Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (GV 2,1-11)

 El agujero en la flauta: Giovanni 2, 1-11

L’INIZIO DEI SEGNI

           

            Con il termine “epifania” i cristiani, nel III secolo, non indicavano soltanto la manifestazione di Gesù ai magi, ma tutte le manifestazioni divine (miracoli, visioni, ecc.) di Gesù Cristo, e in particolare tre, come riporta il “Martirologio Romano”: «La triplice manifestazione del grande Dio e Signore nostro Gesù Cristo: a Betlemme, Gesù bambino fu adorato dai magi; nel Giordano, battezzato da Giovanni, fu unto dallo Spirito Santo e chiamato Figlio da Dio Padre; a Cana di Galilea, alla festa di nozze, mutando l’acqua in vino nuovo, manifestò la sua gloria».

            Il segno di Cana, che la liturgia ci propone all’inizio del tempo ordinario, è infatti un segno messianico, attraverso il quale Gesù manifesta direttamente la sua potenza e la sua bontà, suscitando la fede dei suoi discepoli, come rileva la conclusione del brano: «Così Gesù diede inizio ai segni in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria, e i suoi discepoli credettero in lui». È un segno che mostra in modo impressionante la generosità di Gesù, la sua bontà piena di comprensione per i desideri del cuore umano. È un miracolo un po’ particolare, perché non indispensabile, ma utile per continuare la festa.

            Che cosa avranno capito i discepoli di questo primo miracolo? Hanno capito che Gesù era il Messia scelto da Dio e che stava inaugurando i tempi messianici. Quest’abbondanza di vino, questa gioia umana delle nozze facevano parte dell’attesa dei tempi messianici. Nell’Antico Testamento, in molti passi profetici, Dio deve privare il suo popolo della gioia delle nozze e dell’abbondanza del vino, perché è stato infedele all’alleanza; per questo le nozze non si possono celebrare.

            La gloria che i discepoli vedono è la gloria divina che segna l’opera di Gesù Messia. Evidentemente l’abbondanza materiale è soltanto un aspetto di quei tempi, e così la gioia delle nozze umane. Il Messia deve anche far scomparire il male, assicurare il regno della giustizia e propagare la pietà, dare il vino della sapienza.

            Grazie al Messia, le nozze di Dio con il suo popolo possono realizzarsi. In questo senso, Cana è soltanto un inizio. “È l’inizio dei segni”, dice Giovanni. Un inizio promettente. Quelli che aspettano sinceramente la redenzione d’Israele possono riconoscere in Gesù il Messia e rallegrarsi delle nozze annunziate. «Il segno di Cana - scrive I. de la Potterie - diventa così come un modello, un simbolo di tutta la vita di Gesù. Più che il primo dei segni, esso è “l'archetipo”, nel quale è prefigurata e già contenuta tutta la serie successiva».

BATTESIMO DEL SIGNORE (LC 3,15-16.21-22)

