Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

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La parabola dell’amministratore disonesto, fin dalle origini della tradizione evangelica, è stata spesso considerata difficile e controversa, e non pochi vi hanno visto un’apparente approvazione del furto da parte di Gesù. In realtà, non è così: Gesù evidenzia l’astuzia del truffatore, non la disonestà. L’amministratore viene elogiato dal padrone per la sua capacità di preoccuparsi del proprio futuro, agendo con prontezza mentre è ancora in tempo.

Il cuore della parabola è nella constatazione che «i figli di questo mondo sono più scaltri dei figli della luce». Per questo motivo, sarebbe più appropriato intitolarla “Il fattore astuto” piuttosto che “Il fattore infedele”. Appena si accorge che il suo futuro è in pericolo, il fattore dimostra lucidità e ingegno, trasformando a proprio vantaggio una situazione difficile. Allo stesso modo, il cristiano dovrebbe essere pronto, deciso e astuto nel costruire già nel presente il regno di Dio. La prudenza del fattore racchiude diverse qualità: la lucidità nel riconoscere la gravità della situazione, la prontezza nel trovare una soluzione prima che le opportano tunità svaniscano e il coraggio di assumersi responsabilità e prendere decisioni. In questo senso, l’insegnamento di Seneca nelle Lettere a Lucilio risuona in parallelo: «Dove è finita la tua prudenza? Dove il tuo acuto discernimento? E la tua grandezza d’animo? Una simile inezia ti turba?» (107).

Fin qui, l’insegnamento della parabola è generale: sottolinea il valore della risolutezza senza indicare quando applicarla, lasciando spazio a interpretazioni. Luca, però, non lascia il messaggio nel vago: lo collega a un esempio concreto, quello dell’uso della ricchezza, e introduce tre detti del Signore accomunati dal tema del denaro.

Il primo detto riprende la parabola: «Fatevi amici con la disonesta ricchezza, perché quando essa verrà a mancare vi accolgano nelle dimore eterne». Significa usare i soldi per aiutare i poveri, che diventano amici nostri e di Dio. Il messaggio è chiaro: per essere astuti come il fattore, bisogna usare le proprie risorse per fare del bene, soprattutto tramite l’elemosina, molto importante per Luca.

Il secondo detto parla della fedeltà nella gestione dei beni. Qui il fattore non va preso come esempio: la sua disonestà non deve essere imitata. L’avvertimento riguarda chi ha il compito di amministrare i beni della comunità. Il terzo detto ricorda che non si può servire Dio e il denaro insieme. Il denaro tende sempre a comandare e spesso ci riesce.

La parabola chiama “disonesto” il fattore, ma subito dopo attribuisce la stessa caratteristica alla ricchezza. Perché? Perché spesso nasce da ingiustizie o può facilmente diventare strumento di ingiustizia. Inoltre, la ricchezza può rendere ciechi, come mostra la parabola del povero e del ricco. La ricchezza è spesso ingannevole: promette molto ma delude, conquista la fiducia dell’uomo per poi tradirla. Il termine “mammona” rende bene questa idea: indica un accumulo eccessivo, mai soddisfatto, che diventa padrone e riempie tutta la vita.

 

ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE (ANNO C)

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Nell’umiliazione la gloria di Dio

E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna Giovanni 3,14

La festa dell’Esaltazione della Santa Croce è la contemplazione del mistero stesso della croce. Da strumento di supplizio e vergogna, per opera di Cristo essa è divenuta segno glorioso di salvezza e speranza. Nella liturgia, essa è proclamata “albero della vita”, “trono regale”, “gloria di Cristo”.

Il brano del Vangelo proclamato nella liturgia ci conduce nel cuore della notte, in un dialogo intimo tra Gesù e Nicodemo. Ed è proprio in quel colloquio notturno che Giovanni inserisce una delle sue affermazioni più luminose: «E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna». Gesù si riferisce a un episodio del libro dei Numeri (21,4-9): durante il cammino nel deserto, il popolo d’Israele viene morso da serpenti velenosi. Su indicazione del Signore, Mosè innalza un serpente di bronzo su un’asta, e chiunque lo guarda con fede viene guarito. Quel segno antico diventa, per il quarto evangelista, figura profetica della croce: è guardando al crocifisso che si riceve la salvezza, è credendo nel Figlio innalzato che si ottiene la vita eterna. I

