Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

V DOMENICA DI PASQUA (GV 15,1-8)

Buona novella

 

“SENZA DI ME NON POTETE FAR NULLA”

            Il passo evangelico della quinta domenica di Pasqua, il cui contesto è il grande discorso di addio che Gesù rivolge ai discepoli durante l’ultima cena, ci presenta un altro simbolo giovanneo molto noto: quello della vite. La vite suggerisce il concetto di unione vitale. Come in una pianta vivente la stessa vita, che scorre nel tronco, si diffonde anche nei rami e si traduce in frutto, così anche nell’unione tra Cristo e i discepoli.

            Per ben sette volte, quasi come un ritornello, nel brano ricorre il verbo “rimanere” insieme con la preposizione “in”: “Rimanete in me e io in voi…”, “Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto…”, “Chi non rimane in me viene gettato via…”. Il senso, come si può ben immaginare, equivale ad “aderire fedelmente”. “Rimanere in Gesù” esige cioè da parte del discepolo una fedeltà che domina lo scorrere del tempo, e lo sguardo si porta al di là, verso il frutto da produrre, di cui l’unione con il Figlio è la condizione. “Rimanere” diventa così un appello per ogni discepolo di Gesù.

            Mi piace a questo proposito sottolineare la seguente formula: “Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me”. Sembra che l’immagine vegetale venga forzata: non si sono mai visti infatti tralci liberi di rimanere o no nella vite; tuttavia in questo modo si fa evidente la necessità per i discepoli di restare in Gesù, per poter portare frutto. I tralci sono nella vite, esistono solo per la vite che li porta. Allo stesso modo il discepolo è trasfigurato dall’interno: il suo nuovo essere è quello del Figlio. D’altra parte, poiché l’amore richiede l’esistenza di due, non c’è mai fusione né confusione tra Dio e uomo. Così la rivelazione sulla vite implica, in secondo luogo, un’esigenza radicale: divenuto, grazie alla Parola, tralcio dell’unica vite, il discepolo rimane tale solo per la sua fedeltà, sempre rinnovata. Dipendente da un Altro, la sua vita nuova esige da lui un consenso personale, mai compiuto una volta per tutte.

            Il v. 5 sfocia poi in una frase lapidaria: “Senza di me non potete far nulla”, che ricorda il v. 3 del Prologo: “Fuori di lui nulla fu”. Essa deve essere compresa non come se negasse all’uomo ogni capacità, ma secondo la prospettiva del frutto, che regge il contesto. Se i credenti sono esortati a rimanere in Cristo, non è solo per metterli in guardia contro l’infedeltà che li insidia e per ricordare loro la condizione sine qua non per il frutto: è anche per manifestare sino a che punto è reale la loro appartenenza, la loro identificazione con Gesù; senza di essi Gesù non potrebbe essere concretamente presente alle “altre pecore” che bisogna condurre a lui, a coloro che si interrogano sul senso dell’esistenza umana o che disperano della sincerità dell’amore.

            “Rimanete in me”. Scrive Elisabetta della Trinità: «È il Verbo di Dio che dà quest’ordine, che esprime questa volontà. Dimorate in me non per qualche istante, qualche ora che deve passare, ma “dimorate” in modo permanente, abituale. Dimorate in me, pregate in me, adorate in me, amate in me, soffrite in me, lavorate e agite in me. Dimorate in me per essere presenti ad ogni persona e ad ogni cosa».

IV DOMENICA DI PASQUA (GV 10,11-18)

Gv 10,11-18) Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. | manuroma86  IO E UN PO' DI BRICIOLE DI VANGELO

IL PASTORE CHE DA LA VITA PER IL GREGGE

            La quarta domenica di Pasqua è generalmente conosciuta come la domenica del “buon pastore”, a motivo del testo liturgico che presenta il famoso discorso di Gesù, nel quale egli approfondisce il tema del pastore e del gregge, mettendo soprattutto in luce, in contrasto con quanti prima di lui hanno avuto a che fare con le pecore, le prerogative che gli competono in quanto pastore. L’immagine ha una lunga tradizione nel mondo dell’antico vicino oriente e soprattutto in quello veterotestamentario (si pensi al Pastore escatologico di Ez 34).

