Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

V domenica di Pasqua

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Dimorare in Gesù, credere in Dio

Nelle ultime domeniche del tempo di Pasqua la liturgia ci conduce nel cuore dei discorsi che Gesù pronuncia durante l’Ultima Cena raccontate nel Vangelo di Giovanni. Sono parole intime, dette in una notte carica di attesa e inquietudine, quando Gesù sa che la sua ora è ormai vicina. In questi discorsi egli apre il suo cuore ai discepoli e consegna loro una chiave per comprendere ciò che sta per accadere.

Il racconto si apre con un clima di turbamento. I discepoli percepiscono che qualcosa sta cambiando: Gesù ha parlato della sua partenza e il loro cuore è inquieto. In questo contesto risuonano parole che hanno il tono di una consolazione: «Non sia turbato il vostro cuore. Credete in Dio e in me credete». Gesù non ignora la fragilità dei suoi amici. Poco prima egli stesso aveva confessato di essere turbato nell’anima. Conosce bene il peso della paura e dell’incertezza. Tuttavia indica una strada per attraversarle: credere.

Nel linguaggio di Giovanni questa parola ha un significato molto concreto: non parla quasi mai di “fede” come sostantivo ma usa il verbo “credere”. È come se Giovanni volesse ricordare che la fede non è qualcosa che si possiede, ma un gesto che si compie. Credere significa affidarsi, consegnarsi, mettere la propria vita nelle mani di Dio. Anche l’ordine delle parole nella frase di Gesù è significativo: «Credete in Dio e in me credete». Le due espressioni si richiamano a indicare che sono inseparabili. Fidarsi di Dio e di Gesù è un unico atto.

Poi Gesù rassicura i discepoli con un’immagine semplice: «Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore». Non un luogo lontano, ma una casa dove c’è posto per molti. “Dimora” richiama il verbo “rimanere”, così caro a Giovanni. La fede è questo: rimanere con Gesù, abitare nella sua amicizia.

E quando Gesù aggiunge: «Vado a prepararvi un posto», i discepoli non capiscono ancora pienamente. Egli parla della sua Pasqua, della strada che si aprirà attraverso la sua morte e Risurrezione. È come se dicesse: io vado davanti a voi per aprire la porta della casa del Padre, perché anche voi possiate entrare. Nonostante queste parole, restano confusi. Tommaso prende la parola: «Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?». La risposta di Gesù illumina tutto il discorso: «Io sono la via, la verità e la vita». Non indica semplicemente un cammino da seguire, ma afferma che la strada è Lui stesso. La via è la strada che conduce alla meta; la verità è la rivelazione che fa conoscere Dio; la vita è il dono ultimo a cui tutto tende. In Gesù queste tre realtà coincidono. Egli è la strada che porta al Padre, è la rivelazione del Padre ed è la vita che il Padre comunica.

Il dialogo continua con un’altra domanda. Filippo dice: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». È il desiderio profondo dell’uomo religioso: vedere Dio. Ma Gesù risponde con parole sorprendenti: «Chi ha visto me ha visto il Padre». Non c’è bisogno di cercare altrove: il volto di Dio si lascia riconoscere nella persona di Gesù, nelle sue parole e opere. Alla fine Gesù ritorna al cuore del suo invito: credere. «Credete a me… credete in me». Credere a qualcuno significa fidarsi della sua parola e affidargli la propria vita. È questo il movimento della fede secondo il Vangelo di Giovanni. Non una semplice convinzione religiosa, ma una relazione viva con Cristo. Quando l’uomo compie questo passo, il turbamento non scompare del tutto, ma perde la sua forza. Il cuore trova una stabilità nuova, perché scopre di non essere più solo: la strada esiste, la casa del Padre è aperta, e la via per arrivarci ha il volto di Gesù.

