Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

V Domenica del tempo ordinario

 

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Più luce e sapore, meno protagonismo

Nel Discorso della montagna, subito dopo le beatitudini, Gesù affida ai discepoli due immagini semplici, ma insieme ricche di significato: il sale della terra e la luce del mondo. Esse non introducono nuove norme o prescrizioni, ma aiutano a comprendere cosa significhi, in maniera concreta e quotidiana, vivere da discepoli nella storia. Dopo aver delineato il volto interiore del credente, Gesù ne mostra la presenza visibile nel mondo. Colpisce subito il modo in cui Gesù si esprime: «Voi siete il sale della terra», «voi siete la luce del mondo». Non usa il linguaggio dell’imperativo, ma quello dell’indicativo. Non dice ciò che i discepoli dovrebbero diventare attraverso uno sforzo, bensì afferma ciò che già sono.

Questa identità non nasce da qualità personali o meriti particolari, ma dalla relazione con lui. Cristo è la luce vera e la sapienza autentica; chi rimane unito a lui partecipa della sua vita e, per questo, può diventare sale e luce per gli altri. L’immagine del sale richiama anzitutto il gusto. Il sale rende saporito ciò che altrimenti sarebbe insipido e permette di apprezzarne il valore. Applicata alla vita cristiana, questa immagine evoca una sapienza concreta, capace di dare profondità alle esperienze quotidiane e di viverle con il senso di Dio.

Allo stesso tempo, Gesù mette in guardia da un rischio reale: il sale può perdere il suo sapore e, in tal caso, non serve più a nulla. È un richiamo sobrio, ma serio: quando il discepolo perde il legame vitale con Cristo, rischia di smarrire anche la propria forza testimoniale. Il sale, inoltre, va usato con misura. Ne basta poco per dare gusto, mentre un eccesso rovina. Questo dettaglio illumina bene lo stile della testimonianza cristiana. I discepoli non sono chiamati a imporsi né a occupare ogni spazio, ma a inserirsi nella realtà con discrezione, valorizzandola dall’interno. Il Vangelo non è zucchero che addolcisce tutto, ma sale che dà sapore e verità alla vita, anche quando ciò richiede sobrietà, pazienza e discernimento.

Accanto al sale, Gesù propone l’immagine della luce. La luce ha una funzione essenziale: illuminare. Una lucerna nascosta sotto il moggio perde completamente il suo senso. La fede, dunque, non può restare confinata nell’ambito del privato. Tuttavia, Gesù non invita all’esibizione. La luce di cui parla non abbaglia e non cerca attenzione su di sé, ma permette di vedere meglio ciò che ci circonda. Le opere buone, infatti, non hanno bisogno di essere ostentate: diventano visibili attraverso uno stile di vita coerente e riconoscibile. Una vita illuminata dal Vangelo si lascia percepire nel tempo, nei gesti e nelle relazioni.

Come diceva Madre Teresa, «Non tutti possiamo fare grandi cose, ma possiamo fare piccole cose con grande amore». Questa frase ricorda che ciò che rende la vita significativa non è apparire, ma agire con autenticità, generosità e attenzione agli altri: essere sale e luce significa incidere positivamente sul mondo attraverso gesti concreti e discreti.

Il fine ultimo dell’essere sale e luce è chiaramente indicato da Gesù: «Perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli». Il discepolo non è mai il centro, ma rimanda sempre oltre sé. Essere sale e luce significa, in definitiva, vivere della vita di Cristo e, con una presenza pacata, sobria e credibile, aiutare il mondo a riconoscere il volto buono del Padre.

