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La Parola di Dio a cura di don Gianni

V DOMENICA DEL TEMPO DI PASQUA - Da Famiglia Cristiana

logo famiglia cristiana28 aprile - V Domenica di Pasqua | Commento al Vangelo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Allenarsi nell’amore

Come io ho amato voi,
così amatevi anche voi gli uni gli altri
Giovanni 
13,34

In queste ultime domeniche del tempo pasquale la liturgia propone i discorsi dell’Ultima cena del Vangelo secondo Giovanni. In particolare la pagina odierna presenta il grande comandamento nuovo di Gesù: «Amatevi come io ho amato voi». Il quarto evangelista, il discepolo che Gesù amava – testimone oculare dei fatti della vita, della morte e della risurrezione di Gesù – era presente a fianco di Gesù in quella sera al cenacolo, quando Gesù con il suo testamento d’amore lasciò le consegne principali ai suoi discepoli: Giovanni le custodì nel cuore e le trasmise a molte altre persone.

Se Gesù sente il bisogno di raccomandare l’amore vicendevole, una ragione potrebbe essere quedescente sta: l’amore è sempre difficile da realizzare, anche là dove si pensa di trovare le condizioni più favorevoli. Gesù parla di comandamento. Ma si può ordinare dall’esterno l’amore? E perché poi dice che è “nuovo” questo comandamento? Anche nel Primo Testamento c’era e in tutte le culture è presente l’idea dell’amore, della benevolenza, dell’affetto: tutti portano in cuore questo desiderio di volere bene e di essere amati. Perché Gesù dice allora che è nuovo?

Per Gesù non si tratta però di ubbidire a un comando (se l’amore diventa dovere, non è più amore), ma di accogliere un dono. La sorgente dell’amore è il Padre. Chi ama non ubbidisce perciò a un precetto morale, ma entra in un’esperienza che si potrebbe chiamare mistica, perché è come se partecipasse alla vita stessa di Dio. Nel discorso di Gesù c’è una parola incan«Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri». Questo “come” è fondamentale.

La novità dunque sta nella persona di Gesù: lui è l’unico capace di amare veramente! E lui regala a noi questa capacità: è il suo testamento d’amore, ci lascia in eredità qualche cosa di grandioso! Non bisogna dimenticare che Gesù trasmette il suo insegnamento dopo che, con un gesto meravigliosamente eloquente, ha lavato i piedi ai suoi discepoli. Amare – vuol far capire Gesù – vuol dire servire.

Noi purtroppo abbiamo dimenticato che l’amore non si fonda sulla logica del diritto, ma sulle movenze interiori della tenerezza e della pietà, che non pretendono nulla se non la pura gioia di donare. Dobbiamo dunque allenarci nell’amore, praticando la generosità, la disponibilità, il servizio, l’accoglienza, dicendo no al nostro egoismo per andare incontro all’altro.

L’amore è questo: è un “fare vivere” che nasce da una decisione profonda del cuore e coinvolge tutti i comportamenti positivi: da quelli più elementari come quel poco di lavoro che possiamo fare e che contribuisce alla vita della società, a quei gesti di affetto in cui doniamo l’attenzione, la premura ed eventualmente anche il cammino della propria esistenza intera, legato al benessere, alla vita e alla gioia degli altri. Questo è il comandamento nuovo che il Signore ci ha dato e che diventa il segno della nostra identità cristiana.

IV DOMENICA DEL TEMPO DI PASQUA - da Famiglia Cristiana

 

Siamo nelle mani buone del bel pastore

Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono Giovanni 10,27

La quarta domenica di Pasqua è la festa del Buon Pastore e la pagina del Vangelo di Giovanni ci offre l’ultima parte del discorso di Gesù che presenta sé stesso come il pastore esemplare che dà la vita per i suoi discepoli. «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono». Si parla di voce e di ascolto, e quindi si viene a celebrare indirettamente l’importanza del silenzio. Senza silenzio non ci può essere ascolto. Ascoltare non significa infatti semplicemente udire, ma avere quell’interiore attenzione che è propria di colui che vuole aprirsi all’altro.

In una società come la nostra dove ciascuno è aggredito dalla invadenza della chiacchiera e sommerso dal flusso ininterrotto delle immagini pubblicitarie e dal rumore dei social, rimane poco spazio per il silenzio e per l’ascolto in solitudine. Va detto inoltre che il silenzio, se necessario per ascoltare la parola, è ancora più indispensabile per percepire la voce che è sempre prima della parola. La voce è infatti il timbro, la vibrazione, la tonalità della parola.

