Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

II DOMENICA DOPO NATALE (GV 1,1-18)

Il pensiero del giorno: Gv 1,1-18 - Alleanza CattolicaCHIAMATI A DIVENTARE FIGLI DI DIO

NELL’OTTICA DELLA FEDE

Nel tempo di Natale la liturgia torna sul famoso prologo di Giovanni. Il Figlio unigenito – ci ricorda il quarto evangelista - ha rivelato Dio. Nessuno ha mai visto Dio. Non è possibile vedere Dio e vivere, come ricorda l’esperienza di Mosè nel libro dell’Esodo. «Solo colui che viene da Dio ha visto il Padre» (Gv 6,46). Ciò suppone che l’uomo abbia il desiderio di vedere Dio, perché l’uomo ha bisogno di lui e di entrare in questa relazione di intimità con lui.

Il vedere Dio è mediato dal Figlio unigenito che è nel seno del Padre. Ha aperto una possibilità di vedere Dio. Lui è nel seno del Padre. Il Padre è un dinamismo di dono che si esprime nel dono al Figlio e il Figlio vive tutto ciò che riceve dal Padre in comunione e obbedienza a Lui. È uno scambio di vita. Nel Signore risorto, il mistero di Dio è svelato perché tra il Padre e il Figlio c’è uno scambio reciproco di amore. La vita intera di Gesù è rivelazione che porta a compimento la rivelazione del primo Testamento.

«Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi». La traduzione letterale dalla lingua antica sarebbe: “ha posto la sua tenda in mezzo a noi” (come anche leggiamo nella prima lettura); una espressione molto incisiva e significativa per l’ambiente ebraico ed il suo modo di vita del tempo. La Parola di Dio ha preso un’esistenza umana. La parola “carne” dice la debolezza della condizione dell’uomo, ma è questo ciò che sorprende della rivelazione di Gesù perché nella carne si rivela la Parola di Dio. L’uomo nella sua debolezza è come l’erba: è bello come il fiore del campo, ma è effimero, dura poco. Così è la carne. Secca il fiore, ma la Parola dura per sempre, è eterna. La Parola eterna si è fatta carne, debolezza. Bisognava che accadesse questo, perché solo la carne può essere la mediazione della nostra esperienza. Occorre che la Parola di Dio prenda una forma mondana, umana, perché possa essere vista, udita, contemplata. È un richiamo al tabernacolo, alla tenda che ha accompagnato Israele nel suo viaggio. È il tempio di Gerusalemme come tenda fissa. Il Primo Testamento è un’esperienza d’incarnazione della Parola di Dio. Adesso questa presenza di Dio si compie in una esperienza umana, concreta.

L’incarnazione ha per fine ultimo la possibilità di offrire all’uomo di divenire figlio di Dio. La figliazione che è propria di Gesù è sorgente, origine, di un’identità filiale per gli uomini, non semplicemente nella loro condizione mondana, ma nella loro condizione di credenti del Figlio di Dio. Siamo figli di Dio, ma in realtà siamo chiamati a diventarlo nell’ottica della fede, che trasfigura i pensieri e i desideri dell’uomo.

 

SANTA FAMIGLIA, GESÙ, MARIA E GIUSEPPE (Lc 2, 41-52)

13) Lc 2,41-52 – Lectio Divina a San Nicola

LA RADICE DELLA GIOIA

E’ ESSERE CON IL PADRE

Maria e Giuseppe salgono a Gerusalemme. Gerusalemme simboleggia il luogo dell’incontro con Dio, il luogo in cui il Signore si rivela, in cui il suo piano si manifesta. Significativo è il verbo salire che ci sollecita ad andare più in alto, a guardare la vita dall’alto, dall’alto di come la guarda Dio. Essi erano credenti fedeli e osservanti della Legge di Dio data a Mosè, dunque ogni anno facevano la salita, il pellegrinaggio alla città santa di Gerusalemme in occasione della festa di Pasqua, memoriale della liberazione del popolo d’Israele dalla schiavitù d’Egitto. Il pellegrinaggio era quindi una tradizione da custodire.

