Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

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Solo i poveri sanno veramente amare

Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Luca 10,33

Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico », dice Gesù nel Vangelo. Un uomo qualunque, senza volto né nome. Arrivano il sacerdote e il levita, uomini religiosi, ma con lo sguardo distratto, rapito da altro. Poi passa lo straniero: un Samaritano. E si ferma, si china… Carica sull’asino. Accompagna. Paga. Una gestualità semplice, ma piena. Un sacerdote e un levita, ossessionati da un comandamento che proibiva di rendersi impuri con il contatto del sangue prima di un sacrificio, dimenticano l’impegno fondamentale della carità e si allontanano dall’uomo seviziato dai briganti. Un Samaritano, un uomo che i Giudei consideravano “senza legge”, nonostante l’antagonismo regionale e religioso, aiuta il proprio avversario perché riprenda la forza e viva.

Il sacerdote e il levita, rappresentanti ufficiali dell’amore di Dio nella struttura religiosa israelita, sono espressione di un culto arido, non innervato nell’esistenza. Il Samaritano, “razza dannata” ed eterodossa, è trasformato in modello di vita secondo la legge dell’amore.

Il rapporto strettissimo tra il buon Samaritano e Gesù è rivelato da un verbo che nella parabola introduce i gesti di pietà compiuti dal Samaritano: «Ebbe compassione ». È lo stesso verbo che più volte capita di incontrare nei Vangeli quando Gesù si trova davanti a creature infelici che invocano una salvezza. Il buon Samaritano è dunque Gesù stesso. È lui il divino straniero che durante il suo viaggio terreno ha avuto compassione di noi. In quell’uomo ferito e abbandonato sul ciglio della strada mezzo morto siamo rappresentati proprio noi: è la nostra umanità ferita soprattutto dal peccato, incapace di salvarsi da sola.

Il Cristo si è fatto carico della nostra umanità, ma non ci ha portato a piena guarigione, ci ha portati in un albergo in cui ci affida a qualcuno che si prenda cura di noi. È la Chiesa questo luogo che accoglie tutta l’umanità, aperta e disponibile per ospitare l’umanità ferita e continuare l’opera di cura iniziata dal Cristo. L’albergatore è figura di ciascuno di noi, a cui Cristo dice: «Prenditi cura dell’umanità. Io l’ho salvata, ma non è ancora guarita: la porto da te perché tu te ne prenda cura». Il Samaritano tira fuori due denari e li consegna… due denari. Richiamano i due precetti fondamentali, i due precetti dell’amore: «Amerai il Signore tuo Dio, amerai il tuo prossimo». «Usali» – ci dice – «spendili questi denari!».

Ecco che cosa significa per Gesù amare concretamente: è dare all’altro parte del proprio tempo e del proprio avvenire. È chiaro che questa pietà è possibile solo a coloro che conoscono la sofferenza per averla personalmente provata. È stata possibile al Samaritano del Vangelo perché, essendo nella società di quel tempo un emarginato, portava nel cuore una ferita che lo rendeva sensibile a ogni miseria.

Solo i poveri sanno veramente amare. I ricchi possono fare elemosine anche generose, ma normalmente non sanno che cosa significhi essere buoni samaritani. A meno che, meditando su questa pagina del Vangelo, si lascino conquistare dall’immagine del buon Samaritano che rimanda all’immagine di Cristo, il buon Samaritano che è sempre pronto a curvarsi sulle nostre ferite con gesti di grande tenerezza e di dolcissima pietà.

 

XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

S. Messa nella XIV Domenica per annum /C – 6 luglio 2025 « Arcidiocesi di  Amafi – Cava de' Tirreni

 

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Un cuore libero, sciolto e generoso

In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!” Luca 10,5

All’inizio del viaggio di Gesù verso Gerusalemme l’evangelista Luca racconta la missione di altri settantadue discepoli in cui rientrano tutti coloro che, nel corso della storia, sono diventati collaboratori di Gesù. Là dove arriveranno dovranno dire: «Pace a questa casa». È Gesù che li manda, anche se prevede i non pochi pericoli che dovranno incontrare: «Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi». E li manda sprovvisti di tutto. Il discepolo, infatti, è finalizzato al Maestro e all’annuncio che deve proclamare; non si pone come centro del messaggio né sente la sua vocazione come fonte di potere. Tre sono gli impegni essenziali del missionario: preghiera, annunzio e povertà. «Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!». Annunciare il Vangelo è un evento spirituale, la preghiera è il suo organo percettivo. La preghiera “serve per vedere” che la messe è molta e gli operai sono pochi! Ma chi ci crede? Diceva il grande teologo Karl Barth: «Noi cristiani non dobbiamo metterci a sedere in mezzo ai miscredenti come gufi malinconici».

