Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

XVII Domenica del Tempo Ordinario

 

 

logoELS9197052 The parable of the precious pearl Workshop-copy after a lost original (poplar wood) by Fetti, Domenico (1589-1623); 60.5x44 cm; Kunsthistorisches Museum, Vienna, Austria; (add.info.: The parable of the precious pearl (Matthew, 13, 44-46) Workshop-copy after a lost original, belonging to the series of 13 parables, 1618-1621. Poplar wood, 60, 5 x 44 cm Inv. 3818. Creator: Fetti, Domenico. Location: Kunsthistorisches Museum, Gemaeldegalerie, Vienna, Austria); \\u00A9 Erich Lessing. , Bridgeman Images

 

Ogni esistenza cerca un centro

Tra le figure più affascinanti dell’Antico Testamento, Salomone occupa certamente un posto particolare. La tradizione biblica lo ricorda come il re sapiente per eccellenza, il costruttore del Tempio, il sovrano la cui fama oltrepassò i confini d’Israele. Eppure la prima lettura (1Re 3,5.7-12) ci riporta all’inizio della sua vicenda, quando tutto questo è ancora soltanto possibilità. Salomone è poco più di un ragazzo e si trova improvvisamente investito di una responsabilità immensa.

Alla possibilità di chiedere qualsiasi cosa, non domanda potere, successo, sicurezza o lunga vita. Chiede invece un cuore capace di ascoltare e di discernere. La sua richiesta non riguarda anzitutto il possesso di beni, ma la capacità di valutarli. Prima ancora di governare gli altri, occorre imparare a leggere rettamente la realtà.

La questione non è soltanto religiosa. È profondamente umana. Non viviamo in un tempo segnato dalla scarsità delle possibilità, bensì dalla loro proliferazione. Le opzioni si moltiplicano, gli orizzonti si allargano, le opportunità crescono. Ciò che diventa difficile non è solo scegliere tra il bene e il male, ma riconoscere, tra molti beni possibili, quello che merita di occupare il centro dell’esistenza. È in questo orizzonte che si collocano le parabole del tesoro nel campo e della perla preziosa. Due racconti gemelli, brevi e intensi, che hanno al loro centro non un’idea, ma un’esperienza: quella di un incontro che cambia il valore delle cose. Il centro delle due parabole non è la rinuncia, ma la scoperta. Gesù non insiste su ciò che i protagonisti lasciano, ma su ciò che trovano.

Le due scene, pur simili, introducono una differenza significativa. Nel primo caso il tesoro emerge quasi per caso, dentro la trama ordinaria del lavoro quotidiano; nel secondo è il frutto di una ricerca lunga e intenzionale. In un caso la sorpresa, nell’altro la perseveranza. Ma in entrambi, ciò che accade è lo stesso: quando appare ciò che vale davvero, tutto il resto si ridimensiona.

Tutto dipende da uno sguardo. Lo stesso campo, osservato da altri, rimarrebbe un campo qualunque. La stessa perla potrebbe passare inosservata a occhi meno attenti. Il gesto finale – vendere tutto per acquistare quel bene – non nasce da un sacrificio imposto, ma dalla logica interna della scoperta.

Il Vangelo suggerisce così che la qualità di una vita dipende da ciò che essa riconosce come decisivo. Ogni esistenza si organizza attorno a un centro, a un bene che orienta scelte e priorità. Il problema non è l’assenza di un centro, ma la sua verità.

La parabola della rete, che conclude il capitolo, amplia lo sguardo. La rete raccoglie ogni genere di pesci: buoni e inutili convivono nello stesso spazio, senza distinzione immediata. Solo al momento della riva avviene la separazione. L’immagine richiama la complessità del reale, dove il discernimento definitivo non appartiene al presente, ma al compimento.

Il brano si chiude con una domanda rivolta ai discepoli: «Avete capito tutte queste cose?». Non si tratta di una verifica intellettuale, ma di una comprensione che coinvolge la vita. Perché nelle parabole si intrecciano dimensioni che non si lasciano separare: dono e ricerca, sorpresa e decisione, iniziativa di Dio e risposta dell’uomo.

Il tesoro non è semplicemente qualcosa da trovare, ma qualcosa che si lascia riconoscere. E quando accade, non è più necessario spiegare perché valga la pena orientare tutto a esso. È la scoperta stessa a ridisegnare l’ordine delle cose, con una sobrietà che non impone nulla, ma rende evidente ciò che conta.

