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Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

ASCENSIONE DEL SIGNORE (ANNO C)

Ascensione del Signore: il significato della festa - Holyblog

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Il cielo abitato dalla nostra umanità

«Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo […] poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio» Luca 24,51-53

La pagina del Vangelo di questa solennità ha parecchi punti in comune con la prima lettura tratta dagli Atti degli Apostoli. L’Ascensione, dunque, se da una parte indica la chiusura della vita pubblica di Gesù, dall’altra evidenzia una sua presenza più profonda nella vita dei discepoli, tanto da essere l’inizio, quasi il fondamento, di tutta la storia seguente della Chiesa. Nei Prefazi dell’Ascensione si sottolinea fortemente la dimensione salvifica di questo evento: «Ci ha preceduti nella dimora eterna… sotto i loro sguardi salì al cielo, perché noi fossimo partecipi della sua vita divina ». Non si tratta quindi solo di contemplare la gloria ineffabile del Risorto, ma anche di vedere il riflesso di questa gloria nella nostra stessa vita; l’itinerario che Gesù ha percorso vuol diventare speranza viva per l’itinerario che noi siamo chiamati a percorrere.

La pagina del Vangelo è esplicita: all’ascensione di Gesù fanno seguito il dono dello Spirito, la predicazione del Vangelo, la remissione dei peccati. C’è un rapporto di causalità che unisce tutti questi eventi: Gesù è glorificato ed è dunque possibile annunciare il Vangelo di Dio nel suo nome; Gesù ha vinto il peccato e la morte così che è a disposizione degli uomini il perdono di Dio; Gesù è ora alla destra del Padre e può comunicare agli uomini lo Spirito stesso di Dio.

È questo il significato dell’ultima scena del Vangelo: Gesù benedice i suoi discepoli nel momento stesso in cui si stacca da loro e viene portato in cielo. Diventa possibile ai discepoli, ora, vivere in «una grande gioia»: è la gioia messianica, annunciata dagli angeli (cfr. Luca 2,10), che incomincia a espandersi. «E stavano sempre nel tempio, lodando Dio». Facile da capire: dove Dio agisce e salva, gli uomini devono rispondere lodando e ringraziando; in Gesù, Dio ha agito vincendo la morte; è quindi giusto che i credenti rendano grazie a Lui sempre e in ogni modo 

Questo ci fa comprendere il senso dell’Ascensione: non si tratta di speculare su dislocazioni spaziali, ma di capire correttamente il valore salvifico della Pasqua. Valore salvifico per Gesù perché lo colloca definitivamente nella gloria del Padre; valore salvifico per noi perché Gesù entra nella gloria divina con la sua umanità che è la nostra stessa umanità. In questo modo la natura umana, di per sé fragile e sottomessa alla corruzione, è diventata partecipe della incorruttibilità divina. Il Cristo risorto non muore più. C’è quindi un frammento della nostra umanità che è sfuggito per sempre alla presa del mondo e alla sua minaccia di morte; e questo fatto diventa fondamento di speranza per l’umanità intera.

Di qui il legame strettissimo che Luca sottolinea nel Vangelo e negli Atti degli Apostoli tra Ascensione, Pentecoste e Parusia: l’Ascensione prepara la seconda venuta di Gesù, quella in cui la morte sarà vinta non solo per lui ma per tutti gli uomini; e il tempo intermedio, lungi dall’essere un tempo vuoto, di pura attesa, sarà colmato dal dono dello Spirito in modo da diventare esperienza iniziale di salvezza.

Per questo possiamo pregare: «Esulti di santa gioia la tua Chiesa, o Padre… poiché nel tuo Figlio asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere Cristo nostro capo nella gloria».

VI DOMENICA DEL TEMPO DI PASQUA

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Lo Spirito Santo, una presenza amica

«Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» Giovanni 14,26

La pagina del Vangelo secondo Giovanni di questa domenica propone ancora parole di Gesù pronunciate durante la cena: il Maestro lascia le consegne ai suoi discepoli affidando loro la sua pace e il grande dono dello Spirito Santo. I discepoli avvertono infatti il pericolo di cedere allo sconforto di un’assenza che avrebbe potuto significare l’assenza stessa di Dio. Perdendo Gesù avrebbero perso tutto, anche il segno più luminoso della presenza di Dio. Si comprende allora il senso della promessa che Gesù ha fatto ai suoi discepoli: «Il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto».

Qual è il significato di questa strana parola da cui viene il termine Paràclito che viene attribuito allo Spirito Santo? L’etimologia in questo caso è importante. Parà significa “vicino” e klètos “chiamato”. Dunque il Paràclito è il «Chiamato vicino» perché sia di aiuto nel superare una prova.