ll verbo “innalzare” è carico di significato e particolarmente caro all’evangelista Giovanni. È un verbo a doppio senso: da un lato significa “esaltare”, “dare gloria”; dall’altro, più crudelmente, indica l'lnnalzamento fisico sulla croce. In Gesù questi due significati coincidono: essere crocifisso è, per lui, essere glorificato. Appeso al legno, Gesù è innalzato agli occhi del mondo e assunto nella gloria del Padre, perché lì si compie il suo amore fino alla fine (Giovanni 13,1). È proprio sulla croce che Cristo si rivela come Re, come Signore della vita, come colui che attira tutti a sé: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io Sono» (8,28); «Io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (12,32).

La croce non è un inciampo, ma il cuore stesso della rivelazione cristiana. È il trono del Re, l’inizio del suo regno, la manifestazione del volto misericordioso di Dio. La croce di Cristo segna il passaggio decisivo dalla legge alla grazia: non è più il rispetto esteriore dei precetti – rappresentato da Nicodemo – a salvare, ma la fede nell’amore crocifisso, che dona la vita. La croce è la nuova Pasqua, attraverso la quale Dio salva il mondo e inaugura la vita eterna. Tutto culmina nel versetto più celebre: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna ». Ecco perché si può esaltare la croce: non perché essa sia strumento di morte, ma perché è divenuta strumento di amore e di vita. Non è la sofferenza in sé ad essere celebrata, ma l’amore che nella sofferenza si dona. Innalzare la croce, allora, significa riconoscere in essa il segno più alto della gloria di Dio.

 

XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

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Seguire Gesù: una libertà che trasforma

Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo Luca 14,27

Durante il suo cammino verso Gerusalemme, Gesù vede che una folla numerosa lo segue. Non si lascia sedurre dall’entusiasmo del momento, ma coglie l’occasione per una catechesi forte e provocatoria, incentrata sulla decisione, sulla sapienza e sulla necessità di scegliere bene.

L’evangelista Luca è molto preciso nell’elencare i legami da cui è necessario distaccarsi: padre, madre, moglie, figli, fratelli, sorelle, perfino la propria vita. Si tratta di un elenco intenso, volutamente provocatorio. Luca, a differenza di Matteo (cfr. Matteo 10,37), non attenua l’espressione: conserva il verbo “odiare”, nella sua forma paradossale. È evidente, tuttavia, che il senso non è quello letterale: non si tratta di odiare, ma di preferire Cristo a tutto e a tutti, di stabilire una gerarchia affettiva in cui il Regno ha il primo posto. Luca intende sottolineare così quanto radicale e concreto debba essere il distacco: non solo affettivo, ma esistenziale, interiore. La sequela chiede libertà profonda.

Il riferimento alla croce chiarisce fino a che punto deve giungere la disponibilità del discepolo: seguire Gesù significa accettare il sacrificio reale e totale di sé. Non si tratta di idealismi spirituali, ma di una disposizione concreta a donare la vita, come ha fatto lui. La croce, infatti, è il segno più alto della libertà e dell’amore: è lì che la sequela si compie pienamente.

Per sottolineare quanto sia seria questa scelta, Gesù racconta due brevi parabole in cui i protagonisti cambiano progetto dopo una riflessione attenta. La prima è quella di un uomo che vuole costruire una torre. Inizia a porre le fondamenta, ma poi si ferma, calcola la spesa, e si rende conto di non avere i mezzi per concludere l’opera. Così decide di interrompere i lavori per non essere deriso. Gesù mette in guardia dal rischio di cominciare senza aver valutato bene, senza aver misurato il costo della scelta. La seconda parabola racconta di un re che, prima di andare in guerra, si siede e riflette. Valuta le forze in campo, comprende di essere in svantaggio, e decide di inviare un’ambasceria per chiedere la pace. Anche qui, il discernimento e la capacità di rivedere i propri piani diventano segni di vera sapienza.

In entrambe le parabole Gesù esalta la capacità di fermarsi, pensare, valutare, non lasciandosi trascinare dall’impulso o dall’abitudine. La sequela non è improvvisazione emotiva, ma una scelta ponderata, libera e consapevole, che comporta sacrificio e realismo. Anche nella nostra vita, spesso ci lasciamo guidare dall’abitudine: facciamo le cose per inerzia, senza più domandarci il “perché”, senza interrogarci sul senso. Ma il Vangelo ci invita a sederci, riflettere, confrontarci con Gesù, ad accogliere la sua sapienza e a lasciarci mettere in discussione.

