Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

BATTESIMO DEL SIGNORE - B (Mc 1,7-11)

 

DAL BATTESIMO SCATURISCE LA MISSIONE DEL FIGLIO

Giovanni Battista ha battezzato con acqua; il suo battesimo è annuncio e preparazione del Battesimo con lo Spirito Santo che sarà compiuto da Gesù. Tra questi due battesimi sta il Battesimo di Gesù da parte di Giovanni; è battesimo con l’acqua, amministrato nel Giordano; ma è seguito dal dono dello Spirito che pone Gesù in una condizione nuova e unica.

La festa di oggi vuole raccogliere la nostra attenzione su questo evento che fa in qualche modo da spartiacque portando a compimento la purificazione dell’AT e inaugurandone una nuova.

Si noti l’interesse di Marco: egli ricorda che Gesù di Nazaret venne dalla Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni, ma si sofferma soprattutto su quello che avvenne dopo il Battesimo, mentre Gesù saliva dall’acqua. Si compie qui un evento complesso fatto di un segno visibile – «lo Spirito che scende come colomba» (Mc 1,10) – e di una parola che interpreta quel segno. Era accaduto così anche nelle vocazioni dei profeti (Isaia, Geremia, Ezechiele) e possiamo perciò leggere il Vangelo di oggi come l’affidamento di una missione.

I cieli aperti indicano evidentemente l’instaurarsi di una comunicazione fra il mondo di Dio e quello degli uomini. Seguono un fatto e una parola: il fatto è la discesa dello Spirito, la parola è la proclamazione di Gesù come il Figlio. I due elementi hanno lo stesso significato: Gesù è Figlio di Dio perché è ripieno di Spirito Santo e il dono dello Spirito Santo lo equipaggia per la missione di Figlio. Quale sia la missione affidata a Gesù è specificato nel contesto. Giovanni lo presenta come “più forte” di lui. Già il battesimo di Giovanni si colloca nella linea della conversione e del perdono dei peccati; ma sarà il Battesimo di Gesù a operare la piena liberazione e trasformazione dell’uomo mediante il dono dello Spirito.

Se dal Battesimo di Gesù scaturisce la missione del Figlio di Dio nel mondo, dal Battesimo del cristiano scaturisce la missione dei figli di Dio che, animati dalla fede, cercano insieme di praticare la legge dell’amore come legge autentica di libertà.

II DOMENICA DOPO NATALE - B (GV 1,1-18) 3 GENNAIO 2021

DIO HA DETTO IL SUO AMORE ALL’UOMO UNA VOLTA PER SEMPRE

Gesù di Nazaret ha preteso di poter rivelare all’uomo il volto misterioso di Dio, quel volto che Mosé aveva invano desiderato di contemplare e nel quale gli angeli stessi temono di dirigere lo sguardo. Pretesa immensa, che suona paradossale. Pretesa così grande che per accoglierla, la Chiesa ha riconosciuto in Gesù il Figlio stesso di Dio, secondo le parole del vangelo di Giovanni: «In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio… E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità» (Gv 1,1.14).

Nasce un bambino e mi fa sperare nel nuovo; ma subito mi si presenta l’immagine parallela del vecchio nel quale la novità è ormai consunta. Anche qui la vita sembra pareggiare con la morte, come la luce s’alterna con le tenebre. Mi aggrappo allora al maestro: il suo insegnamento sull’amore presenta una forza che lo rende sempre valido e vigoroso. Ma anche questo non mi quieta: da duemila anni quelle parole forti risuonano agli orecchi dell’uomo, ma il suo cuore sembra rimasto arido. A che serve un insegnamento stupendo se noi siamo alunni ottusi? Il mondo è rimasto quello di prima, chiuso nel suo egoismo becero e incapace di spiccare un volo liberante.

Proviamo allora a salire l’ultimo gradino: Gesù di Nazaret, Figlio di Dio nel quale Dio stesso si rivela. «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16).

Solo qui solo troviamo la novità assoluta. Perché se Gesù Cristo è il Figlio di Dio, allora Dio ha detto il suo amore all’uomo una volta per sempre; allora c’è un fondamento solido (l’amore di Dio per l’uomo) su cui l’uomo può costruire la sua vita; allora c’è una speranza che nemmeno la morte è in grado di cancellare; allora l’amore rimane vittorioso, sia che io riesca a viverlo pienamente, sia che debba ammettere vergognosamente i miei fallimenti. Se in Gesù Cristo Dio si è fatto vicino, allora Natale è davvero una buona notizia, l’unica notizia che non diventa vecchia col passare del tempo.