IV Domenica del tempo ordinario

logoBAT94738 The Sermon on the Mount, 1442 (fresco) by Angelico, Fra (Guido di Pietro/Giovanni da Fiesole) (c.1387-1455); Museo di San Marco, Florence, Italy; (add.info.: by Fra Angelico); \\u00A9 Nicol\\u00F2 Orsi Battaglini. All rights reserved 2026. , Bridgeman Images

 

Il bivio della felicità: ricchi di sé o ricchi di Dio

                                                                                                               Le beatitudini non sono un elenco di precetti né un ideale irraggiungibile per pochi, ma descrivono la forma concreta della vita umana quando si lascia abitare da Dio. Per questo si è detto, a ragione, che tutte potrebbero essere ricondotte a una sola, la prima: «Beati i poveri». Ma chi è, in verità, il povero? Prima ancora che una categoria sociale, economica o culturale, egli esprime una condizione fondamentale dell’uomo. Ogni uomo, per il solo fatto di esistere, è povero. Non nel senso di una mancanza accidentale, ma di una povertà costitutiva.

Il motivo è evidente: siamo creature finite, strutturalmente incomplete. Anche chi possiede molto resta, in profondità, povero. Si nasce poveri, si vive poveri e si muore poveri, perché in ciascuno permane un desiderio di felicità che nessun bene riesce a colmare definitivamente. Questa mancanza non è una colpa, ma un dato della nostra condizione umana.

Di fronte a essa, però, si aprono strade diverse. La più praticata è quella del riempimento. Quando una persona prende coscienza del proprio vuoto interiore, è spontaneamente tentata di colmarlo con qualcosa che prometta pienezza e appagamento. Non si tratta soltanto di beni materiali: anche il successo, la cultura, il riconoscimento sociale e perfino la religione possono diventare strumenti per garantirsi sicurezza. La fede stessa, se vissuta come possesso o garanzia, rischia di trasformarsi in idolo.

Chi percorre questa via pensa di mettere a tacere il vuoto. In realtà lo nasconde soltanto. La povertà rimane, ma diventa inconsapevole: una povertà stordita, illusa. Si recita la parte del vincitore, senza accorgersi di essere interiormente sconfitti. Quando questa illusione si incrina, emergono inquietudine e disperazione. Non è raro, infatti, incontrare vite apparentemente riuscite ma profondamente infelici. C’è anche un’altra conseguenza, meno evidente ma più grave. Chi cerca di colmare il proprio vuoto attraverso il possesso non solo resta povero, ma genera povertà. Ciò di cui si serve per sentirsi pieno viene spesso sottratto agli altri. L’esasperazione dell’io – io penso, io voglio, io agisco – rende duri, incapaci di relazione vera: gli altri vengono ignorati, usati o disprezzati.

Esiste, però, un’altra via, meno battuta ma decisiva. Il punto di partenza non cambia: la consapevolezza della propria povertà creaturale. Ciò che cambia è l’atteggiamento. Non si tratta di riempire il vuoto, ma di accoglierlo. Quando accade questo, esso smette di essere una minaccia e diventa spazio aperto all’incontro, alla grazia, alla presenza di Dio. Il povero che ripone in Dio tutta la sua fiducia viene colmato di Dio stesso. Non è più povero, ma ricco del Regno, perché Dio è con lui. Questa ricchezza non chiude, ma apre. Chi si arricchisce di Dio diventa mite, attento agli altri, appassionato della giustizia, capace di condividere.

Quanti sono disposti a scegliere questa seconda via? La Scrittura parla di un «resto». Il profeta Sofonia, nella prima lettura, lo chiama «il resto d’Israele»: una minoranza che non coltiva orgoglio né presunzione, ma riconosce la propria povertà e si affida a Dio. Anche oggi è così. Non perché la Chiesa sia minoranza nel mondo, ma perché anche nella Chiesa convivono una logica di massa, lontana dalle beatitudini, e un resto che continua a viverle. Questo resto non si impone, non fa rumore. Vive nella quotidianità discreta di persone semplici e umili, ma interiormente ricche, perché abitate da Dio. Il segno che le rende riconoscibili è la gioia: una gioia sobria, profonda, non esibita. È questa gioia a rivelare che la povertà accolta e affidata non conduce alla tristezza, ma alla beatitudine.