La voce di cui parla il Vangelo comunica il battito del cuore di Gesù. Come è possibile ascoltarla se si è immersi in un mondo di rumore che obbliga a vivere nella dimensione dell’esteriorità, assenti cioè a sé stessi e agli altri? Gesù dice poi che egli conosce le sue pecore. Il verbo “conoscere” nel linguaggio biblico esprime un rapporto di intimità e condivisione. La bellezza del Pastore sta nell’amore con cui consegna sé stesso alla morte per ciascuna delle sue pecore e stabilisce con ognuna di esse una relazione diretta e personale di intensissimo amore. Questo significa che l’esperienza della sua bellezza si fa lasciandosi amare da lui, consegnandogli il proprio cuore perché lo inondi della sua presenza, e corrispondendo all’amore così ricevuto con l’amore che Gesù stesso ci rende capaci di avere.

Allora ci si apre all’ascolto e l’ascolto diventa docilità: «Ed esse mi seguono ». Chi ascolta la voce, si rende interiormente docile alla voce. Diceva Bernanos: «È sorprendente come le mie idee cambiano quando prego». Quando nella preghiera ci si lascia conoscere dal Signore e si gode di trovarsi sotto il suo sguardo, ci si arrende al suo amore: si è pronti a non più difendere ostinatamente le proprie scelte, ma a muoversi sotto la sua guida discreta e premurosa. Il vero discepolo è colui che “segue” il suo Pastore, guida e compagno di viaggio durante l’itinerario terrestre. Si celebra così l’amore salvante del Cristo, un amore che conquista il fedele alla sfera stessa di Dio: infatti la “vita eterna” per Giovanni è sinonimo di “vita divina”, comunione di vita, di pace, di essere con Dio stesso, quindi di partecipazione alla stessa esistenza del Pastore.

Nessuna forza è più potente di Dio, nessun male, nessuna tempesta può strapparci da questa comunione di vita con Dio. Chi è in rapporto di intimità con il Cristo lo è infatti anche con il Padre perché «Io ed il Padre siamo uno». La nostra vita, ci ricorda dunque questa pagina di Vangelo, è qualcosa di immenso per il cuore di Dio da cui siamo usciti e a cui facciamo ritorno.

III DOMENICA DI PASQUA (ANNO C) da Famiglia Cristiana

 

Gv 21

Gridiamo anche noi: «È il Signore!»

Il discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!» Giovanni 21,7

La pagina del Vangelo di Giovanni ci racconta la terza apparizione pasquale sul lago di Tiberiade, in cui il Risorto rende fruttuosa l’azione dei suoi discepoli. Nell’intenzione dell’evangelista il racconto è una grande metafora dell’opera apostolica della Chiesa: la sintesi ideale del ministero ecclesiale nei secoli, dopo la Pasqua di Cristo. Gli apostoli coinvolti sono sette, anziché dodici, perché il sette è numero universale: sottolinea come questa pesca non sia rivolta semplicemente a Israele, ma a tutti i popoli.

Eppure l’attività degli apostoli è fallimentare: «Quella notte non presero nulla». Il racconto vuole dirci che le iniziative umane sono inevitabilmente destinate a fallire: anche nella Chiesa quelle prese dagli uomini, da soli e senza Gesù, non portano a nulla, sono fatiche sterili. All’alba Gesù appare loro sulla riva, ma essi non lo riconoscono. Egli si rivolge a loro in modo affettuoso: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?», e alla loro risposta negativa dà loro più che un suggerimento, un comando: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». Questa precisa indicazione evidenzia come la pesca abbondante non sia frutto di casualità, ma dell’intervento di Gesù, che ha indicato lui stesso dove gettare le reti. Essi obbediscono e la rete si riempie di pesci, senza per questo spezzarsi.

Allora il discepolo che Gesù amava lo riconosce e dice a Pietro: «È il Signore». Pietro si getta in acqua per raggiungere più in fretta la riva. E proprio a lui Gesù per tre volte chiede: «Posso essere certo che tu mi ami?». Glielo chiede per tre volte, perché per tre volte Pietro aveva detto di non conoscere Gesù. È una domanda stupenda, timida e insieme insistente, sulla bocca di chi è già entrato nel mondo nuovo della vita risorta e tuttavia ha ancora bisogno di sentirsi amato.

La stessa domanda oggi il Signore la rivolge a noi. Non ci chiede: «Amami» e neanche ci dice: «Io ti amo», ma ci interroga: «Mi vuoi bene?». Tocca a noi trovare la stessa risposta di Pietro. E se riusciremo a scoprire dentro di noi un po’ d’amore, di quell’amore che non sapremo mai più rinnegare e dimenticare, quale premio ci sarà riservato? «Pasci le mie pecorelle ». Gesù per premio ci rende responsabili e ci invita a collaborare con lui per l’avvento di un mondo nuovo. Come se dicesse: «Ti affido i fratelli che amo. Siano anche per te come fratelli». Questo compito lo potremo realizzare anzitutto offrendo la testimonianza della nostra fede.

