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Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

NATALE, FESTA DEL DIO CHE AMA

Natività di Gesù (Giotto) - Wikipedia

NATALE, FESTA DEL DIO CHE AMA

Nel giorno di Natale leggiamo il prologo di Giovanni, straordinariamente ricco e alto, ma
che non lascia quasi niente all’immaginazione. Non c’è la capanna, né il presepe, non c’è il
bambino, non ci sono i pastori, non c’è niente di tutto questo.
Quello invece che il vangelo di Giovanni sottolinea è il dramma dell’incarnazione. Il fatto
che la parola di Dio, «il Verbo di Dio si è fatto carne». Il centro è proprio quel versetto che dice: «E
il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi, e noi vedemmo la sua gloria, gloria come
di unigenito del Padre, pieno di grazia e di verità».
Se c’è qualcosa nella fede cristiana che sembra cozzare contro il pensiero umano, è proprio
questo mistero dell’incarnazione. È impensabile che un Dio infinitamente grande si manifesti in una
natura umana debole. C’è solo una strada, c’è solo un sentiero che dal cielo di Dio possa condurre
alla terra degli uomini, e questa strada è quella dell’amore. L’unica spiegazione dell’incarnazione è
questa: l’affermazione che Dio è amore. Perché l’amore è fatto così: l’amore può essere
potentissimo, ma è capace di farsi debole con la persona che ama, può essere pieno di conoscenza e
di trascendenza, ma si fa piccolo, si accosta alla persona che ama e si mette al suo livello. L’amore
è fatto essenzialmente così. Ebbene, proprio questo vuol dire il Natale: il Dio della rivelazione è il
Dio dell’amore.
È certamente il Dio onnipotente, il Dio onnisciente, è il Dio eterno, è il Dio immenso, ma è
soprattutto il Dio che ama. E il rapporto tra uomo e Dio lo dobbiamo inevitabilmente concepire in
questo modo, come il rapporto tra Dio amore e l’uomo amato, amato da Dio. E forse proprio per
questo il mistero del natale è un mistero così profondo, ma, nello stesso tempo, affascinante.
Scopriamo qualche cosa di dio che ci meraviglia, che ci mette in un atteggiamento di stupore e di
rendimento di grazie.

IV DOMENICA DI AVVENTO (MT 1,18-24)

incammino – #InCammino

 

GIUSEPPE E IL RISCHIO DELLA FEDE

Nella domenica che precede il Natale, Matteo ci presenta l’annunzio della nascita di Gesù a Giuseppe. È tipico del primo evangelista riallacciare il racconto a testi o a episodi dell’Antico Testamento, dal momento che Gesù non è un semplice “trovatello”, ma un membro del popolo di Israele, con pieni diritti. Secondo il narratore, infatti, Giuseppe sapeva che Gesù non era suo figlio, sapeva che lo Spirito Santo era all’origine della sua vita. In lui la storia di Israele giunge al suo compimento e allo stesso tempo con lui l’umanità potrà aprirsi ad un orizzonte completamente nuovo.

“Non temere di prendere con te Maria, tua sposa”, gli dice un angelo del Signore in sogno. Se l’angelo dice “non temere”, vuol dire che ciò di cui è stato spettatore Giuseppe appartiene ai grandi eventi rivelatori di Dio nella storia. “Il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo”. È la ragione ultima per cui Giuseppe non deve temere. Con un silenzio eloquente, questo padre, non a caso definito “uomo giusto”, si dimostra aperto alle possibilità di Dio. Ha bisogno, però, di una conferma e la conferma viene dalla stessa Scrittura: “tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta”. Dalla conferma delle Scritture, Giuseppe è fortificato abbastanza per fare la sua scelta; scelta non della giustizia della legge ma della fiducia in Maria. Tra la fedeltà alla legge e l’accettazione di Maria, Giuseppe ha il coraggio di rischiare e prende con sé Maria.

In pochi versetti Matteo delinea il ritratto di un uomo vero, gigante nella fede. Si potrebbe dire che dal racconto Giuseppe viene fuori non soltanto come un uomo, veramente uomo, tormentato dal dubbio come ogni uomo, ma come uomo disponibile ad accettare che Dio possa compiere anche l’impossibile e che, per questa fiducia nell’onnipotenza di Dio, è disposto a mettere a repentaglio anche le sicurezze che gli derivano dal potersi definire giusto secondo la legge.

Giuseppe è dunque un modello per noi. Gli eventi della storia, quando sono avvertiti nella loro profondità, pongono infatti anche noi di fronte alla necessità di compiere delle scelte. Possiamo essere tentati di restare fermi in ciò che ha garantito certe nostre sicurezze, oppure, come Giuseppe, intuire che, attraverso quel fatto, Dio abbia rivelato qualcosa di più grande per cui valga la pena di rischiare forse la reputazione.

La Scrittura, ne sono oltremodo convinto, ci dà quegli strumenti necessari per deciderci a rompere con le nostre sicurezze acquisite, affidandoci al “nuovo” che ci è posto davanti. Quello che si avvicina sia dunque per noi un nuovo Natale. Auguri!  

