Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - B (MC 1,29-39)

IL MEDICO MISERICORDIOSO

 

            La pericope di questa domenica ci presenta una giornata tipo di Gesù. L’evangelista racconta che egli ha compassione dei malati e li guarisce. Ciò accade la prima volta per una donna ammalata, a casa, nell’ambito di una famiglia. La suocera di Pietro è ciò che di più quotidiano e di più comune si possa pensare, così come niente è più comune della febbre. La febbre – a pensarci bene – rappresenta semplicemente la normalità di ogni persona umana. Gesù che ha dimostrato di possedere una forza così efficace nei confronti dello spirito immondo, a fortiori potrà prendere per mano la suocera di Pietro e restituirle la salute, perché con gioia possa esprimere il suo servizio, il suo modo di essere all’interno della casa. È un gesto spontaneo, molto semplice e quotidiano, che ci rende un’immagine di Gesù squisitamente delicata nella sua semplicità. L’evangelista rimarrà sempre coerente con questo tratto descrittivo, preoccupandosi di far emergere soprattutto la dimensione umana di Gesù.

            Marco sottolinea inoltre che Gesù impediva ai demoni di parlare, perché la testimonianza deve venire dal cuore e dalla fede, non da chi non crede. Infine egli ci mostra un Gesù che all’intensa attività di annunzio e di guarigione unisce un tempo di silenzio e di preghiera: “Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava”. Quello che Gesù compie è un gesto di grande libertà: la gente lo cerca, lo vuole trattenere, vuole che sia suo possesso esclusivo, e lui, invece, cerca la solitudine, mostrando che egli non porta a termine un’opera sua, ma quella di Dio.

            Di fronte ai suoi discepoli che si mettono sulle sue tracce, egli manifesta il desiderio di andare negli altri villaggi vicini e chiarisce: “Per questo sono venuto”. Queste sue parole possono essere di grande consolazione anche per noi, perché, quando ci troviamo ad affrontare tentazioni, malintesi, umiliazioni, amarezze, anche noi possiamo dire: “per questo sono venuto”; qui mi trovo perché “con la mia sofferenza partecipo alla sofferenza di Cristo, per il suo corpo che è la Chiesa”, come dice san Paolo (cf. Col, 24).

IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - B (MC 1,21-28)

UN INSEGNAMENTO NUOVO E AUTOREVOLE

 

            Dopo aver riferito la chiamata dei primi quattro discepoli, l’evangelista Marco presenta una serie di brani ambientati a Cafarnao, l’unica città che dopo Gerusalemme è menzionata più volte nei vangeli. Gesù ne fece “la sua città”, vi scelse Pietro e gli altri apostoli, vi ha compiuto numerosi miracoli e, così come racconta il quarto vangelo, ha pronunciato nella sinagoga il discorso sul pane di vita.

            In giorno di sabato Gesù insegna nella sinagoga. L’evangelista per il momento non ci mette al corrente dei contenuti del suo insegnamento, ma evidenzia gli effetti e le impressioni della sua istruzione attraverso l’esperienza degli ascoltatori: “erano stupiti dal suo insegnamento”; “insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi”. La folla avverte che si tratta di un modo nuovo di insegnare, improntato all’autorevolezza, diverso da quello degli altri. È anzitutto un insegnamento che colpisce e scuote gli animi e per questo non è assimilabile agli altri schemi conosciuti. La gente giustamente si chiede con timore: “che è mai questo?: un insegnamento nuovo?”. Nuovo non nel senso di non mai detto prima o di non mai sentito altrove, ma nel senso qualitativo: la dottrina nuova insegnata da Gesù consiste nell’annunzio dell’imminente venuta del regno di Dio. E i segni di questa novità sono subito evidenti con l’eliminazione effettiva di ogni potere che si oppone a Dio. Dio – ricorda Gesù attraverso la liberazione dell’indemoniato – è più forte del male che domina il mondo. Con una sola parola egli vince la potenza dei demoni; libera gli uomini dalla schiavitù, restituendo loro la libera disponibilità di se stessi. È questo uno dei modi in cui Gesù mostra la vicinanza del regno di Dio nella sua potenza liberatrice e amica dell’uomo. Non soltanto la parola potente, ma anche il gesto potente è proprio dell’operare di Gesù.

            In merito a questo episodio, si domanda san Girolamo: «Perché, mi chiedo, insegnava qualcosa di nuovo, diceva cose mai udite? Egli diceva con la sua bocca le stesse cose che aveva già detto per bocca dei profeti. Ecco, per questo si stupivano, perché esponeva la sua dottrina con autorità, e non come gli scribi. Non parlava come un maestro ma come il Signore: non parlava per l’autorità di qualcuno più grande di lui, ma parlava con la sua propria autorità. Insomma egli parlava e diceva oggi quello che già aveva detto per mezzo dei profeti. “Io che parlavo, ecco, sono qui” (Is 52,6)» (Comment. in Marc., 2).

III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - B (MC 1,14-20)

UNO SGUARDO CHE TOCCA IL CUORE

 

            “Dopo che Giovanni fu arrestato…”. Inizia così il brano del vangelo di Marco di questa terza domenica del tempo ordinario. Sembra un versetto molto ovvio, ma in realtà non lo è perché ci pone di fronte ad un’esperienza molto drammatica. Giovanni, come sappiamo, è quell’uomo che ha compiuto un cammino verso la terra attraversando il deserto senza avere la gioia di entrare nella terra promessa. Era portatore di speranza, che però viene messo nelle condizioni di non poter più parlare. Ciononostante Dio non si lascia frenare, attinge ancora una volta alle viscere della sua infinita misericordia e manda un altro che è più forte. “Gesù - dice infatti il testo - andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio”. È un vangelo che si espande in modo molto concreto e che interessa gli indemoniati, i lebbrosi, gli ignoranti sino ai confini della terra. Questa bella notizia è che ormai “il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino”, intendendo che la fase di cui il vangelo qui parla è già stata inaugurata e che ora è nella pienezza e che il regno si è avvicinato, è giunto cioè alla portata di tutti. Di qui l’invito a “cambiar mente” e a “stare saldi nel vangelo”, a mettere cioè le proprie radici, stabili, nella bella notizia, quella bella notizia che è Gesù stesso.