Quando Gesù, il figlio nato a Betlemme e ormai cresciuto con loro a Nazaret, compì dodici anni, i suoi genitori lo portarono a Gerusalemme affinché diventasse, attraverso un rito che si svolgeva al tempio, bar mitzwà, “figlio del comandamento”, cioè un uomo credente responsabile della sua identità davanti al Signore e in mezzo al suo popolo. Tuttavia nel viaggio di ritorno accade l’angoscia. Eppure erano stati benedetti. Questo vuole dire che l’essere saliti non mette al riparo da problemi, da ansie e da angosce.

Gesù non è un ragazzo che si è smarrito, ma un ragazzo che decide di essere altrove. «Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Gesù deve adempiere a quella radice profonda della sua vocazione. L’identità di Gesù è qui: essere con il Padre. Il Padre è il segreto vocazionale di Gesù, da qui deriva tutta la sua missione per gli uomini. Questo essere con il Padre è ciò che lo accompagna sempre, ovunque vada. È un modo di esistere, è l’identità di Gesù ed è la scelta vocazionale a cui noi siamo chiamati. Questo essere con il Padre è sicuramente radice della gioia e quindi determina in Gesù uno stato di gioia continua pur nelle difficoltà.

Proviamo a pensare alla nostra vita: come stiamo nelle cose del Padre, con il Battesimo siamo diventati Figli: come viviamo questa identità che vale anche per noi?

«Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore». Cosa custodiva Maria nel cuore? Da una parte l’angoscia di aver perso un figlio, dall’altra la gioia di averlo ritrovato pur sapendo che prima o poi li avrebbe lasciati. Allora ci immaginiamo Maria che rientrando a Nazareth con Gesù fa proprio il proposito di godere della presenza di questo figlio per quanto potrà, di non perder un attimo nello stargli vicino. Maria custodisce e gioisce.

 

NATALE – MESSA DELLA NOTTE (LC 2,1-11)

Icona bizantina Natività 20x15 cm dipinta su legno Romania 1È NATO UN SALVATORE, CRISTO SIGNORE

 

            “Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore”. Sono le parole dell’angelo ai pastori nella notte dell’Incarnazione, nella notte in cui Gesù, il Figlio di Dio, è nato dal grembo di una donna. Sono rivolte ai pastori, a coloro che vegliavano facendo buona guardia al loro gregge. Colui che è nato - dice l’angelo - è Salvatore, Cristo e Signore. Tre termini che già sintetizzano ciò che lo stesso evangelista Luca indicherà come il kerigma essenziale di tutta la predicazione apostolica negli Atti degli Apostoli.

            L’uomo, nato nella città di Davide, è definito Salvatore perché il nome stesso che assumerà questo bambino sarà identificato con la “salvezza” (“gli fu messo nome Gesù”, si dirà infatti al v. 21). È il Cristo, perché è colui di cui hanno parlato la legge e i profeti, il consacrato del Signore in continuità con tutto l’Antico Testamento. È lui infine che, unico, può essere definito Kyrios, Signore, al punto da sostituire quel signore-padrone che tutti erano stati costretti a riconoscere in Cesare Augusto, imperatore romano. Kyrios, Signore e imperatore, è colui che è stato avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia. Colui, cioè, che “depone i potenti dai troni ed esalta gli umili”, Gesù, Cristo, Signore.

            Questo Salvatore, Cristo, Signore è nient’altro che un bambino – viene specificato più volte nel brano – “avvolto in fasce”. Sono le fasce candide che, secondo molti, richiamano certamente quelle della risurrezione, quelle che ancora avvolgeranno il corpo di Gesù deposto nella tomba, giacente nella tomba. Le fasce del bambino di Betlemme sono le stesse fasce del sepolcro del Signore e il corpo del bambino di Betlemme, adagiato nella mangiatoia, è lo stesso corpo di Cristo crocifisso, che ha dato se stesso per la vita del mondo.

