Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

SOLENNITÀ DELLA SS. TRINITÀ (ANNO C)

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Uno sguardo all’interno del mistero di Dio

«Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà» Giovanni 16,15

Alla chiusura del tempo pasquale la liturgia propone una domenica dedicata alla Santissima Trinità con l’invito a ripensare tutta la storia della salvezza in cui Dio si è rivelato come una comunità di persone che si amano. Il brevissimo passo evangelico (Giovanni 16,12-15) può essere considerato come una finestra – appena socchiusa, ma preziosissima – che ci permette di dare uno sguardo all’interno del mistero di Dio.

In questo brano Gesù è l’unico che parla in prima persona, e parla del Padre, di sé stesso e dello Spirito: «Tutto quello che il Padre possiede è mio, e tutto quello che è mio lo Spirito Santo lo darà a voi». È questione davvero di amore. Si rischia di andare fuori strada quando si cerca la comprensione del mistero di Dio attraverso vie diverse da quelle dell’amore. La Trinità non sono tre persone giustapposte, ma tre generosità che si donano l’una all’altra in pienezza. Ciascuna delle tre persone è per sé stessa solo essendo per le altre due.

Nella Trinità, in cui la reciprocità è perfetta, l’amore stesso è una persona, lo Spirito Santo: amore del Padre per il Figlio, amore del Figlio per il Padre. Un bacio reciproco, se si vuole. Ed è questo Spirito che guiderà i discepoli alla comprensione di quella verità che ora non sono in grado di portare e assisterà la comunità nel difficile compito di unire la fedeltà e la novità, la memoria al rinnovamento. Dal momento che sappiamo chi è Dio – anche se è una realtà molto misteriosa – sappiamo quello che dobbiamo essere. Troppo spesso le nostre relazioni sono possessive e dominatrici. Invece di accettare e rispettare l’altro così come è, tendono a catturarlo, a sottometterlo, a piegarlo ai propri interessi.

Per amare come si amano le tre persone divine bisogna essere sé stessi, il più profondamente e il più consapevolmente possibile. Bisogna volere che gli altri “siano”, il più profondamente e il più consapevolmente possibile. E non volerlo soltanto con il pensiero, con il desiderio, ma operare perché essi lo siano. L’amore trinitario ci obbliga a escludere la volontà di potenza e il desiderio di annessione. Per rispecchiare l’immagine di Dio, la relazione deve essere tale da esprimere un amore umile e mite, fiducioso e generoso fino a poter dire: «Quello che è mio voglio che ora sia anche tuo». Forse dopo questa riflessione sulla Trinità restiamo con il senso di disagio che ci è abituale quando non riusciamo a capire cosa vorremmo.

Ma c’è una cosa che dovrebbe essere chiara: a nulla serve credere nella Trinità se questa fede non si incarna nella vita e non viene professata attraverso le relazioni di tutti i giorni. Ancora una volta è il caso di dire che mentre ci sono cristiani che rinnegano con la vita quello che professano a parole, ci sono persone non credenti che, senza saperlo, danno testimonianza a favore della Trinità con una vita di relazioni limpide e generose. La vera fede nella Trinità, più che nei segni di croce, si esprime in quei gesti di amicizia che mettono in circolazione la comunione di amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

PENTECOSTE

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Pentecoste | The Society of Jesus

Lo Spirito Santo, una presenza liberante

«Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre» Giovanni 14,15-16

Sette settimane dopo la Pasqua – il cinquantesimo giorno – è la Pentecoste. Era l’antica festa dell’alleanza: Israele arrivò al Sinai cinquanta giorni dopo l’uscita dall’Egitto e in quella data festeggiava il patto con Dio. In una festa di Pentecoste lo Spirito Santo scese sugli apostoli e la Chiesa venne alla luce: uscì all’aperto e cominciò ad annunciare il Vangelo. Gli Atti degli Apostoli ci raccontano questo evento che ha dato origine alla missione della Chiesa. Il brano del Vangelo ripropone un brano molto denso dei discorsi di addio di Giovanni. I passi in cui Gesù parla dello Spirito consolatore si inseriscono in un preciso contesto esistenziale: il tempo della Chiesa con i suoi problemi e i suoi interrogativi, l’odio del mondo, la persecuzione, l’incredulità che perdona.

Alla luce di questo contesto si comprendono bene i tre compiti fondamentali che il quarto evangelista assegna allo Spirito: conservare fedelmente la memoria di Gesù, la comprensione interiore e personale della sua Parola, il coraggio della testimonianza. Nel nostro passo specifico un’idea forte – forse la più importante – è che la condizione per accogliere lo Spirito è l’amore a Gesù («Se mi amate, osserverete i miei comandamenti»), l’ascolto della sua Parola e l’osservanza dei comandamenti. Tre cose, dunque, molto concrete e persino verificabili. Se mancano queste tre condizioni non c’è alcun spazio per lo Spirito.