XVI Domenica del Tempo Ordinario

logoXOS9010071 Parable of the Weeds among the Wheat, 1590-1610 (oil on panel) by Swanenburgh, Isaac Claesz (1537-1614); 129.4x148 cm; Rijksmuseum, Amsterdam, The Netherlands; (add.info.: The parable of the tares among the wheat (Matthew XIII). In the middle a standing farmer who, during harvesting, directs the field workers with sheaves of weeds to a pyre where the weeds are burned; however, the sheaves of wheat are collected and stored in a storehouse on the left. Painting by Isaac Claesz. van Swanenburg). , Bridgeman Images

Quando Dio delude i perfezionisti

La seconda parabola che Gesù propone nel capitolo 13 di Matteo è quella del grano e della zizzania, una delle più note e significative del Vangelo. Anche questa, come la parabola del seminatore, non va letta semplicemente come un racconto agricolo, ma come una chiave per comprendere il mistero del Regno di Dio e il modo in cui esso si realizza nella storia. Un uomo semina buon grano nel suo campo, ma durante la notte un nemico vi sparge la zizzania. Quando le piante crescono, i servi si accorgono del problema e propongono di intervenire subito. Il padrone, invece, sorprende tutti: vieta di strappare la zizzania, perché nel tentativo di eliminarla si rischierebbe di sradicare anche il grano. Occorre attendere il tempo della mietitura.

La parabola nasce da una domanda che accompagna ogni generazione: se Dio è all’opera nel mondo, perché il male continua a esistere? Gesù non offre una spiegazione teorica del problema, ma invita a guardare la realtà con gli occhi di Dio. Il male c’è, è presente e non va ignorato; tuttavia Dio non agisce con la fretta degli uomini. La sua pazienza lascia aperto uno spazio alla conversione, alla crescita, al cambiamento. In questo senso il Vangelo si collega molto bene alla prima lettura tratta dal libro della Sapienza (12,13.16-19). L’autore sacro afferma che Dio, pur essendo il Signore di ogni cosa, governa il mondo con mitezza e dà ai peccatori la possibilità di convertirsi. La vera forza di Dio non consiste nella punizione immediata, ma nella misericordia. La sua giustizia non è impaziente né vendicativa: è una giustizia che sa attendere.

Il rischio, invece, è quello di voler dividere subito i buoni dai cattivi, i giusti dagli ingiusti. Gesù mette in guardia proprio da questa tentazione. Gli uomini non possiedono uno sguardo così limpido da poter distinguere perfettamente il grano dalla zizzania. Solo Dio conosce veramente il cuore delle persone e solo lui può compiere il giudizio definitivo. Per completare l’insegnamento sul Regno, Matteo accosta a questa parabola quelle del granello di senape e del lievito. In entrambi i casi l’attenzione si concentra sulla sproporzione tra l’inizio e il risultato finale. Un seme minuscolo diventa un grande arbusto; una piccola quantità di lievito trasforma tutta la pasta. Così è il Regno di Dio: spesso appare fragile, marginale, quasi invisibile, eppure possiede una forza interiore capace di trasformare il mondo. Quando poi Gesù rimane solo con i discepoli, offre loro la spiegazione della parabola. Il seminatore è il Figlio dell’uomo, il campo è il mondo, il buon seme rappresenta i figli del Regno, mentre la zizzania indica coloro che si oppongono al progetto di Dio. La mietitura, infine, sarà il momento conclusivo della storia, quando il Signore manifesterà pienamente la verità.

Il messaggio che emerge da queste parabole è profondamente consolante. Dio non ha abbandonato il campo del mondo, anche quando la presenza del male sembra prevalere. Il Regno cresce silenziosamente, secondo tempi che non coincidono con quelli degli uomini. Ai discepoli è chiesto di non cedere né allo scoraggiamento né alla presunzione del giudizio, ma di confidare nella pazienza di Dio, che continua a operare nella storia con la discrezione del seme e la forza nascosta del lievito.

XV Domenica del Tempo Ordinario

 

logoGrimmer, Abel; The Parable of the Sower; The Bowes Museum; <a href=

Quando il Vangelo mette radici

La parabola del seminatore (Matteo 13,1-23), con cui si apre il grande discorso delle parabole nel Vangelo di Matteo, racconta anzitutto l’avventura della parola di Dio. Gesù la paragona a un seme: una realtà piccola e apparentemente insignificante, che tuttavia racchiude una forza vitale straordinaria. Chi guarda soltanto alle apparenze vede un granello; chi sa attendere vede già il raccolto nascosto dentro quel seme. Per comprendere la parabola non bisogna fermarsi subito ai diversi tipi di terreno. L’accento principale cade sul risultato finale. È vero che una parte del seme cade sul sentiero, tra i sassi o in mezzo alle spine, ma questi particolari servono soprattutto a mettere in evidenza il contrasto con l’esito conclusivo: il seme che cade nella terra buona produce un raccolto sorprendente, addirittura il cento per uno, una resa impensabile per l’agricoltura del tempo.

La parabola nasce in un momento difficile della vita di Gesù. Attorno a lui crescono le incomprensioni e i rifiuti, e anche i discepoli possono essere tentati dallo scoraggiamento. Ecco allora il messaggio che Gesù intende consegnare: non bisogna misurare l’efficacia della parola di Dio dai risultati immediati. Ci saranno sempre resistenze e fallimenti, ma la fecondità finale della parola supererà ogni aspettativa.

