Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

Pasqua di Risurrezione

 

logoXLF3780535 Peter and John hurry to the empty tomb - Bible by Hole, William Brassey (1846-1917); (add.info.: Peter and John hurry to the empty tomb and inspect the linen cloths. \\\\\\'So they ran both together: and the other disciple did outrun Peter, and came first to the sepulchre\\\\\\' John xx 3-10. (discover Jesus\\\\\\' physical body has disappeared) Illustration by William Hole 1846-1917. The Life of Jesus Nazareth , London Eyere and Spottiswoode, nd (signed 1913)); Lebrecht History. , Bridgeman Images

Il primo giorno della nuova creazione

Il mattino di Pasqua, nel Vangelo di Giovanni, non si apre con un annuncio trionfale, ma con un passo esitante, un andare nel buio che ancora abita il cuore dei discepoli, anche quando l’alba ha già cominciato a vincere la notte.

Maria di Magdala si reca al sepolcro «quando era ancora buio». Questa semplice nota temporale non è soltanto cronologica: racconta una condizione interiore. La luce nuova della creazione è iniziata, eppure lo sguardo umano fatica ancora a riconoscerla. La Risurrezione è già realtà, ma il cuore degli uomini non la percepisce subito. La pietra ribaltata, primo segno di una realtà sconvolta, non genera immediatamente la fede, ma provoca un’interpretazione dolorosamente razionale: il corpo è stato portato via, il Signore sottratto anche alla memoria. Da questo fraintendimento nasce una corsa, una tensione che attraversa l’intero racconto e ne scandisce il ritmo. Corrono Maria, Pietro e il discepolo che Gesù amava, come se i loro cuori avessero intuito che lì, in quel sepolcro vuoto, si giocava qualcosa di decisivo, pur senza poter ancora dire cosa.

Giovanni descrive questa corsa con rara finezza narrativa, mostrando due modi diversi di confrontarsi con il mistero: l’impeto dell’amore, che arriva per primo e si arresta sulla soglia, e l’autorità della riflessione, che giunge dopo, entra, osserva, cerca di comprendere.

Dentro il sepolcro non c’è il corpo, ma non c’è neppure il disordine di un furto. Le tele giacciono ordinatamente, il sudario è ancora avvolto nello stesso luogo. È una scena silenziosa, immobile, sospesa, e proprio per questo eloquente, come se parlasse al cuore più che agli occhi.

Giovanni insiste sul vedere, ma distingue sottilmente tra diversi livelli dello sguardo. Maria vede e interpreta secondo la logica del lutto; Pietro vede e riflette, ma resta fermo a una comprensione incompleta; il discepolo amato, invece, vede e crede. Non vede il Risorto, non assiste direttamente all’evento, ma coglie, in quella disposizione delle tele, l’impossibilità di una spiegazione puramente umana. Lascia che il cuore faccia un passo oltre ciò che la mente può dimostrare, e in quell’atto semplice e silenzioso nasce la fede.

La fede pasquale, in Giovanni, non nasce da una prova spettacolare, ma da un segno discreto che chiede di essere interpretato; non da un’evidenza che si impone, ma da uno sguardo che si lascia trasformare. Il sepolcro vuoto non racconta ancora tutto; anzi, l’evangelista annota con sobrietà che «non avevano ancora compreso la Scrittura», ricordando che la Risurrezione non è una semplice rianimazione, ma una creazione nuova, un passaggio radicale verso la vita piena che solo l’incontro con il Risorto potrà rendere comprensibile fino in fondo.

In questo inizio di Pasqua, Giovanni consegna alla Chiesa di ogni tempo un’esperienza fondativa: la fede nasce spesso nel chiaroscuro, tra segni incompleti e interpretazioni fragili, e cresce là dove l’amore accetta di non possedere tutto, ma di sostare, guardare, e fidarsi. È il primo giorno della nuova creazione, e come all’alba del mondo, la luce c’è già, anche se l’uomo deve ancora imparare a riconoscerla. È una luce che non abbaglia, ma invita a un passo lento e attento, a uno sguardo che sa aspettare, aprendo il cuore al miracolo silenzioso della vita nuova.

