Parrocchia 
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Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

III DOMENICA DI PASQUA (ANNO C) da Famiglia Cristiana

 

Gv 21

Gridiamo anche noi: «È il Signore!»

Il discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!» Giovanni 21,7

La pagina del Vangelo di Giovanni ci racconta la terza apparizione pasquale sul lago di Tiberiade, in cui il Risorto rende fruttuosa l’azione dei suoi discepoli. Nell’intenzione dell’evangelista il racconto è una grande metafora dell’opera apostolica della Chiesa: la sintesi ideale del ministero ecclesiale nei secoli, dopo la Pasqua di Cristo. Gli apostoli coinvolti sono sette, anziché dodici, perché il sette è numero universale: sottolinea come questa pesca non sia rivolta semplicemente a Israele, ma a tutti i popoli.

Eppure l’attività degli apostoli è fallimentare: «Quella notte non presero nulla». Il racconto vuole dirci che le iniziative umane sono inevitabilmente destinate a fallire: anche nella Chiesa quelle prese dagli uomini, da soli e senza Gesù, non portano a nulla, sono fatiche sterili. All’alba Gesù appare loro sulla riva, ma essi non lo riconoscono. Egli si rivolge a loro in modo affettuoso: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?», e alla loro risposta negativa dà loro più che un suggerimento, un comando: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». Questa precisa indicazione evidenzia come la pesca abbondante non sia frutto di casualità, ma dell’intervento di Gesù, che ha indicato lui stesso dove gettare le reti. Essi obbediscono e la rete si riempie di pesci, senza per questo spezzarsi.

Allora il discepolo che Gesù amava lo riconosce e dice a Pietro: «È il Signore». Pietro si getta in acqua per raggiungere più in fretta la riva. E proprio a lui Gesù per tre volte chiede: «Posso essere certo che tu mi ami?». Glielo chiede per tre volte, perché per tre volte Pietro aveva detto di non conoscere Gesù. È una domanda stupenda, timida e insieme insistente, sulla bocca di chi è già entrato nel mondo nuovo della vita risorta e tuttavia ha ancora bisogno di sentirsi amato.

La stessa domanda oggi il Signore la rivolge a noi. Non ci chiede: «Amami» e neanche ci dice: «Io ti amo», ma ci interroga: «Mi vuoi bene?». Tocca a noi trovare la stessa risposta di Pietro. E se riusciremo a scoprire dentro di noi un po’ d’amore, di quell’amore che non sapremo mai più rinnegare e dimenticare, quale premio ci sarà riservato? «Pasci le mie pecorelle ». Gesù per premio ci rende responsabili e ci invita a collaborare con lui per l’avvento di un mondo nuovo. Come se dicesse: «Ti affido i fratelli che amo. Siano anche per te come fratelli». Questo compito lo potremo realizzare anzitutto offrendo la testimonianza della nostra fede.

«È il Signore!», dovremmo gridare anche noi. E questo nella normalità della vita, perché è nella normalità della vita che il Signore si rende presente. A volte godiamo della sua presenza, come se fossimo con lui attorno a un fuoco che ci illumina e ci riscalda. A volte di quel fuoco rimane quasi nulla: un po’ di brace ancora calda, che però basta a evocare le tracce di un passaggio.

Ma la traccia più bella è quella che egli lascia nel cuore quando, per averlo incontrato, sentiamo che tutto cambia, tutto si rischiara: con lui risorto ci sembra di poter risorgere anche noi, dalle nostre delusioni e dalle nostre tristezze.

II DOMENICA DI PASQUA (DELLA DIVINA MISERICORDIA) - (ANNO C) da Famiglia Cristiana

II DOMENICA DI PASQUA | Cantalavita

«Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!» Giovanni 20,29

La seconda domenica di Pasqua è l’Ottava del giorno della risurrezione. È chiamata comunemente domenica in Albis perché nell’antichità in questa domenica i battezzati, con gli abiti bianchi, deponevano le albe dopo una settimana di rinnovamento spirituale. È anche festa della Divina Misericordia, perché il Cristo risorto concede al mondo il dono della redenzione. Otto giorni dopo la Pasqua i discepoli erano ancora riuniti insieme e l’evangelista Giovanni ci racconta la prima apparizione del Risorto il giorno di Pasqua e poi la domenica successiva quando è presente anche Tommaso. Tommaso, uno dei protagonisti del quarto Vangelo, mostra il suo carattere dubbioso e facile allo sconforto. Non riesce a credere attraverso dei testimoni. Vuole fare la sua esperienza. Egli è disposto a credere, ma vuole risolvere personalmente ogni dubbio. E Gesù non vede in lui uno scettico indifferente, ma un uomo alla ricerca della verità e gli offre piena soddisfazione.

