Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

PASQUA DI RISURREZIONE (Mc 16,1-7)

 Resurrection

 

 

MESSAGGERI DELLA RISURREZIONE

            Durante la solenne Veglia pasquale - la “madre di tutte le veglie” come diceva sant’Agostino - la liturgia ci propone quest’anno il racconto evangelico di Marco che narra delle donne che vanno al sepolcro di buon’ora, all’indomani del sabato, per compiere un ultimo atto di pietà verso il corpo di Gesù. Il secondo evangelista, nei suoi racconti, ama riportare in particolare le esperienze umane. Ciò che accade a Gesù nel mattino di Pasqua si manifesta infatti nelle reazioni delle donne che da vere discepole partecipano profondamente alla morte e risurrezione di Gesù. Il loro amore le rende presenti, vicine a Gesù e fa sperimentare loro le vicende della sorte di Gesù. Hanno assistito alla morte del crocifisso, hanno visto come il suo corpo fu deposto dalla croce e messo nel sepolcro. Sanno che Gesù è veramente morto ma anche questo fatto non toglie la loro comunione con lui. L’evangelista non parla di dolore, tristezza, delusione, disperazione o di emozioni simili. Descrive unicamente le loro azioni. E quanto fanno le presenta come persone profondamente toccate dalla morte di Gesù. Certo, esse – ricorda Marco – vivono soprattutto nel dubbio e nella paura. Si chiedono infatti: “Chi farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?” (v. 3); alla visione poi di un giovane, vestito di una veste bianca, si che “ebbero paura” (v. 5); infine fuggono via dal sepolcro “perché erano piene di spavento e di stupore e non dissero niente a nessuno, perché erano impaurite” (v. 8). Questo loro spavento e questa loro paura che le conducono alla fuga e al silenzio, sono le reazioni umane in cui si manifesta l’incontro con il potente intervento di Dio. Ma proprio a queste donne il messaggero celeste dà un nuovo incarico. Le rende messaggere della risurrezione di Gesù: “Andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto” (v. 7).

            Le donne che vanno al sepolcro la mattina di Pasqua rappresentano l’umanità che cerca il Signore, rappresentano noi che talvolta siamo attaccati all’immagine corporea del Signore, che abbiamo bisogno di toccare per credere. Il sepolcro vuoto ci dice che spesso cerchiamo il Signore ma non lo troviamo perché lo cerchiamo dove lui non c’è. Il Risorto infatti precede i discepoli in Galilea, nella regione dove aveva iniziato la sua missione. Gesù risorto è come se volesse far fare di nuovo ai discepoli il percorso di tutta la sua vita con loro. In fondo per comprendere chi è Gesù i discepoli e le donne dovranno ripensare a tutto quello che egli ha fatto e vissuto con loro, dall’inizio alla fine, e rileggerlo agli occhi della resurrezione. Solo allora si apriranno loro gli occhi e capiranno, e dalla paura passeranno all’annuncio.

Anche noi siamo invitati a rileggere tutte le vicende della nostra vita illuminati dalla luce della risurrezione, pienamente consapevoli che solo Dio può trasformare le nostre paure in gioia piena e renderci messaggeri della risurrezione. Buona Pasqua!

 

DOMENICA DELLE PALME (MC 14,1-15,47)

LA CROCE, RIVELAZIONE DELL’IDENTITÀ DI CRISTO

            Il racconto della passione secondo Marco, che la liturgia ci fa ascoltare nella domenica delle Palme all’inizio della Settimana Santa, ci presenta i fatti che hanno riguardato gli ultimi istanti della vita di Gesù in modo sconcertante. L’evangelista fa risaltare il paradosso della Croce di Cristo e, attraverso la narrazione, esprime la sua teologia, senza fare lunghi discorsi e senza troppi interventi personali nel corso del testo. Come nel suo stile, ama mettere il lettore soprattutto davanti allo shock delle immagini e dei fatti.