            Da che cosa si determina l’autenticità del pastore? Dalla disponibilità a dare la vita. Colui che non è pastore utilizza le pecore per affermare se stesso. Il buon pastore, invece, - cioè il pastore “generoso”, “ideale”, “genuino” - si mette completamente a disposizione delle pecore, perché “depone la vita per le sue pecore”. Si noti come tale espressione, pur con qualche variante, viene ripetuta per ben quattro volte nel brano (vv. 11.15.17.18). Il verbo “(de)porre” è usato nel senso di offrire in modo consapevole e libero. Esso richiama il gesto compiuto da Gesù nell’ultima cena quando ha deposto la sua veste e poi, dopo aver lavato i piedi ai discepoli, l’ha ripresa (cf. 13,4.12). Con questo parallelismo l’evangelista intende richiamare il fatto, esplicitato nei versetti successivi, che, dopo aver dato la propria vita, l’ha poi ripresa nella risurrezione.

            Al buon pastore si contrappone il mercenario, il quale, svolgendo il suo compito solo per ottenere un salario, di fronte al pericolo fugge e abbandona le pecore. La differenza sta tutta qui: il mercenario pensa solo ai propri interessi, il buon pastore è preoccupato solo della vita delle pecore. Proprio perché le pecore avvertono il battito del cuore del buon pastore, esse vivono della sua conoscenza. Ciò apre gli occhi e il cuore: è l’evento del dare la vita per le pecore ad aprirci all’autentica conoscenza di Gesù e in Gesù al suo rapporto con il Padre.

            In questa conoscenza poi ci si accorge che tutti gli steccati, i confini che noi possiamo porre, crollano quasi da se stessi, perché il cuore del Figlio è un cuore che travalica tutti i nostri limiti. Gesù dice infatti: “E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore”. Se ci si pensa bene, è il comandamento dell’amore, l’amore universale, vissuto nella pienezza della libertà.

            Nel commento al nostro brano, s. Agostino, presentandosi al popolo con i suoi presbiteri, diceva così: “Pascimus vobis (siamo pastori per voi) et pascimur vobiscum (siamo nutriti con voi); det utinam Dominus eam amandi vim ut pro vobis aut effectu mori possimus aut affectu (il Signore ci dia la forza di amarvi a tal punto da poter morire per voi, o effettivamente o affettivamente)” (cit. in PdV 25).

 

III DOMENICA DI PASQUA (LC 24,35-48)

III Domenica di Pasqua - Anno B (Lc 24, 35-48)

I SEGNI DELLA FEDE

            Prima dell’ascensione di Gesù al cielo (24,50-53), Luca racconta un’apparizione “ufficiale” di Gesù agli Undici, in stretta connessione con l’episodio precedente dei discepoli di Emmaus. «Gesù in persona - scrive - stette in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”». Di fronte al dubbio e all’incredulità dei suoi discepoli egli saluta, domanda e rimprovera, mostra le sue mani e i suoi piedi e infine siede a mensa con loro. Se nell’episodio di Emmaus l’evangelista aveva presentato Gesù sotto forma di un viandante qualsiasi, che non si fa riconoscere, qui evidenzia l’altro aspetto: Gesù non è un fantasma, ma una persona reale: “Sono proprio io!”.

            Viene rilevata l’oggettiva difficoltà di descrivere in modo credibile la presenza verificabile di Gesù risorto, ma allo stesso tempo l’evangelista con questa scena ricorda ai suoi lettori il modo in cui il maestro sarà presente d’ora in poi nella comunità.

