Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

II Domenica del tempo ordinario

logoXIR898201 The Baptism of Christ (oil on panel) by Francia, (Francesco di Marco Raibolini) Il (1450-1517); Gemaeldegalerie Alte Meister, Dresden, Germany; (add.info.: Baptism of Christ). , Bridgeman Images

Quel Dio che non ci aspettavamo

Io non lo conoscevo». Giovanni Battista lo afferma due volte parlando di Gesù, e questa insistenza sorprende. Come può dichiarare di non conoscere colui con il quale esistevano legami familiari così stretti? È davvero plausibile che non si fossero mai incontrati, che non avessero condiviso tratti di vita comune? In realtà Giovanni non nega una conoscenza umana di Gesù. Con quelle parole segnala un passaggio decisivo: il passaggio da una familiarità “secondo la carne” a una conoscenza nuova, spirituale, ricevuta dall’alto. Non è Gesù che è cambiato, ma lo sguardo di Giovanni, ora illuminato dallo Spirito, tanto da poter dire: «Io ho visto e ho reso testimonianza». La vera conoscenza di Gesù non nasce dalla consuetudine, ma dalla rivelazione.

Questo tocca direttamente l’esperienza cristiana. La fede non coincide con ciò che sappiamo di Gesù, né con la padronanza di un linguaggio religioso o teologico. È una conoscenza sempre aperta, mai conclusa, che chiede di essere continuamente rinnovata. Il Vangelo, tuttavia, mostra che in questa ricerca non siamo soli. Giovanni vede Gesù «venire verso di lui»: è Dio che prende l’iniziativa. Per due volte il testo parla dello Spirito che discende. La conoscenza autentica di Gesù non è il risultato di uno sforzo umano, ma un dono che viene dall’alto.

Dentro questa esperienza Giovanni pronuncia la sua proclamazione: «Ecco l’Agnello di Dio». Un’espressione che rischia di diventare familiare e poco interrogante, se non ne recuperiamo la densità originaria. Nella lingua aramaica, infatti, il termine talya’ indica sia l’agnello sia il servo. L’annuncio può dunque essere ascoltato anche così: «Ecco il Servo di Dio».

La figura del Servo, nell’Antico Testamento, non designa un semplice subordinato, ma colui che agisce in nome del Signore, il suo rappresentante nella storia. E tuttavia questo Servo è presentato con l’immagine dell’agnello: fragile, mite, consegnato. Autorità e debolezza, missione e vulnerabilità si tengono insieme. Non è un caso che la liturgia accosti a questo Vangelo il Canto del Servo di Isaia (II Lettura). Il profeta, esule in Babilonia, interpreta la propria vocazione come una chiamata ricevuta fin dal grembo materno e descrive la missione con immagini forti: una spada affilata, una freccia pronta nella faretra. È il linguaggio di un impegno totale.

Eppure proprio questo Servo conosce la crisi. Dopo aver dato tutto sé stesso, sperimenta la delusione: la parola sembra inefficace, la fatica sprecata. Ma proprio lì Dio apre un orizzonte più grande. La missione non viene ritirata, bensì dilatata: il Servo diventa luce per le nazioni. Questa fecondità passa attraverso la sofferenza: il Servo diventa Servo sofferente.

In Gesù questa figura trova il suo compimento. Anche la sua vicenda appare segnata dal fallimento: entusiasmo iniziale, poi rifiuto, solitudine, morte. Eppure proprio attraverso questa debolezza Gesù manifesta un’efficacia universale. È l’Agnello, è il Servo: salva non imponendosi, ma consegnandosi.

Questo Vangelo parla anche alla nostra vita. Quando il bene sembra inutile, quando l’impegno non produce i risultati sperati e la stanchezza prende il sopravvento, siamo chiamati a ricordare che la storia non è nelle nostre mani e che i frutti non ci appartengono. Il bene non è mai sterile, anche quando rimane nascosto.

