Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 12,49-57)

XX DOMENICA TEM. ORDINARIO A. C | un messaggio per te

DIO VUOLE LA VERITA’ DELLA NOSTRA VITA

           

            Il vangelo di questa domenica descrive l’atteggiamento di Gesù di fronte alla sua passione. Gesù è teso verso il compimento della sua opera; si sente immerso in un abisso di sofferenza che lo porterà a compiere la sua missione: portare il fuoco, cioè lo Spirito, con la sua forza purificatrice ed innovatrice.

Gesù vorrebbe che questa situazione, questo suo doloroso cammino in purificazione dell’umanità, che percorre per sua libera volontà attraverso la croce, fosse già avvenuto, già passato. Ma anche qui la sua volontà resta sempre subordinata a quella del Padre: “sia fatta la tua, non la mia volontà”.

La sua opera non porta la pace ma la divisione. Con lui ogni uomo dovrà scegliere: gli uni si terranno stretti alle antiche osservanze, fedeli alle prescrizioni della legge, gli altri accoglieranno il rinnovamento nella fedeltà al Cristo. Tali scelte divideranno l’umanità e persino le famiglie e lacereranno ogni coscienza. Il discorso di Gesù è molto duro, prevede una divisione molto radicale tra giusti e ingiusti, santi e peccatori. Un discorso duro ma di grande speranza, una speranza che si può realizzare solo con la radicalità del proprio comportamento di fede.

Il fuoco è un’immagine che riporta all’esperienza dell’Esodo, del roveto ardente che brucia ma non consuma. È questo il fatto eccezionale che attira l’attenzione di Mosè. Il profeta e grande condottiero ha infatti capito che il Signore corregge, non punisce, non distrugge. Quello che vede Mosè non è il Dio di Giovanni con la scure pronta a colpire la radice dell’albero, ma è un Dio che brucia e non consuma, un Dio che purifica ma non castiga. Certo è una purificazione dolorosa perché fatta con il fuoco, ma non distruttiva.

L’incontro con Cristo è un cammino di purificazione. Dio vuole la verità dalla nostra vita e i suoi comandi non sono superbe limitazioni alla nostra libertà, ma guide per la felicità dell’uomo. Non dobbiamo aver paura della fatica della strada stretta, Dio ci aiuta, è il Dio della vita, sempre al nostro fianco, è il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, il Dio dei vivi, non dei morti.

XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 12,32-48)

La Buona Notizia - L'Osservatore Romano

RICCHI PER DIO

Nel brano del vangelo c’è l’esortazione a staccarsi dai beni e donarli effettivamente a coloro che ne hanno bisogno. Ciò renderà più pronti all’incontro con il Signore. Ignorando il tempo della venuta del Signore il discepolo deve mantenersi sempre, vigile, attento e pronto “con la cintura ai fianchi e le lucerne accese”.

Questa immagine è tipica di quel tempo perché il viandante orientale, per camminare più speditamente, cingeva bene ai fianchi la tunica sollevandola alquanto, accendeva la lucerna e camminava nella notte per evitare i calori del giorno.

Ricco per il mondo è colui che nuota nella sua ricchezza, il pagano che mira ad assicurare la sua realtà negli averi (beni e denaro). Ricco per Dio è colui che è aperto alla fiducia che conduce al regno e divide i suoi beni con gli altri: è la condizione dei poveri in spirito. Ricco è chi libero dai vincoli dell’avere, del possedere. I credenti della Chiesa sono già beati perché amano, perché hanno nel centro della loro vita la fiducia, sentono al loro fianco la presenza di Dio, perché sperano, perché lo stesso Dio già adesso si presenta loro come “Padre”. Questo è il tesoro sul quale si fonda e si arricchisce la loro esistenza.

Mostrando all’uomo la sua vera ricchezza, Gesù lo ha trasformato in un essere inquieto. Non può più riposare finché sospira quella fortuna, né può dormire finché attende il Signore di ora in ora. Non importa che il padrone non arrivi in un’ora prefissata, quello che conta è vivere nella tensione del suo arrivo.

Le tre parabole appena accennate sono legate da un’idea fondamentale: l’incertezza sull’ora della venuta del Signore e il conseguente dovere della vigilanza. È solo vegliando che si può entrare in comunione con la gioia del Cristo. L’errore fondamentale del cristiano è quello di pensare: “il padrone tarda a venire”. Vigilare indica un modo di essere (onesti, svegli, pronti) e di vivere (curare saggiamente e fedelmente i propri compiti).

Il tratto più significativo è, però, un altro: la splendida immagine del Signore che serve i suoi discepoli seduti a mensa. Nella sua seconda venuta il Signore ripeterà i gesti che ha compiuto nella prima: è infatti il medesimo Signore e il tratto che lo identifica è sempre lo stesso: “colui che serve”; cambiano i modi della presenza (umile o gloriosa), ma non il suo volto.

 

XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 12,13-21)

 

Domenica 31 luglio | AgenSIR

CIASCUNO È CIÒ CHE AMA

           

Il brano di questa domenica ci presenta una scena classica: due fratelli litigano per una eredità e uno di loro si rivolge a Gesù per chiedere il suo arbitrato ma riceve un rifiuto e un’esortazione ad evitare la cupidigia. L’episodio si capisce facilmente: anzitutto le liti per l’eredità sono fatali e antiche quanto è l’uomo, e nemmeno il legame di parentela che unisce i fratelli è una garanzia per evitarlo, anzi sembra che questo renda le liti ancora più aspre, spesso senza possibilità di accordo. Da parte sua, Gesù rifiuta decisamente ogni arbitrato, perché non è questa la missione che ha ricevuto dal Padre; egli è venuto per annunciare il Regno di Dio, per sottomettere alla sovranità di Dio la vita delle persone; le decisioni giuridiche sui beni materiali non lo interessano.

