Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

XXI Domenica del Tempo Ordinario

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Se Gesù ti interrogasse, sapresti rispondere?

Gesù si trova a Cesarea di Filippo, ai confini della terra d’Israele. È un luogo simbolico, quasi una soglia tra il mondo ebraico e quello pagano. Dopo aver discusso con i suoi avversari, sceglie questo scenario appartato per rivolgere ai discepoli la domanda più importante del Vangelo: «La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Le risposte si rincorrono: Giovanni Battista, Elia, Geremia, uno dei profeti. Sono giudizi lusinghieri, ma tutti rivolti al passato. La folla vede in Gesù il ritorno di una grande figura della storia di Israele. Nessuno, però, comprende che con lui Dio sta facendo qualcosa di assolutamente nuovo. Allora Gesù cambia interlocutore e passa a chi ha condiviso il suo cammino. «Ma voi, chi dite che io sia?».

È una domanda che attraversa i secoli senza perdere la sua forza. Non cerca una definizione imparata a memoria, ma una risposta personale. Ognuno, prima o poi, deve confrontarsi con essa. Chi è davvero Gesù per la mia vita? Se non ci fosse, cambierebbe qualcosa nel mio modo di amare, di affrontare il dolore, di guardare al futuro? La fede comincia quando queste domande smettono di essere teoriche e toccano l’esistenza. A nome di tutti risponde Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Nel Vangelo di Matteo questa professione di fede è particolarmente intensa. Gesù non è soltanto il Messia atteso: è il Figlio nel quale Dio stesso si rende vicino all’uomo. Per questo Gesù proclama beato Pietro: «Né la carne né il sangue te l’hanno rivelato...». La fede non nasce solo dall’intelligenza o dallo studio. Si può sapere molto di Gesù senza averlo realmente incontrato. Riconoscerlo come il Figlio di Dio è sempre un dono che il Padre offre a chi si lascia aprire gli occhi del cuore.

È qui che il Vangelo interpella anche noi. Non basta sapere chi è Cristo; occorre scoprire chi è per noi. Le parole della tradizione diventano vere solo quando si riempiono della nostra storia, delle nostre ferite, delle nostre speranze.

La risposta più autentica, allora, non è necessariamente quella più raffinata. È quella che nasce da una relazione. È poter dire, magari con poche parole ma con sincerità: Signore, la mia vita senza di te non sarebbe la stessa. Subito dopo Gesù affida a Simone una missione nuova: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa». Cambiargli il nome significa cambiargli la vita. Pietro diventa la roccia non perché sia l’uomo più forte, ma perché Dio ama costruire la sua opera attraverso persone fragili che si fidano di lui.

Per la prima volta compare nel Vangelo la parola “Chiesa”. Prima di essere un’organizzazione, essa è la comunità di coloro che hanno riconosciuto in Gesù il Figlio del Dio vivente. Ad essa il Signore promette che «le porte degli inferi» non prevarranno. È un’immagine che indica il potere della morte: il male non avrà l’ultima parola, perché la vita del Risorto sarà sempre più forte. Anche le chiavi consegnate a Pietro non rappresentano un privilegio, ma un servizio. Custodire la casa, aprire le porte, confermare i fratelli nella fede: è questo il compito affidato a chi guida la comunità cristiana. L’autorità evangelica non nasce dal desiderio di dominare, ma dalla responsabilità di servire.

Il racconto si conclude con una sorpresa. Gesù ordina ai discepoli di non dire ancora a nessuno che egli è il Cristo. Hanno pronunciato le parole giuste, ma non ne comprendono ancora il significato pieno. Solo la croce e la risurrezione riveleranno quale Messia egli sia: non un re potente secondo i criteri del mondo, ma il Figlio che salva donando la propria vita.

XX Domenica del Tempo Ordinario

logo3AJ41NX This 17th-century religious painting, part of the Seven Acts of Mercy series, depicts the biblical story of Christ and the Canaanite woman. Painted in the studio of Frans Francken II around 1640-1650, it illustrates Christ?s compassion towards the woman, reflecting Christian themes of mercy and faith. , ipa

 

Una donna pagana e una lezione a tutti

Alcuni passi evangelici sollevano difficoltà interpretative al lettore. Abituati a una rappresentazione di Gesù come risposta pronta al grido dei sofferenti, l’episodio della donna cananea (Matteo 15,21-28) appare problematico: il comportamento di Gesù – il silenzio iniziale, la parola di rigetto, il rimando apparentemente duro – disorienta e interroga. Gesù esce dai confini di Israele e si dirige verso le regioni di Tiro e Sidone, in terra pagana. Persino la donna è una cananea e appartiene a un popolo ritenuto lontano dall’alleanza, simbolo dell’idolatria e dell’impurità. Eppure è proprio lei a riconoscere in Gesù il “Figlio di Davide”. Il suo è anzitutto il grido di una madre: non chiede nulla per sé, ma implora la guarigione della figlia.