D’altra parte, nel passo della Lettera di Paolo ai Romani (8, 8-17) che costituisce la seconda lettura della Messa, Paolo insegna che lo Spirito è libertà, perché ci libera dalla schiavitù della carne, cioè dall’egoismo. Lo Spirito trasforma i desideri dell’uomo: non più i desideri dell’egoismo, ma della carità. Prigioniero del suo egoismo (la carne) l’uomo sente la legge dell’amore (la legge di Dio) come un peso e una schiavitù. Lo Spirito muta il “desiderio” dell’uomo: la legge della carità diviene ciò che desidera, a cui tende. Lo Spirito libera l’uomo trasformandolo dall’interno, capovolgendo la natura profonda del “desiderio”. Ma non si tratta solo di questo. Lo Spirito rinnova anche il rapporto con Dio: non più schiavi, ma figli. E anche questo è grande libertà. Se poi Paolo precisa che si tratta di una filiazione “adottiva”, non è per sminuirla, tanto meno per affermare che si tratta di qualcosa di esterno e giuridico, ma per ricordarne la gratuità.

Per Paolo la presenza dello Spirito è una presenza liberante, che si lascia discernere da alcuni segni: un capovolgimento nella logica della vita, un nuovo rapporto con Dio sperimentato come Padre, l’intima convinzione (a dispetto delle smentite, della poca fede e dello stesso peccato) di essere figli di Dio. È dunque un nuovo rapporto con Dio: l’uomo può rivolgersi a lui liberamente, francamente e confidenzialmente. Non più un rapporto di schiavitù ma di libertà: il cristiano può far sua la medesima confidenza e la medesima libertà di Gesù verso il Padre. Questo rapporto filiale con Dio è la radice di ogni altra libertà.

La Pentecoste porta a compimento la Pasqua, lo Spirito realizza l’opera di Gesù; grazie allo Spirito noi siamo diventati figli, possiamo vivere da figli. Con gratitudine, riconoscenza e libertà accogliamo lo Spirito di Dio, lasciamolo agire nella nostra vita e vedremo dei cambiamenti grandi!

ASCENSIONE DEL SIGNORE (ANNO C)

Ascensione del Signore: il significato della festa - Holyblog

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Il cielo abitato dalla nostra umanità

«Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo […] poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio» Luca 24,51-53

La pagina del Vangelo di questa solennità ha parecchi punti in comune con la prima lettura tratta dagli Atti degli Apostoli. L’Ascensione, dunque, se da una parte indica la chiusura della vita pubblica di Gesù, dall’altra evidenzia una sua presenza più profonda nella vita dei discepoli, tanto da essere l’inizio, quasi il fondamento, di tutta la storia seguente della Chiesa. Nei Prefazi dell’Ascensione si sottolinea fortemente la dimensione salvifica di questo evento: «Ci ha preceduti nella dimora eterna… sotto i loro sguardi salì al cielo, perché noi fossimo partecipi della sua vita divina ». Non si tratta quindi solo di contemplare la gloria ineffabile del Risorto, ma anche di vedere il riflesso di questa gloria nella nostra stessa vita; l’itinerario che Gesù ha percorso vuol diventare speranza viva per l’itinerario che noi siamo chiamati a percorrere.

La pagina del Vangelo è esplicita: all’ascensione di Gesù fanno seguito il dono dello Spirito, la predicazione del Vangelo, la remissione dei peccati. C’è un rapporto di causalità che unisce tutti questi eventi: Gesù è glorificato ed è dunque possibile annunciare il Vangelo di Dio nel suo nome; Gesù ha vinto il peccato e la morte così che è a disposizione degli uomini il perdono di Dio; Gesù è ora alla destra del Padre e può comunicare agli uomini lo Spirito stesso di Dio.

È questo il significato dell’ultima scena del Vangelo: Gesù benedice i suoi discepoli nel momento stesso in cui si stacca da loro e viene portato in cielo. Diventa possibile ai discepoli, ora, vivere in «una grande gioia»: è la gioia messianica, annunciata dagli angeli (cfr. Luca 2,10), che incomincia a espandersi. «E stavano sempre nel tempio, lodando Dio». Facile da capire: dove Dio agisce e salva, gli uomini devono rispondere lodando e ringraziando; in Gesù, Dio ha agito vincendo la morte; è quindi giusto che i credenti rendano grazie a Lui sempre e in ogni modo 

Questo ci fa comprendere il senso dell’Ascensione: non si tratta di speculare su dislocazioni spaziali, ma di capire correttamente il valore salvifico della Pasqua. Valore salvifico per Gesù perché lo colloca definitivamente nella gloria del Padre; valore salvifico per noi perché Gesù entra nella gloria divina con la sua umanità che è la nostra stessa umanità. In questo modo la natura umana, di per sé fragile e sottomessa alla corruzione, è diventata partecipe della incorruttibilità divina. Il Cristo risorto non muore più. C’è quindi un frammento della nostra umanità che è sfuggito per sempre alla presa del mondo e alla sua minaccia di morte; e questo fatto diventa fondamento di speranza per l’umanità intera.