Questa parola è profondamente diversa dalle nostre parole, spesso consumate nel rumore e nelle discussioni sterili. Come ricorda il profeta Isaia nella prima lettura (55,10-11), essa non ritorna a Dio senza aver compiuto ciò per cui è stata mandata. Nella Bibbia il dire di Dio coincide con il suo agire: la sua parola non è soltanto un messaggio, ma una forza che trasforma la realtà. Tuttavia questa forza non si impone mai. Gesù sceglie il linguaggio delle parabole proprio perché desidera coinvolgere la libertà dell’ascoltatore. La parabola non offre risposte preconfezionate, ma invita a riflettere e a prendere posizione. Per questo alcuni rimangono in superficie, mentre altri si aprono a una comprensione più profonda. Il problema non è che Dio si rifiuti di parlare, ma che l’uomo può chiudere il cuore e diventare incapace di ascoltare davvero.

La spiegazione della parabola mette in evidenza i diversi modi di accogliere la parola. C’è chi la perde subito per superficialità, chi si entusiasma per un momento ma non resiste alla prova, chi la lascia soffocare dalle preoccupazioni e dagli interessi della vita. Solo il terreno buono è colui che la ascolta, comprende e custodisce. Matteo insiste particolarmente su questo verbo: “comprendere”. Non basta udire; occorre lasciare che la parola illumini l’intelligenza e trasformi la vita.

Il messaggio finale rimane però quello della speranza. Gesù non si sofferma sui terreni sterili, ma sul raccolto abbondante. Dio continua a seminare anche quando il terreno sembra poco promettente. Per questo nessun genitore deve disperare per un figlio che si è allontanato dalla fede, nessun educatore deve considerare inutile il bene seminato, nessun cristiano deve lasciarsi vincere dallo scoramento. Il seminatore continua a gettare il seme che, prima o poi, troverà la terra buona in cui germogliare. Possiamo allora pregare: «Signore Gesù, rendi il nostro cuore terra buona. Liberalo dalla superficialità e dalle distrazioni, perché il seme del tuo Vangelo possa mettere radici profonde e portare frutti abbondanti».

XIV Domenica del Tempo Ordinario

 

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La prima lettura e il Vangelo di questa domenica sono uniti da un filo molto preciso: la mitezza. Zaccaria (9,9-10) annuncia un re che giunge a Gerusalemme in modo del tutto inatteso. Non cavalca un cavallo da guerra, non è circondato da eserciti, non manifesta la propria autorità attraverso la forza. È un re “umile”, che inaugura una regalità diversa da quella conosciuta dagli uomini. Quando, al termine del Vangelo, Gesù invita i discepoli a imparare da lui perché è «mite e umile di cuore», il lettore comprende che quella profezia trova in lui il suo compimento.

Il brano di Matteo (11,25-30) si apre con una preghiera di lode. È una delle pagine più belle del Vangelo, perché ci permette di intravedere qualcosa dell’intimità che lega Gesù al Padre. Le sue parole non nascono da una situazione favorevole. Nei versetti precedenti, infatti, Matteo ha raccontato incomprensioni e rifiuti. Eppure Gesù non si lascia imprigionare dalla delusione. Guardando gli avvenimenti con gli occhi della fede, riconosce che proprio lì è all’opera il disegno di Dio e per questo può dire: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra».

Il motivo della sua gioia appare subito sorprendente: «Hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli». Queste parole non vanno intese come una critica alla cultura o all’intelligenza. Il contrasto è più profondo. Da una parte vi sono coloro che ritengono di possedere già tutte le chiavi per comprendere Dio; dall’altra vi sono coloro che rimangono aperti all’ascolto e alla sorpresa. I “piccoli” del Vangelo non sono semplicemente i meno istruiti. Essi rappresentano tutti coloro che non fanno affidamento sulle proprie sicurezze e che, proprio per questo, sono disponibili ad accogliere il dono di Dio. Nella tradizione biblica richiamano la figura dei poveri del Signore, gli anawim, che attendono tutto da Dio e non da sé stessi.

Da qui il discorso raggiunge il suo centro. Gesù parla della relazione unica che lo unisce al Padre: «Nessuno conosce il Figlio se non il Padre e nessuno conosce il Padre se non il Figlio». Nella Bibbia il verbo “conoscere” indica una relazione viva e profonda, non una semplice acquisizione di nozioni. Il mistero di Dio non è una conquista dell’intelligenza umana, ma un dono che il Figlio comunica a chi si lascia guidare da lui. A questo punto si comprende meglio anche l’invito finale: «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi». Non è un’aggiunta marginale, ma l’ultima conseguenza di tutto ciò che precede. Il Dio che Gesù rivela si avvicina anzitutto a coloro che portano il peso della vita e conoscono la propria fragilità.

Gesù non promette una vita senza fatiche. Propone però un modo nuovo di portarle: «Prendete il mio giogo sopra di voi». Nell’ambiente ebraico il giogo era immagine della Legge e della condizione del discepolo. Gesù lo identifica con la comunione con lui. Il peso diventa leggero non perché scompaia, ma perché viene condiviso. L’ultima parola del brano ci riporta ancora una volta alla figura del Messia annunciato da Zaccaria. Gesù non si definisce potente o glorioso, ma «mite e umile di cuore». È questa la forma concreta con cui Dio sceglie di manifestarsi: non attraverso la forza che si impone, ma attraverso una vicinanza che accoglie e sostiene.

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