La reazione di Gesù lascia spiazzati. Non le rivolge neppure una parola. Il silenzio pesa, e ancora più sorprendente è l’atteggiamento dei discepoli: la loro richiesta può essere intesa anche come un secco «mandala via». È allora che Gesù pronuncia una frase destinata a scandalizzare: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele». Presa isolatamente, sembrerebbe una chiusura definitiva. In realtà esprime una verità storica: durante la sua vita terrena Gesù svolge la propria missione anzitutto all’interno di Israele; solo dopo la Pasqua il mandato missionario raggiungerà tutte le genti.

Matteo, però, vuole dire qualcosa di più profondo. Gesù mette in scena la mentalità del suo tempo, facendo emergere quella visione ristretta che divide l’umanità tra “noi” e “gli altri”, tra chi si ritiene vicino a Dio e chi è considerato escluso. La donna, da parte sua, non si lascia scoraggiare. Non interpreta il silenzio come un rifiuto definitivo. Continua a seguire Gesù, gli si prostra davanti e pronuncia una preghiera brevissima: «Signore, aiutami!». È una delle invocazioni più essenziali del Vangelo, nella quale si concentra tutta la fede di chi non ha altro appiglio se non il Signore.

Gesù rincara la dose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». Il termine “cagnolini” si riferisce al modo in cui molti giudei indicavano i pagani. Gesù porta alla luce un pregiudizio diffuso, spingendolo fino alle sue estreme conseguenze perché possa essere smascherato. Ed è proprio qui che la donna sorprende tutti. Non si offende. Con un’umiltà disarmante accoglie l’immagine proposta da Gesù e la trasforma in una professione di fede: «È vero, Signore; eppure anche i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». La sua è una risposta straordinaria. Non chiede il pane dei figli; le basta una briciola. Ma proprio questa immagine rivela un’intuizione decisiva: la misericordia di Dio è così abbondante da non impoverire nessuno.

A questo punto Gesù depone la maschera pedagogica. Non è più il Maestro che provoca, ma il Signore che si lascia commuovere dalla fede autentica: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E la figlia viene guarita nello stesso istante.

Il centro del racconto non è tanto il miracolo, quanto il riconoscimento di una fede sorprendente. Mentre molti appartenenti al popolo eletto faticano a comprendere Gesù, una donna pagana diventa modello di fiducia, perseveranza e umiltà. Matteo anticipa così l’apertura universale del Vangelo: il Regno di Dio non conosce confini etnici, religiosi o culturali. La vera appartenenza nasce dalla fede.

XIX Domenica del Tempo Ordinario

logo  2YWJ337 Jesus Walking on the Water 1618 by Peter Paul Rubens.(1577-1640). Flemish artist and diplomat, Flemish, Baroque, France, Fine Art Museum, , Alamy Stock Photo

Ci sono pagine del Vangelo che rischiamo di leggere soltanto come il racconto di un miracolo, mentre Matteo le colloca dentro una storia di dolore e di fede, quasi a suggerire che Dio si rivela non fuori dalle prove dell’esistenza, ma proprio nel loro cuore. L’episodio di Gesù che cammina sulle acque nasce all’indomani della morte di Giovanni Battista. Quella notizia ferisce profondamente Gesù, perché nella sorte del Precursore egli intravede già il proprio destino. Per questo sale sul monte a pregare. Il Gesù che, nella notte, raggiunge i discepoli sul lago non è un uomo che vuole esibire la propria potenza, ma un uomo che ha attraversato il dolore e che, nel dialogo con il Padre, ha ritrovato la forza di continuare il suo cammino.

In questa prospettiva si comprende meglio anche la prima lettura (1Re 19,9.11-13). Elia, fuggiasco e deluso, sale sul monte Oreb per incontrare Dio e scopre che il Signore non si manifesta nell’uragano, nel terremoto o nel fuoco, ma nella voce di un silenzio sottile. È una rivelazione che attraversa tutta la Scrittura: Dio non ama imporsi con il fragore della potenza, ma si lascia riconoscere nella discrezione di una presenza che sostiene senza fare rumore.

Intanto i discepoli sono sul lago. Il vento è contrario e la traversata sembra non finire mai. Matteo concentra tutta la fatica dell’esistenza in tre immagini: la notte, il mare e il vento. La notte è il tempo dell’incertezza; il mare rappresenta il caos, ciò che sfugge al controllo dell’uomo; il vento è la forza che scompagina ogni progetto. Sono le immagini delle nostre paure, di quelle stagioni nelle quali si continua a remare senza avanzare, si moltiplicano gli sforzi e tuttavia sembra di rimanere sempre nello stesso punto.

È proprio allora che Gesù si avvicina. Non aspetta che il mare si calmi, ma entra nella tempesta e cammina su quelle acque che, nella mentalità biblica, sono il simbolo del male e dell’inconsistenza. Il particolare decisivo, però, è un altro: non sono i discepoli a raggiungere il Maestro, ma è il Maestro a prendere l’iniziativa e ad andare verso di loro. La fede nasce sempre da questo movimento di Dio che si fa vicino all’uomo.