III DOMENICA DI AVVENTO A (MT 11,2-11)

Domenicane di Santa Maria del Rosario » Mt11, 2-11

APRIRE BENE GLI OCCHI

Ci incuriosisce forse nel brano odierno la domanda che Giovanni Battista fa porre a Gesù da due dei suoi discepoli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Come a dire, sei il compimento delle promesse di salvezza o sei ancora un profeta che indica il futuro, che rivolge ancora l’attenzione degli ascoltatori verso l’opera che Dio compirà in seguito?

È indicativo che Giovanni faccia porre questa domanda a Gesù, perché all’inizio del vangelo, il riconoscimento di Gesù, nel battesimo, poteva sembrare sufficiente, ma è evidente che il Battista ha qualche perplessità sul ministero di Gesù. Non corrisponde a ciò che lui aveva immaginato: la rivelazione della salvezza di Dio come un’opera così potente che avrebbe annientato e cancellato e bruciato tutto il male e l’ingiustizia del mondo e invece il male e l’ingiustizia continuano; Gesù non ha annullato il peccatore e al contrario ha un atteggiamento di accoglienza.

Nella sua risposta Gesù rimanda alle sue parole e alle sue opere. Le sue opere sono i miracoli, cioè manifestazioni di una potenza che viene esercitata a favore dell’uomo; dell’uomo che sperimenta dei limiti e che viene liberato per poter esprimere totalmente se stesso; dell’uomo malato che viene ricuperato all’integrità della salute e dell’uomo peccatore che viene ricondotto alla pienezza del suo rapporto con Dio. Ma Gesù rimanda anche alle sue parole dicendo: «ai poveri è annunciato il Vangelo», cioè una notizia di felicità e di speranza. Il vangelo raggiunge cioè anche le condizioni più misere, più basse dell’esperienza umana e le recupera. Il vangelo è capace di recuperare ogni uomo, anche il più disgraziato che si possa immaginare. In questo modo Gesù ricorda che Dio si è fatto vicino e invita ad avere gli occhi abbastanza acuti per vedere quanto sta accadendo; si vedranno certamente delle ingiustizie ma si potranno anche vedere dei segni della presenza di Dio, di un’azione d’amore, di salvezza, di vita e di speranza che Dio solo è capace di inserire dentro al tessuto della vita umana.

Le parole di Gesù ci ricordano qual è dunque il senso dell’Avvento. È tempo di speranza, tempo in cui ogni cristiano è invitato a rinnovare il desiderio e l’attesa di un mondo più integro e di un uomo più autentico.

II DOMENICA DI AVVENTO A (MT 3,1-12)

Medaglione con san Giovanni battista, oro, argento, smalto in tecnica cloisonné, 1100 circa, Metropolitan Museum, New York.

 

UNA VOCE NEL DESERTO

            Se domenica scorsa la liturgia della Parola ha messo in evidenza l’atteggiamento di colui che veglia perché in attesa del ritorno dell’amato, in questa seconda domenica di Avvento l’accento cade sulla figura e sul messaggio di Giovanni Battista, il nuovo Elia (cf. Ml 3,23) venuto ad essere “voce” che prepara l’arrivo non di un altro profeta, ma di Dio stesso.

            «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!» (Mt 3,2): se le parole sono le stesse usate in seguito da Gesù (Mt 4,17), è diverso il luogo scelto dal Precursore per la predicazione, il deserto. Lì Dio ha concluso la sua alleanza con Israele ed è iniziato l’esodo dalla schiavitù verso la terra della libertà, per entrare nella quale, però, è stato necessario attraversare il fiume Giordano (cf. Gs 3). In quello stesso fiume Giovanni battezza quanti vengono per ritrovare la vicinanza con quel Dio che sta per venire, confessando i propri peccati.

            Questo battesimo, espressione di pentimento, resterebbe imperfetto se non portasse al momento positivo della conversione, inizio di una vita nuova. A portare a compimento tutto questo sarà lo stesso Figlio di Dio, che «battezzerà in Spirito Santo e fuoco» (Mt 3,11). Un cuore pentito, infatti, è il terreno più accogliente per il seme del Regno, cioè di quell’alleanza nuova (cf. Ger 31,31-34) che il Padre ha promesso al suo popolo: con lo Spirito Santo l’uomo riceverà nel suo intimo la forza e la vita di Dio stesso.

            Il fuoco con il quale battezzerà il Messia è, poi, espressione del giudizio che, prima della sua seconda venuta nella gloria, è affidato ad ognuno di noi. È nel nostro vivere quotidiano che veramente scegliamo tra la vita e la morte, tra la comunione con Dio e la separazione da lui. Quel giudizio definitivo che il Battista riteneva imminente (Mt 3,12), Gesù lo rimanda all’ultimo giorno, per mostrarsi ora come Messia magnanimo e tollerante. Per poterci ritenere al sicuro, però, non basta l’avere «Abramo per padre» o l’appartenere ad una istituzione religiosa, perché solo la fede e la continua conversione salvano tanto il giusto quanto il peccatore, tanto il pagano quanto il pio israelita. Dio può suscitare figli di Abramo dovunque!

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