Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

PENTECOSTE (GV 14,15-16.23-26)

Pentecoste Anno C - www.maranatha.it

LO SPIRITO, MAESTRO INTERIORE

            Nella solennità di Pentecoste la liturgia ci presenta alcune parole di Gesù rivolte ai suoi discepoli nel contesto dei “discorsi di addio”: «Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre… egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14,26). Al dono dello Spirito viene attribuita dunque da Gesù una duplice funzione: anzitutto quella di vincere la solitudine del discepolo nel mondo; poi quella di illuminare l’esistenza del discepolo attraverso un insegnamento definitivo.

Non passi inosservato però che la venuta e la permanenza dello Spirito presso il discepolo è collegata strettamente all’amore; all’amore del credente per Cristo e all’amore di Cristo e del Padre per il credente. Lo Spirito sembra essere il sigillo di questo amore e, proprio in quanto forza di amore, in grado di produrre vicinanza e comunione.

Lo Spirito è promesso per sciogliere ogni paura e dare al discepolo la convinzione ferma di non essere abbandonato, di avere con sé la presenza del suo Signore, anzi la presenza di Dio stesso; «se Dio è con noi - dirà Paolo - chi sarà contro di noi?» (Rm 8,31). Ancora: lo Spirito è designato come «un altro Paràclito». Si sottintende, dunque, che Gesù è stato un primo Paràclito, cioè un primo difensore dei discepoli; di fronte al mondo è stato lui, Gesù, che li ha difesi, lui che li ha rafforzati nella fede e nella speranza, lui che li ha aperti al dono dell’amore e alla scelta del servizio. Ma ora la presenza di Gesù viene meno e qualcun altro deve prenderne il posto: lo Spirito Santo.

Egli, mandato dal Padre nel nome di Gesù, «v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto». E il discepolo è chiamato a non lasciar cadere nessuna delle parole di Gesù; le dovrà meditare e custodire nel proprio cuore, cercando di coglierne tutti i significati e i valori. Lo Spirito, da parte sua, non farà altro che suscitare e dirigere questa opera di assimilazione.

Chiediamo allo Spirito, maestro interiore, di rendere continuamente presente nella nostra vita colui per il quale viviamo, Gesù Cristo. Così egli ci permetterà di superare la nostra solitudine, ci illuminerà con una comprensione vivace dell’insegnamento di Gesù, ci permetterà di leggere le Scritture alla luce della Pasqua, ci rinnoverà interiormente donandoci un animo filiale e permettendoci di cercare sempre la volontà di Dio con amore e con gioia.

ASCENSIONE DEL SIGNORE (LC 24,46-53)

 

Araldi del Vangelo - L'Ascensione del Signore

FIGLI CHE GENERANO ALTRI FIGLI

            Il Vangelo secondo Luca presenta la vita di Gesù come un cammino orientato decisamente verso l’Ascensione. Lo si vede già al cap. 9, quando l’evangelista dà inizio a quell’ampia sezione della sua opera che va sotto il nome di “viaggio verso Gerusalemme” (cf. capp. 9 e 19); lì si legge: «Mentre stavano compiendosi (si noti il verbo) i giorni in cui sarebbe stato assunto (così il testo greco) dal mondo, [Gesù] si diresse decisamente verso Gerusalemme» (Lc 9,51). Un cammino, dunque, come la vita di ogni uomo; un cammino verso la morte, secondo le Scritture; ma soprattutto un cammino verso la risurrezione e l’ascensione, perché giunga a compimento il progetto di Dio che è progetto di salvezza.

Prima di salire al cielo Gesù viene in mezzo a tutti i suoi, che lo riconoscono e lo ascoltano spiegar loro la coerenza degli eventi accaduti fin dall’inizio. Facendosi riconoscere da quelli che hanno condiviso il suo cammino fin dalla Galilea, che avevano visto i segni e ascoltato il suo insegnamento, il Risorto porta a termine la testimonianza oculare. Se i suoi non l’avessero incontrato, come avrebbero potuto annunciare che egli è glorificato, risorto, vivo?

            Ma a questo “vedere” ora si sostituisce il “non vedere più”, indicato nel brano dalla menzione dalla separazione fisica: è infatti a questa condizione che i discepoli potranno annunciare il Signore dappertutto e testimoniare della sua presenza operosa e invisibile. La testimonianza è ormai affidata a loro ed è attraverso la loro predicazione che l’umanità conoscerà il loro maestro e Signore.

            «Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse». Come i patriarchi al momento del distacco benedicevano i figli, così Gesù fa con i suoi discepoli. Li accetta cioè come eredi, perdonandoli. Questo vangelo era iniziato con il dono dei figli (Giovanni Battista e Gesù) e ora termina coi discepoli costituiti figli e destinati, a loro volta, a generare altri figli con l’evangelizzazione.

Diventa allora possibile ai discepoli vivere in «una grande gioia»; è la gioia messianica, annunciata dagli angeli (Lc 2,10), che incomincia a espandersi. «E stavano sempre nel tempio, lodando Dio». Facile da capire: dove Dio agisce e salva, gli uomini devono rispondere lodando e ringraziando; in Gesù, Dio ha agito vincendo la morte; è quindi cosa buona e giusta che i credenti rendano grazie a Lui sempre e in ogni modo.

