Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO RE DELL'UNIVERSO

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Il re inchiodato

In verità io ti dico: oggi sarai con me nel paradiso Luca 23,43

Nella scena del Calvario raccontata dall’evangelista Luca colpisce profondamente il comportamento del malfattore, che diventa l’icona più luminosa della fede nell’ultima ora. Egli è crocifisso accanto a Gesù, ma, a differenza dell’altro, non si lascia imprigionare dalla disperazione. Le sue parole, pronunciate nel momento della massima oscurità, rivelano un cuore che si apre alla luce. Ci sono due suoi interventi, brevi ma intensi.

Il primo è rivolto all’altro condannato: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». In queste parole si manifesta una straordinaria umiltà: egli riconosce il proprio peccato e accetta la pena come giusta. Non cerca giustificazioni, non incolpa nessuno; guarda la verità di sé con realismo e con fiducia. È il primo passo di ogni conversione: la consapevolezza della propria colpa e, insieme, la percezione che accanto a sé c’è un innocente che non smette di amare.

Il secondo intervento è una supplica rivolta direttamente a Gesù: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». È una preghiera breve, ma racchiude una fede sorprendente. Il malfattore capisce che Gesù sta davvero entrando nel suo regno, proprio nel momento in cui tutti lo vedono sconfitto. Ci vuole uno sguardo di fede per riconoscere un re nella debolezza, per vedere nella croce un trono e nella morte una vittoria.

Gli occhi della carne vedono solo un uomo umiliato, schernito, agonizzante; gli occhi del cuore, invece, illuminati dalla grazia, vedono la regalità dell’Amore che si dona fino alla fine. Come è giunto a questa fede? Probabilmente il malfattore ha visto e sentito parlare di Gesù: sa che «non ha fatto nulla di male» e, forse, ha ascoltato la sua parola di perdono: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno ». Ha percepito che Gesù continua a fare del bene anche mentre riceve del male, che il suo potere non è quello della forza ma dell’amore.

Ed ecco la risposta immediata e sorprendente: «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso». Gesù non promette un domani lontano, ma un “oggi”: l’oggi della salvezza, l’oggi in cui l’amore apre le porte del paradiso. Anche sulla croce, Gesù regna: esercita il suo potere sovrano, che non è quello di dominare ma di salvare, di perdonare, di creare dal nulla un mondo nuovo fondato sulla grazia.

Cristo, dunque, regna dalla croce: non con la potenza delle armi, ma con la forza dell’amore che perdona. Il suo trono è il legno del sacrificio, la sua corona è di spine, il suo scettro è la misericordia. Egli è il re che salva, il re che si fa servo, il re che porta con sé in paradiso chi si affida a lui.

La solennità di Cristo Re dell’universo ci invita a lasciarci giudicare da questo volto di regalità: un re disarmato, che regna dal patibolo e che continua a dire a ogni cuore pentito: «Oggi sarai con me nel paradiso ».

XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

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Perseveranza, il battito della speranza

Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita Luca 21,18-19

Le ultime domeniche del tempo ordinario ci fanno guardare oltre il presente, verso il compimento finale della storia e la piena realizzazione del Regno di Dio. Il brano di Luca riporta una parte del discorso che Gesù rivolge ai suoi discepoli prima della Passione. Luca raccoglie parole che per i suoi lettori avevano già trovato un riscontro nella storia. La distruzione di Gerusalemme, infatti, era già avvenuta.

«Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?», chiedono alcuni tra la folla. Gesù però non entra in quella logica curiosa che cerca di conoscere tempi e segni. Non vuole alimentare calcoli apocalittici, ma educare i discepoli a uno sguardo di fede sulla storia. Il suo invito è chiaro: non lasciatevi ingannare, non abbiate paura.

Gesù parla di guerre, rivolte, popoli in lotta, terremoti, carestie e segni spaventosi. È il linguaggio tipico dell’apocalittica, che non va inteso come un annuncio di catastrofi imminenti, ma come un modo simbolico per dire che il male accompagna la vicenda umana. Da sempre, infatti, la storia è segnata da sofferenze, disordini e prove; ma Dio non abbandona il suo popolo. Gesù invita i suoi discepoli a non lasciarsi travolgere dal timore né da facili illusioni. La fine non è ancora arrivata, perché il cuore del messaggio non è la distruzione, ma la fedeltà di Dio. «Badate di non lasciarvi ingannare», dice, «non andate dietro a loro», «non vi terrorizzate ». La fede non si nutre di paura, ma di fiducia: è questa la perseveranza che salva.

