Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

II DOMENICA DI PASQUA (GV 20,19-31)

II domenica di Pasqua Gv 20,19-31 - Arcidiocesi di Vercelli

LA GIOIA E LA FEDE, DONI DEL RISORTO

         Nel vangelo, ai discepoli timorosi e tristi, Gesù si mostra vivo. L’evangelista Giovanni, a questo proposito, annota qual è la loro reazione: «i discepoli - dice - gioirono al vedere il Signore». Gesù risorto con la sua presenza fa loro dono di una gioia autentica, che nulla può minare. Anche Pietro, nella seconda lettura, parla dei cristiani che già ora sono ricolmi di una gioia che non esita a definire “indicibile e gloriosa”.

            Cosa è dunque la gioia secondo il vangelo? La gioia, dono del Signore risorto, è una partecipazione alla sua stessa gioia. Non ci sono due gioie differenti, una per Dio e una per l’uomo. Si tratta sempre, in un caso come nell’altro, di una gioia che affonda le sue radici nell’amore. Questa gioia non sta nell’assenza della Croce, ma nel comprendere che il Crocifisso è risorto.

            A Tommaso, che nel frattempo si era allontanato dal gruppo, i discepoli che hanno incontrato il Risorto diranno: «Abbiamo visto il Signore!». Questa espressione - fa notare il card. Martini- è diversa da quella che avevano adoperato i discepoli di Giovanni quando avevano incontrato per la prima volta Gesù. Essi avevano detto: «Abbiamo trovato il Messia!». Entrambe le espressioni rendono in modo efficace il senso del progressivo maturare dell’esperienza di fede, tema centrale di questa seconda domenica di Pasqua: “Abbiamo trovato”: indica la gioia della scoperta, l’intensità del primo incontro, l’attesa e l’aspettativa colmata da Colui che finalmente giunge: il Messia. Un inizio in cui la conoscenza dell’altro è l’irrompere della speranza, al di là di ogni aspettativa. “Abbiamo visto”: indica ora, nel dinamismo dell’amore, che l’esperienza Cristo si fa più intensa, si percepisce cioè in profondità. Non è più attesa, ricerca, aspettativa, ma rivelazione piena, comunione profonda e definitiva, in cui si accoglie, come afferma l’apostolo Pietro nella seconda lettura, «un’eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce».

            Possa ciascuno di noi farsi interprete di questa esperienza dell’incontro con Gesù risorto durante questo tempo pasquale.

VEGLIA PASQUALE NELLA NOTTE SANTA (LC 24,1-12)

RISUSCITATI DAL RISUSCITATO

           

Il racconto della risurrezione secondo Luca – proclamato dalla liturgia durante la Veglia pasquale nella notte santa – è soffuso di gaudio, di gioia, così come era soffuso di gioia il vangelo dell’infanzia; una gioia, però, che non esclude momenti di dramma, anche angoscioso, vissuto dai protagonisti.

Nel nostro brano, per esempio, si può osservare il dramma delle tre donne che insieme con altre, dice il testo, avevano preparato tutti gli aromi, col pensiero fisso su Gesù fino all’alba del terzo giorno da quando era stato sottratto al loro sguardo. Ma ora, arrivate alla tomba, non lo trovano e provano un’angoscia enorme.

Il rimprovero che le donne ricevono dai due uomini può apparire molto duro: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo?». È la prima volta che Luca utilizza questo termine: “il vivente”. E così i due uomini riportano alla memoria delle donne le parole di lui: «Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea». Il vivente ha parlato e dunque anche la sua parola è viva. È una parola che agisce ancora, è una parola che non può essere relegata nel passato. La parola di Dio opera continuamente, è continuamente creativa, è continuamente portatrice di vita. Ecco perché è la parola che vince l’angoscia, vince il dubbio, vince la morte, non escludendoli, ma portandoli alla soluzione. Il tradimento e la crocifissione sono solo gradini verso la risurrezione. La memoria della parola viva del Signore, della parola creatrice di vita, trasforma interiormente le donne, le quali sono ormai orientate verso la missione: «tornate dal sepolcro - scrive l’evangelista - annunciarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri».

È stato dunque risuscitato Gesù, come dicono i due uomini, ma è stata risuscitata anche la memoria delle parole di Gesù. Non solo, ma sono state risuscitate anche le donne, così come saranno risuscitati i due discepoli di Emmaus. C’è una sorta di contaminazione benefica: la risurrezione di Gesù porta alla risurrezione della memoria, e la risurrezione della memoria porta alla risurrezione delle donne e dei discepoli. Tutto questo però non elimina le obiezioni possibili. Le donne possono testimoniare, possono annunziare con gioia ciò che hanno visto, ma la loro esperienza resta una proposta. L’annunzio della bella notizia non è mai cogente: «non credettero loro». È amaro. Ma è ciò che succede.

A meno che non venga fuori ciò che è venuto fuori in Pietro che, dopo aver tradito, si è sentito perdonato dallo sguardo fugace di Gesù, e che, proprio per questo, non riusciva più a contenersi, a stare nei suoi panni, e smaniava di incontrarlo per guardarlo in faccia, e leggergli negli occhi che lo aveva perdonato davvero. «Pietro tuttavia si alzò (ma si potrebbe tradurre anche “risuscitò”) e corse al sepolcro… E tornò indietro, pieno di stupore per l’accaduto». Il dramma personale di Pietro ci indica la strada che ogni credente, ogni uomo, ogni donna, dovrebbero percorrere di fronte alla proposta, alla testimonianza della vitalità della sua parola. Buona Pasqua!