            Dunque, il contenuto della bella notizia che i pastori portano è, di fatto, questa unità indissolubile tra il bambino nato a Betlemme e l’uomo crocifisso sul Golgota e risuscitato. Può essere paradossale per noi, ma nella notte di Natale si ha, in realtà, il grande annunzio della notte di Pasqua. «Il Natale - ha ricordato giustamente Benedetto XVI  - è già la primizia del “sacramentum-mysterium paschale”, è cioè l’inizio del mistero centrale della salvezza che culmina nella passione, morte e risurrezione, perché Gesù comincia l’offerta di se stesso per amore fin dal primo istante della sua esistenza umana nel grembo della Vergine Maria».

            Auguro a ciascuno di voi di riscoprire sempre presente nella vostra vita questo mistero di Dio che con amore si volge verso di noi. Buon Natale!

IV DOMENICA DI AVVENTO (LC 1,39-45)

Signore Gesù, fa' splendere il tuo volto e noi saremo salvi - Il Corriere  Apuano

LA PROFEZIA di ELISABETTA

           

            La quarta domenica di Avvento offre alla nostra meditazione un brano di singolare bellezza, in cui l’evangelista Luca racconta l’incontro e, in particolare, il dialogo tra Maria ed Elisabetta. Dopo aver brevemente descritto il viaggio della Vergine senza dare, tuttavia, nessun accenno alle motivazioni che l’hanno spinta a partire, il racconto concentra la nostra attenzione sul momento in cui la ragazza di Nazaret saluta l’anziana moglie di Zaccaria. Il saluto di Maria è ricordato da Luca ben tre volte (vv. 40,41,44), perché è proprio allora che il gesto si dimostra ben più di un semplice atto di cortesia o di carità. Si tratta, in realtà, di una teofania, cioè di una manifestazione di Gesù attaverso Maria. Quello stesso Spirito che ha reso la Vergine madre del Figlio di Dio, ora rende Elisabetta capace di profezia. Le parole, infatti, che quest’ultima rivolge a Maria non sono un augurio o un’intuizione personale, come potrebbe sembrare, ma un’interpretazione autentica di quanto Dio sta compiendo in Maria. Non è Elisabetta che benedice Maria, ma è Dio stesso che, attraverso la Vergine, sta benedicendo il suo popolo, dandogli il Salvatore!

            La Madre, da parte sua, partecipa pienamente di questa benedizione per aver creduto che le promesse dell’Altissimo avrebbero raggiunto il loro compimento. E la dimostrazione autentica di tutto questo è il fatto che Maria fa della sua risposta ad Elisabetta un cantico di lode alla gratuità e alla fedeltà dell’azione benevola di Dio nei suoi confronti. Così la Vergine accoglie in pienezza l’invito alla gioia che l’angelo le aveva rivolto all’Annunciazione. Sì, di fronte a quanto Dio sta facendo, Maria si dimostra non indifferente, ma capace di esultare perché l’Altissimo ha scelto la sua bassezza ed insignificanza sociale (questa è l’umiltà di Maria, non innanzitutto una qualità morale) per capovolgere le logiche degli uomini e portare salvezza all’umanità. Dio non ha affatto bisogno della nostra lode: siamo noi che abbiamo bisogno di occhi per vedere la sua salvezza e per saperne gioire, sia a livello personale che comunitario, come vediamo nel Magnificat. Solo chi gioisce dell’azione salvifica di Dio dimostra di averne accolto davvero la grazia perché, come ricorda la liturgia, anche la nostra lode è un dono dell’amore di Dio (prefazio comune IV).

 

Questo sito utilizza i cookie per migliorare la tua esperienza sul sito. Continuando la navigazione autorizzi l'uso dei cookie.