Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

logo famiglia cristiana

Provocati dall'amore di Dio e protesi verso i bisogni dei poveri - XIX  DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) – Lectio divina - Tu hai parole di  vita eterna

Cuori attenti, veglianti nell’amore

Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese […] Luca 12,35

Dopo aver parlato della preghiera e del rapporto con i beni materiali, il Maestro insegna ai suoi discepoli a vivere con prudenza e vigilanza, nell’attesa del Signore che viene. Non si tratta solo di un’attesa finale, ma di un atteggiamento costante, che abbraccia tutta la vita. Il destinatario di questa parola è il “piccolo gregge”: un gruppo amato da Dio, scelto e destinato al Regno. Ma è un gregge piccolo. E proprio questa piccolezza può generare incertezza, timore, persino scoraggiamento. Eppure, in tutta la storia della salvezza, Dio si è servito del “resto d’Israele”: di quel piccolo nucleo di credenti autentici attraverso cui il Regno si rende presente, a beneficio di tutti. La forza non sta nei numeri, ma nella fedeltà.

«Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno». Sono parole straordinarie. Il Regno non è un traguardo da conquistare, ma un dono già ricevuto. È stato il desiderio del Padre: gli è piaciuto donarcelo. C’è gioia, c’è tenerezza in questo verbo. Siamo beati perché ci è stato dato tutto: siamo già eredi della vita. Proprio per questo, il “piccolo gregge” è chiamato a una nuova libertà: «Vendete ciò che avete e datelo in elemosina ». Il Vangelo non chiede il vuoto, ma la condivisione. Non è un invito alla miseria, ma alla fiducia, come conferma il Salmo responsoriale (Salmo 32). Potremmo parafrasare così: «Imparate a donare, vincendo la logica del possesso. Scoprirete che il vero tesoro non è nelle cose, ma nella certezza che il Signore verrà e vi colmerà con la sua tenerezza».

Poi il linguaggio si fa più simbolico ma chiaro: «Siate pronti, con le veste strette ai fianchi e le lampade accese». È l’immagine del pellegrino in cammino, del servo vigile. Le troppe cose – materiali, ma anche preoccupazioni e sicurezze apparenti – ingombrano il cuore e ci rendono sedentari spiritualmente. La fede non ci dà tutte le risposte, ma ci sostiene con una speranza viva: quella di una vita che si trasforma, qui e ora, e non solo nell’aldilà.

Gesù non parla soltanto dell’ora della morte, ma dell’intera esistenza. Il Signore viene continuamente, nei giorni comuni, nelle persone che ci circondano, nelle situazioni impreviste. Bussa – spesso senza preavviso – come ama fare lui, sorprendendoci. Per questo chiede cuori attenti, svegli, pronti. Aprire la porta, riconoscerlo, accoglierlo: è tutto qui il segreto della vita cristiana. E se è vero che bussa come un mendicante, nella persona di ogni fratello, allora la sua presenza è sempre imprevedibile. Non possiamo stabilire noi i tempi e i modi dell’incontro: è lui a sorprenderci, a visitarci, a farci scoprire il Regno in mezzo a noi.

Come essere pronti sempre? C’è una sola via: non abbandonare mai la tenuta di servizio. Non siamo chiamati a gesti eroici o straordinari, ma a vivere con amore le responsabilità quotidiane. Il Regno cresce nel silenzio, nella fedeltà, nella cura umile delle relazioni. Veglia chi ospita, chi incoraggia, chi perdona. Veglia chi vive la carità senza calcoli, chi semina il bene con naturalezza, senza nemmeno chiedersi il perché. Sono questi i veri servitori che, quando il Signore verrà, troverà svegli. E li farà sedere a tavola, e passerà lui a servirli.

XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

logo famiglia cristiana

 

 

«Roba mia, vientene con me!»

Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede Luca 12,15

L'evangelista Luca ci propone una catechesi forte e limpida: Gesù invita a prendere le distanze dall’attaccamento ai beni materiali. Non chiede di disprezzare ciò che abbiamo, ma di non lasciare che il cuore vi si imprigioni. I beni della terra servono, ma non salvano. Giovanni Verga, verso la fine dell’Ottocento, racconta in una novella il dramma del possesso. Il protagonista de La roba è Mazzarò, un uomo che ha accumulato immense ricchezze. La sua campagna è piena di possedimenti, ovunque si legge la scritta “di Mazzarò”. Tutto è suo, o almeno così crede. Ma arriva il giorno in cui anche lui si accorge che dovrà morire… E allora, che ne sarà di tutta quella roba per cui ha vissuto e faticato? È uno dei momenti più tragici della letteratura italiana: Mazzarò, sconvolto, gira per l’aia tirando calci alle galline e grida: «Roba mia, vientene con me!». È disperato, perché deve lasciare tutto. E si scopre poverissimo, proprio nel momento in cui dovrebbe raccogliere il frutto della sua vita.