 

 

DOMENICA DELLE PALME (LC 22,14-23,56)

Il pensiero del giorno

DIETRO LA CROCE DI GESÙ

           

            Il racconto della passione secondo Luca - che la liturgia ci fa ascoltare nella domenica delle Palme all’inizio della Settimana Santa -, tra le altre cose, sembra disegnare una strada che il discepolo deve seguire dietro i passi del suo Signore. Apparentemente sembra che si voglia parlare solo dell’ascesa di Gesù verso il luogo del supplizio; in realtà il terzo evangelista ci sta ponendo di fronte a una vera e propria condivisione di questa ascesa, che non riguarda soltanto Simone di Cirene, in cui si può vedere simbolizzato il discepolo (“gli misero addosso la croce, da portare dietro a Gesù”), ma anche il popolo e tutti gli abitanti, la folla di Gerusalemme, compresi i capi e i malfattori che, insieme con lui, salgono carichi di sofferenze verso il luogo del supplizio. Ognuno di questi sale verso il luogo della crocifissione portando se stesso, le proprie scelte interiori, così che a mano a mano che si procede verso il luogo della crocifissione si svelano gradualmente i segreti di tutti i cuori.

            C’è poi la menzione del popolo. Quello stesso popolo che, sobillato dai nemici di Gesù, aveva gridato: “Crocifiggilo, crocifiggilo!”, una volta che il tradimento è stato compiuto, comincia a battersi il petto e a fare lamenti sopra di lui. Quel popolo che era stato manipolato dalle autorità, si salva grazie alla sua semplicità di cuore.

            Fra coloro che sono chiamati alla sequela di Gesù sembra che Luca voglia evidenziare in modo particolare la presenza delle donne. Sono le donne che hanno accompagnato Gesù nei suoi viaggi di predicatore del regno di Dio, accudendolo, standogli vicino, mettendo a disposizione anche tutto ciò che avevano oltre tutto ciò che erano. Sono le donne “figlie di Gerusalemme”, simbolo di tutta la città, simbolo di tutto il popolo di Dio, simbolo di tutti i discepoli che si porranno, anche nelle generazioni successive fino alla fine dei tempi, dietro la croce di Gesù.

            L’evangelista vuole che prendiamo parte anche noi a questo corteo dietro a Gesù. E mentre camminiamo lungo questo crinale della montagna può paradossalmente farsi spazio una gioia particolarissima: quella di essere stati scelti per seguire lui, per portare la croce insieme con lui. È la gioia di chi quotidianamente accoglie la croce di lui, che è anche la sua, e si avvia con lui verso il luogo del supplizio, che sarà, per colui che crede, anche il luogo del passaggio dalla morte alla vita.

V DOMENICA DI QUARESIMA (GV 8,1-11)

 

Neanch'io ti condanno; va' e d'ora in poi non peccare più» - Omelie su Gv 8, 1-11 - p. G. Paparone o.p. | Abbà - Comunità Cattolica per  l'evangelizzazione

LA PROFONDITÀ DEL CUORE DI CRISTO

           

            Il volto di Dio, che la parabola del padre e dei due figli ci ha rivelato domenica scorsa nell’abbraccio accogliente del padre misericordioso, si riflette oggi nello sguardo e nella parola che Gesù rivolge a una donna adultera in procinto di essere condannata alla lapidazione dagli scribi e dai farisei, secondo i dettami della legge mosaica.

            Sorpresa in flagrante adulterio – almeno così sostengono i suoi accusatori – essa è condotta da Gesù perché sia da lui giudicata. Gli scribi e i farisei si aspettano che il maestro rompa il silenzio iniziando la sua risposta con quella parola che spesso hanno udito: «Mosè vi ha detto... ma io vi dico...». Ciò che Gesù fa, invece, è sorprendente e mette costoro con le spalle al muro.

In due successivi momenti, ritmati dal silenzio e dalla parola, Gesù riesce a creare il vuoto attorno a questi uomini e, quasi sospendendoli su di esso come su di un abisso, li obbliga a spostare lo sguardo sul loro cuore, sul loro comportamento, sul loro modo di giudicare, sul loro modo di rapportarsi a Dio. E tutto avviene attraverso un gesto e una parola. Un gesto misterioso ripetuto due volte, un gesto che ha suscitato molte interpretazioni: «Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra... e chinatosi di nuovo, scriveva per terra» (vv. 6.8). È un gesto profetico, simbolicamente carico della forza del giudizio di Dio su ogni uomo, un gesto che potrebbe tradurre questa parola di Geremia: «coloro che si allontanano da me, saranno scritti per terra» (Ger 17,13). Gesù non pronuncia alcun giudizio contro questi uomini così sicuri della loro giustizia; li rimanda al tribunale della loro coscienza perché in esso facciano la verità. E la parola che finalmente Gesù pronuncia, rompendo quel silenzio carico di attesa, è come una spada che penetra nel cuore di questi uomini: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei» (v. 7).

            Alla donna, rimasta da sola nel mezzo, Gesù riserva una parola che è come un balsamo che le ridà la forza per camminare nuovamente verso la vita: «neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più». Qualche commentatore osserva che di fronte a una donna adultera «ci aspetteremmo un discorso sul peccato, sulla sua gravità e sulla conversione. L’invito alla conversione c’è: “Non peccare più”. Ma si riduce a una sola parola, e viene dopo il perdono: “va”». Gesù dunque non nega il peccato della donna, ma non la condanna, la perdona e la invita a una esistenza nuova.

Si legge nei detti dei Padri: «Un brigante del deserto venne un giorno a morire davanti alle porte del monastero di Scete. Dio mi perdonerà - disse al fratello che era subito accorso. Perché ne sei sicuro? – chiese questi. Perché è il suo mestiere» (R. Kern, Arguzie e facezie dei Padri del deserto, Torino, 21987, 87).

 

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