 

III Domenica di Pasqua

logo AMO1217788 Christ\\\\\\'s Appearance to the Two Disciples journeying to Emmaus, 1835 (oil on panel) by Linnell, John (1792-1882); 56x78 cm; Ashmolean Museum, University of Oxford, UK; \\u00A9 Ashmolean Museum . , Bridgeman Images

Quando la Parola mette in cammino

La strada che da Gerusalemme conduce a Emmaus non è soltanto una via geografica. È una soglia interiore. Su quella strada, nel pomeriggio di Pasqua, Luca colloca due discepoli che camminano allontanandosi dal centro della promessa, mentre il sole scende e con esso sembrano spegnersi le loro speranze. È l’ora del disincanto, il tempo in cui la fede appare smentita dai fatti. Essi parlano, ma le loro parole non aprono futuro. Ripercorrono gli eventi, li analizzano, li raccontano con precisione, e tuttavia tutto converge verso una conclusione amara: «Noi speravamo». La speranza è al passato. Il loro è un sapere chiuso, che conosce i fatti ma non ne coglie il senso. Gesù si accosta come uno straniero. Non rivendica un riconoscimento immediato. Cammina con loro, al loro passo, assumendo la forma discreta del compagno di viaggio. Luca annota che i loro occhi erano impediti a riconoscerlo: non perché Gesù sia irriconoscibile, ma perché il loro sguardo è ancora prigioniero di una lettura incompleta della storia. La prima parola del Risorto è una domanda. Chiede di che cosa parlino, che cosa li occupi, che cosa li renda tristi. È una domanda che scava, perché obbliga i discepoli a mettere in parola la loro ferita. La pedagogia pasquale comincia sempre dall’ascolto del dolore umano. Clèopa risponde con una punta di ironia: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme». In realtà, proprio colui che viene considerato estraneo è l’unico che conosce il senso profondo degli eventi. I discepoli raccontano tutto: Gesù profeta, la condanna, la croce, la tomba vuota, le parole delle donne. Raccontano il Vangelo intero, ma come una storia fallita. È possibile dire tutto su Gesù e non riconoscerlo. È a questo punto che il Risorto prende la parola con forza: «Stolti e lenti di cuore a credere». Non è un giudizio morale, ma una diagnosi spirituale. Il cuore, nella Bibbia, è la sede dell’intelligenza. La lentezza non riguarda il sentimento, ma la capacità di comprendere. Il problema dei discepoli non è l’emozione spenta, ma l’intelligenza non ancora convertita. Allora Gesù compie il gesto decisivo: interpreta le Scritture. Da Mosè ai profeti, rilegge l’intera storia di Dio come una storia che conduce alla croce e alla gloria. Non offre una spiegazione astratta, ma insegna a leggere la vita dentro la Parola e la Parola dentro la vita. La fede pasquale nasce qui: quando la Scrittura diventa chiave di lettura dell’esistenza. Mentre camminano e ascoltano, qualcosa muta dentro i discepoli. Più tardi lo diranno con parole semplici e vere: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore?». È il segno che la Parola, finalmente compresa, ha iniziato a generare vita. Giunti a Emmaus, Gesù fa come se dovesse andare oltre. I discepoli lo invitano a restare, mossi da un gesto di ospitalità che nasce dall’ascolto. E nel gesto dello spezzare il pane gli occhi si aprono. Il gesto eucaristico, così familiare e insieme decisivo, diventa il luogo del riconoscimento. Ma proprio quando riconoscono Gesù, egli scompare dalla loro vista. Non è più davanti a loro, perché ora è dentro: nella Parola compresa, nel pane condiviso, nella vita trasformata. Il racconto potrebbe finire qui, nella quiete della sera. Invece ricomincia. I due discepoli si alzano subito, nella notte, e tornano a Gerusalemme. La strada è la stessa, ma tutto è cambiato. Prima era una fuga, ora è una missione. Prima era discesa verso il tramonto, ora è salita verso la città della promessa. Emmaus è la storia di ogni discepolo: una storia in cui lo smarrimento può diventare rivelazione, la tristezza ardore, la strada di ritorno luogo di un nuovo inizio.