Quello che accade a Mazzarò, prima o poi accadrà anche a noi. Lasceremo tutto. Per questo siamo sapienti solo se impariamo a non attaccare troppo il cuore a ciò che possediamo. La vita non consiste nel possedere cose o persone. Quante relazioni si ammalano per l’istinto del possesso!

A volte sembra amore, ma è solo dominio, controllo, la pretesa di tenere l’altro in pugno. Ma l’amore vero è libertà, dono, fiducia. Gesù non usa mezzi termini. Chi accumula solo per sé è uno sciocco. La parabola del ricco stolto è una denuncia radicale di questo stile di vita: l’uomo pensa solo a ingrandire i suoi magazzini, ad accumulare di più, a godersi il riposo...e non si accorge che sta perdendo la sua anima. Alla fine, Dio gli dice: «Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?».

«Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio». C’è una ricchezza che non muore, un tesoro che ci accompagna per sempre: è ciò che abbiamo donato, ciò che abbiamo condiviso, l’amore vissuto. Non si tratta di scegliere una vita disincarnata, spiritualista. Gesù non disprezza la ricchezza, ma ci insegna a usarla bene. Il denaro serve: ma bisogna amministrarlo con sapienza, metterlo a servizio della giustizia, della fraternità, della pace. La grazia di Cristo ci rende ricchi in un altro modo: ci riempie di vita, di entusiasmo, di libertà, di generosità. Questa è la ricchezza che conta.

Quando il Signore ci chiamerà, non porteremo con noi la “roba”, ma tutto ciò che abbiamo amato, donato, costruito nel bene. Quello sarà il nostro tesoro eterno. «Dov’è il nostro tesoro, là sarà anche il nostro cuore». E se il nostro cuore è già in Dio, se è colmo di amore, non lasceremo indietro nulla: tutto ciò che abbiamo vissuto nel bene ci seguirà. Sarà la nostra gioia piena nel Regno del Risorto.

XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

logo famiglia cristiana

La grammatica della preghiera

Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli Luca 11,1

Dopo aver affrontato il tema della cura e dell’ascolto, l’evangelista Luca ci parla della preghiera: Gesù insegna a noi, suoi discepoli, a pregare con il suo stile di figlio. Il Padre nostro che recitiamo abitualmente è una preghiera che non resta sulle labbra, ma si fa vita autentica, intreccio di lode, fiducia, richiesta di perdono e impegno verso il prossimo, una fraternità concreta che nasce dal cuore del Padre. Il titolo di Padre con cui apriamo la preghiera è l’indizio della fiducia. La paternità di Dio si rivela nella cura per le sue creature, anche quando dei figli non capiscono, non comprendono il bene che il Padre vuole loro. Non un Dio distante o formale, ma un Padre che accoglie e protegge, evocando il legame profondo di fiducia e amore tra creatore e creatura.

Santificare il nome di Dio vuol dire, con un linguaggio da bambini, far fare bella figura al Padre. Il nome infatti è la realtà stessa della persona. Un bambino può far fare brutta figura ai genitori, se si comporta male. Per questo gli chiediamo tutti i giorni, più volte al giorno: «Aiutaci a rendere santo il tuo nome, a presentarti bene, perché chi vede noi dia gloria a te». Venga il tuo regno, Signore vuol dire: «Sii tu a regnare nella mia vita». Sono io che esprimo il desiderio di lasciar comandare Dio.

Il pane quotidiano rappresenta le necessità concrete della vita, ma anche un simbolo della fiducia nella Provvidenza di Dio, che si prende cura di ogni aspetto dell’esistenza.

Perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore, esprime il legame inscindibile tra il perdono ricevuto da Dio e la capacità di perdonare gli altri, condizione necessaria per una vita autenticamente cristiana. E non abbandonarci alla tentazione: lo supplichiamo perché ci tenga per mano nel momento della difficoltà, perché con lui siamo al sicuro.

Il dono più grande, però, di cui abbiamo bisogno, che comprende tutto, è riconoscere la presenza di Dio nella nostra vita. Questa è la preghiera che, secondo la promessa di Gesù, viene sempre esaudita. Non promette la guarigione quando siamo malati o il superamento di un esame o il conseguimento di un buon posto di lavoro. Gesù promette lo Spirito che «il Padre darà a tutti quelli che glielo chiedono». Lo Spirito infatti può rivelarci il vero volto di Dio, volto di un Padre che rimane accanto a noi con una tenerezza quale nessun padre e nessuna madre sarebbero capaci di dimostrare verso il proprio bambino.