Domenica delle Palme

logo3598046 Crucifixion, 1490-93, Italy by Italian School, (15th century); Museo di Capodimonte, Naples, Campania, Italy; (add.info.: Unknown painter of Verona, active in the last quarter of 15th century. Crucifixion, 1490-93. Renaissance. Museo di Capodimonte. Naples, Italy.); Tarker. , Bridgeman Images

Sul Golgota, l’albero della vita

Il racconto della Passione secondo Giovanni, soprattutto nella sezione che va dal Golgota alla sepoltura (Giovanni 19,17-42), non è solo la cronaca di una morte violenta. È una grande meditazione teologica, costruita con immagini, rimandi, silenzi. Tutto è carico di senso, nulla è lasciato al caso. Gesù è condotto al luogo detto del Cranio, il Golgota, e lì è crocifisso insieme ad altri due: uno da una parte e uno dall’altra, «e Gesù in mezzo». Giovanni insiste su questo “in mezzo”, come se non fosse ovvio. Ma non lo fa per distrazione: vuole suggerire un’immagine antica e potentissima. In mezzo al giardino delle origini, racconta la Genesi, si trovava l’albero della vita. Ora quell’albero è la croce. Da essa pende il frutto che dona la vita al mondo.

Nel suo Vangelo Giovanni ha preparato questo momento fin dall’inizio. Quando Gesù promette a ridosso della chiamata dei primi discepoli che il cielo si aprirà e gli angeli saliranno e scenderanno sul Figlio dell’uomo, sta evocando la scala sognata da Giacobbe. Ma quella scala, per il credente, ha un nome preciso: è la croce. È da lì che il cielo e la terra tornano a comunicare. Non esiste uno sguardo profondo su Dio che non passi attraverso questo legno. Sotto la croce si muove un’umanità divisa e insieme ricomposta. I soldati romani, pagani, si spartiscono le vesti di Gesù; la tunica, invece, resta intatta, tirata a sorte. Poco distante stanno quattro donne, tutte ebree, tra cui Maria e Maria di Magdala. Uomini e donne, pagani ed ebrei: l’evangelista sembra voler dire che la salvezza non conosce confini. La croce piantata nel mezzo del mondo apre i quattro punti cardinali della storia. La tunica senza cuciture, che non viene strappata, ha affascinato a lungo i Padri della Chiesa. È la veste del sommo sacerdote, ma anche il segno dell’unità della Chiesa, che non può essere lacerata. Come la rete della pesca miracolosa, che pur colma non si spezza, così la comunità dei credenti è chiamata a restare una.

Sotto la croce Gesù pronuncia parole essenziali. Affida sua madre al discepolo amato e il discepolo alla madre. Nasce qui una nuova famiglia, fondata non sul sangue ma sulla fede. Maria, chiamata “donna” come a Cana, appare come la nuova Eva, madre di un’umanità riconciliata. Le nozze annunciate all’inizio del Vangelo trovano ora il loro compimento: lo sposo dona la vita per la sua sposa, la Chiesa. Poi Gesù dice: «Ho sete». È la sete dell’uomo, del desiderio profondo che attraversa ogni vita. È la stessa sete evocata davanti al pozzo di Sicar. E infine: «È compiuto». Non è un grido di sconfitta, ma di pienezza. L’amore è arrivato fino all’estremo. Chinato il capo, Gesù consegna lo Spirito.

Dal suo costato trafitto sgorgano sangue e acqua. Giovanni vede in quel gesto l’adempimento delle Scritture: Gesù è il nuovo tempio, da cui scaturisce la sorgente che risana il mondo. È l’acqua del Battesimo e il sangue dell’Eucaristia, il fiume di vita che rende fecondo anche il “mare morto” dell’esistenza umana. Il racconto si chiude in un giardino. Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo, che un tempo aveva cercato Gesù di notte, ora agiscono alla luce del giorno. Portano aromi in abbondanza, come per la sepoltura di un re. Il sepolcro è nuovo, e nessuno vi è mai stato deposto. È una morte nuova, che già profuma di vita. Il giardino torna a essere ciò che era all’inizio: il luogo dell’incontro tra Dio e l’uomo. Sul Golgota, là dove tutto sembrava finire, il paradiso viene silenziosamente riaperto.

