione del popolo impone un grande compito, al quale tutti dovrebbero sentirsi
impegnati. Nelle parole rivolte ai discepoli Gesù parla di grande messe e di pochi operai. Però non
li invita a progettare loro un programma per aiutare il popolo e a impegnarsi per esso. Li invita
invece a pregare il padrone della messe perché mandi operai alla sua messe. Così Gesù ricorda che
Dio è il Signore del popolo e che tutto ciò che riguarda il popolo sta sotto la sua signoria. Il popolo
e la sua condizione non sono un campo di esperimenti, di interpretazioni, programmi e misure di
aiuto puramente umani. Chi vuole aiutare veramente il popolo, non può presentarsi di propria
iniziativa e in nome proprio: dev’essere mandato dal padrone della messe. Il riconoscimento di Dio
in quanto Signore, la preghiera di aiuto e l’obbedienza alla sua missione sono le condizioni
dell’impegno per il popolo.
Dopo aver caratterizzato la situazione del popolo e aver indicato le condizioni per aiutarlo,
Gesù stesso invia i suoi. Sono uomini che Gesù ha chiamato alla sua sequela, che lo accompagnano
costantemente e vivono in comunione con lui. Presso di lui e per mezzo di lui, essi vengono
preparati al loro servizio per il popolo.
Gesù stabilisce anche da chi gli apostoli devono andare e che cosa devono fare. Come lui,
anch’essi debbono annunciare la vicinanza del regno dei cieli e compiere le opere di guarigione.
Come Gesù non ha mai predicato e operato in cambio di una ricompensa, così devono fare anche
loro. La comunione con Gesù, la loro “formazione”, il loro compito, il loro potere, tutto questo è
stato donato: anch’essi devono continuare a donare ed essere segno dell’amore gratuito di Dio.

SOLENNITÀ DEL CORPO E SANGUE DI CRISTO (GV 6,51-58)

Entrare nella gloria – Frati Minori Cappuccini di Lombardia

 

IL PANE, CAPACE DI DARE UNA VITA CHE RIMANE


Il giorno dopo la moltiplicazione dei pani, a Cafarnao Gesù è raggiunto dalla folla, che lo cerca proprio per il miracolo che egli ha compiuto. E alla folla Gesù risponde con un lungo discorso nel corso del quale invita a cercare non il pane che perisce, ma quello che dura per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo darà. Poi identifica questo pane, capace di dare “una vita che rimane”, con Lui stesso, con la sua parola, con la sua vita: «Sono io il Pane vivo disceso dal cielo». C’è infatti un pane che ci è offerto dal mondo e che attira intensamente il nostro desiderio; non solo il pane della tavola, ma tutti i beni materiali che rendono ricca e gradevole la nostra vita: la ricchezza e il successo, la carriera e il piacere. Tutto questo è una specie di “pane”, ma, nella riflessione di Gesù, non “pane vivo”; è pane perché ci nutre e soddisfa qualche nostro bisogno, ma non è pane vivo perché non nutre in pienezza la nostra umanità. Tutti i giorni noi abbiamo bisogno del cibo necessario per sopravvivere e non possiamo farne a meno; nello stesso tempo, però, il cibo materiale non riesce a rendere umana la nostra vita. In questo modo Gesù ci ricorda che la ricchezza, anche abbondante, non garantisce che noi siamo buoni, e il successo, anche abbagliante, non garantisce che noi siamo onesti e responsabili. È invece proprio questo che ci dona Gesù, pane vivo: se lo accogliamo veramente, se assimiliamo le sue parole, se ci lasciamo guidare dal suo Spirito, se lo seguiamo attentamente come suoi discepoli, tutto questo ci rende più umani e più autentici. Naturalmente non è l’atto materiale di mangiare l’eucaristia che salva, ma l’adesione di fede, cioè di tutto il nostro essere a Cristo. Fare la comunione non è un semplice rito culturale, è una professione di fede. Può fare realmente la comunione solo chi riconosce nel pane eucaristico la vita di Cristo donata per la salvezza del mondo; chi accetta di collocare la sua vita entro lo spazio aperto nel mondo da questa azione di Gesù; chi è disposto a seguire Gesù sulla vita dell’amore e della croce.

