Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

VI DOMENICA DI PASQUA (GV 14,23-29)

VI domenica di Pasqua Gv 14,23-29 - Arcidiocesi di Vercelli

IL CONTINUO VENIRE DEL RISORTO

           

            Le parole di Gesù nella pericope evangelica odierna si trovano nei cosiddetti “discorsi di addio” del vangelo di Giovanni e propongono due temi: l’amore per Gesù e la promessa dello Spirito.

            Il tema dell’amare Gesù e dell’osservanza dei suoi comandamenti è molto frequente nel vangelo di Giovanni. Il discepolo che ama Gesù osserverà la sua parola. E a questo discepolo Gesù fa una promessa non di poco conto: «noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui». E questa dimora sarà permanente. Quelli che amano e credono sperimentano la presenza dell’assente e possono guardare in avanti verso un ritorno definitivo quando Gesù e il Padre abiteranno con loro per sempre.

Più tardi, nel capitolo successivo, Gesù dirà: «Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore…» (15,9). Dimorare nell’amore di Gesù, sia nell’amore che Gesù ha per noi sia nell’amore che noi dobbiamo a lui, non indica certamente una permanenza romantica o mistica. L’invito di Gesù assume tutto il realismo e la concretezza della condizione essenziale che lo avvalora: l’osservanza dei suoi o del suo comandamento, che - come si sa – è l’amore scambievole posto in atto simbolicamente dal gesto di Gesù che lava i piedi dei discepoli.

Il secondo tema ricorda quali sono i compiti dello Spirito consolatore: «lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto». Ormai lo Spirito prende pienamente il posto e il ruolo di Gesù. La sua funzione è chiara: sarà egli il maestro dei discepoli, ma non in modo autonomo o come portatore di nuove rivelazioni, ma unicamente ricordando ai discepoli le parole di Gesù.

Il risorto dunque, sembra ricordarci il quarto evangelista, continuerà nel frattempo della storia a venire presso i suoi e nel cuore dei suoi. Sarà un venire assieme alla sua parola, al Padre e allo Spirito paraclito, cioè “chiamato accanto” a svolgere, nel caso, il compito di maestro interiore, di memore e di esegeta della parola del Signore.

Il maestro, infatti, si mostra piuttosto preoccupato per la tranquillità dei suoi discepoli, per la loro pace e la loro gioia. E la pace che egli dà è diversa da quella del mondo. È la “sua” pace. Pace come riconciliazione con Dio, con l’altro, con la natura e con la morte, riflesso amico del volto del Risorto al mondo che abitiamo.

 

V DOMENICA DI PASQUA (GV 13,31-35)

Tommaso Stenico - Umanesimo Cristiano - Riflessione su: OmeliaAmatevi come  io ho amao voi

 

AMARSI CON L’AMORE DI GESÙ

            Il vangelo di Giovanni non nomina mai espressamente l’amore del prossimo o del nemico, così caratteristico dell’insegnamento di Gesù. Ciò non accade per dimenticanza, perché l’attenzione dell’evangelista è rivolto essenzialmente alla vita della comunità e parla pertanto dell’amore reciproco. Nella pericope evangelica odierna troviamo infatti quella che, secondo il quarto vangelo, è la finalità dell’amore del prossimo: esso tende a diventare comunione, vuole rivolgersi a un prossimo che è diventato fratello.

            «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri». Perché Gesù definisce “nuovo” il comandamento che deve caratterizzare la vita dei suoi discepoli? Vi è senz’altro un riferimento all’alleanza di YHWH con Israele, che ora riceve il suo compimento definitivo. Ma è “nuovo” per la fonte (Egli stesso) grazie alla quale può essere attuato; “nuovo” per la radicalità e l’universalità con cui deve essere testimoniato; “nuovo” perché è il segno per eccellenza nel quotidiano della presenza di Dio agente nella povera e complessa storia umana.

            Fanno notare alcuni commentatori che la traduzione abituale, «come io ho amato voi, così amatevi anche voi», è troppo debole perché rende l’idea che Gesù sia semplicemente un modello da imitare; conviene invece tradurre «amatevi con l’amore con cui vi ho amato». È infatti Cristo stesso, il suo amore di Figlio che si rende presente nell’amore vicendevole dei discepoli: è il suo amore che passa in loro, quando amano i fratelli e ne sono riamati.

Uno dei frutti pasquali è dunque l’amore di Cristo che passa in mezzo a noi e attraverso di noi; anzi, proprio quest’amore è il segno della sua presenza permanente tra di noi. Ognuno di noi deve assumersi la propria responsabilità e individuare in ogni momento come poter far sì, nel concreto della sua vita, che il dinamismo dell’amore trasformi tutti i suoi atti.

Sant’Agostino dà un ottimo suggerimento: «Amate tutti gli uomini, anche i vostri nemici, non perché sono fratelli, ma perché lo diventino; e sempre siate accesi di amore fraterno, tanto verso il fratello già tale, quanto verso il nemico, affinché con l’amore diventi fratello» (Meditazioni sulla lettera dell’amore di San Giovanni, Città Nuova, Roma 81993, 247).