V Domenica di Quaresima

logoXIR193452 The Raising of Lazarus, Scenes from the Life of Christ (mosaic) by Byzantine School, (6th century); Sant\\\\\\'Apollinare Nuovo, Ravenna, Italy. , Bridgeman Images

 

Ricordati che puoi risorgere

A Betania la morte ha un odore preciso, quasi riconoscibile: è l’odore della pietra chiusa, del pianto che riempie la casa, della speranza che sembra arrivare troppo tardi. Tutto il racconto di Lazzaro si muove dentro questo spazio segnato dal lutto: una famiglia ferita, due sorelle che vegliano un’assenza, un amico che non c’è più e un sepolcro che sembra avere l’ultima parola.

La morte, del resto, non ha bisogno di essere creduta: si impone con una evidenza brutale, attraversa le cronache quotidiane, abita i conflitti irrisolti, si affaccia sulle strade dove tante vite, soprattutto giovani, si spezzano improvvisamente. Eppure, proprio mentre la vediamo ovunque, impariamo anche a rimuoverla, a far finta che non ci riguardi, come se la distanza potesse proteggerci dalla sua domanda radicale. Il Vangelo di Giovanni, invece, non consente questa fuga. Ci obbliga a fermarci davanti al sepolcro, a sostare in quel luogo scomodo dove il dolore non può essere addolcito né spiegato. Ci fa intuire che vivere è, in fondo, un continuo tentativo di uscire dalla morte: da situazioni che ci chiudono, da relazioni che si spengono, da paure che ci rendono immobili. Ma quando ogni via di uscita sembra sbarrata, quando la pietra è ormai sigillata, che cosa resta? Resta l’amicizia, ed è forse questa la luce più sorprendente del racconto. Gesù ama Lazzaro, ama Marta e Maria; Betania è per lui una casa, un rifugio, un luogo dove deporre la stanchezza accumulata lungo le strade e ritrovare il gusto della relazione gratuita. Per questo, quando giunge il messaggio – «Il tuo amico è malato» – Gesù non può restare lontano, anche se tornare significa esporsi al pericolo, rientrare in un territorio ostile, avvicinarsi a una morte che lo riguarda ormai da vicino.

Qui l’amore assume il volto del rischio. Gesù sa che restituire la vita a Lazzaro gli costerà la propria, e infatti dopo Betania la sua sorte è segnata. L’amico vive perché l’amico accetta di perdere la vita. È una legge dura, ma profondamente vera: l’amore autentico non è mai senza ferite, non è mai senza prezzo.

Davanti alla tomba Gesù piange. Piange senza trattenersi, senza difendersi, come piangono gli amici quando la morte spezza un legame irrinunciabile. Non è un pianto rassegnato, ma un pianto che protesta, che si ribella, che dice un “no” radicale alla logica implacabile della morte. Le lacrime di Gesù ci ricordano che la fede non elimina il dolore e non chiede di mascherarlo, ma lo attraversa fino in fondo. Poi, nel silenzio carico di attesa, risuona una parola che rompe l’immobilità del sepolcro: «Lazzaro, vieni fuori!». Non è soltanto il richiamo di un morto alla vita, ma una parola che attraversa il tempo e continua a raggiungere ogni uomo e ogni donna. Perché il vero miracolo non è tornare alla vita di prima, destinata comunque a finire, ma entrare in una vita nuova, capace di oltrepassare la morte senza esserne schiacciata.

«Io sono la Risurrezione e la vita», dice Gesù, parlando non al futuro ma al presente. La Risurrezione non è rimandata all’ultimo giorno: accade già ora, ogni volta che una pietra viene tolta, ogni volta che qualcuno trova il coraggio di uscire dal proprio sepolcro interiore.

Per questo il comando continua a risuonare anche per noi: «Togliete la pietra!». Togliere ciò che chiude il cuore, ciò che rende indifferenti al dolore degli altri. La Risurrezione finale non sarà altro che il compimento di queste piccole, faticose risurrezioni quotidiane. La parola cristiana, allora, non è «ricordati che devi morire», ma un’altra, più esigente e più luminosa: «Ricordati che puoi risorgere». Già ora, ogni giorno, alla voce di Colui che non smette di chiamare: «Vieni fuori».