VI DOMENICA DI PASQUA (GV 14,23-29)

VI domenica di Pasqua Gv 14,23-29 - Arcidiocesi di Vercelli

IL CONTINUO VENIRE DEL RISORTO

           

            Le parole di Gesù nella pericope evangelica odierna si trovano nei cosiddetti “discorsi di addio” del vangelo di Giovanni e propongono due temi: l’amore per Gesù e la promessa dello Spirito.

            Il tema dell’amare Gesù e dell’osservanza dei suoi comandamenti è molto frequente nel vangelo di Giovanni. Il discepolo che ama Gesù osserverà la sua parola. E a questo discepolo Gesù fa una promessa non di poco conto: «noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui». E questa dimora sarà permanente. Quelli che amano e credono sperimentano la presenza dell’assente e possono guardare in avanti verso un ritorno definitivo quando Gesù e il Padre abiteranno con loro per sempre.

Più tardi, nel capitolo successivo, Gesù dirà: «Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore…» (15,9). Dimorare nell’amore di Gesù, sia nell’amore che Gesù ha per noi sia nell’amore che noi dobbiamo a lui, non indica certamente una permanenza romantica o mistica. L’invito di Gesù assume tutto il realismo e la concretezza della condizione essenziale che lo avvalora: l’osservanza dei suoi o del suo comandamento, che - come si sa – è l’amore scambievole posto in atto simbolicamente dal gesto di Gesù che lava i piedi dei discepoli.

Il secondo tema ricorda quali sono i compiti dello Spirito consolatore: «lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto». Ormai lo Spirito prende pienamente il posto e il ruolo di Gesù. La sua funzione è chiara: sarà egli il maestro dei discepoli, ma non in modo autonomo o come portatore di nuove rivelazioni, ma unicamente ricordando ai discepoli le parole di Gesù.

Il risorto dunque, sembra ricordarci il quarto evangelista, continuerà nel frattempo della storia a venire presso i suoi e nel cuore dei suoi. Sarà un venire assieme alla sua parola, al Padre e allo Spirito paraclito, cioè “chiamato accanto” a svolgere, nel caso, il compito di maestro interiore, di memore e di esegeta della parola del Signore.

Il maestro, infatti, si mostra piuttosto preoccupato per la tranquillità dei suoi discepoli, per la loro pace e la loro gioia. E la pace che egli dà è diversa da quella del mondo. È la “sua” pace. Pace come riconciliazione con Dio, con l’altro, con la natura e con la morte, riflesso amico del volto del Risorto al mondo che abitiamo.

 

V DOMENICA DI PASQUA (GV 13,31-35)

Tommaso Stenico - Umanesimo Cristiano - Riflessione su: OmeliaAmatevi come  io ho amao voi

 

AMARSI CON L’AMORE DI GESÙ

            Il vangelo di Giovanni non nomina mai espressamente l’amore del prossimo o del nemico, così caratteristico dell’insegnamento di Gesù. Ciò non accade per dimenticanza, perché l’attenzione dell’evangelista è rivolto essenzialmente alla vita della comunità e parla pertanto dell’amore reciproco. Nella pericope evangelica odierna troviamo infatti quella che, secondo il quarto vangelo, è la finalità dell’amore del prossimo: esso tende a diventare comunione, vuole rivolgersi a un prossimo che è diventato fratello.

            «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri». Perché Gesù definisce “nuovo” il comandamento che deve caratterizzare la vita dei suoi discepoli? Vi è senz’altro un riferimento all’alleanza di YHWH con Israele, che ora riceve il suo compimento definitivo. Ma è “nuovo” per la fonte (Egli stesso) grazie alla quale può essere attuato; “nuovo” per la radicalità e l’universalità con cui deve essere testimoniato; “nuovo” perché è il segno per eccellenza nel quotidiano della presenza di Dio agente nella povera e complessa storia umana.

            Fanno notare alcuni commentatori che la traduzione abituale, «come io ho amato voi, così amatevi anche voi», è troppo debole perché rende l’idea che Gesù sia semplicemente un modello da imitare; conviene invece tradurre «amatevi con l’amore con cui vi ho amato». È infatti Cristo stesso, il suo amore di Figlio che si rende presente nell’amore vicendevole dei discepoli: è il suo amore che passa in loro, quando amano i fratelli e ne sono riamati.

Uno dei frutti pasquali è dunque l’amore di Cristo che passa in mezzo a noi e attraverso di noi; anzi, proprio quest’amore è il segno della sua presenza permanente tra di noi. Ognuno di noi deve assumersi la propria responsabilità e individuare in ogni momento come poter far sì, nel concreto della sua vita, che il dinamismo dell’amore trasformi tutti i suoi atti.

Sant’Agostino dà un ottimo suggerimento: «Amate tutti gli uomini, anche i vostri nemici, non perché sono fratelli, ma perché lo diventino; e sempre siate accesi di amore fraterno, tanto verso il fratello già tale, quanto verso il nemico, affinché con l’amore diventi fratello» (Meditazioni sulla lettera dell’amore di San Giovanni, Città Nuova, Roma 81993, 247).

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