Battesimo del Signore

 

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DGC829537 The Baptism of Jesus, Cyprus (fresco) by Cypriot; Kykkos Monastery, Troodos Mountains, Cyprus.; (add.info.: Situated west of Pedoulas in the Troodos Mountains and founded by the Byzantine emperor Alexios I Komnenos, The Holy, Royal and Stavropegic Monastery of Kykkos (Greek:\\u0399\\u03B5\\u03C1\\u03AC \\u039C\\u03BF\\u03BD\\u03AE \\u039A\\u03CD\\u03BA\\u03BA\\u03BF\\u03C5), is one of the wealthiest and best-known monasteries in Cyprus; Artwork by the Kepola brothers, Cypriot icon painters and others from Greece and Romania;); Prismatic Pictures . , Bridgeman Images

Un inizio che disarma

Giovanni Battista aveva attirato l’attenzione. La sua predicazione, aspra e diretta, aveva fatto parlare di sé e aveva messo in cammino molte persone. Attorno al Giordano si radunavano uomini e donne che sentivano il bisogno di rimettere ordine nella propria vita. In questo contesto Gesù lascia la Galilea e scende fino al fiume. Non è un incontro casuale. Gesù ha sentito parlare di questo predicatore e decide di uscire dalla vita vissuta fino a quel momento in modo nascosto e ordinario, per circa trent’anni. Si mette in cammino, percorre oltre cento chilometri e raggiunge i guadi del Giordano per partecipare a quel rito penitenziale che stava segnando l’attesa di molti. Questa scelta, però, non è affatto scontata. Quando Giovanni lo vede arrivare, resta perplesso e cerca di impedirglielo. Avverte subito uno scarto, una sproporzione che non riesce a spiegarsi: «Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?».

Il suo battesimo è un gesto destinato a chi riconosce il proprio peccato e sente il bisogno di conversione. Per questo la presenza di Gesù lo disorienta: non riesce a collocarlo tra chi scende nel fiume per cambiare vita. Gesù, tuttavia, non entra in discussione e non cerca di chiarire. Non si sottrae, ma neppure si impone. Chiede solo di lasciar fare, per ora, come se quel gesto fosse necessario anche senza essere subito compreso. E ne indica il motivo: è così che si compie ogni giustizia. Una risposta breve, che non scioglie tutte le domande, ma invita ad accettare uno stile.

In questo punto Matteo concentra il senso del racconto. “Compiere” e “giustizia” sono parole decisive. Gesù non è venuto a sostituire, a rompere o ad annullare, ma a portare a pienezza. E ciò che deve essere portato a pienezza è la giustizia, cioè il progetto di Dio. Un progetto che non si realizza imponendosi dall’alto o prendendo le distanze, ma assumendo fino in fondo la condizione umana. Per farsi battezzare bisogna entrare nel fiume, abbassarsi, immergere la testa, accettare di essere sommersi. È un gesto che parla di perdita, di rinuncia, di esposizione. Gesù sceglie consapevolmente questa strada. Non perché abbia bisogno di purificazione, ma perché il progetto di Dio passa da lì: dalla condivisione e dall’assunzione piena della fragilità dell’uomo, senza scorciatoie.

Davanti a questo gesto anche Giovanni deve cambiare sguardo. Aveva annunciato un Messia forte, deciso, capace di giudicare e di separare. Ora si trova davanti un Messia che si abbassa e chiede di essere accolto. Accettare di battezzarlo significa per Giovanni entrare in una conversione più profonda, lasciarsi correggere dalle proprie attese e imparare uno stile che non aveva previsto. Il Vangelo, significativamente, non racconta il gesto del battesimo. Racconta solo l’uscita. Gesù esce dall’acqua, come in un esodo, come in una liberazione che apre un tempo nuovo. Ed è proprio allora che i cieli si aprono, lo Spirito scende e una voce proclama: «Questi è il Figlio mio, l’amato».

Il Figlio viene riconosciuto non quando si distingue, ma quando accetta di stare dove stanno gli altri. Non prende le distanze né occupa un posto separato: sta in fila, assume la condizione comune. Solo dopo, e non prima, il cielo si apre. Il racconto insiste su questo ordine e continua a metterci in crisi, perché rovescia le nostre attese religiose: Dio non si manifesta nel controllo, nella superiorità o nella separazione, ma rinunciando a sottrarsi e condividendo il destino degli uomini.

