Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

IV domenica di Avvento

Giuseppe, l’uomo della notte, del silenzio e dei sogni

PANEQUOTIDIANO, «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te  Maria, tua sposa» – #InCammino

 

l Vangelo dell’ultima domenica di Avvento ci conduce nella casa silenziosa di Giuseppe. Qui, prima ancora del Natale, tutto si muove attorno a un turbamento profondo. Il sogno di Giuseppe, infatti, nasce come rovesciamento di un incubo. La realtà gli era appena crollata addosso: Maria, la sua promessa sposa, è incinta. Matteo dice che lo è «per opera dello Spirito Santo», ma questo annuncio teologico non attenua lo smarrimento di un giovane uomo che non aveva mai visto – né nella Scrittura né nella storia – un concepimento così. Giuseppe si trova stretto tra due decisioni dolorose: denunciare pubblicamente Maria, esponendola all’accusa di adulterio, oppure sciogliere il legame in segreto. Per capire la drammaticità del momento basta ricordare che, nel mondo ebraico, il matrimonio era valido già dal primo accordo tra i due, anche se gli sposi non vivevano ancora insieme. È proprio in questo periodo che Maria risulta incinta: una gravidanza così era punita dalla legge come adulterio.

Matteo definisce Giuseppe “giusto”. Non perché esegua meccanicamente il codice, ma perché sa ascoltare anche la legge del cuore. La sua giustizia è fatta di misericordia, di discernimento, di una tenerezza forte e silenziosa. È giusto perché non si lascia imprigionare dalla durezza della norma e, prima di tutto, vuole proteggere Maria. Decide di sciogliere il vincolo in segreto: preferisce pagare un prezzo personale piuttosto che esporre l’amata alla vergogna e alla morte.

In questo atteggiamento si rivela la grandezza di Giuseppe. Egli insegna che la vera giustizia non è cieca applicazione della legge, ma capacità di leggere le persone prima dei codici. C’è la legge scritta sulla carta e c’è quella impressa nella coscienza: quando le due entrano in conflitto, occorre scegliere la via che salva. Ed è proprio qui che Dio interviene. Un angelo, nel sogno, gli dice: «Non temere di prendere con te Maria». Il sogno non è evasione dalla realtà, ma conferma luminosa del bene che Giuseppe aveva già intuito. L’incubo si capovolge: ciò che sembrava una minaccia diventa una vocazione. Giuseppe accoglie, non senza timore, un compito inedito e più grande di lui. La sua obbedienza – semplice, ferma, nascosta – apre la strada all’incarnazione.

C’è un tratto profondamente umano in questa pagina. Anche noi custodiamo un sogno di vita affettiva piena, perché nasciamo nella relazione e viviamo di relazioni. Per questo l’incubo del tradimento, dell’incomprensione, della solitudine, è uno dei più dolorosi che la vita possa riservare. Quando l’amore viene ferito – tra marito e moglie, tra genitori e figli, tra amici –, il cuore sanguina a lungo.

Ma Giuseppe ricorda che nessuna ferita affettiva è irreparabile. Che il sogno non va accantonato, ma purificato. Che Dio può trasformare ciò che appare come una fine in un inizio nuovo. È lo stile di Dio: entrare nelle nostre fratture per farne culla di una vita nuova.

Arrivati all’ultima tappa dell’Avvento, il Vangelo ci invita a riconoscere che la preparazione al Natale non consiste solo in riti o in attese spirituali generiche, ma nella disponibilità ad accogliere il modo sorprendente con cui Dio entra nelle nostre storie. Come Giuseppe.

 

 

III domenica di Avvento

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E se il Messia non fosse come te lo aspetti?

La terza domenica di Avvento prende il suo nome dalle parole di san Paolo: «Rallegratevi sempre nel Signore». Per questo è la domenica della gioia: il rosaceo sostituisce per un giorno il viola, e tutta la liturgia ci invita a una speranza più luminosa, fiduciosa del Signore che viene. L’evangelista Matteo presenta Giovanni Battista come «il più grande fra i nati da donna»: un uomo essenziale e coraggioso, che ha dedicato la propria vita a preparare la via al Signore. Eppure, quando viene rinchiuso in prigione manda a chiedere a Gesù se sia davvero lui il Messia. Gesù non risponde con definizioni teoriche, ma con i segni concreti annunciati da Isaia nella I lettura: i ciechi vedono, gli storpi camminano, i sordi odono, i poveri sono raggiunti da una buona notizia.

