Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

VI Domenica del tempo ordinario

 

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Non moltiplicare divieti, ma crescere nella responsabilità.

Nel Vangelo di Matteo, l’affermazione di Gesù secondo cui egli non è venuto per abolire la Legge o i Profeti, ma per portarli a compimento, costituisce una chiave di lettura decisiva per comprendere l’intero rapporto tra Antico e Nuovo Testamento. Con l’espressione “Legge e Profeti” il mondo giudaico indicava l’insieme della Scrittura, cioè la forma storica attraverso cui Dio aveva progressivamente rivelato la propria volontà. Gesù si inserisce consapevolmente in questa storia e, lungi dal porsi in alternativa ad essa, ne assume il significato profondo, conducendolo verso una pienezza che non contraddice quanto è stato detto prima, ma ne svela l’orientamento ultimo.

Una lettura superficiale potrebbe indurre a pensare che il Vangelo introduca un nuovo sistema normativo o che sostituisca la Legge antica con precetti più severi. In realtà, il movimento compiuto da Gesù è di altra natura. Egli non interviene come un legislatore che corregge norme insufficienti, ma come colui che ne mette in luce il senso originario. La Legge non viene svalutata né relativizzata, ma ricondotta al suo vero interlocutore: l’uomo concreto, con le sue scelte, le sue intenzioni e le sue relazioni. Il punto decisivo non è più la semplice conformità esteriore a un comando, bensì la qualità interiore da cui nascono le azioni. Questo spostamento emerge con particolare chiarezza nelle cosiddette antitesi. Quando Gesù richiama il comandamento «Non uccidere», non lo contraddice né lo attenua, ma ne amplia radicalmente l’orizzonte. La violenza non si esaurisce nell’atto che toglie la vita, ma si manifesta anche in forme meno evidenti e tuttavia reali: nell’ira che si accumula, nel disprezzo che isola, nella parola che umilia.

Lo stesso per l’adulterio. Anche qui Gesù non nega il valore della norma, ma invita a riconoscerne la radice. Il tradimento non nasce improvvisamente in un gesto, ma si prepara nel desiderio coltivato, nello sguardo che riduce l’altro a oggetto, nella progressiva erosione del rispetto reciproco. Letto così, il discorso di Gesù restituisce alla Legge una funzione che va oltre il solo controllo delle azioni. Essa diventa uno strumento di discernimento, capace di illuminare ciò che costruisce l’esistenza e ciò che la impoverisce, ciò che rende le relazioni più giuste e ciò che le svuota di senso. Non si tratta di moltiplicare i divieti, ma di educare lo sguardo e la responsabilità personale.

È in questo quadro che va compresa anche l’affermazione secondo cui la giustizia dei discepoli deve superare quella degli scribi e dei farisei. Matteo non intende stabilire una contrapposizione moralistica tra persone sincere e persone ipocrite. Scribi e farisei sono figure rigorose, attente alla coerenza, spesso animate da un autentico desiderio di fedeltà. Il limite, tuttavia, è il rischio di fermarsi a una osservanza che non coinvolge fino in fondo la persona. La giustizia di cui parla Gesù non chiede un impegno quantitativamente maggiore, ma una qualità diversa, che nasce dall’interiorità e da una libertà chiamata ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte.

Il compimento della Legge non coincide, dunque, con una perfezione morale priva di limiti, ma con una più profonda comprensione di ciò che rende l’uomo umano. È questa attenzione all’esperienza concreta, più che la ricerca di un’osservanza impeccabile, a conferire al messaggio di Gesù una attualità che continua a interpellare il lettore contemporaneo.

V Domenica del tempo ordinario

 

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Più luce e sapore, meno protagonismo

Nel Discorso della montagna, subito dopo le beatitudini, Gesù affida ai discepoli due immagini semplici, ma insieme ricche di significato: il sale della terra e la luce del mondo. Esse non introducono nuove norme o prescrizioni, ma aiutano a comprendere cosa significhi, in maniera concreta e quotidiana, vivere da discepoli nella storia. Dopo aver delineato il volto interiore del credente, Gesù ne mostra la presenza visibile nel mondo. Colpisce subito il modo in cui Gesù si esprime: «Voi siete il sale della terra», «voi siete la luce del mondo». Non usa il linguaggio dell’imperativo, ma quello dell’indicativo. Non dice ciò che i discepoli dovrebbero diventare attraverso uno sforzo, bensì afferma ciò che già sono.

Questa identità non nasce da qualità personali o meriti particolari, ma dalla relazione con lui. Cristo è la luce vera e la sapienza autentica; chi rimane unito a lui partecipa della sua vita e, per questo, può diventare sale e luce per gli altri. L’immagine del sale richiama anzitutto il gusto. Il sale rende saporito ciò che altrimenti sarebbe insipido e permette di apprezzarne il valore. Applicata alla vita cristiana, questa immagine evoca una sapienza concreta, capace di dare profondità alle esperienze quotidiane e di viverle con il senso di Dio.