            Come è noto, tutto il vangelo di Marco è una rivelazione dell’identità di Gesù. A più riprese ritorna l’interrogativo: “Chi è dunque costui?” (1,27; 4,4; 6,14-16). Gesù manifesta una netta reticenza nell’affermare il suo titolo messianico, ed impone il silenzio al riguardo (1,34.44; 3,12; 5,43). La croce costituirà la tappa definitiva di questa rivelazione di Gesù. Davanti al Sinedrio Gesù viene interrogato dal Sommo Sacerdote che gli chiede se egli è “il Cristo, il Figlio del Benedetto”. La sua risposta è la seguente: “Io lo sono! E vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo” (14,62). Questa risposta lo trascinerà alla condanna a morte per bestemmia. Ora, il titolo “Figlio di Dio” e quello di “Figlio dell’uomo” sono esplicitamente legati non soltanto alla nozione di gloria, ma anche al tema del pericolo e della morte. La scena della crocifissione lo conferma. La professione di fede del centurione ai piedi della croce viene riportata in questi termini: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio” (15,39). È il primo uomo che crede e confessa: Gesù è il Figlio di Dio. E questo riconoscimento - non passi inosservato - viene fatto da un centurione dell’esercito romano, cioè da un pagano. Il centurione è l’uomo che ha capito. Secondo Marco egli è il vero credente e ogni vero discepolo di Gesù deve essere come lui: colui che – contemplando Gesù nella sua apparente debolezza, che muore per gli altri e non salva se stesso – proprio qui vede il Figlio di Dio.

      Un poeta ha immaginato questo racconto fatto dal centurione e così lo descrive: «Non ci fu mai morte come questa / e io ne ho perso il conto... / La sua battaglia non era con la morte. / La morte era sua serva, / non la sua padrona. / Non era un uomo sconfitto... / Sulla croce, la sua battaglia era qualcosa di molto più serio / che le lingue dei farisei. / No, la sua era un’altra battaglia... / Alla fine emise un alto grido di vittoria. / Tutti si chiedevano che fosse, / ma io ne so qualcosa di combattimenti e di combattenti. / Riconosco un grido di vittoria, / tra mille» (F. Topping, An impossible God).

 

V DOMENICA DI QUARESIMA (GV 12,20-33)

È VENUTA L’ORA

            Il vangelo di questa V domenica di Quaresima ci fa entrare più in profondità nel significato dell’“ora” che Gesù si appresta a vivere (“È venuta”). L’occasione viene dalla richiesta fatta da alcuni Greci giunti a Gerusalemme in occasione della Pasqua giudaica: “Vogliamo vedere Gesù”. Sono dei “timorati di Dio”, ellenisti simpatizzanti del giudaismo che, mossi da un desiderio fermo e profondo (“vogliamo”), si rivolgono a Filippo, l’unico discepolo, insieme ad Andrea, dal nome greco, per incontrare il loro Maestro. Si mostrano vere, così, le parole dei farisei: “Il mondo è andato dietro a lui!” (Gv 12,19). Se i Giudei si ostinano nel non comprendere Gesù, i Greci chiedono invece di vederlo, a dimostrazione della destinazione universale del Vangelo, incompatibile con ogni logica che tenda a restringerne la diffusione.

            L’“ora” di Gesù è segnata da un paradosso: da un lato la glorificazione (l’“innalzamento” del vangelo della scorsa domenica), dall’altro la caduta a terra e la morte. È la sorte del chicco di grano, che richiama l’immagine del seme, molto cara ai vangeli sinottici. Per l’evangelista Giovanni, il seme è Gesù stesso che proprio nel vivere fino in fondo la sua autodonazione per amore dell’uomo diventa pienamente rivelazione della gloria di Dio. Al frutto di questa morte Gesù associa quanti sono disposti a vivere la loro vita secondo una logica ben precisa: non quella della conservazione egoistica di sé, ma quella del dono gratuito di sé. È questa l’unica strada che ha l’uomo per godere fin d’ora della vita eterna, in grado di appagarlo pienamente sia qui che nell’aldilà. L’ora dell’esaltazione, però, non risparmia dalla sofferenza, dal turbamento profondo che anche Gesù sperimenta fino in fondo dinanzi alla sorte che lo attende: il Cristo glorioso è stato veramente uomo! Ma anche adesso è incrollabile in lui la certezza che il Padre, di cui ha sempre accettato la volontà, lo aiuterà a superare anche quest’ora.

