Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

II DOMENICA DI PASQUA (GV 3,14-21)

 

LA GIOIA, DONO DEL CRISTO RISORTO

            In questa domenica, ottava di Pasqua, la liturgia ci consegna delle splendide letture. Di esse possiamo considerare due aspetti: l’incontro con Gesù risorto e la gioia come dono pasquale.

Innanzitutto l’incontro con Gesù risorto. Nel vangelo, dopo aver incontrato il Signore Risorto, i discepoli diranno a Tommaso che nel frattempo si era allontanato dal gruppo: «Abbiamo visto il Signore!». Questa espressione è diversa da quella che avevano adoperato i discepoli di Giovanni quando avevano incontrato per la prima volta Gesù. Essi avevano detto: «Abbiamo trovato il Messia!». Entrambe le espressioni rendono in modo efficace il senso del progressivo maturare dell'esperienza di fede, tema centrale di questa seconda domenica di Pasqua: “Abbiamo trovato”: indica la gioia della scoperta, l'intensità del primo incontro, l'attesa e l'aspettativa colmata da Colui che finalmente giunge: il Messia. Un inizio in cui la conoscenza dell’altro è l’irrompere della speranza, al di là di ogni aspettativa. “Abbiamo visto”: indica ora, nel dinamismo dell'amore, che l’esperienza di Cristo si fa più intensa, si percepisce cioè in profondità. Non è più attesa, ricerca, aspettativa, ma rivelazione piena, comunione profonda e definitiva, in cui si accoglie, come afferma l’apostolo Pietro nella seconda lettura, «un’eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce».

Mi piace, infine, sottolineare un altro aspetto che prendo dal vangelo e dalla seconda lettura. Nel vangelo, ai discepoli timorosi e tristi, Gesù si mostra vivo. L’evangelista Giovanni, a questo proposito, annota qual è la loro reazione: «i discepoli - dice - gioirono al vedere il Signore». Gesù risorto con la sua presenza fa loro dono di una gioia autentica, che nulla può minare. Anche Pietro, nella seconda lettura, parla dei cristiani che già ora sono ricolmi di una gioia che non esita a definire “indicibile e gloriosa”.

Cosa è dunque la gioia secondo il vangelo? La gioia, dono del Signore risorto, è una partecipazione alla sua stessa gioia. Non ci sono due gioie differenti, una per Dio e una per l’uomo. Si tratta sempre, in un caso come nell’altro, di una gioia che affonda le sue radici nell'amore. Questa gioia non sta nell'assenza della Croce, ma nel comprendere che il Crocifisso è risorto.

Tutti indistintamente abbiamo un grande desiderio di felicità. Se tutti amiamo la gioia è perché, in qualche modo misterioso, l’abbiamo conosciuta; se infatti non l’avessimo conosciuta - se non fossimo fatta per essa - non l’ameremmo.

Il Signore ci renda “nostalgici” della gioia. Essa non si descrive, si vive, come tutto ciò che è vero. Non si racconta, si regala. Nulla è più contagioso della gioia. Il possesso, il successo, il potere non possono darla. Essa nasce altrove; è, come abbiamo detto, dono di Cristo risorto.

Domenica di Pasqua

 
 
 
 Dal Sito
Vatican News

Lampada ai miei passi - Domenica di Pasqua (B)

 

PASQUA DI RISURREZIONE (Mc 16,1-7)

 Resurrection

 

 

MESSAGGERI DELLA RISURREZIONE

            Durante la solenne Veglia pasquale - la “madre di tutte le veglie” come diceva sant’Agostino - la liturgia ci propone quest’anno il racconto evangelico di Marco che narra delle donne che vanno al sepolcro di buon’ora, all’indomani del sabato, per compiere un ultimo atto di pietà verso il corpo di Gesù. Il secondo evangelista, nei suoi racconti, ama riportare in particolare le esperienze umane. Ciò che accade a Gesù nel mattino di Pasqua si manifesta infatti nelle reazioni delle donne che da vere discepole partecipano profondamente alla morte e risurrezione di Gesù. Il loro amore le rende presenti, vicine a Gesù e fa sperimentare loro le vicende della sorte di Gesù. Hanno assistito alla morte del crocifisso, hanno visto come il suo corpo fu deposto dalla croce e messo nel sepolcro. Sanno che Gesù è veramente morto ma anche questo fatto non toglie la loro comunione con lui. L’evangelista non parla di dolore, tristezza, delusione, disperazione o di emozioni simili. Descrive unicamente le loro azioni. E quanto fanno le presenta come persone profondamente toccate dalla morte di Gesù. Certo, esse – ricorda Marco – vivono soprattutto nel dubbio e nella paura. Si chiedono infatti: “Chi farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?” (v. 3); alla visione poi di un giovane, vestito di una veste bianca, si che “ebbero paura” (v. 5); infine fuggono via dal sepolcro “perché erano piene di spavento e di stupore e non dissero niente a nessuno, perché erano impaurite” (v. 8). Questo loro spavento e questa loro paura che le conducono alla fuga e al silenzio, sono le reazioni umane in cui si manifesta l’incontro con il potente intervento di Dio. Ma proprio a queste donne il messaggero celeste dà un nuovo incarico. Le rende messaggere della risurrezione di Gesù: “Andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto” (v. 7).