 

Solennità dell’Epifania del Signore

logoXJL86566 The Adoration of the Magi, 1530 by Master of the Prodigal Son, (fl.1530-60); 68x56 cm; Museo de Santa Cruz, Toledo, Spain; (add.info.: by of the Prodigal Son Master). , Bridgeman Images

 

Dove cerchiamo la Luce?

L’Epifania non è il racconto di un viaggio suggestivo né una scena secondaria del presepe. È il momento in cui il Vangelo mostra con chiarezza dove Dio sceglie di farsi riconoscere e chi, sorprendentemente, riesce ad accorgersene. Matteo costruisce il suo racconto su un grande contrasto che attraversa tutto il testo. Da una parte c’è l’Oriente lontano, il cielo con le sue stelle, l’ampiezza del mondo e delle sue domande; dall’altra c’è Gerusalemme, centro religioso, luogo delle Scritture, città in cui tutto dovrebbe essere chiaro e riconoscibile. In mezzo, quasi a sorpresa, compare Betlemme, un villaggio marginale, privo di prestigio e di potere, che non promette nulla. Ed è proprio lì che tutto converge, perché Dio sceglie di manifestarsi non dove l’uomo concentra le sue sicurezze, ma là dove meno se lo aspetta.

I protagonisti del racconto sono stranieri. Non appartengono al popolo dell’alleanza, non sono esperti delle Scritture, non rientrano nelle categorie religiose consuete. Eppure sono loro a mettersi in cammino. Non possiedono risposte, ma una domanda che li inquieta e li spinge a partire. Vedono una stella e decidono di prenderla sul serio, lasciandosi orientare da essa. La stella non elimina la fatica del viaggio né rende il percorso più facile, ma offre una direzione, e questo basta per non restare fermi. A Gerusalemme, invece, il clima è opposto. Qui si conoscono le Scritture, si sanno citare i profeti, si è capaci di indicare con precisione il luogo in cui dovrebbe nascere il Messia. Ma questa conoscenza non diventa movimento. Tutto resta fermo.

Il racconto evangelico è sorprendentemente severo: si può sapere molto di Dio, frequentare i luoghi della religione, maneggiare parole sacre, e tuttavia non riconoscere il momento in cui Dio passa davvero. Quando i Magi arrivano a Betlemme, ciò che trovano potrebbe sembrare una smentita delle loro attese. Non c’è nulla di grandioso: solo un bambino, una madre, una casa qualunque. Ed è proprio lì che avviene l’Epifania. I Magi si fermano, si abbassano, adorano. Comprendono che Dio non si impone con la forza, ma chiede di essere riconosciuto nella fragilità; che la luce che cercavano non abbaglia, ma invita a uno sguardo capace di accogliere. Il gesto dell’adorazione rivela che la vera conoscenza non è possesso né controllo, ma relazione. Non basta vedere per comprendere: occorre lasciarsi coinvolgere, accettare di cambiare posizione, di scendere dal proprio punto di vista. I Magi non capiscono tutto, ma si fidano, e questa fiducia li trasforma. Lo si intuisce dal finale del racconto, quando tornano al loro paese per un’altra strada: non perché abbiano trovato un percorso più comodo, ma perché l’incontro con quel bambino ha cambiato il loro modo di camminare.

L’Epifania continua così a interrogarci anche oggi. Ci chiede dove cerchiamo la luce e se siamo davvero disposti a muoverci quando essa ci conduce fuori dai luoghi abituali. Ci ricorda che Dio spesso si lascia incontrare ai margini, che i lontani possono riconoscere prima dei vicini ciò che conta davvero, e che la fede non cresce accumulando certezze, ma accettando di lasciarsi orientare da una luce sufficiente per il passo successivo.

Forse è questo il dono più vero dell’Epifania: non una risposta che chiude le domande, ma una luce che le accompagna, rendendo possibile il cammino.