            “Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,32). Tutta l’umanità sarà attratta dal Cristo che, sulla Croce, è già il Signore. Ma qual è la forza in grado di attrarre ogni uomo? È quella della bellezza del volto di Dio, che in Gesù crocifisso mostra tutta la profondità e la forza dell’amore, ma al contempo anche la sua scandalosa debolezza. Soltanto ciò che è vero non ha bisogno di imporsi per essere accolto. Queste le parole di un “Greco” più vicino ai nostri giorni: «Credo che nonostante la palese assurdità, la vita abbia nondimeno un senso. Ciò che la vita da me richiede voglio cercare di realizzarlo, anche se è cosa che va contro le mode e le leggi consuete. Questa fede non si può impartire per comando, né alcuno vi può costringere se stesso: è dato solo viverla» (Herman Hesse).

IV DOMENICA DI QUARESIMA (GV 3,14-21)

LA CROCE E LA GLORIA

            “Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna”. Inizia così la pagina evangelica della IV domenica di Quaresima, che narra un passaggio relativo all’incontro notturno di Gesù con Nicodemo. Ora, quando Giovanni scrive il suo vangelo, la morte di Gesù non è più vista come un dramma ed una sconfitta; essa, infatti, è considerata soprattutto come “elevazione”: è sollevamento da terra per sedere sul legno della croce (crocifissione), ma è anche elevazione alla gloria (glorificazione) e ritorno al Padre.

      In tal senso la croce non ha più l’aspetto di umiliazione e di sconfitta, ma diventa segno della sovranità regale di Gesù, il trono dal quale domina con la potenza del suo amore e del suo perdono. È quanto annunciava la profezia di Isaia sul Servo sofferente: “costui sarà innalzato e pienamente glorificato”; con la differenza che quest’ultimo viene innalzato e glorificato dopo la morte (Is 52,13), mentre per Giovanni il Gesù crocifisso è il Gesù glorificato.

      Per la mentalità umana e giudaica, svincolare la “croce” dal giudizio di maledizione e di impotenza è impossibile con le proprie forze, sia per un grande maestro quale Nicodemo, come pure per un semplice credente giudaico ed anche cristiano. Gesù cerca di introdurre Nicodemo e noi in questo grande mistero mediante una prefigurazione presente nell’Antico Testamento e ben conosciuta anche nella fede popolare: il popolo ebraico nel deserto doveva alzare lo sguardo verso il serpente di bronzo sollevato da terra, per essere liberato dalla morte (cf. Nm 21,4-9), così con l’inizio del tempo finale bisognerà alzare lo sguardo verso l’Ucciso per venire liberati dalla morte ed entrare nella pienezza della vita.

      Gesù dice che “bisogna” che il Figlio dell’uomo sia innalzato. Questo “bisogna” esprime il piano di amore del Padre che dona il suo Figlio totalmente e senza riserve fino ad accettare la sua morte, negativa risposta umana all’amore infinito di Dio e del Figlio. La sapienza di Dio passa attraverso la povertà, l’umiliazione e l’umiltà; accetta le sofferenze, il ripudio e l’uccisione; e proprio così vince il male fatto dalla sapienza dell’uomo, che ricerca l’avere, il potere e l’apparire, provocando la morte propria e altrui.

In genere nella croce noi vediamo soltanto la sofferenza, l’umiliazione, la morte, ma difficilmente sappiamo vedervi il segno e la prova suprema dell’amore immenso del Signore per noi e, di conseguenza, la via attraverso la quale soltanto si può giungere alla glorificazione, alla salvezza, alla vita eterna. Scrive Madre Teresa: «Guarda la Croce: vi vedrai la testa di Cristo inclinata per baciarti, le sue braccia distese per abbracciarti, il suo Cuore aperto per racchiuderti nel suo amore. Sapendo che la Croce di Cristo rappresenta il suo più grande amore per te e per me, accettiamola in tutto ciò che egli desidera mandarci… Ricorda, poi, che la Passione di Cristo si conclude sempre con la gioia della risurrezione: quando perciò provi nel tuo cuore le sofferenze di Cristo, ricorda che deve venire la risurrezione, deve albeggiare la gioia della Pasqua. Non devi mai permettere a nessuna cosa di colmarti così di dolore da farti dimenticare la gioia del Cristo Risorto».

 

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