Il Paràclito è l’avvocato che difende la causa di chi è in difficoltà. Lo Spirito Santo è colui che sta dalla nostra parte, difende la nostra causa e ci aiuta in due modi – ci ha detto Gesù – «Vi insegnerà e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto ». Lo Spirito è il Maestro interiore! È un’immagine molto importante, presa dal grande teologo sant’Agostino, il quale avendo riflettuto sullo Spirito che è Amore, che dona “un cuore di carne”, dice che lo Spirito Santo, che viene dall’alto e di cui non possiamo mai impadronirci, è il “Maestro interiore”. Sarà importante allora imparare a riconoscere questa presenza, a sentire questa voce dello Spirito che dal di dentro ci insegna a vivere e cosa fare di momento in momento.

Il Maestro interiore, anzitutto, parla dentro la nostra coscienza: può rimproverare, può incoraggiare, talvolta coincide con noi, talaltra no. Tutti noi sentiamo questa voce della coscienza, che può rincuorare o può rimandare oltre la coscienza stessa. Il Maestro interiore è il compagno di viaggio della coscienza. Come fa a insegnarci che cosa dobbiamo fare? Ricordandoci tutto quello che Gesù ci ha detto. Noi leggiamo il Vangelo, lo meditiamo, lo studiamo; cerchiamo di conservarlo anche a memoria, di mettere nel cuore le parole di Gesù e lo Spirito le fa ricordare, come se venissero a galla.

Ricordare vuol dire portare nel cuore. Noi ricordiamo volentieri gli amici, le persone che amiamo, i nostri morti: li ricordiamo perché li portiamo nel cuore. Lo Spirito vuole essere per noi la memoria di Cristo, memoria così forte e intensa da restituire la sua presenza viva. Quando come credenti sentiamo la nostra fede vacillare perché abbiamo l’impressione che il Signore ci abbia abbandonati, lo Spirito ci conforta restituendoci la certezza e l’esperienza della sua presenza. Gesù viene in noi con il suo amore e noi dimoriamo nel suo amore.

Chiediamo allo Spirito, Maestro interiore, di rendere continuamente presente nella nostra vita colui per il quale viviamo, Gesù Cristo. Così egli ci permetterà di superare la nostra solitudine, ci illuminerà con una comprensione vivace dell’insegnamento di Gesù, ci permetterà di leggere le Scritture alla luce della Pasqua, ci rinnoverà interiormente donandoci un animo filiale e permettendoci di cercare sempre la volontà di Dio con amore e con gioia.

V DOMENICA DEL TEMPO DI PASQUA - Da Famiglia Cristiana

logo famiglia cristiana28 aprile - V Domenica di Pasqua | Commento al Vangelo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Allenarsi nell’amore

Come io ho amato voi,
così amatevi anche voi gli uni gli altri
Giovanni 
13,34

In queste ultime domeniche del tempo pasquale la liturgia propone i discorsi dell’Ultima cena del Vangelo secondo Giovanni. In particolare la pagina odierna presenta il grande comandamento nuovo di Gesù: «Amatevi come io ho amato voi». Il quarto evangelista, il discepolo che Gesù amava – testimone oculare dei fatti della vita, della morte e della risurrezione di Gesù – era presente a fianco di Gesù in quella sera al cenacolo, quando Gesù con il suo testamento d’amore lasciò le consegne principali ai suoi discepoli: Giovanni le custodì nel cuore e le trasmise a molte altre persone.

Se Gesù sente il bisogno di raccomandare l’amore vicendevole, una ragione potrebbe essere quedescente sta: l’amore è sempre difficile da realizzare, anche là dove si pensa di trovare le condizioni più favorevoli. Gesù parla di comandamento. Ma si può ordinare dall’esterno l’amore? E perché poi dice che è “nuovo” questo comandamento? Anche nel Primo Testamento c’era e in tutte le culture è presente l’idea dell’amore, della benevolenza, dell’affetto: tutti portano in cuore questo desiderio di volere bene e di essere amati. Perché Gesù dice allora che è nuovo?

Per Gesù non si tratta però di ubbidire a un comando (se l’amore diventa dovere, non è più amore), ma di accogliere un dono. La sorgente dell’amore è il Padre. Chi ama non ubbidisce perciò a un precetto morale, ma entra in un’esperienza che si potrebbe chiamare mistica, perché è come se partecipasse alla vita stessa di Dio. Nel discorso di Gesù c’è una parola incan«Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri». Questo “come” è fondamentale.

