Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

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Seguire Gesù: una libertà che trasforma

Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo Luca 14,27

Durante il suo cammino verso Gerusalemme, Gesù vede che una folla numerosa lo segue. Non si lascia sedurre dall’entusiasmo del momento, ma coglie l’occasione per una catechesi forte e provocatoria, incentrata sulla decisione, sulla sapienza e sulla necessità di scegliere bene.

L’evangelista Luca è molto preciso nell’elencare i legami da cui è necessario distaccarsi: padre, madre, moglie, figli, fratelli, sorelle, perfino la propria vita. Si tratta di un elenco intenso, volutamente provocatorio. Luca, a differenza di Matteo (cfr. Matteo 10,37), non attenua l’espressione: conserva il verbo “odiare”, nella sua forma paradossale. È evidente, tuttavia, che il senso non è quello letterale: non si tratta di odiare, ma di preferire Cristo a tutto e a tutti, di stabilire una gerarchia affettiva in cui il Regno ha il primo posto. Luca intende sottolineare così quanto radicale e concreto debba essere il distacco: non solo affettivo, ma esistenziale, interiore. La sequela chiede libertà profonda.

Il riferimento alla croce chiarisce fino a che punto deve giungere la disponibilità del discepolo: seguire Gesù significa accettare il sacrificio reale e totale di sé. Non si tratta di idealismi spirituali, ma di una disposizione concreta a donare la vita, come ha fatto lui. La croce, infatti, è il segno più alto della libertà e dell’amore: è lì che la sequela si compie pienamente.

Per sottolineare quanto sia seria questa scelta, Gesù racconta due brevi parabole in cui i protagonisti cambiano progetto dopo una riflessione attenta. La prima è quella di un uomo che vuole costruire una torre. Inizia a porre le fondamenta, ma poi si ferma, calcola la spesa, e si rende conto di non avere i mezzi per concludere l’opera. Così decide di interrompere i lavori per non essere deriso. Gesù mette in guardia dal rischio di cominciare senza aver valutato bene, senza aver misurato il costo della scelta. La seconda parabola racconta di un re che, prima di andare in guerra, si siede e riflette. Valuta le forze in campo, comprende di essere in svantaggio, e decide di inviare un’ambasceria per chiedere la pace. Anche qui, il discernimento e la capacità di rivedere i propri piani diventano segni di vera sapienza.

In entrambe le parabole Gesù esalta la capacità di fermarsi, pensare, valutare, non lasciandosi trascinare dall’impulso o dall’abitudine. La sequela non è improvvisazione emotiva, ma una scelta ponderata, libera e consapevole, che comporta sacrificio e realismo. Anche nella nostra vita, spesso ci lasciamo guidare dall’abitudine: facciamo le cose per inerzia, senza più domandarci il “perché”, senza interrogarci sul senso. Ma il Vangelo ci invita a sederci, riflettere, confrontarci con Gesù, ad accogliere la sua sapienza e a lasciarci mettere in discussione.

Le due parabole ci parlano di conversione: entrambi i personaggi cambiano i loro piani. Forse anche noi siamo chiamati a rivedere le nostre scelte, a domandarci: stiamo davvero seguendo il Signore? Oppure stiamo portando avanti un progetto tutto nostro, come chi costruisce una torre senza calcolare la spesa? Solo chi ha il coraggio di interrogarsi e la libertà di lasciarsi guidare da Cristo potrà costruire un progetto solido che conduce alla vita piena.

XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

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La porta stretta della vera vita – Tropeaedintorni.it

 

Salvi? Sì, ma non per il curriculum

Sforzatevi di entrare per la porta stretta Luca 13,24

Gesù è in cammino verso Gerusalemme, la Città santa. Durante il viaggio si ferma a insegnare nelle città e nei villaggi che incontra lungo la strada. A un certo punto, una persona gli rivolge una domanda carica di curiosità e forse anche di provocazione: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?».

Era una questione dibattuta dai rabbini del tempo, molti dei quali erano convinti che, al momento in cui tutte le genti verranno radunate (cfr. Isaia, I Lettura), solo un piccolo numero sarebbe entrato nel Regno di Dio. E tra questi pochi, pensavano di esserci proprio loro: gli scrupolosi osservanti della Legge, coloro che si attenevano minuziosamente a ogni precetto.

Ma Gesù non si lascia rinchiudere in un calcolo o in una previsione. La sua risposta non dà cifre, ma apre un orizzonte nuovo. Invita ciascuno a non restare spettatore della salvezza, ma a mettersi in gioco in prima persona: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta». Il problema non è quanti si salvano, ma se stiamo davvero percorrendo la via che conduce al Regno.