Però da quest’episodio Gesù ricava una lezione precisa: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede». Per vivere sono necessarie molte cose, anche il denaro attraverso cui le cose possono essere acquistate; ma bisogna guardarsi bene dal confondere il senso della vita con i beni necessari per sostenerla. Gesù spiega tutto questo con la parabola di un uomo in gamba e fortunato: il raccolto è tanto abbondante che i granai non riescono a contenerlo; nulla di male in tutto questo, perché non si dice che quell’uomo sia stato disonesto o che abbia accumulato il suo capitale sfruttando gli operai. Si dice solo che il risultato del suo lavoro è stato molto buono.

“Stolto”, dice Dio: questa è la parola che cambia tutto e che deve risuonare con forza contrastando i nostri giudizi, le attese e le valutazioni. “Stolto” non dice disonesto, significa poco intelligente e poco furbo. Perché? La parabola dà due indicazioni per capire.

La prima motivazione la troviamo in questa frase: «questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?». Il valore di una persona non dipende da quello che ha, ma da quello che è. Una verifica di questa realtà è proprio la morte. Di fronte alla morte, tutto quello che l’uomo possiede è inutile, perché passa a qualcun altro, agli eredi, non rimane al proprietario. Oltre alla morte, rimane solo quello che l’uomo è: la sua bontà o cattiveria, la sua saggezza o stoltezza, la sua mitezza o prepotenza.

Il secondo motivo per cui l’uomo viene definito stolto è questo: «così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio». L’uomo della parabola aveva raggiunto la meta che si era prefisso, ma non aveva risposto alle attese di Dio, non aveva compiuto quello che era prezioso davanti a Dio. Ciò che rimane – suggerisce Gesù – è solo quello che è prezioso davanti a Dio.

Diceva S. Agostino: «Ciascuno è ciò che ama. Ami la terra? Sarai terra. Ami Dio? Che cosa devo dire? Che tu sarai Dio? Io non oso dirlo per conto mio. Ascoltiamo piuttosto le Scritture: Io ho detto: “voi siete dèi, e figli tutti dell’Altissimo” (Sal 81,6)» (In Io. Ep. tr. 2,14). Se, dunque, vogliamo essere figli dell'Altissimo, non amiamo il mondo, né le cose che sono nel mondo.

 

XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (LC 11,1-13)

Signore, insegnaci a pregare”. Commento al Vangelo della XVII domenica del  T.O., a cura di Giulio Michelini (testo e video TV2000) – La parte buona

INSEGNACI A PREGARE!

           

Sentiamo la sorpresa e lo stupore per le parole che i discepoli rivolgono a Gesù: «Signore, insegnaci a pregare» (Lc 11,1). Viene spontanea una domanda: Si può insegnare la preghiera? Non è forse la preghiera un’effusione spontanea del cuore, per cui nella preghiera lasciamo uscire i nostri sentimenti, i desideri più intimi, personali, profondi? Nell’insegnare la preghiera non c’è il rischio di renderla rigida, di farla crescere secondo delle regole? Meccanica, impersonale, non spontanea e sincera? Eppure i discepoli dicono: «Signore, insegnaci a pregare». Perché? Perché la preghiera, secondo la S. Scrittura, è anzitutto dialogo, è incontro e comunione. Per questo la preghiera presuppone la conoscenza di Dio, così come presuppone la coscienza di quello che noi siamo davanti a Dio. Non è solo un dire a noi stessi, ma è un dialogare con il Signore, che è un altro, è il tu della nostra vita. Ed è importante, se vogliamo che il dialogo funzioni, che abbiamo l’immagine corretta del Dio al quale ci rivolgiamo.

Allora chiedere: “Insegnaci a pregare”, è lo stesso che chiedere: insegnaci a comprendere chi è Dio: a conoscere il suo volto e il suo cuore; insegnaci a capire quello che noi siamo davanti a Dio: la nostra identità di creature.

“Insegnaci a pregare”, rivolto a Gesù, vuole indicare questo: i discepoli sono convinti che Gesù sappia qualche cosa del mistero di Dio; qualche cosa che gli altri non conoscono, che lui solo è in grado di insegnare. È come quella domanda che Filippo rivolge a Gesù, durante l’ultima cena: “Mostraci il Padre” (Gv 14,8); facci vedere cioè la sua faccia, il suo volto; vogliamo comprendere quali sono i suoi sentimenti, i suoi atteggiamenti nei nostri confronti.

Ed è significativo che i discepoli abbiano fatto questa domanda, mentre Gesù: «si trovava in un luogo a pregare...». Sembra cioè che i discepoli abbiano visto la preghiera di Gesù e abbiano incominciato a desiderarla. Una preghiera apparsa così bella, così desiderabile, da volerci entrare dentro, da volerne essere partecipi. La risposta del Signore è quella preghiera che noi abbiamo imparato a recitare da bambini, che ci è stata consegnata al momento del Battesimo e che, in qualche modo, è il distintivo della fede cristiana: il “Padre nostro”.

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