Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

X Domenica del Tempo Ordinario

Le Letture e i canti di domenica 9 giugno 2024 – X Domenica del Tempo  Ordinario (Anno B) - Le Famiglie della Visitazione

Una lettura attenta e approfondita brano evangelico, l’unico in tutto il vangelo di Marco in cui si parla della Madre di Gesù, fa intuire che qui si dice qualcosa di essenziale non solo per quanto riguarda il mistero di Cristo bensì anche per quanto riguarda il mistero della madre. A tal scopo l'evangelista sembra in primo luogo voler porre chiaramente un principio – il primato dell'obbedienza a Dio attraverso l’accoglienza di Cristo - che vale per tutti, anche per la madre.

Il vangelo di Marco, letto come un cammino catecumenale alla ricerca dell’identità profonda di Gesù, sottolinea la necessità di decidere se “stare con lui” (3,14) o contro di lui. Se da un lato vediamo una comunità radunarsi attorno a lui, dall’altro l’evangelista sottolinea una distanza, una crescita di incomprensione dei più tra i quali vengono posti anche i suoi parenti.

Costoro giungono da Nazaret a Cafarnao perché vogliono incontrare Gesù. Il motivo non è detto ma possiamo intuire che forse si tratta di una richiesta di prudenza, di ripensamento vista la piega che stanno prendendo gli avvenimenti, oppure del desiderio di ricevere un ruolo emergente all’interno del gruppo dei suoi seguaci nel caso egli avesse successo.

A differenza della folla che è in casa “seduta” attorno a Gesù, i suoi parenti non entrano, se ne stanno “fuori” (un avverbio ripetuto due volte) mandandolo a chiamare. Si tratta di un tocco magistrale con il quale l’evangelista non intende semplicemente esprimere una situazione spaziale, ma esistenziale. In tal senso i parenti sono realmente “fuori” dalla cerchia dei discepoli, addirittura pretendono che sia Gesù ad “uscire” verso di loro, a venir “fuori” per rientrare nell’orbita del clan.

Ma Gesù appartiene totalmente al Regno e alla sua missione e in base a ciò egli non acconsente ad alcuna pretesa nei suoi confronti da parte di nessuno. È pienamente libero. Se questa comunità “seduta attorno a Lui”, icona della Chiesa, è la nuova famiglia che Gesù ormai riconosce come sua di fronte a quella che “fuori” lo cerca sulla base di legami di sangue, con la sua risposta provoca i suoi familiari ad una scelta nei suoi confronti. Li provoca ad un oltre che sia disposto ad accogliere una realtà che va al di là e più in profondità della stessa parentela.

Anche a loro è rivolto il vangelo che Gesù proclama a tutti: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». E a tale domanda, Gesù per primo risponde con un semplice gesto: «girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno». Con tale sguardo egli rileva tutta la dignità e la distinzione della nuova famiglia da quella segnata solo dai legami di sangue: con quello sguardo Gesù si identifica in certo qual modo con coloro che sono seduti ai suoi piedi per ascoltare la sua parola.

Questa contrapposizione serve a mettere in risalto la caratteristica della "nuova" parentela non certo per disprezzare la prima. La condizione per far parte della nuova famiglia di Gesù di Nazaret è chiara: «Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre».

Corpus Domini

Gesù dona a noi la sua vita

La solennità del Corpus Domini ci dà la possibilità di riflettere ulteriormente sull’istituzione dell’Eucaristia, mistero della nuova alleanza, tesoro inesauribile, per il quale non possiamo che provare uno stupore sempre crescente.