Le due parabole ci parlano di conversione: entrambi i personaggi cambiano i loro piani. Forse anche noi siamo chiamati a rivedere le nostre scelte, a domandarci: stiamo davvero seguendo il Signore? Oppure stiamo portando avanti un progetto tutto nostro, come chi costruisce una torre senza calcolare la spesa? Solo chi ha il coraggio di interrogarsi e la libertà di lasciarsi guidare da Cristo potrà costruire un progetto solido che conduce alla vita piena.

XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

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La porta stretta della vera vita – Tropeaedintorni.it

 

Salvi? Sì, ma non per il curriculum

Sforzatevi di entrare per la porta stretta Luca 13,24

Gesù è in cammino verso Gerusalemme, la Città santa. Durante il viaggio si ferma a insegnare nelle città e nei villaggi che incontra lungo la strada. A un certo punto, una persona gli rivolge una domanda carica di curiosità e forse anche di provocazione: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?».

Era una questione dibattuta dai rabbini del tempo, molti dei quali erano convinti che, al momento in cui tutte le genti verranno radunate (cfr. Isaia, I Lettura), solo un piccolo numero sarebbe entrato nel Regno di Dio. E tra questi pochi, pensavano di esserci proprio loro: gli scrupolosi osservanti della Legge, coloro che si attenevano minuziosamente a ogni precetto.

Ma Gesù non si lascia rinchiudere in un calcolo o in una previsione. La sua risposta non dà cifre, ma apre un orizzonte nuovo. Invita ciascuno a non restare spettatore della salvezza, ma a mettersi in gioco in prima persona: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta». Il problema non è quanti si salvano, ma se stiamo davvero percorrendo la via che conduce al Regno.

La “porta stretta” non indica semplicemente un passaggio angusto, faticoso da attraversare. È piuttosto una porta difficile da trovare. La si scorge solo se ci si ferma, se si prende tempo per cercare. Non appare subito, non è spalancata come un grande portone in cui basta entrare perché lo fanno tutti. Per trovarla e varcarla occorre invece compiere una scelta personale, consapevole e responsabile. Gesù usa qui una parabola: la porta che conduce alla sala da pranzo è stretta, e attorno a essa si accalca una grande folla. In primo piano ci sono coloro che si ritengono “veri cristiani”, convinti di avere un rapporto privilegiato con Cristo, perché non hanno fatto altro che proclamare apertamente la loro fede e presentarsi come cittadini del Regno davanti agli altri. Tuttavia ecco la risposta, dura e ripetuta due volte: «Non vi conosco, non so di dove siete». Parole forti, che spezzano ogni falsa sicurezza. Non basta aver “mangiato e bevuto” con lui, né aver ascoltato la sua Parola o predicato in suo nome. Ciò che conta davvero è una vita trasformata, una fede vissuta nella concretezza delle scelte, nel cammino quotidiano di conversione.

L’avvertimento finale di Gesù ci spiazza: «Alcuni tra gli ultimi saranno primi e alcuni tra i primi saranno ultimi». Con questo capovolge le attese e sovverte i criteri umani di giudizio. Chi si riteneva sicuro del posto al banchetto del Regno si troverà fuori, mentre altri – considerati lontani, esclusi, non meritevoli – verranno da ogni parte della terra e prenderanno posto alla mensa con i patriarchi.

È un richiamo forte: i criteri di Dio non coincidono con i nostri. Non bastano le appartenenze religiose né le osservanze esteriori, né la presunzione di essere “giusti”. Il Regno è dono, ma chiede accoglienza vera, vita trasformata, fiducia nel cuore di Dio. Ma come può un Padre di infinita misericordia e amore pronunciare parole così dure: «Non vi conosco, non so di dove siete»? Dio non rinnega mai la sua pietà; la dona anche a chi, apparentemente, non la merita. Ma la sua misericordia non è mai un diritto da conquistare o pretendere. Chi crede di meritarla finisce per perderla, mentre chi, con umiltà, si riconosce indegno, senza saperlo, si trova già dentro la sala del banchetto, a celebrare la gratuita grandezza dell’amore di Dio.

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