Gesù gli dirà: «Non diventare incredulo, ma diventa credente». È un cammino, è la prospettiva della vita, non rimanere nella strada della incertezza, della infondatezza, della infedeltà, della sfiducia, ma diventa nella strada della fondatezza, della certezza, della fiducia, della fedeltà. Diventa, matura, cresci; nel dubbio, nella situazione doppia, scegli la strada giusta. Tommaso sceglie la strada giusta: il riconoscimento entusiasta di Gesù come il suo Signore e il suo Dio.

Attraverso questo racconto ci è dato di riflettere sull’esperienza della vera fede a cui Gesù riserva una beatitudine particolare: «Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Chi di noi può dire di meritare questa beatitudine? La vera fede non è una conquista facile, ma richiede un cammino in cui entrano in gioco anche altre persone. Noi abbiamo potuto conoscere Gesù Cristo attraverso l’educazione religiosa ricevuta in famiglia o la fede viva di persone che ci hanno fatto conoscere il Vangelo. Ma questo è stato solo l’avvio di un’avventura spirituale a cui ciascuno a un certo punto ha dovuto trovare dentro di sé la sollecitazione decisiva per esprimere il proprio sì incondizionato.

Non dimentichiamo che ci sono tante persone che vorrebbero credere e soffrono di non riuscire a credere. Il non credente non va confuso con l’ateo che esibisce con orgoglio la sua indisponibilità alla fede. L’incertezza, il dubbio possono coabitare nel cuore del credente, mentre non si comprende l’arroganza di certi convertiti i quali si permettono di dare lezioni di fede agli altri, ritenendosi “arrivati”. Ma come si arriva alla vera fede? C’è una tentazione che ci tiene lontano dalla beatitudine proclamata e promessa da Cristo. Siamo tutti come Tommaso: vogliamo toccare, vedere, verificare ciò che appartiene alla dimensione del mistero.

Le parole di Gesù a Tommaso fanno capire che non è questa la via da seguire. Certo, non si deve pensare che la fede sia un’operazione totalmente estranea al nostro bisogno di toccare e di sperimentare la presenza di Cristo. C’è l’atteggiamento presuntuoso di chi va alla ricerca di dimostrazioni palesi e c’è l’atteggiamento discreto, umile, confidente di chi si accosta al mistero per lasciarsi toccare da una presenza nascosta. La fede non diventa veramente viva che a partire dal momento in cui, presto o tardi, essa diventa esperienza vissuta della presenza del Cristo.

PASQUA DI RISURREZIONE (ANNO C) - da Famiglia Cristiana

Risurrezione di Gesù - Wikipedia

Cristo è davvero risorto per noi?

«Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette» Giovanni 20,8

 I Vangeli non raccontano il momento della Risurrezione di Gesù, ma alcuni momenti dell’esperienza pasquale vissuta dai discepoli. Al mattino le donne trovano il sepolcro vuoto e una voce le ammonisce: «Non è qui, è risuscitato». Poi Gesù comincia ad apparire. Appare a Maria di Magdala che rimane al sepolcro a piangere. Ella si volta e non riconosce il Cristo presente; ha bisogno di essere chiamata per nome, si sente sconvolta dentro e si volge una seconda volta. Appare la sera ai due discepoli che andavano verso Emmaus: erano prigionieri delle loro attese deluse e non riuscivano a capire la novità, finché il Signore «entrò per rimanere con loro». Tenendo conto di questa lentezza nel riconoscere il Risorto, potremmo dire che, mentre è già Pasqua per Gesù, non lo è ancora per i suoi discepoli. Gesù è risorto, ma la fede dei discepoli, la fede nostra è in ritardo su questo annuncio così sorprendente.

Il grande pericolo è che la Pasqua rimanga un evento che abbia valore solo per Cristo, ma non per noi. Perché diventi Pasqua anche per noi, bisogna anzitutto che lo Spirito Santo ci aiuti a scrivere nei nostri cuori la parola “davvero”. Potessimo dire anche noi: «Cristo è veramente risorto!». Veramente, per davvero, non apparentemente, non simbolicamente.

Per molti cristiani, probabilmente, la Risurrezione è semplicemente un modo di dire. Perché la Risurrezione diventi una fede viva e vitale bisogna che essa entri nella nostra esistenza lasciandovi tracce o frammenti di un’esperienza radicalmente nuova. Se Cristo è risorto, se nulla ci può separare da lui, dovremmo sentirci meno esposti alle paure e ai ricatti della morte, come il grande teologo Dietrich Bonhoeffer, che poco prima di essere giustiziato in un lager nazista scrisse: «È la fine – per me l’inizio – della vita. Libertà, ti cercammo a lungo, nella disciplina, nell’azione, nel dolore. Morendo, ora ti conosciamo nel volto di Dio». Dopo la Risurrezione di Gesù, dovremmo sapere che c’è un modo di vivere che non conduce alla morte.