Allo stesso tempo, Gesù mette in guardia da un rischio reale: il sale può perdere il suo sapore e, in tal caso, non serve più a nulla. È un richiamo sobrio, ma serio: quando il discepolo perde il legame vitale con Cristo, rischia di smarrire anche la propria forza testimoniale. Il sale, inoltre, va usato con misura. Ne basta poco per dare gusto, mentre un eccesso rovina. Questo dettaglio illumina bene lo stile della testimonianza cristiana. I discepoli non sono chiamati a imporsi né a occupare ogni spazio, ma a inserirsi nella realtà con discrezione, valorizzandola dall’interno. Il Vangelo non è zucchero che addolcisce tutto, ma sale che dà sapore e verità alla vita, anche quando ciò richiede sobrietà, pazienza e discernimento.

Accanto al sale, Gesù propone l’immagine della luce. La luce ha una funzione essenziale: illuminare. Una lucerna nascosta sotto il moggio perde completamente il suo senso. La fede, dunque, non può restare confinata nell’ambito del privato. Tuttavia, Gesù non invita all’esibizione. La luce di cui parla non abbaglia e non cerca attenzione su di sé, ma permette di vedere meglio ciò che ci circonda. Le opere buone, infatti, non hanno bisogno di essere ostentate: diventano visibili attraverso uno stile di vita coerente e riconoscibile. Una vita illuminata dal Vangelo si lascia percepire nel tempo, nei gesti e nelle relazioni.

Come diceva Madre Teresa, «Non tutti possiamo fare grandi cose, ma possiamo fare piccole cose con grande amore». Questa frase ricorda che ciò che rende la vita significativa non è apparire, ma agire con autenticità, generosità e attenzione agli altri: essere sale e luce significa incidere positivamente sul mondo attraverso gesti concreti e discreti.

Il fine ultimo dell’essere sale e luce è chiaramente indicato da Gesù: «Perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli». Il discepolo non è mai il centro, ma rimanda sempre oltre sé. Essere sale e luce significa, in definitiva, vivere della vita di Cristo e, con una presenza pacata, sobria e credibile, aiutare il mondo a riconoscere il volto buono del Padre.

IV Domenica del tempo ordinario

logoBAT94738 The Sermon on the Mount, 1442 (fresco) by Angelico, Fra (Guido di Pietro/Giovanni da Fiesole) (c.1387-1455); Museo di San Marco, Florence, Italy; (add.info.: by Fra Angelico); \\u00A9 Nicol\\u00F2 Orsi Battaglini. All rights reserved 2026. , Bridgeman Images

 

Il bivio della felicità: ricchi di sé o ricchi di Dio

                                                                                                               Le beatitudini non sono un elenco di precetti né un ideale irraggiungibile per pochi, ma descrivono la forma concreta della vita umana quando si lascia abitare da Dio. Per questo si è detto, a ragione, che tutte potrebbero essere ricondotte a una sola, la prima: «Beati i poveri». Ma chi è, in verità, il povero? Prima ancora che una categoria sociale, economica o culturale, egli esprime una condizione fondamentale dell’uomo. Ogni uomo, per il solo fatto di esistere, è povero. Non nel senso di una mancanza accidentale, ma di una povertà costitutiva.

Il motivo è evidente: siamo creature finite, strutturalmente incomplete. Anche chi possiede molto resta, in profondità, povero. Si nasce poveri, si vive poveri e si muore poveri, perché in ciascuno permane un desiderio di felicità che nessun bene riesce a colmare definitivamente. Questa mancanza non è una colpa, ma un dato della nostra condizione umana.

Di fronte a essa, però, si aprono strade diverse. La più praticata è quella del riempimento. Quando una persona prende coscienza del proprio vuoto interiore, è spontaneamente tentata di colmarlo con qualcosa che prometta pienezza e appagamento. Non si tratta soltanto di beni materiali: anche il successo, la cultura, il riconoscimento sociale e perfino la religione possono diventare strumenti per garantirsi sicurezza. La fede stessa, se vissuta come possesso o garanzia, rischia di trasformarsi in idolo.

Chi percorre questa via pensa di mettere a tacere il vuoto. In realtà lo nasconde soltanto. La povertà rimane, ma diventa inconsapevole: una povertà stordita, illusa. Si recita la parte del vincitore, senza accorgersi di essere interiormente sconfitti. Quando questa illusione si incrina, emergono inquietudine e disperazione. Non è raro, infatti, incontrare vite apparentemente riuscite ma profondamente infelici. C’è anche un’altra conseguenza, meno evidente ma più grave. Chi cerca di colmare il proprio vuoto attraverso il possesso non solo resta povero, ma genera povertà. Ciò di cui si serve per sentirsi pieno viene spesso sottratto agli altri. L’esasperazione dell’io – io penso, io voglio, io agisco – rende duri, incapaci di relazione vera: gli altri vengono ignorati, usati o disprezzati.