Anche la persecuzione fa parte del cammino del discepolo. Non è un segno di fallimento, ma un’occasione per testimoniare il Vangelo. Gesù chiede di non difendersi con le proprie forze, ma di affidarsi allo Spirito, che darà le parole giuste al momento opportuno. Annunciare il Vangelo comporta infatti fatica, rifiuti e, talvolta, perfino la perdita della vita; ma è proprio attraverso queste prove che la fede si purifica e diventa testimonianza viva. Il Signore, infine, incoraggia i suoi con una promessa che attraversa i secoli: «Nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto». Nulla di ciò che siamo o viviamo va perso davanti a Dio. Come commenta san Gregorio Magno, anche ciò che non fa male, come il taglio di un capello, non sarà dimenticato da Dio: è il segno della sua cura tenera e totale per ciascuno dei suoi figli. Alla fine, ciò che Gesù chiede è una cosa sola: la perseveranza. Rimanere saldi nella fede, nonostante tutto. È questa fedeltà quotidiana, umile e tenace, che conduce alla salvezza.

È di grande consolazione anche la parola del profeta Malachia (3,19-20) nella prima lettura: «Per voi, che avete timore del mio nome, sorgerà con raggi benefici il sole di giustizia e voi uscirete saltellanti come vitelli di stalla». L’immagine è vivace e piena di speranza: descrive una gioia giovane, libera e irrefrenabile, come quella di animali che, dopo essere stati a lungo chiusi, vengono finalmente liberati alla luce del sole. È il segno di un popolo che ritrova la vita dopo un tempo di oppressione e oscurità. Il “sole di giustizia” è il simbolo del Signore che viene a rischiarare ciò che era immerso nelle tenebre. La sua presenza porta guarigione, libertà e nuova energia. Dopo il tempo della prova, si apre un orizzonte di pace: Dio non dimentica coloro che restano fedeli al suo nome, ma li colma di luce e di forza.

DEDICAZIONE DELLA BASILICA LATERANENSE

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Rito RomanoAggiornamenti rssdon Gianni Carozza
 

DEDICAZIONE DELLA BASILICA LATERANENSE (ANNO C) - 9 NOVEMBRE 2025

 

Non muri, ma cuori: il vero tempio di Dio

Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere […] Ma egli parlava del tempio del suo corpo Giovanni 2,19.21

Il 9 novembre la Chiesa celebra la festa della Dedicazione della Basilica Lateranense, cattedrale di Roma e madre di tutte le chiese del mondo. A prima vista può sembrare soltanto un ricordo storico, ma in realtà è una memoria dal profondo significato ecclesiale e spirituale: celebra la Chiesa stessa, edificio di pietre vive costruito sull’amore di Dio.

La Basilica del Laterano, edificata al tempo dell’imperatore Costantino e dedicata nel 324 al Santissimo Salvatore, con i santi Giovanni Battista e Giovanni Evangelista come patroni, rappresenta la prima chiesa dell’Urbe e, simbolicamente, dell’Orbe intero. Essa è dedicata anzitutto al Salvatore, circondato dal più grande tra i profeti e dal discepolo  amato: un segno eloquente di Cristo al centro della storia della salvezza. Questa festa non è dunque la memoria di un edificio, ma la celebrazione del mistero della Chiesa come popolo di Dio, corpo di Cristo e tempio dello Spirito Santo. È la “Chiesa” con la maiuscola, fatta di uomini e donne redenti. Le letture liturgiche di questa domenica illuminano questo significato.

Il profeta Ezechiele (47,1-12), nella prima lettura, descrive un’acqua che scaturisce dal lato destro del tempio e ridà vita alle terre aride e al Mar Morto: simbolo della grazia che scaturisce dal costato trafitto di Cristo e che vivifica il deserto dell’umanità. Il Salmo canta: «Un fiume rallegra la città di Dio», immagine della Chiesa rallegrata dall’amore del suo Signore. San Paolo (1Corinzi 3,9-17), nella seconda lettura, ricorda che «voi siete il tempio di Dio»: non le mura, ma la comunità dei credenti è il vero  edificio di Dio. Il Vangelo di Giovanni (2,13-22) ci conduce a Gerusalemme, poco prima della Pasqua. Gesù, come ogni ebreo devoto, sale al tempio e, vedendolo trasformato in un mercato, compie un gesto profetico: scaccia venditori e cambiavalute, purificando il luogo sacro. I Giudei lo interrogano: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Gesù risponde: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere ».