II Domenica di Pasqua

logoLRI4690221 The disbelief of apostle Thomas. Detail. 14th century (fresco) by Sienese School, (14th century); Monastero di San Benedetto (Santuario Sacro Speco), Subiaco, Rome, Lazio, Italy; (add.info.: The incredulite of apostle Thomas Detail. Fresco of the school of Siena. 14th century. Superior Church. Monastery of Saint Benedetto (Sacro Speco), Subiaco (Rome), Italy); Luisa Ricciarini. , Bridgeman Images

Tommaso, ossia il coraggio del dubbio

La scena con cui si apre il racconto evangelico è facile da immaginare: una stanza chiusa, poche persone raccolte insieme, molte parole non dette e la sensazione che tutto ciò che era stato promesso si sia improvvisamente fermato. Le porte chiuse raccontano una comunità tesa, che si protegge e cerca sicurezza, ma che proprio in questa chiusura scopre lo spazio in cui la Risurrezione può entrare. È lì, in questa situazione ordinaria e quasi domestica, che Gesù appare e si mette in mezzo, creando uno spazio in cui gli altri possono ritrovare il coraggio di vivere, mostrando che la vita nuova non ha bisogno di grandi gesti, ma di presenza autentica.

Il suo saluto, «Pace a voi», è come un respiro profondo che riporta calma e orientamento, simile a quando qualcuno entra in una stanza tesa e con la sola presenza restituisce serenità. Gesù mostra le mani e il fianco, ricordando ai discepoli che la vita nuova non cancella ciò che è stato difficile: le ferite restano visibili, così come restano visibili le tracce delle prove che ciascuno attraversa. La gioia nasce dalla consapevolezza che proprio quella storia ferita può continuare, trasformandosi in occasione di crescita e di apertura, in uno spazio in cui anche le esperienze dolorose trovano un nuovo significato.

Da qui prende forma l’invio dei discepoli, non come un compito da organizzare immediatamente, ma come uno stile di vita che si radica nella presenza e nel sostegno reciproco. Entrare nelle situazioni bloccate senza forzarle, rimettere in movimento relazioni ferme, restituire fiducia dove sembrava spenta: tutto questo è reso possibile dal dono dello Spirito, il soffio che apre strade, rinnova il cuore e rende possibile ciò che da soli non riusciremmo a compiere. È lo Spirito che trasforma gesti e parole in vita, che accompagna ogni passo dei credenti, sostituendo la paura con coraggio, la chiusura con apertura, il dubbio con possibilità. La figura di Tommaso, detto Didimo, cioè Gemello, aggiunge un’altra dimensione alla scena. Il suo dubbio non è rifiuto, ma ricerca sincera: vuole toccare con mano, verificare con i propri sensi, capire con i propri tempi. Questo mostra che la fede cresce attraverso l’incontro e la pazienza, e che il dubbio non è un ostacolo, ma una porta attraverso cui la fiducia può entrare e radicarsi. Gesù lo incontra nella sua richiesta, torna proprio per lui e non lo giudica, mostrando che la presenza amorevole accoglie domande ed esitazioni. La confessione «Mio Signore e mio Dio» nasce da questa relazione, ma è anche il frutto di una comunità che sostiene e accompagna, e diventa espressione di una fede viva, formata nel tempo, nell’ascolto e nella disponibilità ad aprirsi. In questo senso, Tommaso non è solo il dubbioso della storia, ma il simbolo di chi cerca autenticità, e la sua esperienza ci insegna che il dubbio, quando accolto, non indebolisce la fede, ma la rende più profonda e consapevole.

L’ultima parola del testo si rivolge a chi legge: la beatitudine per coloro che credono senza aver visto invita a percorrere la fede come cammino di fiducia, sostenuti dal dono dello Spirito, capaci di accogliere le proprie domande e di aprire la propria vita agli altri. La Risurrezione prende forma nei gesti concreti, nella disponibilità ad ascoltare chi ha paura, nel coraggio di offrire perdono e fiducia, e nella capacità di costruire relazioni autentiche. Credere significa lasciarsi trasformare, permettere allo Spirito di guidare i passi, e scoprire che ogni piccolo gesto di apertura, ogni parola detta con sincerità, ogni atto di vicinanza può diventare seme di vita nuova, facendo della nostra quotidianità un luogo dove la Pasqua continua a fiorire.

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