Per cogliere la portata di questa risposta, bisogna tornare alle attese del Battista. Giovanni aveva annunciato un Messia forte, deciso, capace di compiere un giudizio netto. Attendeva un intervento che ristabilisse l’ordine violato. Gesù, invece, entra nella storia con una mitezza sorprendente: si avvicina ai poveri, guarisce, consola, annuncia la pace. Non impone il bene con la forza, ma guarisce le ferite dall’interno. È uno stile che apre nel cuore di Giovanni un interrogativo profondo, nato non dalla debolezza ma dalla serietà della sua fede. Il dubbio del Battista nasce infatti dal dolore: il profeta fedele è in prigione, mentre il persecutore continua a vivere nella sicurezza. In questa contraddizione risuona la domanda che affida ai suoi discepoli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?».

È la domanda di chi ha creduto e non comprende più i modi di Dio; la domanda di ogni credente quando il male sembra prevalere e Dio tace. Qui si apre un passaggio decisivo. I grandi trascinatori di folle parlano sempre di giustizia e rinnovamento per conquistare consenso. Gesù non appartiene a questa logica. Egli inaugura una rivoluzione molto più profonda: la rivoluzione della bontà.

Questa rivoluzione nasce nelle fragilità dell’uomo; non sradica il male all’istante, ma lo indebolisce dall’interno; non colpisce i malvagi, ma risana i feriti. È un cambiamento lento ma reale, e questa lentezza sconcerta Giovanni. Perciò Gesù non risponde con un “sì”, ma con un invito: «Andate e riferite ciò che vedete e udite». Chiede di riconoscere Dio non nelle nostre attese, ma nei segni che egli semina: germogli di vita nuova, ferite che si rimarginano, cuori che ritrovano speranza. È così che la bontà entra nella storia: lentamente, ma in modo irreversibile. E aggiunge: «Beato chi non si scandalizza di me». Beato chi non inciampa nella mitezza, chi resta nella fiducia anche attraversando il dubbio. Perché la fede non è il cammino di chi non dubita mai, ma di chi, proprio dentro il dubbio, impara ad affidarsi a Dio così com’è.

Giovanni farà questo passo, e proprio così diventerà il più grande. Ma «il più piccolo nel Regno dei cieli è più grande di lui», perché chi accoglie la logica nuova di Cristo – la mitezza, la bontà che salva – entra già nel Regno e partecipa fin d’ora della novità che il Signore è venuto a portare.

II domenica di Avvento

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Il cuore che il deserto risveglia

                                                                                      Ogni seconda domenica di Avvento la liturgia ci invita a incontrare Giovanni il Battista, il precursore che prepara il cuore dell’umanità alla venuta del Signore. Per descriverlo, gli evangelisti richiamano le parole di Isaia (40,3): «Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore». Quel versetto, nato per consolare gli esuli di Babilonia e annunciare il ritorno di Dio al suo popolo, diventa per Giovanni la chiave della sua esistenza. L’ha meditato a lungo, fino a riconoscervi la propria vocazione: essere voce, non protagonista; essere colui che avverte, orienta, scuote, e indica che il tempo della salvezza è ormai vicino.

Il Battista non è un personaggio facile da accogliere. Ha i tratti di uno che non cerca consenso: essenziale, radicale, quasi scolpito dal vento del deserto. Il confronto con Gesù mette in luce differenze evidenti. Giovanni sceglie la solitudine; Gesù attraversa villaggi e città. Giovanni vive di austerità; Gesù entra nelle case, siede a mensa con i peccatori. Giovanni parla del giudizio; Gesù annuncia una buona notizia che apre alla speranza.

Eppure Giovanni continua a esercitare un singolare fascino. Forse perché non edulcora il messaggio, non annacqua la verità per renderla sopportabile. In un tempo in cui spesso si evitano parole che disturbano, egli osa parlare alla coscienza. Non accarezza, risveglia. Ma il suo sguardo penetrante non si ferma alle situazioni più fragili. Anzi, le parole più taglienti le riserva a chi si rifugia dietro le proprie sicurezze religiose: «Non dite: abbiamo Abramo per padre. Dio può far sorgere figli di Abramo da queste pietre». È un avvertimento che ci riguarda. Non bastano riti, tradizioni o abitudini per sentirsi al riparo. Senza una reale conversione interiore, anche le pietre potrebbero essere più pronte di noi ad accogliere lo Spirito, che non si lascia imbrigliare dalle nostre garanzie esteriori.