L’evangelista spiega che Gesù parlava del tempio del suo corpo. Il vero tempio non è più fatto di pietre, ma di carne: è la sua umanità, nella quale Dio ha posto la sua dimora. In Cristo, Dio incontra definitivamente l’uomo. Il Figlio dell’uomo è il nuovo luogo santo, in comunicazione costante con il Padre, la vera “presenza” di Dio in mezzo al suo popolo.

Solo dopo la Pasqua, quando lo Spirito Santo aprì la mente dei discepoli alla comprensione delle Scritture, essi capirono il significato di quelle parole: Gesù è il tempio nuovo ed eterno, il luogo dell’alleanza definitiva, dove Dio e l’umanità si incontrano per sempre. Celebrare la Dedicazione del Laterano significa allora riscoprire la bellezza e la verità della Chiesa, corpo di Cristo e dimora dello Spirito. È ricordare che la fede non si fonda su un edificio di pietra, ma su una relazione viva con il Signore risorto, il tempio che non tramonta, sorgente di grazia che continua a rallegrare la città di Dio.

COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI

 

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Commemorazione di tutti i Defunti – Chiesa di Milano

 

La morte inganna, Dio non mente

Dopo che questa mia pelle sarà strappata via, senza la mia carne, vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso, i miei occhi lo contempleranno e non un altro Giobbe 19,26-27

Ogni domenica, alla fine del Credo, ripetiamo: «Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà». Non è un mero atto di fede rituale: è la convinzione profonda su cui costruiamo la nostra esistenza. Non si tratta di fuggire dalla vita terrena, ma di guardare oltre, di confidare nella promessa di Dio, che offre più di quanto la nostra esperienza limitata possa immaginare. In questo contesto, il problema più grande della vita umana, la morte, assume una luce nuova. La morte non è semplicemente una chiusura: è anche apertura, non una fine definitiva ma un passaggio verso la vita piena. I primi cristiani la definivano dies natalis, il giorno della nuova nascita. Questa prospettiva cambia radicalmente il modo in cui comprendiamo la vita terrena: non più come storia principale, con l’aldilà come appendice, ma come prefazione che introduce alla storia fondamentale dell’esistenza, che si compie in Dio.

Dio non vuole la morte: Egli ha sempre lottato contro di essa. La risurrezione di Cristo ne è la prova definitiva, l’atto che ha forzato le porte della morte e ha rivelato Dio come amante della vita. In questa luce, le espressioni che talvolta leggiamo nei necrologi – “Dio ce lo ha dato, Dio ce lo ha tolto” – appaiono fraintese. Dio non riprende la vita: Egli la custodisce, la rinnova, la libera dalla morte. I cristiani, partecipando alla risurrezione di Cristo, possono affrontare la morte senza paura, con la certezza che essa non è l’ultima parola.

I nostri defunti, poi, non sono assenti. Sono vivi, non solo nella memoria e nell’affetto, ma in Dio, e quindi in un modo che trascende lo spazio e il tempo. Essi ci accompagnano, il meglio di ciò che hanno vissuto resta in noi come fermento vitale. Con loro il dialogo non si interrompe: possiamo ancora dire grazie, chiedere perdono, sciogliere malintesi.

La morte, pur dolorosa, non spezza i legami fondamentali. Al contrario, apre alla possibilità di una comunione nuova, partecipata e viva. Questa visione offre pace e consolazione. Come Simeone, possiamo affidare la nostra vita alla parola di Dio, dicendo: «Ora lascia che il tuo servo se ne vada in pace secondo la tua parola». Per questo, in ogni celebrazione eucaristica la Chiesa invoca il perdono divino per «tutti i nostri fratelli e sorelle che si sono addormentati nella speranza della risurrezione e, nella misericordia del Signore, per tutti i defunti perché siano ammessi alla luce del suo volto».

In ultima analisi, il cristiano non teme la morte perché sa che la sua vita non si esaurisce qui. La vita piena, la pienezza di gioia promessa da Dio, ci attende oltre la morte, e la risurrezione di Cristo ce ne garantisce l’accesso. In questa prospettiva, la morte non è un problema insormontabile, ma un passaggio verso la pienezza, e i nostri morti, vivi in Dio, restano partecipi della nostra storia e della nostra speranza. Aspettiamo dunque la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà. La nostra fiducia in Cristo ci permette di vivere, amare e morire con serenità, consapevoli che, attraverso lui, ogni vita trova compimento e ogni morte si trasforma in nascita.

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