Di qui il legame strettissimo che Luca sottolinea nel Vangelo e negli Atti degli Apostoli tra Ascensione, Pentecoste e Parusia: l’Ascensione prepara la seconda venuta di Gesù, quella in cui la morte sarà vinta non solo per lui ma per tutti gli uomini; e il tempo intermedio, lungi dall’essere un tempo vuoto, di pura attesa, sarà colmato dal dono dello Spirito in modo da diventare esperienza iniziale di salvezza.

Per questo possiamo pregare: «Esulti di santa gioia la tua Chiesa, o Padre… poiché nel tuo Figlio asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere Cristo nostro capo nella gloria».

VI DOMENICA DEL TEMPO DI PASQUA

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Lo Spirito Santo, una presenza amica

«Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» Giovanni 14,26

La pagina del Vangelo secondo Giovanni di questa domenica propone ancora parole di Gesù pronunciate durante la cena: il Maestro lascia le consegne ai suoi discepoli affidando loro la sua pace e il grande dono dello Spirito Santo. I discepoli avvertono infatti il pericolo di cedere allo sconforto di un’assenza che avrebbe potuto significare l’assenza stessa di Dio. Perdendo Gesù avrebbero perso tutto, anche il segno più luminoso della presenza di Dio. Si comprende allora il senso della promessa che Gesù ha fatto ai suoi discepoli: «Il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto».

Qual è il significato di questa strana parola da cui viene il termine Paràclito che viene attribuito allo Spirito Santo? L’etimologia in questo caso è importante. Parà significa “vicino” e klètos “chiamato”. Dunque il Paràclito è il «Chiamato vicino» perché sia di aiuto nel superare una prova.

Il Paràclito è l’avvocato che difende la causa di chi è in difficoltà. Lo Spirito Santo è colui che sta dalla nostra parte, difende la nostra causa e ci aiuta in due modi – ci ha detto Gesù – «Vi insegnerà e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto ». Lo Spirito è il Maestro interiore! È un’immagine molto importante, presa dal grande teologo sant’Agostino, il quale avendo riflettuto sullo Spirito che è Amore, che dona “un cuore di carne”, dice che lo Spirito Santo, che viene dall’alto e di cui non possiamo mai impadronirci, è il “Maestro interiore”. Sarà importante allora imparare a riconoscere questa presenza, a sentire questa voce dello Spirito che dal di dentro ci insegna a vivere e cosa fare di momento in momento.

Il Maestro interiore, anzitutto, parla dentro la nostra coscienza: può rimproverare, può incoraggiare, talvolta coincide con noi, talaltra no. Tutti noi sentiamo questa voce della coscienza, che può rincuorare o può rimandare oltre la coscienza stessa. Il Maestro interiore è il compagno di viaggio della coscienza. Come fa a insegnarci che cosa dobbiamo fare? Ricordandoci tutto quello che Gesù ci ha detto. Noi leggiamo il Vangelo, lo meditiamo, lo studiamo; cerchiamo di conservarlo anche a memoria, di mettere nel cuore le parole di Gesù e lo Spirito le fa ricordare, come se venissero a galla.

Ricordare vuol dire portare nel cuore. Noi ricordiamo volentieri gli amici, le persone che amiamo, i nostri morti: li ricordiamo perché li portiamo nel cuore. Lo Spirito vuole essere per noi la memoria di Cristo, memoria così forte e intensa da restituire la sua presenza viva. Quando come credenti sentiamo la nostra fede vacillare perché abbiamo l’impressione che il Signore ci abbia abbandonati, lo Spirito ci conforta restituendoci la certezza e l’esperienza della sua presenza. Gesù viene in noi con il suo amore e noi dimoriamo nel suo amore.

Chiediamo allo Spirito, Maestro interiore, di rendere continuamente presente nella nostra vita colui per il quale viviamo, Gesù Cristo. Così egli ci permetterà di superare la nostra solitudine, ci illuminerà con una comprensione vivace dell’insegnamento di Gesù, ci permetterà di leggere le Scritture alla luce della Pasqua, ci rinnoverà interiormente donandoci un animo filiale e permettendoci di cercare sempre la volontà di Dio con amore e con gioia.

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