     Occorre tener presente tutto questo quando, nell’ultima parte, incontriamo il racconto della vocazione dei primi quattro discepoli. Ci renderemo conto che le parole del vangelo non sono soltanto un invito diretto agli apostoli, ma a tutti noi. L’evangelista ce li pone davanti come modelli di riferimento, perché tutti possiamo accogliere la parola di Gesù, accettando di cambiare mentalità e fidandoci del vangelo di Dio. Mentre erano intenti nel loro lavoro, Gesù vede quegli uomini immersi nella loro storia e li penetra in profondità con il suo sguardo. Non occorrono parole. Basta questo lampo di luce e Simone e Andrea si sentono toccati nel cuore. Disse loro: “Venite dietro a me”; quasi a dire: la risposta a tutti i vostri interrogativi, i vostri desideri, la vita che voi cercate affannosamente l’avete a portata di mano se venite dietro a me. La risposta è immediata. Anche qui non occorrono parole. Le scelte determinanti di una vita sono avvolte dall’abbraccio stupito del silenzio: “e subito lasciarono le reti e lo seguirono”.

     Questi apostoli, così come Giacomo e Giovanni, sono dunque il modello per eccellenza di chi mette da parte tutti i ragionamenti umani e si àncora unicamente alla parola di Cristo. Lasciano le loro sicurezze economiche e i loro affetti e si fidano della parola. Dove andranno? Non lo sanno per ora, ma impareranno che seguire Gesù significherà di fatto seguirlo fino a Gerusalemme. «E noi constatiamo, in effetti – commenta Origene - che la “voce” degli apostoli di Gesù è giunta a tutta la terra, e le loro parole ai confini del mondo (Sal 18,5; Rm 10,18). Ecco perché sono ripieni di potenza coloro che ascoltano la parola di Dio annunciata con potenza, e la manifestano con la loro disposizione d’anima, con la loro condotta e la loro lotta fino alla morte per la verità (cf. Sir 4,28)» (Contra Cels., 1, 62).

II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - B (GV 1,35-42)

“ERA L’ORA DECIMA”: L’ISTANTE DECISIVO DI UNA VITA

 

         “Che cosa cercate?. Sono le prime parole che Gesù pronuncia nel vangelo di Giovanni. Le rivolge ai due discepoli del Battista che, fissando lo sguardo su di lui, lo avevano seguito. Sono parole semplici e cordiali, ma dirette e incisive. Gesù interroga non per informarsi, ma per provocare la risposta e per indurre a prendere coscienza della propria ricerca. Alla domanda di Gesù essi rispondono con un’altra domanda: “Rabbì – maestro – dove dimori?”, segno che non vogliono semplicemente sapere qualche cosa, ma desiderano “stare con lui”. Potremmo riscrivere la domanda in questi termini: “Dove dobbiamo andare per essere là dove tu sei, per non vederti soltanto di passaggio, per poterci fermare presso di te?”. L’incontro con Gesù non ci conduce infatti all’accettazione di un messaggio a noi estraneo, imposto da fuori e sopra, ma corrisponde alle intenzioni più intime del nostro cuore.

         Il maestro risponde con un imperativo e una promessa (al futuro): “Venite e vedrete”. Si tratta di un invito a camminare oltre. Venire e vedere sono i verbi tipici della fede in Giovanni. Il primo indica espressamente la sequela; il secondo allude a qualcosa di più del vedere in senso materiale: esso indica un incontro, un coinvolgimento personale, che caratterizza il conseguimento della salvezza. Il luogo della sua dimora lo si impara a conoscere soltanto attraverso la sequela e la prolungata consuetudine del rapporto con lui.

         “Andarono… videro… rimasero con lui”. Vanno per vedere; vedono e, avendo visto, rimangono. Rimangono con lui non solamente quel giorno, ma in constante comunione con lui. È un fatto particolarmente importante, giacché viene menzionata anche l’ora dell’incontro: “era l’ora decima” (le quattro del pomeriggio). Nel quarto vangelo, momenti importanti della vita di Gesù sono ricordati ora per ora. Per i due discepoli, quest’ora significava l’istante decisivo della loro vita.

         La vocazione è un dono di Dio, ma richiede nel chiamato una disponibilità, un interesse, che lo porta a interagire con colui che lo chiama. Per questo S. Anselmo amava pregare così: «Ti supplico, Signore Dio mio, insegna al mio cuore dove e come cercarti, dove e come possa trovarti. Signore, se tu non sei qui, dove andrò a cercarti? Se poi sei dappertutto, perché non ti vedo qui presente? Tu certo abiti una luce impenetrabile: come potrò accostarmi ad essa? Voglio trovarti, e non conosco la tua casa. Aspiro a cercarti, e ignoro la tua fisionomia. Signore, tu sei il mio Dio, tu sei il mio Signore, e io non ti ho mai visto. Tu mi hai creato e ricreato; mi hai colmato dei tuoi beni, e io ancora non ti conosco. Mi hai creato perché possa vederti, e ancora non ho fatto ciò per cui ho ricevuto la vita» (Proslogion, 1).

Questo sito utilizza i cookie per migliorare la tua esperienza sul sito. Continuando la navigazione autorizzi l'uso dei cookie.