San Paolo, nella Prima Lettera ai Corinzi, mostra l’assurdità di dire: «Credo in Gesù Cristo ma non credo nella Risurrezione». Cristo, secondo l’apostolo, è il primo dei morti che risuscita e ciò vuol dire che la morte non è il destino ultimo. Viviamo tempi amari, tempi in cui le pietre tombali dell’ingiustizia, della corruzione, della violenza, del cinismo, della menzogna premono tenacemente sui nostri sepolcri e non c’è modo di rimuoverle. Ogni giorno ci porta la nostra razione di tristezze e di angosce. Pasqua è una festa difficile e al tempo stesso ne abbiamo un bisogno insopprimibile.

La festa di Pasqua, in questo anno giubilare, ci incoraggia a sperare, contro ogni evidenza, che un mondo “altro” è possibile, che una Chiesa diversa è possibile. Fare Pasqua oggi è accogliere l’invito a non avere paura perché Lui, il Cristo, è ancora presente in mezzo a noi, a tracciare un cammino di luce in questo tempo buio e a orientare i nostri passi come messaggeri di speranza e di pace.

«Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno» (Luca 23,42) da Famiglia Cristiana

Domenica delle Palme: storia e significato della festa - Holyblog

La domenica delle Palme è domenica della Passione del Signore. Nella pagina del Vangelo ascoltiamo il racconto della Passione secondo Luca. È il lungo testo che ci introduce nell’evento tragico della morte di Gesù. Il terzo evangelista, cantore della tenerezza, della gioia e della grande pietà del Messia, presta particolarmente attenzione ad alcuni momenti della Passione che dimostrano come Gesù, fino alla morte, non ha fatto altro che passare in mezzo agli uomini facendo del bene.

Il soldato ferito all’orecchio viene guarito; Gesù rivolge lo sguardo a Pietro che lo ha tradito, sulla croce ha parole di perdono per il ladrone, per i Giudei che lo scherniscono, per il centurione. Egli non soltanto muore per mano degli empi, ma muore a favore degli empi. La croce è la rivelazione di un amore che arriva fino al limite estremo e si esprime secondo misure che travalicano le possibilità semplicemente umane. Per questo i Padri della Chiesa chiamavano la croce “il gran libro dell’arte di amare”.

«Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Uno dei due briganti crocifissi insieme a Gesù si rivolge a lui con questo atto di fede: ha riconosciuto il proprio peccato chiedendogli: «Ricordati di me». È l’unico personaggio nei Vangeli che si rivolge a Gesù chiamandolo confidenzialmente per nome. È il momento decisivo della sua vita: ha incontrato Gesù in quel momento terribile di dolore e di morte, ma ha riconosciuto che in quell’uomo è presente Dio, il re, e attende il regno. Può diventare la nostra preghiera, il nostro desiderio profondo: chiedere al Signore che si ricordi di noi.

Anche noi però dobbiamo ricordare la Passione di Gesù, il suo stile, la sua parola: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno». Ricordare Gesù vuol dire imparare a perdonare, a essere generosi anche con chi ci ha fatto del male; ricordare la sua Parola vuol dire imitarlo. L’ultima parola di Cristo in croce è: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». È un atto di fiducia, è la stessa fiducia del malfattore nei suoi confronti. Nella Passione Gesù mostra la misericordia di Dio Padre: la violenza non spegne l’amore, ed è proprio quell’amore buono, concretamente affettuoso che conquista e che salva. Chiaro è l’intento di sottolineare nella morte di Gesù l’aspetto della fiducia; aspetto per il quale Gesù è – anche nella sua morte – il modello del discepolo. Stefano negli Atti degli Apostoli morirà ripetendo la stessa invocazione, rivolta in tal caso al Signore Gesù; la morte di Stefano ripropone il modello della morte del buon ladrone. Come se Luca volesse dire: il discepolo è chiamato a vivere la sua morte immerso, portato, dalla morte del Signore e Maestro.

Ci sono momenti in cui come Gesù si passa attraverso prove tremende di dubbio, come se il bene compiuto non avesse più alcun valore e si fosse costretti a misurarsi con il vuoto, l’assenza di senso, il silenzio di una voce che si vorrebbe ascoltare. Ci si arrovella allora disperatamente attorno a un intrico di domande che non si riesce a dominare: «Valeva la pena di amare così tanto? Che frutti ha dato tutto il bene che si è seminato? Perché il bene si deve pagare anche con l’ingratitudine e la solitudine?». Ma se si contempla la croce, forse una risposta può raggiungere il cuore di ciascuno, come una piccola luce che si irradia attraverso le movenze di una benefica emozione.

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