Solo Matteo racconta ciò che accade a Pietro. La sua richiesta è sorprendente: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Pietro non domanda un prodigio; desidera raggiungere Gesù proprio attraverso ciò che lo spaventa. Ha compreso che il vero miracolo non consiste nel camminare sul mare, ma nel non lasciarsi separare dal Signore neppure quando tutto vacilla. Quel semplice «Vieni!» diventa allora una parola creatrice, capace di rendere possibile ciò che all’uomo appare impossibile.

Finché Pietro tiene fisso lo sguardo su Gesù, cammina; quando invece torna a guardare il vento, comincia ad affondare. È un’immagine di straordinaria verità. Non sono le difficoltà a farci perdere la fede, ma il momento in cui esse occupano tutto il nostro orizzonte. Per questo il grido «Signore, salvami!» è una delle preghiere più autentiche del Vangelo. E Gesù, senza esitazione, tende la mano a Pietro e lo afferra in modo fermo. È questa la certezza che la liturgia consegna anche a noi. Come Elia, vorremmo incontrare Dio nei segni straordinari; come Pietro, desidereremmo un mare finalmente tranquillo. Il Signore, invece, ci insegna che la fede non consiste nell’essere risparmiati dalle tempeste, ma nello scoprire che, proprio mentre il vento continua a soffiare, Egli viene verso di noi e ci tende la mano.

XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

logoAW665W mosaic fish on the church floor at Tabigha where the multiplication of the loaves of bread and fishes took place , ipa

 

Non manca il pane, manca la condivisione

La notizia della morte di Giovanni Battista apre una delle pagine più intense del Vangelo di Matteo. Non è soltanto il racconto di un lutto: è il momento in cui Gesù vede delinearsi con maggiore chiarezza il destino che lo attende. Per questo cerca un luogo deserto. Nella Scrittura il deserto non è solo uno spazio geografico, ma è il luogo del silenzio, dell’essenziale, dell’incontro con Dio, dove anche il dolore può essere accolto e trasformato in preghiera. Quel progetto di solitudine, però, dura poco. La folla lo precede e lo attende. Matteo non racconta la delusione di Gesù, ma il suo sguardo: «Vide una grande folla e sentì compassione per loro». È il verbo della misericordia, che indica un coinvolgimento profondo, quasi viscerale. È il volto di un Messia che non smette di amare nemmeno quando la sofferenza bussa alla sua porta.

In questa prospettiva, nella prima lettura (Isaia 55,1-3), risuona anche l’invito del profeta Isaia: «Venite, comprate senza denaro, mangiate senza pagare». Il profeta denuncia l’illusione di spendere la vita per ciò che non nutre davvero e invita a riscoprire la logica del dono. Prima della fame del corpo esiste infatti una fame più profonda: quella di senso, di speranza, di una parola capace di sostenere l’esistenza. È questa fame che Gesù riconosce nella folla e alla quale decide di rispondere.

Quando scende la sera, i discepoli vedono soltanto l’insufficienza dei mezzi: pochi pani, pochi pesci, una folla immensa. «Congeda la folla», dicono. Gesù cambia prospettiva con una parola che attraversa i secoli: «Date loro voi stessi da mangiare». Non chiede ai discepoli di possedere ciò che manca, ma di consegnargli ciò che hanno. È questa la condizione del miracolo: Dio non parte dall’abbondanza, ma dalla disponibilità.

Il segno della moltiplicazione dei pani non è soltanto la risposta a una necessità materiale. Matteo presenta Gesù come il nuovo Mosè che nutre il popolo nel deserto, ma rivela anche che Lui è Dio stesso che continua ad aprire la sua mano e a saziare ogni vivente. Per questo il banchetto nel deserto diventa l’immagine del tempo messianico, quando nessuno è escluso dalla mensa preparata dal Signore.

Il racconto custodisce anche un altro miracolo. Il pane, che nella storia degli uomini è spesso motivo di rivalità, di possesso e perfino di guerra, nelle mani di Gesù diventa principio di fraternità. Tutti ricevono, tutti mangiano, tutti sono saziati. È la condivisione, prima ancora della moltiplicazione, a rivelare il volto del Regno. Gesù alza gli occhi al cielo e pronuncia la benedizione: il pane non è anzitutto il frutto delle nostre capacità, ma un dono ricevuto. E chi riconosce di vivere di un dono scopre che la vera ricchezza non consiste nel trattenere, bensì nel condividere.

È la provocazione che il Vangelo consegna alle nostre comunità. Di fronte alle tante forme di povertà siamo tentati di ripetere le parole dei discepoli: «Non basta». Gesù, invece, ci invita a partire da ciò che abbiamo, anche se ci sembra poco. Il problema non sono le poche risorse, ma la disponibilità del cuore. Quando il poco viene affidato a Cristo, smette di essere il limite delle nostre possibilità e diventa l’inizio di una storia nuova.

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