SS. TRINITÀ (GV 3,16-18)

 

Preghiera in Famiglia – SANTISSIMA TRINITA' | Diocesi di Vallo della  Lucania |

IL MISTERO DELLA PROFONDITÀ DELL’AMORE DI DIO
 
​ Nella festa della SS. Trinità la liturgia ci propone una pericope del vangelo di Giovanni, tratta dal dialogo notturno tra Nicodemo e Gesù, dove quest’ultimo fa un’affermazione davvero unica, che - si potrebbe dire - riassume l’intero messaggio cristiano della redenzione: “Dio ha tanto amato il mondo” (v. 16). All’origine di tutto c’è la sorprendente profondità e gratuità dell’amore del Padre. La realtà fondante, assoluta di ogni cosa è la sollecitudine, la preoccupazione, l’interesse, la partecipazione e la misericordia di Dio. Il suo amore precede tutto e ha come oggetto la salvezza e la vita.​ Tale amore si realizza nella missione del Figlio suo unigenito nel mondo e nella consegna di questo Figlio alla morte di croce: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito”. Con il verbo “dare”, che qui viene utilizzato, si evidenzia l’aspetto del “dono”, un dono in cui si ricapitola tutta intera la missione del Figlio nel mondo. Dio ha dunque donato al mondo questo suo unico Figlio, a lui strettamente unito ed amato sopra ogni cosa.​ L’evangelista poi continua precisando quella che è la finalità di questo dono: l’invio del Figlio nel mondo mira esclusivamente alla vita eterna dei credenti e alla salvezza del mondo. Mediante il suo unigenito, Dio si prende cura personalmente di noi, ci mostra la via della salvezza e ci dona la comunione con lui: “Se uno mi ama- dice infatti Gesù -, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23). ​ Il mistero della profondità di questo amore di Dio, che oggi contempliamo nella Trinità, continua davvero a stupirci. È la SS. Trinità, infatti, che ci rivela l’autentica immagine di Dio e del suo amore. Perciò santa Elisabetta della Trinità amava pregare così: “O mio Dio, Trinità che adoro / aiutami a dimenticarmi interamente per stabilirmi in te / immobile e quieta come se la mia anima fosse già nell’eternità / Che nulla possa turbare la mia pace / né farmi uscire da te, o mio Immutabile / ma che ogni istante mi porti più lontano / nella profondità del tuo Mistero” (Preghiera alla SS. Trinità).

ASCENSIONE DEL SIGNORE (MT 28,16-20)

Ascensione del Signore - Vatican News

 

IL SIGNORE È CON NOI, SEMPRE


​ A conclusione del suo vangelo, Matteo ci presenta un quadretto essenziale che riferisce
l’ultimo incontro dei discepoli con il Signore risorto. La cornice è ancora una volta quella del
“monte”, che nella tradizione biblica - come si è visto - è luogo di grandi rivelazioni e di grandi insegnamenti. La scena descrive un momento culminante della vita di Gesù: asceso al cielo, egli continuerà ad essere con i suoi discepoli, i quali d’ora in poi saranno chiamati a renderlo presente nell’esperienza della vita della Chiesa.​Si noti come la promessa che Gesù fa ai suoi non è nuova: “io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”; un orecchio attento, infatti, non farà fatica a ricordare che l’evangelista richiama qui le parole che ha già posto nella prima delle sue profezie: “sarà chiamato Emmanuele, che significa Dio con noi” (1,23). Ciò che nella prima pagina del vangelo veniva profetizzato, ora, in quest’ultima pagina, si compie definitivamente: Gesù è veramente il “Dio con noi”; “tutti i giorni”, cioè in ogni momento e in ogni istante della nostra vita.Tale è la promessa rivolta ai discepoli, che se da una parte lo riconoscono come il Signore, dall’altra però, almeno alcuni, fanno fatica e sono ancora dubbiosi. L’evangelista non nasconde tali difficoltà, che sono certamente il segno di una manifestazione umile e nascosta della potenza di Dio. ​Proprio questi discepoli, talora fragili e indecisi, saranno gli strumenti, attraverso i quali continuerà
a diffondersi su tutta la terra il buon profumo di Cristo: “Andate dunque e fate discepoli tutti i
popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”. Gesù infatti non è semplicemente con l’uomo qualunque, bensì - come sottolinea il card. Carlo Maria Martini - «con la Chiesa missionaria, con la Chiesa confessante, con la Chiesa evangelizzante… Gesù è con la Chiesa che continua la sua opera, che si muove, che cammina, che comunica la sua esperienza di discepolato. Gesù è con noi ogni volta che la nostra vita è Vangelo irradiato; Gesù è con noi, la sua Chiesa, quando ci immergiamo nella potenza del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo».

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