Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

III DOMENICA DI PASQUA (LC 24,35-48)

I SEGNI DELLA FEDE

 

            Prima dell’ascensione di Gesù al cielo (24,50-53), Luca racconta un’apparizione “ufficiale” di Gesù agli Undici, in stretta connessione con l’episodio precedente dei discepoli di Emmaus. «Gesù in persona - scrive - stette in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”». Di fronte al dubbio e all’incredulità dei suoi discepoli egli saluta, domanda e rimprovera, mostra le sue mani e i suoi piedi e infine siede a mensa con loro. Se nell’episodio di Emmaus l’evangelista aveva presentato Gesù sotto forma di un viandante qualsiasi, che non si fa riconoscere, qui evidenzia l’altro aspetto: Gesù non è un fantasma, ma una persona reale: “Sono proprio io!”.

            Viene rilevata l’oggettiva difficoltà di descrivere in modo credibile la presenza verificabile di Gesù risorto, ma allo stesso tempo l’evangelista con questa scena ricorda ai suoi lettori il modo in cui il maestro sarà presente d’ora in poi nella comunità.

            Si noti che Luca non dice che i discepoli si precipitano a toccarlo. Tutt’altro. Descrive i discepoli impietriti nella loro incredulità, ma la loro è una strana incredulità. È l’incredulità propria di chi è messo di fronte a una cosa troppo desiderata, troppo voluta, troppo bella per essere creduta. È lo stesso sentimento che aveva sperimentato Pietro di fronte al sepolcro vuoto, dove aveva trovato soltanto delle bende ed era rimasto senza parole. La risposta allo stupore che genera silenzio è il segno della convivialità: “mangiò davanti a loro”. Luca insegna così alla comunità che, da qui in avanti, la presenza di Gesù in mezzo a loro si farà sentire in occasione di questi pasti familiari, nei quali essi spezzano il pane come Gesù aveva insegnato, leggono le Scritture che parlano di lui e ricordano le sue parole. C’è infatti una circolarità nei due approcci che conducono al riconoscimento dell’identità di Gesù di Nazaret: si riconosce la sua identità quando i nostri occhi lo vedono come colui che spezza il pane; ma si riconosce l’identità di Gesù anche quando ci si lascia ammaestrare dalle Scritture e si scopre che proprio di lui parlavano la Legge, i Profeti e i Salmi.

            “E aprì loro la mente alla comprensione delle Scritture”. Questo è l’obiettivo che il credente deve raggiungere nel suo itinerario di fede. Perciò, dicevano i padri antichi, “finché leggendo le Scritture non riesci a capire che esse parlano di Gesù e si compiono in Gesù, ancora non hai compreso le Scritture”. E d’altra parte gli stessi padri aggiungono: “se vuoi conoscere il mistero che si nasconde in Gesù di Nazaret, lasciati illuminare dalle Scritture”.

 

II DOMENICA DI PASQUA (GV 3,14-21)

 

LA GIOIA, DONO DEL CRISTO RISORTO

            In questa domenica, ottava di Pasqua, la liturgia ci consegna delle splendide letture. Di esse possiamo considerare due aspetti: l’incontro con Gesù risorto e la gioia come dono pasquale.

Innanzitutto l’incontro con Gesù risorto. Nel vangelo, dopo aver incontrato il Signore Risorto, i discepoli diranno a Tommaso che nel frattempo si era allontanato dal gruppo: «Abbiamo visto il Signore!». Questa espressione è diversa da quella che avevano adoperato i discepoli di Giovanni quando avevano incontrato per la prima volta Gesù. Essi avevano detto: «Abbiamo trovato il Messia!». Entrambe le espressioni rendono in modo efficace il senso del progressivo maturare dell'esperienza di fede, tema centrale di questa seconda domenica di Pasqua: “Abbiamo trovato”: indica la gioia della scoperta, l'intensità del primo incontro, l'attesa e l'aspettativa colmata da Colui che finalmente giunge: il Messia. Un inizio in cui la conoscenza dell’altro è l’irrompere della speranza, al di là di ogni aspettativa. “Abbiamo visto”: indica ora, nel dinamismo dell'amore, che l’esperienza di Cristo si fa più intensa, si percepisce cioè in profondità. Non è più attesa, ricerca, aspettativa, ma rivelazione piena, comunione profonda e definitiva, in cui si accoglie, come afferma l’apostolo Pietro nella seconda lettura, «un’eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce».

Mi piace, infine, sottolineare un altro aspetto che prendo dal vangelo e dalla seconda lettura. Nel vangelo, ai discepoli timorosi e tristi, Gesù si mostra vivo. L’evangelista Giovanni, a questo proposito, annota qual è la loro reazione: «i discepoli - dice - gioirono al vedere il Signore». Gesù risorto con la sua presenza fa loro dono di una gioia autentica, che nulla può minare. Anche Pietro, nella seconda lettura, parla dei cristiani che già ora sono ricolmi di una gioia che non esita a definire “indicibile e gloriosa”.

Cosa è dunque la gioia secondo il vangelo? La gioia, dono del Signore risorto, è una partecipazione alla sua stessa gioia. Non ci sono due gioie differenti, una per Dio e una per l’uomo. Si tratta sempre, in un caso come nell’altro, di una gioia che affonda le sue radici nell'amore. Questa gioia non sta nell'assenza della Croce, ma nel comprendere che il Crocifisso è risorto.

Tutti indistintamente abbiamo un grande desiderio di felicità. Se tutti amiamo la gioia è perché, in qualche modo misterioso, l’abbiamo conosciuta; se infatti non l’avessimo conosciuta - se non fossimo fatta per essa - non l’ameremmo.

Il Signore ci renda “nostalgici” della gioia. Essa non si descrive, si vive, come tutto ciò che è vero. Non si racconta, si regala. Nulla è più contagioso della gioia. Il possesso, il successo, il potere non possono darla. Essa nasce altrove; è, come abbiamo detto, dono di Cristo risorto.

Domenica di Pasqua

 
 
 
 Dal Sito
Vatican News

Lampada ai miei passi - Domenica di Pasqua (B)

 

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