Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO A (MT 5,1-13)

Il discorso della montagna - Guardare la Parola

 

GESÙ SUL MONTE INSEGNA IL “VANGELO DEL REGNO”

«Vedendo le folle – scrive Matteo introducendo la famosa pagina delle Beatitudini – Gesù salì sul monte». E poi prosegue: «si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo…». È un inizio molto solenne: mosso a compassione della folla, il maestro si siede in cattedra; assume cioè una postura tipicamente magisteriale e pronuncia il suo insegnamento circondato dai dodici e dalle folle, che lo seguivano dalla Galilea, dalla Decapoli, da Gerusalemme, dalla Giudea e da oltre il Giordano. Ci sembra di intravedere quasi un altro Mosè che sale sul Sinai (Es 19,3.12); ma non passi inosservato che qui il popolo, diversamente da Israele nel deserto, è con Gesù sulla montagna. Ora, la montagna è in Matteo il luogo della preghiera (14,23), delle guarigioni (15,29), della rivelazione (17,1; 28,16) e dell’insegnamento (24,3). Si può dunque ritenere che il monte sul quale Gesù è salito non appartiene semplicemente ai rilievi geografici della Palestina, ma è la montagna per eccellenza, la montagna della rivelazione di Dio. Per la prima volta infatti, dopo le sue affermazioni concise in 3,15 e 4,17, il figlio di Dio annuncerà il suo “vangelo del regno”.

Il vangelo che Gesù annuncia in pienezza su questo monte è la beatitudine, è la gioia indicibile e infinita, che abbraccia, riempie e invade completamente l’uomo. Per otto volte di seguito egli dirà «beati», cioè felici, e tratteggia così l’ideale di ogni discepolo; lo fa mostrando il cammino che porta gioia vera e mettendo in guardia dai cammini sbagliati che impediscono di raggiungerla. Le beatitudini – secondo una felice espressione – sono la Magna Charta di ogni discepolo, perché rappresentano chiari punti di orientamento e hanno una forza profondamente liberatrice: devono essere ancora oggi per ognuno di noi lo specchio limpido e chiaro per la coscienza.

Meditandole con attenzione, ci renderemo conto che esse altro non sono che un ritratto della persona di Gesù di Nazaret. È lui infatti l’unico e vero “Maestro” proprio perché, nella sua esperienza personale, vive compiutamente ciascuna delle beatitudini di cui ha parlato sulla montagna. «È Lui – afferma Gregorio di Nissa - la porzione ed è Colui che ti dona la porzione; rende ricchi ed è Lui stesso la ricchezza; ti indica il tesoro, ed è Lui stesso il tesoro per te» (Gregorio di Nissa, Omelie sulle Beatitudini, Orazione ottava).

III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO A (MT 4,12-23)

Monastero di Bose - “Gesù vide Simone e Andrea”

 

UNO SGUARDO FOLGORANTE

«Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato…». Sembra un versetto molto ovvio quello che dà inizio alla pericope evangelica di questa domenica. In realtà siamo messi di fronte a una realtà molto triste e dolorosa: a Giovanni, profeta inviato da Dio e portatore di speranza, viene chiusa la bocca ed impedito di parlare. Nel destino di quest’uomo, consegnato all’arbitrio di Erode, si annuncia quella che sarà la fine di Gesù. Fin dall’inizio del suo ministero si stendono già le ombre della sua fine. Tutta la sua opera sarà sotto il segno della passione. Tuttavia Dio non si lascia frenare e dopo l’arresto di Giovanni manda il suo Figlio, il quale, venuto nel tempo della pienezza, annuncia ad ogni uomo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».

Questi semplici accenni ci permettono altresì di considerare tutta la drammaticità del verbo «lo seguirono», riferito ai primi discepoli, i quali ci sono posti davanti come archetipi, modelli di riferimento per tutti coloro che accolgono la parola di Gesù, accettano di cambiare mentalità e si fidano del vangelo del Regno.

Il testo, senza troppi particolari, dice solamente: «Gesù vide due fratelli». Non occorrono parole. Il maestro vede quegli uomini immersi nella loro storia e li penetra in profondità con il suo sguardo: li scopre, li conosce, li mette a nudo di fronte a se stessi, proponendosi come l’esaudimento pieno di ogni loro desiderio: «E disse loro: “venite dietro a me”». Si sostituisce cioè a quella vita che essi cercavano di garantirsi mediante l’esercizio della pesca nel lago. E la loro risposta è immediata: le scelte determinanti di una vita, come si sa, non necessitano di molte parole.

Riguardo alla chiamata di Giacomo e Giovanni, l’evangelista aggiunge un riferimento anche al padre: «lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono», a sottolineare la necessità di rompere determinati legami, sia di ordine economico sia di ordine affettivo, per poter accettare fino in fondo la provocazione della chiamata da parte di Gesù. Ne è ben consapevole il Crisostomo, il quale scrive: «È una obbedienza pronta e perfetta come questa, che Gesù Cristo esige da noi, una obbedienza che esclude ogni ritardo, anche quando vi fossero fortissime ragioni ad ostacolarla… I discepoli credettero che le parole, dalle quali erano stati pescati, avrebbero consentito anche a loro di pescare un giorno gli altri uomini. Questa, infatti, fu la promessa che Gesù fece» (Giovanni Crisostomo, In Matth. 14, 1-2).