Ricevuto il battesimo il cielo si aprì e discese lo Spirito Santo - il  Portico

LA MANIFESTAZIONE DEL SIGNORE AL GIORDANO

La festa del Battesimo del Signore, nella prima domenica dopo la solennità dell’Epifania,
chiude il tempo natalizio con la manifestazione del Signore al Giordano. Secondo il racconto dell’evangelista Luca presentato dalla liturgia odierna, il popolo era “in attesa”, ma non si dice quale fosse l’oggetto di questa attesa. Esso appare dal fatto che tutti si chiedevano in cuor loro se per caso proprio il Battista non fosse il Messia. Ma è Giovanni stesso a chiarire e rispondere: «viene uno che è più forte di me». Ora, l’aggettivo “forte” nell’Antico Testamento veniva applicato al re-Messia, “forte, potente come Dio” (Is 9,5), e costituiva uno degli attributi gloriosi del Creatore, sovrano dell’universo e della storia. Il battesimo, che questo personaggio annunziato da Giovanni compirà, è fondato su due elementi decisivi: lo Spirito Santo e il fuoco. Lo Spirito di Dio è il principio creatore e rigeneratore dell’intero essere; il fuoco è invece un simbolo divino: riscalda e incendia, dà vita e distrugge, è fonte di calore e di morte. Sono così annunciati il tempo della chiesa, il dono dello Spirito agli apostoli a Pentecoste e l’incorporazione dei credenti nella comunità di salvezza mediante il battesimo e l’imposizione delle mani. Ciò che Giovanni annuncia è Buona Notizia. Colui che viene porterà il dono più prezioso possibile, lo Spirito santo, la vita divina, e avrà una dignità divina. Il fatto che egli si faccia battezzare da Giovanni con acqua insieme al popolo può sorprendere e creare confusione. Ma Luca riferisce questo solo per inciso, come le circostanze che accompagnano l’evento principale, la triplice rivelazione: il cielo si apre, lo Spirito santo scende su Gesù, la voce dal cielo designa Gesù come il Figlio amato. L’apertura del cielo mostra che Gesù non è separato da Dio; lo Spirito santo, la vita e la forza di Dio, scende su di lui e con questa forza egli compirà la sua missione; per mezzo della voce dal cielo si manifesta in definitiva il rapporto di Gesù con Dio. Questa triplice rivelazione sottolinea come ora Dio e l’uomo stanno incontrandosi e il punto in cui avviene questo intreccio è proprio in Gesù. Se, infatti, il Battista aveva esaltato la messianicità, ora Dio definisce Gesù come suo Figlio “prediletto”, cioè unico. Il battesimo di Gesù è allora la sua solenne presentazione al mondo. In Gesù l’azione di Dio diventerà particolarmente chiara e visibile al suo popolo e a tutta l’umanità. È questo dunque un giorno di contemplazione e di adorazione del Cristo perché, come scriveva sant’Agostino, “in quel volto noi riusciamo a intravedere anche i nostri lineamenti, quelli del figlio adottivo che il nostro battesimo rivela”.

II DOMENICA DOPO NATALE (GV 1,1-18)

Il pensiero del giorno: Gv 1,1-18 - Alleanza CattolicaCHIAMATI A DIVENTARE FIGLI DI DIO

NELL’OTTICA DELLA FEDE

Nel tempo di Natale la liturgia torna sul famoso prologo di Giovanni. Il Figlio unigenito – ci ricorda il quarto evangelista - ha rivelato Dio. Nessuno ha mai visto Dio. Non è possibile vedere Dio e vivere, come ricorda l’esperienza di Mosè nel libro dell’Esodo. «Solo colui che viene da Dio ha visto il Padre» (Gv 6,46). Ciò suppone che l’uomo abbia il desiderio di vedere Dio, perché l’uomo ha bisogno di lui e di entrare in questa relazione di intimità con lui.

Il vedere Dio è mediato dal Figlio unigenito che è nel seno del Padre. Ha aperto una possibilità di vedere Dio. Lui è nel seno del Padre. Il Padre è un dinamismo di dono che si esprime nel dono al Figlio e il Figlio vive tutto ciò che riceve dal Padre in comunione e obbedienza a Lui. È uno scambio di vita. Nel Signore risorto, il mistero di Dio è svelato perché tra il Padre e il Figlio c’è uno scambio reciproco di amore. La vita intera di Gesù è rivelazione che porta a compimento la rivelazione del primo Testamento.

«Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi». La traduzione letterale dalla lingua antica sarebbe: “ha posto la sua tenda in mezzo a noi” (come anche leggiamo nella prima lettura); una espressione molto incisiva e significativa per l’ambiente ebraico ed il suo modo di vita del tempo. La Parola di Dio ha preso un’esistenza umana. La parola “carne” dice la debolezza della condizione dell’uomo, ma è questo ciò che sorprende della rivelazione di Gesù perché nella carne si rivela la Parola di Dio. L’uomo nella sua debolezza è come l’erba: è bello come il fiore del campo, ma è effimero, dura poco. Così è la carne. Secca il fiore, ma la Parola dura per sempre, è eterna. La Parola eterna si è fatta carne, debolezza. Bisognava che accadesse questo, perché solo la carne può essere la mediazione della nostra esperienza. Occorre che la Parola di Dio prenda una forma mondana, umana, perché possa essere vista, udita, contemplata. È un richiamo al tabernacolo, alla tenda che ha accompagnato Israele nel suo viaggio. È il tempio di Gerusalemme come tenda fissa. Il Primo Testamento è un’esperienza d’incarnazione della Parola di Dio. Adesso questa presenza di Dio si compie in una esperienza umana, concreta.

L’incarnazione ha per fine ultimo la possibilità di offrire all’uomo di divenire figlio di Dio. La figliazione che è propria di Gesù è sorgente, origine, di un’identità filiale per gli uomini, non semplicemente nella loro condizione mondana, ma nella loro condizione di credenti del Figlio di Dio. Siamo figli di Dio, ma in realtà siamo chiamati a diventarlo nell’ottica della fede, che trasfigura i pensieri e i desideri dell’uomo.

 

SANTA FAMIGLIA, GESÙ, MARIA E GIUSEPPE (Lc 2, 41-52)

13) Lc 2,41-52 – Lectio Divina a San Nicola

LA RADICE DELLA GIOIA

E’ ESSERE CON IL PADRE

Maria e Giuseppe salgono a Gerusalemme. Gerusalemme simboleggia il luogo dell’incontro con Dio, il luogo in cui il Signore si rivela, in cui il suo piano si manifesta. Significativo è il verbo salire che ci sollecita ad andare più in alto, a guardare la vita dall’alto, dall’alto di come la guarda Dio. Essi erano credenti fedeli e osservanti della Legge di Dio data a Mosè, dunque ogni anno facevano la salita, il pellegrinaggio alla città santa di Gerusalemme in occasione della festa di Pasqua, memoriale della liberazione del popolo d’Israele dalla schiavitù d’Egitto. Il pellegrinaggio era quindi una tradizione da custodire.

Quando Gesù, il figlio nato a Betlemme e ormai cresciuto con loro a Nazaret, compì dodici anni, i suoi genitori lo portarono a Gerusalemme affinché diventasse, attraverso un rito che si svolgeva al tempio, bar mitzwà, “figlio del comandamento”, cioè un uomo credente responsabile della sua identità davanti al Signore e in mezzo al suo popolo. Tuttavia nel viaggio di ritorno accade l’angoscia. Eppure erano stati benedetti. Questo vuole dire che l’essere saliti non mette al riparo da problemi, da ansie e da angosce.

Gesù non è un ragazzo che si è smarrito, ma un ragazzo che decide di essere altrove. «Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Gesù deve adempiere a quella radice profonda della sua vocazione. L’identità di Gesù è qui: essere con il Padre. Il Padre è il segreto vocazionale di Gesù, da qui deriva tutta la sua missione per gli uomini. Questo essere con il Padre è ciò che lo accompagna sempre, ovunque vada. È un modo di esistere, è l’identità di Gesù ed è la scelta vocazionale a cui noi siamo chiamati. Questo essere con il Padre è sicuramente radice della gioia e quindi determina in Gesù uno stato di gioia continua pur nelle difficoltà.

Proviamo a pensare alla nostra vita: come stiamo nelle cose del Padre, con il Battesimo siamo diventati Figli: come viviamo questa identità che vale anche per noi?

«Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore». Cosa custodiva Maria nel cuore? Da una parte l’angoscia di aver perso un figlio, dall’altra la gioia di averlo ritrovato pur sapendo che prima o poi li avrebbe lasciati. Allora ci immaginiamo Maria che rientrando a Nazareth con Gesù fa proprio il proposito di godere della presenza di questo figlio per quanto potrà, di non perder un attimo nello stargli vicino. Maria custodisce e gioisce.

 

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