II Domenica dopo Natale

logoBBG11761449 Saint John the Evangelist on Patmos, 15th century (tempera on wood) by Mates, Joan or Juan (c.1370-1431); Musee Goya, Castres, France; (add.info.: Joan Mates; around 1370 - 1431. Saint John the Evangelist on Patmos, 1st quarter of the 15th century. Tempera on wood, H. 0.78 m; L. 0.92 m. Goya Museum, Castres INV number. 894-5-1); \\u00A9 Bernard Bonnefon. All rights reserved 2025. , Bridgeman Images

Nella seconda domenica dopo Natale la liturgia ci propone testi di grande spessore teologico, quasi a invitarci a compiere un passo ulteriore: dopo la semplicità e l’immediatezza del linguaggio natalizio, siamo chiamati ad approfondire il mistero che ci è stato rivelato. Non si tratta di abbandonare lo stupore, ma di abitarlo in modo più maturo. Giovanni, nel Prologo, non racconta ciò che è accaduto a Betlemme, ma ci dice cosa è entrato nel mondo e quale realtà si è resa finalmente visibile nella storia. Il suo sguardo non si ferma all’evento. Ne svela il significato ultimo.

«In principio era il Logos». L’evangelista apre il Vangelo con quel tono solenne che richiama deliberatamente le prime parole della Genesi. Non si tratta di un inizio cronologico, ma del fondamento stesso dell’essere. Alla radice della realtà non c’è il silenzio né il caos, ma una Parola viva; non un Dio isolato, ma un Dio che è comunicazione, relazione, comunione. Il Logos è rivolto a Dio ed è Dio: ciò che si manifesta nel tempo non è qualcosa di estraneo a Dio, ma l’espressione di ciò che Dio è da sempre. Il Natale appare così come la rivelazione storica di una verità eterna.

Questa Parola, prosegue Giovanni, è anche luce. La luce splende nelle tenebre: non le ignora, non le cancella, non le nega, ma le attraversa senza lasciarsene soffocare. È una luce che non abbaglia e non costringe, ma che rimane fedele a sé stessa anche quando incontra resistenza. In questa affermazione, insieme discreta e potente, l’evangelista affida alla fede una certezza essenziale: la luce di Dio non viene meno.

Il cuore luminoso del Prologo è l’affermazione decisiva: «Il Logos si fece carne». Qui si concentra tutta la novità cristiana. La Parola eterna non rimane al di sopra della storia, ma entra nel tempo; non si limita a illuminare dall’esterno, ma assume la condizione umana nella sua concretezza. La “carne” non indica semplicemente l’umanità di Gesù, ma la sua esposizione al limite, alla fragilità, alla finitezza. È proprio la carne, così com’è, il luogo che Dio sceglie per rendersi presente.

Per descrivere questa presenza, Giovanni ricorre a un’immagine di grande bellezza biblica: la Parola «pose la sua tenda» in mezzo a noi. Il riferimento è alla tenda dell’incontro nel deserto, segno della vicinanza di Dio al suo popolo durante il cammino. Ora, però, quella tenda non è più uno spazio sacro separato, ma una vita umana. Dio non abita più in un luogo delimitato: abita la storia, condivide il tempo degli uomini. La rivelazione assume così una forma sorprendentemente sobria: non l’imponenza di un tempio, ma la discrezione di una dimora fragile.

Il Prologo non nasconde il paradosso che accompagna questa scelta. La Parola viene nel mondo che ha creato e tuttavia non è riconosciuta. La rivelazione non produce consenso automatico. Eppure Giovanni non si arresta davanti al rifiuto: accanto ad esso custodisce una promessa decisiva. A chi accoglie la Parola è dato il potere di diventare figlio di Dio: una vita nuova che nasce non da legami naturali o da iniziative umane, ma da un dono che viene da Dio.

L’inno si conclude con un’affermazione che riassume e illumina l’intero percorso: Dio nessuno lo ha mai visto; il Figlio unigenito lo ha rivelato. Dio resta invisibile, ma non inaccessibile. Si lascia conoscere attraverso una vita vissuta nella comunione con il Padre. In Gesù, grazia e verità – dono e rivelazione – coincidono pienamente.

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