Esiste, però, un’altra via, meno battuta ma decisiva. Il punto di partenza non cambia: la consapevolezza della propria povertà creaturale. Ciò che cambia è l’atteggiamento. Non si tratta di riempire il vuoto, ma di accoglierlo. Quando accade questo, esso smette di essere una minaccia e diventa spazio aperto all’incontro, alla grazia, alla presenza di Dio. Il povero che ripone in Dio tutta la sua fiducia viene colmato di Dio stesso. Non è più povero, ma ricco del Regno, perché Dio è con lui. Questa ricchezza non chiude, ma apre. Chi si arricchisce di Dio diventa mite, attento agli altri, appassionato della giustizia, capace di condividere.

Quanti sono disposti a scegliere questa seconda via? La Scrittura parla di un «resto». Il profeta Sofonia, nella prima lettura, lo chiama «il resto d’Israele»: una minoranza che non coltiva orgoglio né presunzione, ma riconosce la propria povertà e si affida a Dio. Anche oggi è così. Non perché la Chiesa sia minoranza nel mondo, ma perché anche nella Chiesa convivono una logica di massa, lontana dalle beatitudini, e un resto che continua a viverle. Questo resto non si impone, non fa rumore. Vive nella quotidianità discreta di persone semplici e umili, ma interiormente ricche, perché abitate da Dio. Il segno che le rende riconoscibili è la gioia: una gioia sobria, profonda, non esibita. È questa gioia a rivelare che la povertà accolta e affidata non conduce alla tristezza, ma alla beatitudine.

III Domenica del tempo ordinario

logoXAL249271 The Calling of St. Peter, from a series of Scenes of the New Testament (fresco) by Barna da Siena (fl.1350-55); Collegiata di Santa Maria Assunta, San Gimignano, Italy. , Bridgeman Images

Nel cuore delle tenebre una luce si alza

Dopo l’arresto di Giovanni Battista, Gesù lascia l’isolata Nazaret e si stabilisce a Cafarnao, sulle rive del Lago di Galilea, nel territorio di Zabulon e Neftali. Non è un semplice spostamento geografico, ma una scelta carica di significato. Nel momento in cui tutto sembrerebbe suggerire prudenza e ritiro, Gesù non si nasconde. Entra invece nella vita ordinaria, tra le case, le strade e il lavoro della gente comune, per far risplendere la luce di Dio proprio là dove l’esistenza appare più semplice e ripetitiva.

Il profeta Isaia aveva annunciato: «Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce» (cfr. I lettura). In Gesù questa parola trova compimento. La luce non si accende nei luoghi del potere religioso o politico, ma ai margini, nella concretezza del vivere quotidiano. Dio non teme le tenebre dell’umano: le attraversa, le abita, le trasforma. La Galilea diventa così il segno di una fede incarnata, di un Dio che sceglie di farsi vicino là dove la vita scorre tra fatica, attese e speranze fragili.

Le tenebre di cui parlano Isaia e il Vangelo non sono soltanto l’assenza di luce fisica. Sono il disorientamento interiore, la paura del cambiamento, la sensazione di impotenza che paralizza. Essere «immersi nelle tenebre» significa rassegnarsi, accettare il buio come definitivo. Ma la venuta di Gesù è un invito al movimento: chiede di rialzarsi, di tornare a camminare, di non restare prigionieri dell’ombra.

Alcuni semplici pescatori hanno saputo riconoscere quella luce. Nel cuore della loro vita ordinaria, tra reti da riparare e barche da spingere in acqua, hanno intuito che quella presenza apriva un orizzonte nuovo. Per questo hanno lasciato il lavoro quotidiano e si sono messi al seguito di Gesù, che li incammina verso un mondo rinnovato, del quale già si manifestano i segni: parole che generano gioia, gesti che annunciano salvezza, incontri che restituiscono dignità e vita. In quel momento prende forma il primo, fragile e luminoso germe della Chiesa. I discepoli seguono il Signore non solo per stare con lui e condividere la sua intimità, ma per diventare segno vivo della sua presenza nel mondo. Sono chiamati a testimoniarlo e a radunare uomini e donne nel suo nome, perché nessuno resti chiuso nella solitudine o escluso dalla speranza. La Chiesa nasce così: non come istituzione già compiuta, ma come comunità in cammino, generata dall’incontro con una luce che chiede di essere condivisa.

In questo contesto appare con maggiore chiarezza la novità del discepolato di Gesù. Nelle scuole del giudaismo, il rapporto tra maestro e discepolo era fondato sulla trasmissione di un sapere: il discepolo sceglieva il rabbì, lo seguiva per apprendere la Legge e, una volta formato, aspirava a diventare egli stesso maestro. Era un cammino orientato al compimento di una competenza e all’autonomia.

Con Gesù, invece, la luce non è un sapere da possedere, ma una vita da condividere. Per questo la sequela non ha una scadenza. Seguire Gesù non è una tappa da superare, ma una condizione permanente: si rimane discepoli perché si rimane esposti alla sua parola, sempre in ascolto, sempre in cammino. Il discepolo non arriva mai a “sapere abbastanza”, perché ciò che è chiamato ad apprendere è uno stile di vita, un modo di amare, un modo di stare nel mondo.

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