            Si noti che Luca non dice che i discepoli si precipitano a toccarlo. Tutt’altro. Descrive i discepoli impietriti nella loro incredulità, ma la loro è una strana incredulità. È l’incredulità propria di chi è messo di fronte a una cosa troppo desiderata, troppo voluta, troppo bella per essere creduta. È lo stesso sentimento che aveva sperimentato Pietro di fronte al sepolcro vuoto, dove aveva trovato soltanto delle bende ed era rimasto senza parole. La risposta allo stupore che genera silenzio è il segno della convivialità: “mangiò davanti a loro”. Luca insegna così alla comunità che, da qui in avanti, la presenza di Gesù in mezzo a loro si farà sentire in occasione di questi pasti familiari, nei quali essi spezzano il pane come Gesù aveva insegnato, leggono le Scritture che parlano di lui e ricordano le sue parole. C’è infatti una circolarità nei due approcci che conducono al riconoscimento dell’identità di Gesù di Nazaret: si riconosce la sua identità quando i nostri occhi lo vedono come colui che spezza il pane; ma si riconosce l’identità di Gesù anche quando ci si lascia ammaestrare dalle Scritture e si scopre che proprio di lui parlavano la Legge, i Profeti e i Salmi.

            “E aprì loro la mente alla comprensione delle Scritture”. Questo è l’obiettivo che il credente deve raggiungere nel suo itinerario di fede. Perciò, dicevano i padri antichi, finché leggendo le Scritture non riesci a capire che esse parlano di Gesù e si compiono in Gesù, ancora non hai compreso le Scritture. E d’altra parte gli stessi padri aggiungono: se vuoi conoscere il mistero che si nasconde in Gesù di Nazaret, lasciati illuminare dalle Scritture.

II DOMENICA DI PASQUA (GV 20,19-31)

II domenica di Pasqua 2021: La pace e la gioia del Risorto – Caritas  Veritatis

LA GIOIA E LA FEDE, DONI DEL RISORTO

         Nel vangelo, ai discepoli timorosi e tristi, Gesù si mostra vivo. L’evangelista Giovanni, a questo proposito, annota qual è la loro reazione: «i discepoli - dice - gioirono al vedere il Signore». Gesù risorto con la sua presenza fa loro dono di una gioia autentica, che nulla può minare. Anche Pietro, nella seconda lettura, parla dei cristiani che già ora sono ricolmi di una gioia che non esita a definire “indicibile e gloriosa”.

            Cosa è dunque la gioia secondo il vangelo? La gioia, dono del Signore risorto, è una partecipazione alla sua stessa gioia. Non ci sono due gioie differenti, una per Dio e una per l’uomo. Si tratta sempre, in un caso come nell’altro, di una gioia che affonda le sue radici nell’amore. Questa gioia non sta nell’assenza della Croce, ma nel comprendere che il Crocifisso è risorto.

            A Tommaso, che nel frattempo si era allontanato dal gruppo, i discepoli che hanno incontrato il Risorto diranno: «Abbiamo visto il Signore!». Questa espressione - fa notare il card. Martini- è diversa da quella che avevano adoperato i discepoli di Giovanni quando avevano incontrato per la prima volta Gesù. Essi avevano detto: «Abbiamo trovato il Messia!». Entrambe le espressioni rendono in modo efficace il senso del progressivo maturare dell’esperienza di fede, tema centrale di questa seconda domenica di Pasqua: “Abbiamo trovato”: indica la gioia della scoperta, l’intensità del primo incontro, l’attesa e l’aspettativa colmata da Colui che finalmente giunge: il Messia. Un inizio in cui la conoscenza dell’altro è l’irrompere della speranza, al di là di ogni aspettativa. “Abbiamo visto”: indica ora, nel dinamismo dell’amore, che l’esperienza Cristo si fa più intensa, si percepisce cioè in profondità. Non è più attesa, ricerca, aspettativa, ma rivelazione piena, comunione profonda e definitiva, in cui si accoglie, come afferma l’apostolo Pietro nella seconda lettura, «un’eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce».

            Possa ciascuno di noi farsi interprete di questa esperienza dell’incontro con Gesù risorto durante questo tempo pasquale.

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