III Domenica del tempo ordinario

logoXAL249271 The Calling of St. Peter, from a series of Scenes of the New Testament (fresco) by Barna da Siena (fl.1350-55); Collegiata di Santa Maria Assunta, San Gimignano, Italy. , Bridgeman Images

Nel cuore delle tenebre una luce si alza

Dopo l’arresto di Giovanni Battista, Gesù lascia l’isolata Nazaret e si stabilisce a Cafarnao, sulle rive del Lago di Galilea, nel territorio di Zabulon e Neftali. Non è un semplice spostamento geografico, ma una scelta carica di significato. Nel momento in cui tutto sembrerebbe suggerire prudenza e ritiro, Gesù non si nasconde. Entra invece nella vita ordinaria, tra le case, le strade e il lavoro della gente comune, per far risplendere la luce di Dio proprio là dove l’esistenza appare più semplice e ripetitiva.

Il profeta Isaia aveva annunciato: «Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce» (cfr. I lettura). In Gesù questa parola trova compimento. La luce non si accende nei luoghi del potere religioso o politico, ma ai margini, nella concretezza del vivere quotidiano. Dio non teme le tenebre dell’umano: le attraversa, le abita, le trasforma. La Galilea diventa così il segno di una fede incarnata, di un Dio che sceglie di farsi vicino là dove la vita scorre tra fatica, attese e speranze fragili.

Le tenebre di cui parlano Isaia e il Vangelo non sono soltanto l’assenza di luce fisica. Sono il disorientamento interiore, la paura del cambiamento, la sensazione di impotenza che paralizza. Essere «immersi nelle tenebre» significa rassegnarsi, accettare il buio come definitivo. Ma la venuta di Gesù è un invito al movimento: chiede di rialzarsi, di tornare a camminare, di non restare prigionieri dell’ombra.

Alcuni semplici pescatori hanno saputo riconoscere quella luce. Nel cuore della loro vita ordinaria, tra reti da riparare e barche da spingere in acqua, hanno intuito che quella presenza apriva un orizzonte nuovo. Per questo hanno lasciato il lavoro quotidiano e si sono messi al seguito di Gesù, che li incammina verso un mondo rinnovato, del quale già si manifestano i segni: parole che generano gioia, gesti che annunciano salvezza, incontri che restituiscono dignità e vita. In quel momento prende forma il primo, fragile e luminoso germe della Chiesa. I discepoli seguono il Signore non solo per stare con lui e condividere la sua intimità, ma per diventare segno vivo della sua presenza nel mondo. Sono chiamati a testimoniarlo e a radunare uomini e donne nel suo nome, perché nessuno resti chiuso nella solitudine o escluso dalla speranza. La Chiesa nasce così: non come istituzione già compiuta, ma come comunità in cammino, generata dall’incontro con una luce che chiede di essere condivisa.

In questo contesto appare con maggiore chiarezza la novità del discepolato di Gesù. Nelle scuole del giudaismo, il rapporto tra maestro e discepolo era fondato sulla trasmissione di un sapere: il discepolo sceglieva il rabbì, lo seguiva per apprendere la Legge e, una volta formato, aspirava a diventare egli stesso maestro. Era un cammino orientato al compimento di una competenza e all’autonomia.

Con Gesù, invece, la luce non è un sapere da possedere, ma una vita da condividere. Per questo la sequela non ha una scadenza. Seguire Gesù non è una tappa da superare, ma una condizione permanente: si rimane discepoli perché si rimane esposti alla sua parola, sempre in ascolto, sempre in cammino. Il discepolo non arriva mai a “sapere abbastanza”, perché ciò che è chiamato ad apprendere è uno stile di vita, un modo di amare, un modo di stare nel mondo.

