Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

Signore, non capisco, ma mi affido!

Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Luca 5,5

Le letture di questa domenica portano alla nostra attenzione due racconti di vocazione: l’una profetica, l’altra apostolica, ma entrambe frutto dell’irruzione di Dio nella vita dell’uomo. Nella prima lettura Isaia, nello scenario grandioso del Tempio di Gerusalemme, riceve la rivelazione della grandezza di Dio e accetta l’invito di diventare suo profeta. Nel contatto col Dio “santo” egli avverte, con indescrivibile angoscia, la propria indegnità e si sente di dire: «Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito; eppure i miei occhi hanno visto il re, il Signore degli eserciti». Dio, allora, interviene e manda uno dei serafini che vola verso di lui per toccargli la bocca e, a questo punto, la risposta del profeta è totale e senza esitazioni: «Eccomi, manda me!». Nella seconda lettura, Paolo espone una delle prime formulazioni della fede cristiana, la preghiera del Credo, usata nelle prime assemblee durante la celebrazione della “Cena del Signore”. La morte e la risurrezione di Gesù sono il fondamento di tutto. È la nostra vita! È il senso della nostra esistenza.

Nel Vangelo Luca racconta la chiamata dei primi discepoli durante una pesca miracolosa: sulla parola di Gesù quei pescatori delusi iniziano una nuova avventura molto più fruttuosa. È interessante prestare attenzione alla “barca”. Se gli apostoli sono chiamati a diventare pescatori di uomini, questa barca è chiamata a suggerire l’immagine della Chiesa.

Che cosa è la Chiesa? È una barca di pescatori, con a bordo Gesù. E Gesù a bordo vuol gente concreta, laboriosa, che non disdegni le più umili mansioni. In altre parole: i discepoli di Cristo non sono coloro che si distinguono per particolari doti umane o per un tipo di vita che porti a trascurare le normali responsabilità. Nella Lettera a Diogneto (uno dei testi più antichi della cristianità) si dice chiaramente che i cristiani condividono le normali consuetudini del vivere e in questo non si distinguono dagli altri. Ciò che invece è richiesto e che Gesù sembra prediligere è il senso del dovere e del servizio. I pigri non sono buoni per nessuno, neppure per il Signore. Se Gesù ha guardato con particolare simpatia a Simone e ai suoi compagni, forse è perché li aveva visti sulla riva a lavare le reti e a cucirne gli strappi, dopo una notte di fatica e di sfortuna. Solo chi sa fare le cose umili è degno di cose più grandi.

Un’altra qualità è richiesta: chi vuole salire sulla barca di Simone bisogna che abbia familiarità con la parola di Cristo. Simone e i suoi compagni questa parola l’hanno ascoltata: «Prendi il largo e calate le reti per la pesca». Gesù ci incontra con le nostre stanchezze e le nostre delusioni. Portiamo a volte un bagaglio pesante fatto di fatiche inutili, di notti insonni, di speranze sempre rimandate o per sempre cancellate. È il momento della fede: «Sulla tua parola…». È quando si è chiamati a dire: «Signore, non capisco, ma mi affido. Mi sembra assurdo quello che mi dici, ma scommetto sulla tua parola».

Non sono i forti, i sicuri di sé, gli intelligenti quelli che tornano con le reti del miracolo. Sono i piccoli, gli umili, quelli che non scommettono più sulle proprie capacità, ma sulla parola del Signore: «Sulla tua parola».

La nostra vita offerta al Signore

Monastero di Bose - 2 febbraio

Quaranta giorni dopo la sua nascita, Gesù viene presentato al tempio e offerto al Signore. È la festa del 2 febbraio, popolarmente conosciuta come festa della Candelora, che quest’anno, cadendo di domenica, ha la precedenza sulle letture domenicali.

Nella prima lettura, il profeta Malachia (3,1-4) annuncia l’entrata messianica del Signore nel suo tempio per purificare il popolo dalle sue infedeltà e offrire un’oblazione a Dio gradita. Nella seconda lettura, l’autore della Lettera agli Ebrei (2,14-18) presenta Gesù che, resosi in tutto simile ai fratelli, è il sacerdote sommo che inaugura il nuovo culto della nuova alleanza.

Queste due letture ci aiutano a comprendere il senso teologico della festa odierna. Dice il profeta Malachia che «il Signore siederà per fondere e purificare; purificherà i figli di Levi – cioè i sacerdoti – li affinerà come l’oro, perché possano offrire al Signore una offerta secondo giustizia».

Era un’antica parola ammonitrice che annunciava alla classe sacerdotale di Gerusalemme una venuta del Signore che li avrebbe messi nel forno: li fonderà per poterli purificare, per poterne ricavare oro, per renderli capaci di un sacrificio corretto.

È proprio quello che avviene con Gesù, anche se nel racconto evangelico (Luca 2,22-40) si tratta solo di un anticipo: il bambino entra nel tempio per cambiare il modo di pensare, per capovolgere la situazione religiosa, per trasformare il sacerdozio, per rinnovare quella mentalità. […]

Il profeta aveva immaginato un ingresso potente e straordinario; invece il Signore onnipotente entra nel tempio come un bambino indifeso, portato in braccio. In quel fatto noi leggiamo il compimento delle Scritture: il Signore entra nel tempio per cambiare l’antica situazione. Ed è un cambiamento fondamentale quello che avviene: l’offerta di cose e i riti lasciano il posto all’offerta generosa di sé stessi. Non le cose, non i riti mettono in comunione con Dio, ma la propria esistenza umana, cioè l’offerta della propria vita, di tutto quello che caratterizza la nostra umanità.

La sacralità non è nel tempio, ma nelle persone; non è il luogo che rende la persona gradita a Dio, ma è l’atteggiamento del cuore! L’incontro con il Signore non avviene nel tempio, ma nella relazione di amicizia: non è un rito sacro che cambia l’uomo, ma la propria adesione cordiale. È l’offerta di noi stessi il vero sacrificio. Simeone e Anna aspettavano la consolazione di Israele e la redenzione di Gerusalemme, desideravano incontrare il Signore. Noi desideriamo incontrare il Signore? Lo cerchiamo nella nostra vita? Desideriamo e aspettiamo questo incontro?

Rischiamo a volte di accontentarci di qualche rito esteriore e di un po’ di pratiche religiose, senza però che il cuore desideri veramente il Signore. Se risvegliamo il desiderio e lo coltiviamo, il Signore ci viene incontro, risponde al nostro desiderio e ci incontra!

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