Il rischio esiste. Non è vero che possiamo sembrare gufi malinconici quando non facciamo altro che deplorare i mali del mondo (la morale di una volta non è più rispettata, le buone abitudini si perdono, il mondo va peggiorando di giorno in giorno…) senza vedere il bene immenso che pure non sarebbe difficile scoprire, dentro la Chiesa e anche tra coloro che non si dicono credenti? L’annuncio deve essere sereno e coraggioso: non bisogna mai lasciarsi tentare dal fascino della violenza e dall’imposizione forzata, ma sempre essere rispettosi della libertà altrui e mai scendere a compromessi o accomodamenti. Infine, la povertà. Chi annuncia l’Evangelo non è legato al denaro e al vestito, è distaccato dagli incubi economici e dalla preoccupazione maniacale del domani. Riceve ciò che gli viene offerto e dona gratuitamente ciò che ha, cioè la sua parola, il suo amore per i malati e i sofferenti.

Oggi più che mai siamo chiamati anche noi a una missione povera con i poveri e per i poveri, per le tante forme di povertà, soprattutto quelle interiori, che sono paradossalmente più difficili da superare. È la libertà dalle cose, la libertà dal tempo e la libertà del cuore. Il testimone cristiano è uno che sa usare bene le cose, il tempo e che ha il cuore libero. Il cardinale Martini usava tre aggettivi molto belli: un cuore libero, sciolto e generoso. Dovremmo essere una chiesa libera, sciolta e generosa. Tanto quello che non abbandoneremo noi, ce lo faranno lasciare gli altri o le circostanze d’intorno.

E il papa san Paolo VI nella esortazione Evangelii nuntiandi scriveva: «Evangelizzare è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda. Essa esiste per evangelizzare, vale a dire per predicare ed insegnare, essere il canale del dono della grazia, riconciliare i peccatori con Dio, perpetuare il sacrificio del Cristo nella santa Messa, che è il memoriale della sua morte e resurrezione. Invitata ad evangelizzare, a sua volta invia gli evangelizzatori. Mette nella loro bocca la Parola che salva, spiega loro il messaggio di cui lei è depositaria: dà loro il mandato che lei stessa ha ricevuto. Ma non a predicare le proprie persone, le loro idee personali, bensì un Vangelo di cui né essa, né essi sono padroni» (n. 14).

SOLENNITÀ DEI SANTI PIETRO E PAOLO

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La Chiesa, una grande famiglia di testimoni

Gesù domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell'uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti» Matteo 16,18

Le chiese d’oriente e d’occidente celebrano oggi la solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo, nella data in cui, secondo un’antica tradizione, sarebbe avvenuto nel 64 il loro martirio a Roma. Nella pagina del Vangelo offerta dalla liturgia si nota come Pietro abbia avuto un’illuminazione straordinaria, addirittura una rivelazione sulla persona di Gesù. «Voi, chi dite che io sia?». Questa domanda, dopo avere attraversato la coscienza di Pietro e dei discepoli, rimbalza ora sulla sponda della nostra esistenza e si ripercuote dentro la cella segreta della nostra interiorità.

Chi è Gesù per noi? Che cosa rappresenta per la nostra vita? Se mancasse Gesù, cambierebbe qualcosa nel nostro modo di affrontare l’esistenza? È chiaro che ciascuno viene personalmente interpellato e deve dare una risposta che nasca dal suo particolare rapporto con Gesù. Certamente potrebbe utilizzare intuizione e parole che appartengono alla tradizione cristiana (anche Pietro, del resto, nella sua risposta si serve di categorie religiose preesistenti), ma ciò che conta è che vengano investite di quel particolare pathos che rivela un legame personale, insostituibile e irrinunciabile.

Forse le risposte più belle per Gesù sono quelle che, discostandosi dal linguaggio tradizionale, esprimono fede e amore in forme nuove, con la libertà che è propria degli innamorati quando sanno inventare un “lessico famigliare” pieno di immaginazione e di freschezza poetica. E quando il pensiero di Dio potrebbe alimentare qualche paura, è ancora Gesù che ci restituisce la pace che andiamo invocando.