            Di questa alleanza, nei racconti dell’Ultima Cena, viene spesso sottolineata la dimensione orizzontale di dono ai fratelli. Ma c’è una dimensione verticale che, seppur meno evidente, è essenziale e condiziona quella orizzontale. Essa si manifesta nella preghiera di ringraziamento che Gesù pronuncia due volte, prima sul pane e poi sul calice. Scrive infatti l’evangelista: «Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro… Poi prese un calice e rese grazie». Si tratta di una preghiera di estrema importanza. Durante la sua vita, Gesù spesso ha assunto spontaneamente l’atteggiamento filiale di amore riconoscente, cioè l’atteggiamento che più corrisponde alla sua condizione di Figlio. I vangeli ci riferiscono in effetti diversi casi in cui egli ha ringraziato pubblicamente il Padre, anche in situazioni che appaiono particolarmente insolite, dove noi non penseremmo affatto di rendere grazie a Dio. Si pensi per esempio alla situazione di mancanza che precede la moltiplicazione dei pani, alla situazione di delusione quando Gesù si accorge che la sua predicazione viene criticata e respinta dalle autorità o alla situazione di lutto quando muore il suo amico Lazzaro. In tutti questi casi Gesù si rivolge al Padre e non fa altro che ringraziare.

            Nell’Ultima Cena Gesù sa benissimo che quel pasto non sarà un pasto come gli altri; sa che quel pane e quel vino non resteranno un pane e un vino ordinari, cioè cibo e bevanda materiali. Mentre rende grazie, è consapevole di quello che farà subito dopo e vede che il Padre gli offre la possibilità di un dono incomparabilmente più grande, più sostanzioso, più generoso: il dono di se stesso, per comunicare agli uomini la vita divina. Un aspetto dunque importante dell’Eucaristia è quello di essere un dono del Padre. Nello stesso tempo questo ringraziamento anticipato costituisce una rivelazione eccezionale della vita interiore di Gesù, della sua unione filiale con il Padre, della sua fiducia più assoluta in lui. Tutto ciò che Gesù sta per affrontare diventa allora un sacrificio di comunione e di ringraziamento.

V DOMENICA DI PASQUA (GV 15,1-8)

Buona novella

 

“SENZA DI ME NON POTETE FAR NULLA”

            Il passo evangelico della quinta domenica di Pasqua, il cui contesto è il grande discorso di addio che Gesù rivolge ai discepoli durante l’ultima cena, ci presenta un altro simbolo giovanneo molto noto: quello della vite. La vite suggerisce il concetto di unione vitale. Come in una pianta vivente la stessa vita, che scorre nel tronco, si diffonde anche nei rami e si traduce in frutto, così anche nell’unione tra Cristo e i discepoli.

            Per ben sette volte, quasi come un ritornello, nel brano ricorre il verbo “rimanere” insieme con la preposizione “in”: “Rimanete in me e io in voi…”, “Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto…”, “Chi non rimane in me viene gettato via…”. Il senso, come si può ben immaginare, equivale ad “aderire fedelmente”. “Rimanere in Gesù” esige cioè da parte del discepolo una fedeltà che domina lo scorrere del tempo, e lo sguardo si porta al di là, verso il frutto da produrre, di cui l’unione con il Figlio è la condizione. “Rimanere” diventa così un appello per ogni discepolo di Gesù.

            Mi piace a questo proposito sottolineare la seguente formula: “Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me”. Sembra che l’immagine vegetale venga forzata: non si sono mai visti infatti tralci liberi di rimanere o no nella vite; tuttavia in questo modo si fa evidente la necessità per i discepoli di restare in Gesù, per poter portare frutto. I tralci sono nella vite, esistono solo per la vite che li porta. Allo stesso modo il discepolo è trasfigurato dall’interno: il suo nuovo essere è quello del Figlio. D’altra parte, poiché l’amore richiede l’esistenza di due, non c’è mai fusione né confusione tra Dio e uomo. Così la rivelazione sulla vite implica, in secondo luogo, un’esigenza radicale: divenuto, grazie alla Parola, tralcio dell’unica vite, il discepolo rimane tale solo per la sua fedeltà, sempre rinnovata. Dipendente da un Altro, la sua vita nuova esige da lui un consenso personale, mai compiuto una volta per tutte.