 

 

II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO A (GV 1,29-34)

 incammino – #InCammino

“ECCO L’AGNELLO DI DIO”

 

  L’odierno brano evangelico espone il modo in cui il Battista vede venire Gesù e come egli gli rende testimonianza. In particolare, due sono i titoli messianici che Giovanni attribuisce a Gesù: lo indica come “Agnello di Dio” (v. 29) e come “Figlio di Dio” (v. 34). Segnala poi quelle che sono le sue azioni fondamentali: è “colui che toglie il peccato del mondo” ed è “colui che battezza nello Spirito Santo”.

  Ci soffermiamo brevemente sulla ben nota definizione “Agnello di Dio”, che è davvero molto originale e che quasi sicuramente richiama sullo sfondo le due figure veterotestamentarie dell’agnello pasquale e del servo di YHWH. Di quest’ultimo, infatti, Isaia dice: «Il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti. Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca» (53,6b-7). Gesù, dunque, secondo Giovanni, non viene con travolgente potenza e abbagliante splendore; si presenta invece agli uomini del tutto esposto, indifeso ed inerme, senza potenza né violenza, proprio come un agnello. Ma in quanto Agnello di Dio, appartiene anche completamente a lui, perché Dio è il suo pastore.

  Come il Servo di YHWH, anche Gesù porta al posto degli altri il peccato del mondo. La funzione che definisce l’agnello è infatti proprio togliere il peccato. Il verbo impiegato significa propriamente “sollevare, togliere, prendere su di sé, eliminare, annullare” ed implica una dimensione espiatoria. L’oggetto di tale cancellazione è il “peccato del mondo”, che nella logica del quarto vangelo non è tanto un atto individuale, ma una risposta negativa dell’uomo nei confronti di Cristo.

  Innalzato sulla croce, in silenzio e senza fare opposizione, Gesù prende su di sé tutte le sofferenze e offre la propria vita diventando segno di salvezza. È ciò che avviene ancora oggi, quando nella celebrazione eucaristica, prima di ricevere la comunione, il sacerdote ripete a ciascuno di noi la frase detta da Giovanni: “Ecco l’Agnello di Dio”; segno che, come scriveva Origene, «egli non è né colui che lo toglierà, ma non lo ha tolto ancora, né colui che lo ha tolto e non lo toglie più, bensì colui che continua a toglierlo in ciascuno di coloro che sono nel mondo fino a che il peccato non sia soppresso dal mondo intero…» (Origene, In Ioan. I, 235).

 

II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO A (GV 1,29-34)

Ecco l'agnello di Dio» - Alleanza Cattolica

“ECCO L’AGNELLO DI DIO”


L’odierno brano evangelico espone il modo in cui il Battista vede venire Gesù e come egli
gli rende testimonianza. In particolare, due sono i titoli messianici che Giovanni attribuisce a Gesù:
lo indica come “Agnello di Dio” (v. 29) e come “Figlio di Dio” (v. 34). Segnala poi quelle che sono
le sue azioni fondamentali: è “colui che toglie il peccato del mondo” ed è “colui che battezza nello
Spirito Santo”.
Ci soffermiamo brevemente sulla ben nota definizione “Agnello di Dio”, che è davvero
molto originale e che quasi sicuramente richiama sullo sfondo le due figure veterotestamentarie
dell’agnello pasquale e del servo di YHWH. Di quest’ultimo, infatti, Isaia dice: «Il Signore fece
ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti. Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era
come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua
bocca» (53,6b-7). Gesù, dunque, secondo Giovanni, non viene con travolgente potenza e
abbagliante splendore; si presenta invece agli uomini del tutto esposto, indifeso ed inerme, senza
potenza né violenza, proprio come un agnello. Ma in quanto Agnello di Dio, appartiene anche
completamente a lui, perché Dio è il suo pastore.
Come il Servo di YHWH, anche Gesù porta al posto degli altri il peccato del mondo. La
funzione che definisce l’agnello è infatti proprio togliere il peccato. Il verbo impiegato significa
propriamente “sollevare, togliere, prendere su di sé, eliminare, annullare” ed implica una
dimensione espiatoria. L’oggetto di tale cancellazione è il “peccato del mondo”, che nella logica del
quarto vangelo non è tanto un atto individuale, ma una risposta negativa dell’uomo nei confronti di
Cristo.
Innalzato sulla croce, in silenzio e senza fare opposizione, Gesù prende su di sé tutte le
sofferenze e offre la propria vita diventando segno di salvezza. È ciò che avviene ancora oggi,
quando nella celebrazione eucaristica, prima di ricevere la comunione, il sacerdote ripete a ciascuno
di noi la frase detta da Giovanni: “Ecco l’Agnello di Dio”; segno che, come scriveva Origene, «egli
non è né colui che lo toglierà, ma non lo ha tolto ancora, né colui che lo ha tolto e non lo toglie più,
bensì colui che continua a toglierlo in ciascuno di coloro che sono nel mondo fino a che il peccato
non sia soppresso dal mondo intero…» (Origene, In Ioan. I, 235).

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