 

SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE - B

LA FIDUCIA NELLA VITA, NONOSTANTE LE FATICHE

Mettere al mondo un figlio è una scelta che comporta necessariamente delle rinunce e dei rischi: rinunce perché un figlio è esigente e chiede tempo, energie, affetto, denaro; la sua presenza rivoluziona i progetti e i ritmi di vita quotidiana; e non sono poche le esperienze cui si deve rinunciare per essere a disposizione del figlio. Poi i rischi: nessuno ha un controllo preciso del futuro; che cosa diventerà il figlio? Quando decidono di mettere al mondo un figlio, i genitori non sanno nulla di questo, devono fare un atto di fede. È un vero e proprio atto di fede nella vita; è come se dicessero: “Non sappiamo che cosa questa nascita comporterà per noi; e non sappiamo che cosa la vita riserverà per nostro figlio. Ma abbiamo fiducia nella vita. Accogliamo con gioia e riconoscenza la nostra vita; la consideriamo degna di essere vissuta nonostante tutte le tribolazioni e fatiche. Per questo accettiamo volentieri di dare la vita: siamo convinti che nostro figlio non ci maledirà per questo ma benedirà con noi il Signore della vita”.

La fede nella vita, quando diventa piena, senza condizioni, trova la sua giustificazione in un Dio che ha creato e conserva il mondo con amore; e viceversa la fede in Dio, quando è sincera ed efficace, conduce a dire un “sì” cordiale alla vita.

L’inizio e la fine del Vangelo (Lc 2,22.39) non hanno nulla di straordinario. Maria e Giuseppe compiono ciò che la Legge comanda riguardo a un figlio primogenito: lo consacrano a Dio e riconoscono in questo modo che non loro, ma Dio è il Signore. Il bambino è nato non per fare la loro volontà, ma quella di Dio. Quando leggiamo: «Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era sopra di lui» (Lc 2,40) possiamo ben immaginare lo sguardo di benevolenza e il senso di fierezza con cui i genitori debbono aver seguito la crescita di Gesù. Non è così per tutti i genitori?

Eppure, la gioia della vita che nasce porta con sé anche il germe della sofferenza. Di quel bambino un profeta ha detto cose grandi; lo ha salutato come “salvezza di Dio”, “luce dei pagani”, e “gloria d’Israele” (Is 40,5); ma sono state annunciate anche delle contraddizioni e delle sofferenze: «Egli e qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele (…) e anche a te una spada trafiggerà l’anima» (Lc 2,34.35). In nessuno il mistero della vita e della morte trova compimento come in Gesù. Forse proprio guardando a Lui si può guardare la vita così com’è senza dover censurare gli elementi negativi. Non è cancellando mentalmente il male o la morte che si garantisce la fede nella vita, ma guardando in faccia la realtà con tutti i suoi aspetti negativi. E guardando, nello stesso tempo, alla potenza di Dio che «è capace di far risorgere i morti» (Eb 11,19).

MARIA, MODELLO DEL DISCEPOLO E DEL CREDENTE - IV DOMENICA DI AVVENTO - B (LC 1,26-38)

Nell’ultima domenica di Avvento, la liturgia ci propone il brano evangelico dell’annunciazione, letto e forse meditato innumerevoli volte, tanto conosciuto che il suo significato appare chissà scontato o comunque chiaramente comprensibile, pur nel suo mistero affascinante.

            L’evangelista accompagna il suo lettore all’origine, sollevando arditamente un velo sull’intimità di Maria, la madre di Gesù, per condurlo nel segreto sconcertante di una Parola che viene incontro all’uomo per farsi carne. Maria, protagonista di questo episodio, è presentata nel vangelo come modello del discepolo e del credente, proprio in virtù della sua relazione con la Parola divina. Ella è il prototipo dell’uomo credente, di colui che con una fede attiva e consapevole si mette alla sequela di Cristo.

            La Parola che irrompe nella vita di Maria prende la forma di un singolare saluto: “Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te” (v. 28). Più che di un semplice apostrofe, si tratta di un vero e proprio invito alla gioia, modellato sulle esortazioni rivolte a Sion: “Gioisci, figlia di Sion, a te viene il tuo re…” (Zc 9,9); o ancora: “Giubila, figlia di Sion, rallegrati, Israele, gioisci ed esulta di tutto cuore, figlia di Gerusalemme […] re di Israele è il Signore in mezzo a te” (Sof 3,14-17); si può entrare nella gioia in virtù di una promessa che si sta compiendo.

            L’appellativo usato dal messaggero divino (“piena di grazia”) suona per Maria come un nome nuovo, attraverso il quale l’angelo rivela alla vergine la sua condizione, la sua identità di donna colmata dalla benevolenza divina all’opera in lei. A Maria, svelata a se stessa dalla Parola che le viene incontro, viene donata la consapevolezza di un’identità in relazione: all’appellativo che la descrive come spazio privilegiato della manifestazione della grazia, l’angelo aggiunge: “il Signore è con te”, un saluto che indica un’elezione finalizzata ad una particolare missione, per la quale si promette assistenza e sostegno.

            Questo è ciò che compie la Parola di Dio in Maria e nella vita di ogni credente: entrando in una storia, comincia a sollevare il velo sul volto del suo interlocutore svelandolo a se stesso, rivelandogli un’identità plasmata dall’azione divina. È una parola creatrice. Scrive infatti Sant’Agostino riguardo a questo episodio: «Egli scelse la madre che aveva creato; creò la madre che aveva scelto» (cf. Sermo 69, 3, 4).

Questo sito utilizza i cookie per migliorare la tua esperienza sul sito. Continuando la navigazione autorizzi l'uso dei cookie.