            Il v. 5 sfocia poi in una frase lapidaria: “Senza di me non potete far nulla”, che ricorda il v. 3 del Prologo: “Fuori di lui nulla fu”. Essa deve essere compresa non come se negasse all’uomo ogni capacità, ma secondo la prospettiva del frutto, che regge il contesto. Se i credenti sono esortati a rimanere in Cristo, non è solo per metterli in guardia contro l’infedeltà che li insidia e per ricordare loro la condizione sine qua non per il frutto: è anche per manifestare sino a che punto è reale la loro appartenenza, la loro identificazione con Gesù; senza di essi Gesù non potrebbe essere concretamente presente alle “altre pecore” che bisogna condurre a lui, a coloro che si interrogano sul senso dell’esistenza umana o che disperano della sincerità dell’amore.

            “Rimanete in me”. Scrive Elisabetta della Trinità: «È il Verbo di Dio che dà quest’ordine, che esprime questa volontà. Dimorate in me non per qualche istante, qualche ora che deve passare, ma “dimorate” in modo permanente, abituale. Dimorate in me, pregate in me, adorate in me, amate in me, soffrite in me, lavorate e agite in me. Dimorate in me per essere presenti ad ogni persona e ad ogni cosa».

IV DOMENICA DI PASQUA (GV 10,11-18)

Gv 10,11-18) Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. | manuroma86  IO E UN PO' DI BRICIOLE DI VANGELO

IL PASTORE CHE DA LA VITA PER IL GREGGE

            La quarta domenica di Pasqua è generalmente conosciuta come la domenica del “buon pastore”, a motivo del testo liturgico che presenta il famoso discorso di Gesù, nel quale egli approfondisce il tema del pastore e del gregge, mettendo soprattutto in luce, in contrasto con quanti prima di lui hanno avuto a che fare con le pecore, le prerogative che gli competono in quanto pastore. L’immagine ha una lunga tradizione nel mondo dell’antico vicino oriente e soprattutto in quello veterotestamentario (si pensi al Pastore escatologico di Ez 34).

            Da che cosa si determina l’autenticità del pastore? Dalla disponibilità a dare la vita. Colui che non è pastore utilizza le pecore per affermare se stesso. Il buon pastore, invece, - cioè il pastore “generoso”, “ideale”, “genuino” - si mette completamente a disposizione delle pecore, perché “depone la vita per le sue pecore”. Si noti come tale espressione, pur con qualche variante, viene ripetuta per ben quattro volte nel brano (vv. 11.15.17.18). Il verbo “(de)porre” è usato nel senso di offrire in modo consapevole e libero. Esso richiama il gesto compiuto da Gesù nell’ultima cena quando ha deposto la sua veste e poi, dopo aver lavato i piedi ai discepoli, l’ha ripresa (cf. 13,4.12). Con questo parallelismo l’evangelista intende richiamare il fatto, esplicitato nei versetti successivi, che, dopo aver dato la propria vita, l’ha poi ripresa nella risurrezione.

            Al buon pastore si contrappone il mercenario, il quale, svolgendo il suo compito solo per ottenere un salario, di fronte al pericolo fugge e abbandona le pecore. La differenza sta tutta qui: il mercenario pensa solo ai propri interessi, il buon pastore è preoccupato solo della vita delle pecore. Proprio perché le pecore avvertono il battito del cuore del buon pastore, esse vivono della sua conoscenza. Ciò apre gli occhi e il cuore: è l’evento del dare la vita per le pecore ad aprirci all’autentica conoscenza di Gesù e in Gesù al suo rapporto con il Padre.

            In questa conoscenza poi ci si accorge che tutti gli steccati, i confini che noi possiamo porre, crollano quasi da se stessi, perché il cuore del Figlio è un cuore che travalica tutti i nostri limiti. Gesù dice infatti: “E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore”. Se ci si pensa bene, è il comandamento dell’amore, l’amore universale, vissuto nella pienezza della libertà.

            Nel commento al nostro brano, s. Agostino, presentandosi al popolo con i suoi presbiteri, diceva così: “Pascimus vobis (siamo pastori per voi) et pascimur vobiscum (siamo nutriti con voi); det utinam Dominus eam amandi vim ut pro vobis aut effectu mori possimus aut affectu (il Signore ci dia la forza di amarvi a tal punto da poter morire per voi, o effettivamente o affettivamente)” (cit. in PdV 25).

 

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