IV Domenica di Quaresima

logo

Occhi nuovi per un cuore vivo

Il segno di cui parla il Vangelo è un passaggio: dalle tenebre alla luce. Non solo dal buio degli occhi alla vista, ma da una cecità più profonda a uno sguardo nuovo. Perché ci sono diversi modi di vedere: c’è il vedere con gli occhi, il vedere con l’intelligenza e c’è il vedere con gli occhi del cuore. Spesso siamo travolti da ciò che appare e perdiamo il senso della realtà. Viviamo in una civiltà in cui conta ciò che si vede, ciò che si esibisce, ciò che funziona come spettacolo. E così può accadere di stare accanto a una persona e non vederla davvero; persino di vivere insieme per anni e scoprire, un giorno, di non essersi mai compresi fino in fondo. Senza gli occhi del cuore non si vede neppure sé stessi: resta nascosto quell’io profondo che desidera il vero, il bello, il puro. E senza gli occhi del cuore, come potremmo vedere Dio? «Beati i puri di cuore perché vedranno Dio», dice Gesù. Questo sguardo non è il frutto di uno sforzo, ma un dono. Gesù è la luce del mondo: dove passa, nascono occhi nuovi.

Il cieco del Vangelo è una figura esemplare. È cieco dalla nascita: non vede e non è visto. Non perché sia invisibile, ma perché chi lo incontra non va oltre l’apparenza. I discepoli lo guardano e subito cercano una colpa: «Chi ha peccato, lui o i suoi genitori?». Gesù, invece, «passando, vide». Vide davvero: non un peccatore da giudicare, ma un uomo da salvare. Gesù rifiuta il legame automatico tra malattia e peccato, un’idea dura a morire, allora come oggi. Non si perde in discussioni sterili: mentre i discepoli parlano, lui agisce. Non cerca la causa della sofferenza, ma apre uno spiraglio di luce dentro di essa. Non spiega il mistero del dolore, ma lo attraversa con la misericordia.

Il cieco nato non ha perso la vista: non l’ha mai avuta. Per questo il gesto di Gesù non è solo guarigione, ma creazione. Sputa per terra, impasta il fango, lo spalma sugli occhi. È un gesto concreto, quasi sconcertante, che richiama il fango della prima creazione: la vita di Dio che si mescola alla terra dell’uomo. Poi Gesù lo manda a lavarsi nella piscina di Siloe, che significa “Inviato”. Non nel lavatoio più vicino, ma là, attraversando la città, scendendo verso il punto più basso. È un cammino faticoso, ma necessario. La grazia è dono, ma chiede una risposta. L’uomo va, si lava e torna che ci vede. Quel cieco è il simbolo dell’umanità intera, incapace, da sola, di vedere Dio. È una figura nella quale ciascuno può riconoscersi. Anche noi siamo ciechi dalla nascita, non perché colpevoli, ma perché limitati. Abbiamo bisogno di un intervento creatore che ci renda capaci di ciò che da soli non possiamo fare.

Il racconto diventa allora un cammino di fede. L’uomo che ha ricevuto la vista cresce nella luce: prima parla di «un uomo chiamato Gesù», poi lo riconosce come profeta, quindi come uno che viene da Dio, fino a dire: «Credo, Signore». Più vede, più rischia; più cresce nella luce, più resta solo. Viene insultato, giudicato, cacciato fuori. Ed è proprio lì che Gesù lo incontra di nuovo. Dove qualcuno è escluso, Gesù si fa presente. Quando si perdono appartenenze e protezioni nasce la fede vera. Il Vangelo pone una domanda decisiva: «Siamo ciechi anche noi?». La vera cecità è credere di vedere già, rifiutando di lasciarsi cambiare. Perché il miracolo avvenga, occorre riconoscersi ciechi e mendicare luce. Così anche noi possiamo diventare figli della luce, capaci di vedere Dio perché capaci di vedere il fratello.

Questo sito utilizza i cookie per migliorare la tua esperienza sul sito. Continuando la navigazione autorizzi l'uso dei cookie.