II Domenica del tempo ordinario

logoXIR898201 The Baptism of Christ (oil on panel) by Francia, (Francesco di Marco Raibolini) Il (1450-1517); Gemaeldegalerie Alte Meister, Dresden, Germany; (add.info.: Baptism of Christ). , Bridgeman Images

Quel Dio che non ci aspettavamo

Io non lo conoscevo». Giovanni Battista lo afferma due volte parlando di Gesù, e questa insistenza sorprende. Come può dichiarare di non conoscere colui con il quale esistevano legami familiari così stretti? È davvero plausibile che non si fossero mai incontrati, che non avessero condiviso tratti di vita comune? In realtà Giovanni non nega una conoscenza umana di Gesù. Con quelle parole segnala un passaggio decisivo: il passaggio da una familiarità “secondo la carne” a una conoscenza nuova, spirituale, ricevuta dall’alto. Non è Gesù che è cambiato, ma lo sguardo di Giovanni, ora illuminato dallo Spirito, tanto da poter dire: «Io ho visto e ho reso testimonianza». La vera conoscenza di Gesù non nasce dalla consuetudine, ma dalla rivelazione.

Questo tocca direttamente l’esperienza cristiana. La fede non coincide con ciò che sappiamo di Gesù, né con la padronanza di un linguaggio religioso o teologico. È una conoscenza sempre aperta, mai conclusa, che chiede di essere continuamente rinnovata. Il Vangelo, tuttavia, mostra che in questa ricerca non siamo soli. Giovanni vede Gesù «venire verso di lui»: è Dio che prende l’iniziativa. Per due volte il testo parla dello Spirito che discende. La conoscenza autentica di Gesù non è il risultato di uno sforzo umano, ma un dono che viene dall’alto.

Dentro questa esperienza Giovanni pronuncia la sua proclamazione: «Ecco l’Agnello di Dio». Un’espressione che rischia di diventare familiare e poco interrogante, se non ne recuperiamo la densità originaria. Nella lingua aramaica, infatti, il termine talya’ indica sia l’agnello sia il servo. L’annuncio può dunque essere ascoltato anche così: «Ecco il Servo di Dio».

La figura del Servo, nell’Antico Testamento, non designa un semplice subordinato, ma colui che agisce in nome del Signore, il suo rappresentante nella storia. E tuttavia questo Servo è presentato con l’immagine dell’agnello: fragile, mite, consegnato. Autorità e debolezza, missione e vulnerabilità si tengono insieme. Non è un caso che la liturgia accosti a questo Vangelo il Canto del Servo di Isaia (II Lettura). Il profeta, esule in Babilonia, interpreta la propria vocazione come una chiamata ricevuta fin dal grembo materno e descrive la missione con immagini forti: una spada affilata, una freccia pronta nella faretra. È il linguaggio di un impegno totale.

Eppure proprio questo Servo conosce la crisi. Dopo aver dato tutto sé stesso, sperimenta la delusione: la parola sembra inefficace, la fatica sprecata. Ma proprio lì Dio apre un orizzonte più grande. La missione non viene ritirata, bensì dilatata: il Servo diventa luce per le nazioni. Questa fecondità passa attraverso la sofferenza: il Servo diventa Servo sofferente.

In Gesù questa figura trova il suo compimento. Anche la sua vicenda appare segnata dal fallimento: entusiasmo iniziale, poi rifiuto, solitudine, morte. Eppure proprio attraverso questa debolezza Gesù manifesta un’efficacia universale. È l’Agnello, è il Servo: salva non imponendosi, ma consegnandosi.

Questo Vangelo parla anche alla nostra vita. Quando il bene sembra inutile, quando l’impegno non produce i risultati sperati e la stanchezza prende il sopravvento, siamo chiamati a ricordare che la storia non è nelle nostre mani e che i frutti non ci appartengono. Il bene non è mai sterile, anche quando rimane nascosto.

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