«È il Signore!», dovremmo gridare anche noi. E questo nella normalità della vita, perché è nella normalità della vita che il Signore si rende presente. A volte godiamo della sua presenza, come se fossimo con lui attorno a un fuoco che ci illumina e ci riscalda. A volte di quel fuoco rimane quasi nulla: un po’ di brace ancora calda, che però basta a evocare le tracce di un passaggio.

Ma la traccia più bella è quella che egli lascia nel cuore quando, per averlo incontrato, sentiamo che tutto cambia, tutto si rischiara: con lui risorto ci sembra di poter risorgere anche noi, dalle nostre delusioni e dalle nostre tristezze.

II DOMENICA DI PASQUA (DELLA DIVINA MISERICORDIA) - (ANNO C) da Famiglia Cristiana

II DOMENICA DI PASQUA | Cantalavita

«Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!» Giovanni 20,29

La seconda domenica di Pasqua è l’Ottava del giorno della risurrezione. È chiamata comunemente domenica in Albis perché nell’antichità in questa domenica i battezzati, con gli abiti bianchi, deponevano le albe dopo una settimana di rinnovamento spirituale. È anche festa della Divina Misericordia, perché il Cristo risorto concede al mondo il dono della redenzione. Otto giorni dopo la Pasqua i discepoli erano ancora riuniti insieme e l’evangelista Giovanni ci racconta la prima apparizione del Risorto il giorno di Pasqua e poi la domenica successiva quando è presente anche Tommaso. Tommaso, uno dei protagonisti del quarto Vangelo, mostra il suo carattere dubbioso e facile allo sconforto. Non riesce a credere attraverso dei testimoni. Vuole fare la sua esperienza. Egli è disposto a credere, ma vuole risolvere personalmente ogni dubbio. E Gesù non vede in lui uno scettico indifferente, ma un uomo alla ricerca della verità e gli offre piena soddisfazione.

Gesù gli dirà: «Non diventare incredulo, ma diventa credente». È un cammino, è la prospettiva della vita, non rimanere nella strada della incertezza, della infondatezza, della infedeltà, della sfiducia, ma diventa nella strada della fondatezza, della certezza, della fiducia, della fedeltà. Diventa, matura, cresci; nel dubbio, nella situazione doppia, scegli la strada giusta. Tommaso sceglie la strada giusta: il riconoscimento entusiasta di Gesù come il suo Signore e il suo Dio.

Attraverso questo racconto ci è dato di riflettere sull’esperienza della vera fede a cui Gesù riserva una beatitudine particolare: «Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Chi di noi può dire di meritare questa beatitudine? La vera fede non è una conquista facile, ma richiede un cammino in cui entrano in gioco anche altre persone. Noi abbiamo potuto conoscere Gesù Cristo attraverso l’educazione religiosa ricevuta in famiglia o la fede viva di persone che ci hanno fatto conoscere il Vangelo. Ma questo è stato solo l’avvio di un’avventura spirituale a cui ciascuno a un certo punto ha dovuto trovare dentro di sé la sollecitazione decisiva per esprimere il proprio sì incondizionato.

Non dimentichiamo che ci sono tante persone che vorrebbero credere e soffrono di non riuscire a credere. Il non credente non va confuso con l’ateo che esibisce con orgoglio la sua indisponibilità alla fede. L’incertezza, il dubbio possono coabitare nel cuore del credente, mentre non si comprende l’arroganza di certi convertiti i quali si permettono di dare lezioni di fede agli altri, ritenendosi “arrivati”. Ma come si arriva alla vera fede? C’è una tentazione che ci tiene lontano dalla beatitudine proclamata e promessa da Cristo. Siamo tutti come Tommaso: vogliamo toccare, vedere, verificare ciò che appartiene alla dimensione del mistero.

Le parole di Gesù a Tommaso fanno capire che non è questa la via da seguire. Certo, non si deve pensare che la fede sia un’operazione totalmente estranea al nostro bisogno di toccare e di sperimentare la presenza di Cristo. C’è l’atteggiamento presuntuoso di chi va alla ricerca di dimostrazioni palesi e c’è l’atteggiamento discreto, umile, confidente di chi si accosta al mistero per lasciarsi toccare da una presenza nascosta. La fede non diventa veramente viva che a partire dal momento in cui, presto o tardi, essa diventa esperienza vissuta della presenza del Cristo.

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