IV DOMENICA DI PASQUA (GV 10,27-30)

 

IV domenica di Pasqua - Gv 10,27-30 - Arcidiocesi di Vercelli

UNA COMUNIONE PROFONDA

Nei pochi e semplici versetti del vangelo odierno, l’immagine delle pecore del buon pastore, che “ascoltano” la sua voce e lo “seguono” per avere da lui la vita eterna e per non andare mai perdute, ci richiama alla mente diverse descrizioni dell’autentico credente. L’accenno alle pecore offre infatti a Gesù l’occasione per specificare, in modo simbolico, il rapporto che i credenti hanno con lui: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono» (v. 27).

Fra Gesù pastore e i suoi discepoli corre una profonda comunione: egli conosce i suoi discepoli come Dio conosce il suo popolo. I discepoli, da parte loro, ascoltano la sua voce, cioè non si limitano a eseguire le sue direttive, ma entrano in profonda sintonia con i valori che hanno ispirato la sua vita e che lo hanno portato a donarsi fino in fondo per loro. Si ricorderà come l’ascolto era una delle caratteristiche più importanti del rapporto tra Israele e il suo Dio (cf. Es 19,8; 24,7; Dt 6,4). Dall’ascolto deriva spontaneamente la sequela (cf. Dt 10,12), che consiste in una vita conforme a quella del Maestro. Gesù è infatti colui che le pecore seguono come loro legittimo e ben conosciuto pastore. Esse hanno dimestichezza con lui da lungo tempo, per cui lo riconoscono subito. Lo conoscono come coloro che sono “sua proprietà” ed hanno fiducia in colui che è venuto e che continuamente ritorna.

La conoscenza che Gesù ha delle sue pecore viene poi ulteriormente specificata: «Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano» (v. 28). L’espressione “dare la vita” indica l’amore che lo ha portato a morire sulla croce (cf. 15,13) e di riflesso la vita nuova che egli dà a chi crede in lui (cf. 6,47).

Questa mutua conoscenza di Gesù e dei discepoli si fonda sull’intimo rapporto di reciprocità fra Gesù e il Padre. Ciò significa che la comunione di Gesù con il Padre è il fondamento della comunione dei discepoli con Gesù, e Gesù è il buon pastore perché dà la vita per i suoi in conformità con il volere del Padre.

Vi è dunque una reciproca comunione di conoscenza e d’amore. «Dio ama ciascuno come fosse l’unico», dice sant’Agostino. Per questo Dio chiama ogni singolo individuo ad essere “figlio nel Figlio”, a entrare in quel giro singolarissimo di rapporti che intercorrono tra il Padre e il Figlio Unigenito in seno alla Trinità.

 

III DOMENICA DI PASQUA (LC 24,13-35)

Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecore'', Gesù non chiede un  riconoscimento ma di essere amato - il Dolomiti

LA PRESENZA DEL RISORTO

NELLA VITA QUOTIDIANA

           

In questi giorni in cui la liturgia ci fa ascoltare i racconti della risurrezione, possiamo notare come le apparizioni di Cristo avrebbero potuto essere apparizioni gloriose, impressionanti, come quelle della trasfigurazione: una luce abbagliante, una manifestazione di potenza divina… Invece notiamo come Cristo non si è manifestato in questo modo, bensì in una maniera mite e discreta. Nella pagina evangelica odierna Gesù si presenta come uno sconosciuto che sta passando in riva al lago, dando così ai suoi discepoli la consapevolezza della sua presenza continua nella loro vita. Così facendo, Gesù ha insegnato loro a riconoscerlo presente nella vita di tutti i giorni.

Egli saluta come un passante che si trova presso il lago, s’inserisce nell’esistenza dei discepoli in una maniera del tutto naturale, familiare: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Qualsiasi persona avrebbe potuto parlare così. Il suo intervento ha però un’efficacia inaspettata: gettarono la rete e «non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci». I cuori attenti possono riconoscere il Signore da questa generosità che lo manifesta. Il discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore». E tutti riconoscono che è lui. La sua presenza ha qualcosa di inafferrabile; essi non osano interrogarlo. Devono imparare a vivere nella fede.

Gesù si fa presente con gesti delicati: è stata preparata un po’ di brace con sopra del pesce e del pane. Gesù ha preparato la colazione, e questo cibo offerto dal Signore risorto richiama il dono che egli fa di se stesso. Vuole però che sia un pasto di vera comunione, di vero incontro. Perciò, come nell’episodio della moltiplicazione dei pani, chiede ai discepoli di portare anch’essi qualcosa: «Portate un po’ del pesce che avete preso ora». Questo pesce è un dono che lui ha fatto ad essi, ma ora è anche un dono che essi fanno a lui. Si realizza così la promessa dell’Apocalisse: «Se uno mi ascolta, cenerò con lui e lui con me».

L’Eucaristia è questo pasto di comunione che ha la sua origine nella passione e risurrezione di Gesù. È il dono che egli ci dà. Ma ogni giorno ci chiede, o meglio ci fa la grazia, di poter portare anche noi qualche cosa: ci chiede la nostra vita di tutti i giorni, perché ci vuole associare veramente al suo amore.

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