Per questa via possiamo anche capire che cosa significhi appartenere a quella Chiesa a cui Gesù allude quando dice a Pietro: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa». Questa Chiesa, prima di essere immaginata come una comunità strutturata per mezzo di una precisa gerarchia che trova in Pietro il suo punto di coesione, dovrebbe essere vista come una grande famiglia di testimoni in cui ciascuno, facendo eco alla confessione di fede data da Pietro, è chiamato a dire a Gesù: «Grazie, o Signore, perché tu mi riveli la prossimità, la tenerezza, l’amicizia di Dio, tu che di Dio sei il volto e l’immagine più vera. Grazie perché è meraviglioso sapere che c’è Dio che ci ama e a noi chiede anzitutto di lasciarci amare».

Ci è di aiuto anche la testimonianza di san Paolo. La seconda lettura offre infatti il testamento spirituale in cui lui, consapevole della morte imminente, fa il bilancio della propria vita ed esprime la sua profonda convinzione di fede: «Io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione» (2Timoteo 4,6-8). Nonostante l’abbandono di tanti uomini e la difficoltà dell’ora presente, Paolo non si sente solo: «Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché per mio mezzo si compisse la proclamazione del messaggio e potessero sentirlo tutte le genti: e così fui liberato dalla bocca del leone. Il Signore mi libererà da ogni male e mi salverà per il suo regno eterno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen» (4,17-18).

SOLENNITÀ DEL CORPO E SANGUE DI CRISTO

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Dove c’è una fame, facciamoci pane

«Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla». Luca 9,16

Al termine del tempo pasquale la liturgia riprende il ricordo dell’Eucaristia e della istituzione del sacramento con cui Gesù ha scelto di rimanere in mezzo a noi per sempre. L’evangelista Luca mostra come nel mezzo del deserto, al calar della notte, Dio ripete gli antichi prodigi della storia del suo popolo; sebbene gli uomini credano di essere soli e abbandonati, Gesù si ritrova in mezzo a loro e distribuisce a piene mani il suo mistero: insegna, guarisce, offre cibo. Per mezzo di Gesù, Dio si rivela come colui che offre l’alimento della vita al popolo.

In prospettiva ecclesiale, il miracolo è divenuto un’anticipazione di ciò che compirà uno o due anni dopo all’interno della sala del cenacolo nell’ultima sera della sua vita terrena. Egli «prende i pani, leva gli occhi al cielo, li benedice, li spezza e li dà ai discepoli». Per capire, gustare, assaporare l’Eucaristia è necessario prendere coscienza della fame che abita dentro di noi e rode in profondità le risorse del nostro vivere abituale.

Si partecipa alla celebrazione eucaristica non per un senso del dovere o per i valori simbolici che essa esprime, ma perché si è mossi da una fame profonda. Per rimediare a questa fame Gesù ci parla di pane, quasi a ricordarci che non si tratta di un mangiare in senso metaforico, ma di un mangiare concreto, come concreto è un pane che compare sulla nostra tavola, come concreto era il pane che egli aveva moltiplicato per sfamare la folla che lo seguiva.

È Dio che in qualche modo si rende presente nel pane così che questo viene a intridersi di una luce particolare. Nell’Eucaristia riscontriamo il pieno avverarsi di quel progetto di amore per cui il figlio di Dio è disceso dal cielo, si è abbassato fino a farsi carne e sangue come uno di noi. Ma con l’incarnazione non aveva ancora toccato l’ultima soglia della sua divina umiltà. Cristo non ci dà soltanto una dottrina o un modello da imita re. E neppure ci dà solo la presenza dell’Emmanuele, del Dio con noi, ma la presenza di un Dio che è in noi come è in noi il pane che noi mangiamo. Se poteva bastare toccare le frange del mantello di Gesù per sentirsi miracolati, abbiamo mai pensato quale forza potrebbe esprimere l’Eucaristia che le liturgie orientali chiamano “fuoco e Spirito”?

Questa riflessione ci permette di renderci conto del valore che hanno le nostre celebrazioni eucaristiche. Quando possiamo dire di avere partecipato a una Messa che fosse veramente viva? Ci capita talvolta di confidare: “Ho partecipato a una bella Messa”. Perché è stata bella? Forse perché i canti eseguiti dal coro erano stati preparati con molta cura? O anche perché c’è stato qualcuno che ha parlato molto bene, spiegando il Vangelo?

Una Messa è bella quando, comunicando con la presenza reale di Cristo, diventiamo noi stessi presenza reale di Cristo nel mondo. A volte siamo troppo preoccupati di noi stessi. Ci sono persone che pregano e fanno la comunione per godere della sua presenza pacificante e rassicurante. Ma non è questo un modo esemplare di vivere l’Eucaristia. Fare la comunione è nutrirsi della sua presenza viva, dei suoi pensieri, del suo amore così da allargare i confini del nostro cuore. Si viene alla Messa come mendicanti e si ritorna come donatori.

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