La “porta stretta” non indica semplicemente un passaggio angusto, faticoso da attraversare. È piuttosto una porta difficile da trovare. La si scorge solo se ci si ferma, se si prende tempo per cercare. Non appare subito, non è spalancata come un grande portone in cui basta entrare perché lo fanno tutti. Per trovarla e varcarla occorre invece compiere una scelta personale, consapevole e responsabile. Gesù usa qui una parabola: la porta che conduce alla sala da pranzo è stretta, e attorno a essa si accalca una grande folla. In primo piano ci sono coloro che si ritengono “veri cristiani”, convinti di avere un rapporto privilegiato con Cristo, perché non hanno fatto altro che proclamare apertamente la loro fede e presentarsi come cittadini del Regno davanti agli altri. Tuttavia ecco la risposta, dura e ripetuta due volte: «Non vi conosco, non so di dove siete». Parole forti, che spezzano ogni falsa sicurezza. Non basta aver “mangiato e bevuto” con lui, né aver ascoltato la sua Parola o predicato in suo nome. Ciò che conta davvero è una vita trasformata, una fede vissuta nella concretezza delle scelte, nel cammino quotidiano di conversione.

L’avvertimento finale di Gesù ci spiazza: «Alcuni tra gli ultimi saranno primi e alcuni tra i primi saranno ultimi». Con questo capovolge le attese e sovverte i criteri umani di giudizio. Chi si riteneva sicuro del posto al banchetto del Regno si troverà fuori, mentre altri – considerati lontani, esclusi, non meritevoli – verranno da ogni parte della terra e prenderanno posto alla mensa con i patriarchi.

È un richiamo forte: i criteri di Dio non coincidono con i nostri. Non bastano le appartenenze religiose né le osservanze esteriori, né la presunzione di essere “giusti”. Il Regno è dono, ma chiede accoglienza vera, vita trasformata, fiducia nel cuore di Dio. Ma come può un Padre di infinita misericordia e amore pronunciare parole così dure: «Non vi conosco, non so di dove siete»? Dio non rinnega mai la sua pietà; la dona anche a chi, apparentemente, non la merita. Ma la sua misericordia non è mai un diritto da conquistare o pretendere. Chi crede di meritarla finisce per perderla, mentre chi, con umiltà, si riconosce indegno, senza saperlo, si trova già dentro la sala del banchetto, a celebrare la gratuita grandezza dell’amore di Dio.

XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

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Provocati dall'amore di Dio e protesi verso i bisogni dei poveri - XIX  DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) – Lectio divina - Tu hai parole di  vita eterna

Cuori attenti, veglianti nell’amore

Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese […] Luca 12,35

Dopo aver parlato della preghiera e del rapporto con i beni materiali, il Maestro insegna ai suoi discepoli a vivere con prudenza e vigilanza, nell’attesa del Signore che viene. Non si tratta solo di un’attesa finale, ma di un atteggiamento costante, che abbraccia tutta la vita. Il destinatario di questa parola è il “piccolo gregge”: un gruppo amato da Dio, scelto e destinato al Regno. Ma è un gregge piccolo. E proprio questa piccolezza può generare incertezza, timore, persino scoraggiamento. Eppure, in tutta la storia della salvezza, Dio si è servito del “resto d’Israele”: di quel piccolo nucleo di credenti autentici attraverso cui il Regno si rende presente, a beneficio di tutti. La forza non sta nei numeri, ma nella fedeltà.

«Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno». Sono parole straordinarie. Il Regno non è un traguardo da conquistare, ma un dono già ricevuto. È stato il desiderio del Padre: gli è piaciuto donarcelo. C’è gioia, c’è tenerezza in questo verbo. Siamo beati perché ci è stato dato tutto: siamo già eredi della vita. Proprio per questo, il “piccolo gregge” è chiamato a una nuova libertà: «Vendete ciò che avete e datelo in elemosina ». Il Vangelo non chiede il vuoto, ma la condivisione. Non è un invito alla miseria, ma alla fiducia, come conferma il Salmo responsoriale (Salmo 32). Potremmo parafrasare così: «Imparate a donare, vincendo la logica del possesso. Scoprirete che il vero tesoro non è nelle cose, ma nella certezza che il Signore verrà e vi colmerà con la sua tenerezza».

Poi il linguaggio si fa più simbolico ma chiaro: «Siate pronti, con le veste strette ai fianchi e le lampade accese». È l’immagine del pellegrino in cammino, del servo vigile. Le troppe cose – materiali, ma anche preoccupazioni e sicurezze apparenti – ingombrano il cuore e ci rendono sedentari spiritualmente. La fede non ci dà tutte le risposte, ma ci sostiene con una speranza viva: quella di una vita che si trasforma, qui e ora, e non solo nell’aldilà.