Il Padre nostro ci libera dalla preghiera magica che vuole usare Dio e dalla preghiera egoista centrata solo sui nostri bisogni. Pregare il Padre nostro è uscire da noi stessi per entrare nel progetto di Dio. Sappiamo bene che non basta insistere, battere i piedi per ottenere quello che vogliamo: non è infatti questo l’atteggiamento cristiano. Siamo figli e amici e ci fidiamo di colui che è veramente buono. Anche nelle situazioni più difficili ci mettiamo nelle sue mani e gli chiediamo di fare quello che vuole lui! Se chiediamo la forza per vivere bene una situazione difficile, certamente l’avremo, come dice il Salmo 138 (v. 3): «Nel giorno in cui ti ho invocato mi hai risposto; hai accresciuto in me la forza».

XVI Domenica del Tempo Ordinario

logo famiglia cristiana

padre Ermes Ronchi “Marta cuore del servizio, Maria cuore dell'ascolto” –  #InCammino

 

Marta è cole che accoglie Gesù in casa sua, in un piccolo villaggio. Grazie all’accoglienza e all’ospitalità di Marta, il villaggio diventa un villaggio accogliente e ospitale che contrasta fortemente con il villaggio dei Samaritani, quelli che non ricevettero Gesù (cfr. Luca 9,51-56) e con le case-città che rifiutano i missionari di Gesù (Luca 10,10- 12). Maria appare in situazione di discepolo, cioè è seduta ai piedi del Signore (Kyrios) e ascolta la sua parola, così come i giudei che studiavano la Torah si sedevano attorno al loro rabbino per ascoltare e imparare i suoi insegnamenti.

Maria ascolta il Maestro, però non parla, non pone delle domande, non fa delle obiezioni, non discute, soltanto ascolta. Essa riceve la parola e la conserva nel cuore, come faceva Maria la madre di Gesù in Luca 2,19.51. Marta ha accolto Gesù, però quella che in realtà gli ha dedicato la sua attenzione e il suo tempo è stata Maria. Marta era distratta con tante cose da fare. Maria invece era concentrata sulle parole di Gesù. Alla distrazione di Marta si oppone l’attenzione di Maria, e al molto servizio di Marta si oppone la concentrazione di Maria.

Di fronte a Gesù le due sorelle entrano in conflitto, perché ambedue vogliono servirlo, benché in maniere diverse. E in un certo senso, Marta ha ragione. Se il lavoro è condiviso, diventa più leggero e si finisce prima. Se Marta è distratta è per colpa di Maria che l’ha lasciata sola. La risposta del Maestro – «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno» – ricorda un’altra delle sue sorprendenti risposte, quella che aveva rivolto alla donna che ha fatto un bell’elogio di sua madre: «Beati piuttosto quelli che ascoltano la parola di Dio e la osservano» (Luca 11,28).

Maria è stata una donna libera, perché ha voluto scegliere e ha scelto la parte migliore. Nessuno ha scelto per lei. L’iniziativa è stata tutta sua. Gesù non dice a Marta di continuare il lavoro, e nemmeno dice a Maria di continuare a starel’atseduta ai suoi piedi, ma pone l’accento sul valore che ha l’ascolto personale della parola per ambedue le sorelle. Egli non condanna Marta, ma le ricorda il rischio di vivere in una continua dispersione. Il troppo affanno per il servizio può separarci dalla Parola di Gesù che è la radice di ogni servizio. Gesù vuole una risposta di Marta e una risposta di Maria. Se da una parte Marta è invitata a superare la sua angoscia per il lavoro e a sedersi accanto a Gesù per ascoltarlo, Maria, dopo aver ascoltato la sua parola, dovrà alzarsi per mettere in pratica la parola al servizio dei fratelli. Perché mai dobbiamo sempre separare Marta da Maria, l’azione dalla contemplazione, la diaconia dalla parola? Tutti noi, uomini e donne, siamo Marta e Maria, attivi e contemplativi, servitori e ascoltatori della Parola.

Il Vangelo non ci invita, dunque, a scegliere tra Marta e Maria. Ci invita a riconciliare le due sorelle dentro di noi. Il servizio è necessario, ma senza ascolto, anche il servizio può diventare rumore. Occorre riscoprire un cristianesimo dell’ascolto, dello stupore, della contemplazione della parola di Gesù, capace di liberarci da quella vecchiezza dell’anima che è una fede abitudinaria e inerte.

Questo sito utilizza i cookie per migliorare la tua esperienza sul sito. Continuando la navigazione autorizzi l'uso dei cookie.