La novità dunque sta nella persona di Gesù: lui è l’unico capace di amare veramente! E lui regala a noi questa capacità: è il suo testamento d’amore, ci lascia in eredità qualche cosa di grandioso! Non bisogna dimenticare che Gesù trasmette il suo insegnamento dopo che, con un gesto meravigliosamente eloquente, ha lavato i piedi ai suoi discepoli. Amare – vuol far capire Gesù – vuol dire servire.

Noi purtroppo abbiamo dimenticato che l’amore non si fonda sulla logica del diritto, ma sulle movenze interiori della tenerezza e della pietà, che non pretendono nulla se non la pura gioia di donare. Dobbiamo dunque allenarci nell’amore, praticando la generosità, la disponibilità, il servizio, l’accoglienza, dicendo no al nostro egoismo per andare incontro all’altro.

L’amore è questo: è un “fare vivere” che nasce da una decisione profonda del cuore e coinvolge tutti i comportamenti positivi: da quelli più elementari come quel poco di lavoro che possiamo fare e che contribuisce alla vita della società, a quei gesti di affetto in cui doniamo l’attenzione, la premura ed eventualmente anche il cammino della propria esistenza intera, legato al benessere, alla vita e alla gioia degli altri. Questo è il comandamento nuovo che il Signore ci ha dato e che diventa il segno della nostra identità cristiana.

IV DOMENICA DEL TEMPO DI PASQUA - da Famiglia Cristiana

 

Siamo nelle mani buone del bel pastore

Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono Giovanni 10,27

La quarta domenica di Pasqua è la festa del Buon Pastore e la pagina del Vangelo di Giovanni ci offre l’ultima parte del discorso di Gesù che presenta sé stesso come il pastore esemplare che dà la vita per i suoi discepoli. «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono». Si parla di voce e di ascolto, e quindi si viene a celebrare indirettamente l’importanza del silenzio. Senza silenzio non ci può essere ascolto. Ascoltare non significa infatti semplicemente udire, ma avere quell’interiore attenzione che è propria di colui che vuole aprirsi all’altro.

In una società come la nostra dove ciascuno è aggredito dalla invadenza della chiacchiera e sommerso dal flusso ininterrotto delle immagini pubblicitarie e dal rumore dei social, rimane poco spazio per il silenzio e per l’ascolto in solitudine. Va detto inoltre che il silenzio, se necessario per ascoltare la parola, è ancora più indispensabile per percepire la voce che è sempre prima della parola. La voce è infatti il timbro, la vibrazione, la tonalità della parola.

La voce di cui parla il Vangelo comunica il battito del cuore di Gesù. Come è possibile ascoltarla se si è immersi in un mondo di rumore che obbliga a vivere nella dimensione dell’esteriorità, assenti cioè a sé stessi e agli altri? Gesù dice poi che egli conosce le sue pecore. Il verbo “conoscere” nel linguaggio biblico esprime un rapporto di intimità e condivisione. La bellezza del Pastore sta nell’amore con cui consegna sé stesso alla morte per ciascuna delle sue pecore e stabilisce con ognuna di esse una relazione diretta e personale di intensissimo amore. Questo significa che l’esperienza della sua bellezza si fa lasciandosi amare da lui, consegnandogli il proprio cuore perché lo inondi della sua presenza, e corrispondendo all’amore così ricevuto con l’amore che Gesù stesso ci rende capaci di avere.

Allora ci si apre all’ascolto e l’ascolto diventa docilità: «Ed esse mi seguono ». Chi ascolta la voce, si rende interiormente docile alla voce. Diceva Bernanos: «È sorprendente come le mie idee cambiano quando prego». Quando nella preghiera ci si lascia conoscere dal Signore e si gode di trovarsi sotto il suo sguardo, ci si arrende al suo amore: si è pronti a non più difendere ostinatamente le proprie scelte, ma a muoversi sotto la sua guida discreta e premurosa. Il vero discepolo è colui che “segue” il suo Pastore, guida e compagno di viaggio durante l’itinerario terrestre. Si celebra così l’amore salvante del Cristo, un amore che conquista il fedele alla sfera stessa di Dio: infatti la “vita eterna” per Giovanni è sinonimo di “vita divina”, comunione di vita, di pace, di essere con Dio stesso, quindi di partecipazione alla stessa esistenza del Pastore.

Nessuna forza è più potente di Dio, nessun male, nessuna tempesta può strapparci da questa comunione di vita con Dio. Chi è in rapporto di intimità con il Cristo lo è infatti anche con il Padre perché «Io ed il Padre siamo uno». La nostra vita, ci ricorda dunque questa pagina di Vangelo, è qualcosa di immenso per il cuore di Dio da cui siamo usciti e a cui facciamo ritorno.

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