Gesù non parla soltanto dell’ora della morte, ma dell’intera esistenza. Il Signore viene continuamente, nei giorni comuni, nelle persone che ci circondano, nelle situazioni impreviste. Bussa – spesso senza preavviso – come ama fare lui, sorprendendoci. Per questo chiede cuori attenti, svegli, pronti. Aprire la porta, riconoscerlo, accoglierlo: è tutto qui il segreto della vita cristiana. E se è vero che bussa come un mendicante, nella persona di ogni fratello, allora la sua presenza è sempre imprevedibile. Non possiamo stabilire noi i tempi e i modi dell’incontro: è lui a sorprenderci, a visitarci, a farci scoprire il Regno in mezzo a noi.

Come essere pronti sempre? C’è una sola via: non abbandonare mai la tenuta di servizio. Non siamo chiamati a gesti eroici o straordinari, ma a vivere con amore le responsabilità quotidiane. Il Regno cresce nel silenzio, nella fedeltà, nella cura umile delle relazioni. Veglia chi ospita, chi incoraggia, chi perdona. Veglia chi vive la carità senza calcoli, chi semina il bene con naturalezza, senza nemmeno chiedersi il perché. Sono questi i veri servitori che, quando il Signore verrà, troverà svegli. E li farà sedere a tavola, e passerà lui a servirli.

XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

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«Roba mia, vientene con me!»

Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede Luca 12,15

L'evangelista Luca ci propone una catechesi forte e limpida: Gesù invita a prendere le distanze dall’attaccamento ai beni materiali. Non chiede di disprezzare ciò che abbiamo, ma di non lasciare che il cuore vi si imprigioni. I beni della terra servono, ma non salvano. Giovanni Verga, verso la fine dell’Ottocento, racconta in una novella il dramma del possesso. Il protagonista de La roba è Mazzarò, un uomo che ha accumulato immense ricchezze. La sua campagna è piena di possedimenti, ovunque si legge la scritta “di Mazzarò”. Tutto è suo, o almeno così crede. Ma arriva il giorno in cui anche lui si accorge che dovrà morire… E allora, che ne sarà di tutta quella roba per cui ha vissuto e faticato? È uno dei momenti più tragici della letteratura italiana: Mazzarò, sconvolto, gira per l’aia tirando calci alle galline e grida: «Roba mia, vientene con me!». È disperato, perché deve lasciare tutto. E si scopre poverissimo, proprio nel momento in cui dovrebbe raccogliere il frutto della sua vita.

Quello che accade a Mazzarò, prima o poi accadrà anche a noi. Lasceremo tutto. Per questo siamo sapienti solo se impariamo a non attaccare troppo il cuore a ciò che possediamo. La vita non consiste nel possedere cose o persone. Quante relazioni si ammalano per l’istinto del possesso!

A volte sembra amore, ma è solo dominio, controllo, la pretesa di tenere l’altro in pugno. Ma l’amore vero è libertà, dono, fiducia. Gesù non usa mezzi termini. Chi accumula solo per sé è uno sciocco. La parabola del ricco stolto è una denuncia radicale di questo stile di vita: l’uomo pensa solo a ingrandire i suoi magazzini, ad accumulare di più, a godersi il riposo...e non si accorge che sta perdendo la sua anima. Alla fine, Dio gli dice: «Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?».

«Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio». C’è una ricchezza che non muore, un tesoro che ci accompagna per sempre: è ciò che abbiamo donato, ciò che abbiamo condiviso, l’amore vissuto. Non si tratta di scegliere una vita disincarnata, spiritualista. Gesù non disprezza la ricchezza, ma ci insegna a usarla bene. Il denaro serve: ma bisogna amministrarlo con sapienza, metterlo a servizio della giustizia, della fraternità, della pace. La grazia di Cristo ci rende ricchi in un altro modo: ci riempie di vita, di entusiasmo, di libertà, di generosità. Questa è la ricchezza che conta.

Quando il Signore ci chiamerà, non porteremo con noi la “roba”, ma tutto ciò che abbiamo amato, donato, costruito nel bene. Quello sarà il nostro tesoro eterno. «Dov’è il nostro tesoro, là sarà anche il nostro cuore». E se il nostro cuore è già in Dio, se è colmo di amore, non lasceremo indietro nulla: tutto ciò che abbiamo vissuto nel bene ci seguirà. Sarà la nostra gioia piena nel Regno del Risorto.

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