            Le donne che vanno al sepolcro la mattina di Pasqua rappresentano l’umanità che cerca il Signore, rappresentano noi che talvolta siamo attaccati all’immagine corporea del Signore, che abbiamo bisogno di toccare per credere. Il sepolcro vuoto ci dice che spesso cerchiamo il Signore ma non lo troviamo perché lo cerchiamo dove lui non c’è. Il Risorto infatti precede i discepoli in Galilea, nella regione dove aveva iniziato la sua missione. Gesù risorto è come se volesse far fare di nuovo ai discepoli il percorso di tutta la sua vita con loro. In fondo per comprendere chi è Gesù i discepoli e le donne dovranno ripensare a tutto quello che egli ha fatto e vissuto con loro, dall’inizio alla fine, e rileggerlo agli occhi della resurrezione. Solo allora si apriranno loro gli occhi e capiranno, e dalla paura passeranno all’annuncio.

Anche noi siamo invitati a rileggere tutte le vicende della nostra vita illuminati dalla luce della risurrezione, pienamente consapevoli che solo Dio può trasformare le nostre paure in gioia piena e renderci messaggeri della risurrezione. Buona Pasqua!

 

DOMENICA DELLE PALME (MC 14,1-15,47)

LA CROCE, RIVELAZIONE DELL’IDENTITÀ DI CRISTO

            Il racconto della passione secondo Marco, che la liturgia ci fa ascoltare nella domenica delle Palme all’inizio della Settimana Santa, ci presenta i fatti che hanno riguardato gli ultimi istanti della vita di Gesù in modo sconcertante. L’evangelista fa risaltare il paradosso della Croce di Cristo e, attraverso la narrazione, esprime la sua teologia, senza fare lunghi discorsi e senza troppi interventi personali nel corso del testo. Come nel suo stile, ama mettere il lettore soprattutto davanti allo shock delle immagini e dei fatti.

            Come è noto, tutto il vangelo di Marco è una rivelazione dell’identità di Gesù. A più riprese ritorna l’interrogativo: “Chi è dunque costui?” (1,27; 4,4; 6,14-16). Gesù manifesta una netta reticenza nell’affermare il suo titolo messianico, ed impone il silenzio al riguardo (1,34.44; 3,12; 5,43). La croce costituirà la tappa definitiva di questa rivelazione di Gesù. Davanti al Sinedrio Gesù viene interrogato dal Sommo Sacerdote che gli chiede se egli è “il Cristo, il Figlio del Benedetto”. La sua risposta è la seguente: “Io lo sono! E vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo” (14,62). Questa risposta lo trascinerà alla condanna a morte per bestemmia. Ora, il titolo “Figlio di Dio” e quello di “Figlio dell’uomo” sono esplicitamente legati non soltanto alla nozione di gloria, ma anche al tema del pericolo e della morte. La scena della crocifissione lo conferma. La professione di fede del centurione ai piedi della croce viene riportata in questi termini: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio” (15,39). È il primo uomo che crede e confessa: Gesù è il Figlio di Dio. E questo riconoscimento - non passi inosservato - viene fatto da un centurione dell’esercito romano, cioè da un pagano. Il centurione è l’uomo che ha capito. Secondo Marco egli è il vero credente e ogni vero discepolo di Gesù deve essere come lui: colui che – contemplando Gesù nella sua apparente debolezza, che muore per gli altri e non salva se stesso – proprio qui vede il Figlio di Dio.

      Un poeta ha immaginato questo racconto fatto dal centurione e così lo descrive: «Non ci fu mai morte come questa / e io ne ho perso il conto... / La sua battaglia non era con la morte. / La morte era sua serva, / non la sua padrona. / Non era un uomo sconfitto... / Sulla croce, la sua battaglia era qualcosa di molto più serio / che le lingue dei farisei. / No, la sua era un’altra battaglia... / Alla fine emise un alto grido di vittoria. / Tutti si chiedevano che fosse, / ma io ne so qualcosa di combattimenti e di combattenti. / Riconosco un grido di vittoria, / tra mille» (F. Topping, An impossible God).

 

Questo sito utilizza i cookie per migliorare la tua esperienza sul sito. Continuando la navigazione autorizzi l'uso dei cookie.