Viene spontaneo domandarsi quale fosse il giudizio di Gesù su Giovanni. I Vangeli lasciano trasparire ammirazione: Gesù apprezza la forza della sua testimonianza, la coerenza, la passione per la verità. Non a caso inizia la sua predicazione con lo stesso invito: «Convertitevi». Ma fra i due c’è una differenza decisiva. Giovanni descrive un Dio che si avvicina per compiere un giudizio; Gesù rivela un Dio che si avvicina per offrire salvezza. Non perché ignori la gravità del male, ma perché mette al centro la misericordia: non è lo sforzo che apre la strada all’incontro con Dio, è l’incontro con Dio che rende possibile una vita nuova. La conversione non è un’impresa eroica, è la risposta a un amore che sorprende e precede. Questo è il primo movimento della fede: lasciarsi raggiungere da un Dio che non resta lontano, che non misura dall’alto, ma si fa compagno, incoraggiamento, pace.

In Avvento, la Chiesa è chiamata ad annunciare questo, non ad aggiungere pesi sulle spalle già stanche, né a unirsi al coro di chi condanna e recrimina, ma a mostrare il volto luminoso di un Dio che desidera la nostra rinascita. Il Battista ci libera dalla sonnolenza del cuore, ci prepara all’incontro. Ma è Gesù che porta a compimento il sogno di Dio: un amore che trascina fuori dalle paure, rinnova la vita e apre strade inattese.

 

I domenica di Avvento – anno C –

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Il mondo dorme, ma Dio è già in cammino verso di noi
Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo Matteo 24,44ll tempo di Avvento, che oggi ha inizio, è il tempo della venuta – la parola stessa significa “qualcuno o qualcosa che sta per venire” – e ci richiama al valore dell’attesa e della speranza. Ma che cosa si profila all’orizzonte della nostra esistenza? Dove va la storia? Che ne sarà del mondo e di noi, quando si chiuderà la nostra vicenda segnata da precisi limiti di tempo e di spazio? Sono interrogativi che spesso preferiamo eludere, per non turbare la fragile quiete del presente. Non mancano i profeti di sventura, che annunciano futuri carichi di paure e di catastrofi. Ciò che invece sembra mancare è una coscienza collettiva del futuro, un respiro interiore capace di guardare oltre l’oggi, dilatando l’orizzonte della speranza.

Anche noi cristiani, talvolta, sembriamo aver smarrito l’attesa, come se la fede non avesse più nulla da desiderare. Eppure, la fede autentica vive di un futuro promesso: un futuro che non è incerto né oscuro, ma che ha un nome e un volto: Gesù Cristo, il Signore che viene. L’Avvento ci invita a riaccendere l’attesa, a ricordare che la storia non è un andare verso il nulla, ma verso un incontro. Egli è già venuto nella nostra carne, viene oggi nei segni della sua presenza – nella Parola, nell’Eucaristia, nei poveri, nella vita che rinasce – e verrà nella gloria, quando tutto sarà compiuto e Dio sarà tutto in tutti.

Il 

brano del Vangelo (Matteo 24,37-44) contiene un breve passaggio esortativo per far riflettere sulla necessità di rimanere svegli e riconoscere la presenza del Signore. Richiama l’episodio di Noè e del diluvio, insieme all’immagine del ladro notturno: due scene che evocano un evento improvviso, imprevisto, capace di cogliere l’uomo alla sprovvista. I contemporanei di Noè e il padrone di casa distratto sono accomunati dalla stessa spensieratezza: vivono immersi nelle loro occupazioni, ma senza pensiero, senza sguardo sul futuro, senza attenzione al senso profondo della vita. Talmente presi dalle mille faccende quotidiane, non si accorgono di nulla: il diluvio arriva e li travolge. Quando aprono gli occhi è troppo tardi. Come quel padrone che prende precauzioni solo dopo che i ladri gli hanno svaligiato la casa. «Bisognava pensarci prima», diremmo noi. Ed è proprio questo il cuore dell’esortazione di Gesù, che Matteo ripete alla sua comunità e anche a noi oggi: «Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà» (Matteo 24,42).

Vegliare significa vivere con fede e con speranza. È credere che Dio non ci abbandona, ma ci accompagna e ci custodisce in ogni circostanza, anche nelle prove più difficili. Chi veglia sa che, come Noè nel diluvio, è al sicuro dentro l’arca della fiducia e dell’amore di Dio. Vegliare, inoltre, non significa pensare solo a sé, ma saper guardare chi ci vive accanto. Molti vivono sereni senza preoccuparsi di Dio, e questo ci interroga: perché turbare coscienze tranquille? Parlare o tacere? Non serve discutere o convincere. Solo chi ha sperimentato la bontà di Dio può testimoniare con sincerità. Chi ha conosciuto la gioia del Vangelo sa che esiste una pace più profonda di ogni successo o piacere. A noi è chiesto di irradiare questa gioia, mostrando che il Dio che giudica è anzitutto il Dio che ama, il buon Pastore che cammina accanto a noi.

Con lui al nostro fianco, non c’è nulla da temere: né la morte, né il dolore, né il futuro.

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