Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

La Parola di Dio a cura di don Gianni

Un Dio paziente che lavora la zolla della nostra esistenza III di Quaresima (da Famiglia Cristiana)

 

Lectio III domenica di Quaresima | Comunità Kairós

<<Padrone, lascialo ancora quest’anno,
finché gli avrò zappato attorno
e avrò messo il concime. Vedremo
se porterà frutti per l’avvenire;
se no, lo taglierai». Luca 13,8-9

 

Al centro della discussione riportata dal Vangelo c’è un problema che ha sempre tormentato la coscienza dei credenti: come interpretare i fatti tragici della vita? Il Vangelo richiama una strage di galilei avvenuta nel tempio su ordine di Pilato e un incidente sul lavoro. Sono casi di cronaca del tempo di Gesù, ma potrebbero essere cronaca del nostro tempo. Di fronte a situazioni disastrose di morti e di violenze, qualcuno si può domandare: «Erano più peccatori degli altri quelli che sono rimasti vittime?». Gesù risponde con un’espressione che non è facile da capire: “No”, ma coglie l’occasione di quei casi di cronaca per dire che «Se non vi convertite perirete tutti allo stesso modo».

Convertirsi per Gesù è in primo luogo un cambiamento di mentalità che dovrebbe riguardare il modo di giudicare sia i comportamenti morali degli uomini sia l’azione di Dio. Nessuno ha il diritto di distinguere gli uomini in giusti e ingiusti, in innocenti o colpevoli, a seconda della sorte che incontrano nella loro vita. Sarebbe come pensare che il più fortunato sia anche il più onesto, e il più disgraziato, al contrario, il peccatore più ostinato.

Nessuno deve pensare che Dio voglia comportarsi da giudice severo e vendicatore. Il Dio del Vangelo non è un Dio dispensatore di paure, ma è un Dio che libera dalle paure. È il Dio dell’amicizia, della compassione, della felicità. Poi Gesù continua il suo insegnamento presentando la parabola del fico sterile, la cui immagine era già stata molte volte utilizzata nell’Antico Testamento per indicare il popolo di Dio. C’è il padrone di una vigna che di fronte a un fico sterile da tre anni pensa di tagliarlo. Questo padrone, è chiaro, rappresenta il Dio della nostra immaginazione distorta, quel Dio sempre pronto a registrare e a punire ogni trasgressione e ogni inadempienza. Ma c’è il vignaiolo che parla in modo misericordioso e chiede pazienza al padrone: «Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai».

Il tempo che si prolunga è segno di misericordia, non assenza di giudizio. Il tempo si prolunga per permetterci di approfittarne, non per giustificare il rinvio o l’indifferenza. Questo dialogo tra padrone e vignaiolo mette, inoltre, in risalto il valore dell’intercessione, della preghiera per ottenere misericordia, fatta da Gesù che è il vignaiolo al Padre che è il padrone. Fa pensare all’intercessione chiesta da Abramo verso le città di Sodoma e Gomorra, la stessa di Mosè nei confronti di Israele nell’episodio del vitello d’oro.

Dio è un Dio paziente che lavora la zolla della nostra esistenza e sogna sempre di raccogliere qualche frutto. Anno dopo anno attende il meglio di noi stessi, anche se tarda a venire. È tipico e proprio dell’Amore avere pazienza, continuare a sperare, prorogare le scadenze, prolungare le attese, concedere nuove opportunità, essere misericordiosi, fare continui e ripetuti sacrifici per non perdere nessuno, lottare con tutte le forze e fino allo stremo pur di salvare la persona amata. Tu, o Dio, zappa ancora e metti concime in questa nuova Quaresima. E attendi che io, che noi tutti, che questa terra porti finalmente frutto.

La vita come un esodo - II Domenica di Quaresima (Famiglia Cristiana)

 

Signore, è bello per noi restare qui!”. Trasfigurazione del Signore

«Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme». Luca 9,30-31

Ogni seconda domenica di Quaresima la liturgia propone il Vangelo della Trasfigurazione di Gesù, che quest’anno ascoltiamo nella versione di Luca (9,28-36). Il testo della prima lettura (Genesi 15,5-12.17-18) presenta il racconto dell’alleanza che Dio ha stipulato con il patriarca Abramo, impegnandosi a dargli la terra. L’apostolo, nella seconda lettura (Filippesi 3,17-4,1), ci ricorda il grande impegno che Dio ha preso con noi: il nostro corpo mortale verrà trasfigurato dal Signore e sarà reso simile al suo corpo glorioso.

È importante anzitutto notare che la Trasfigurazione avviene su un monte. Quale sia il monte non viene detto e del resto non è necessario saperlo. Ci basti osservare che il monte ha una chiara funzio-ne simbolica perché è il luogo più vicino a colui che è chiamato l’Altissimo. E su questo monte, dove la terra tocca il cielo, Gesù viene a pregare, a vivere un momento di particolare intensità nella sua relazione con il Padre. Gli evangelisti dicono poi che nel momento della Trasfigurazione apparvero Mosè ed Elia a fianco a Gesù. Luca aggiunge che i tre parlavano dell’esodo che Gesù avrebbe dovuto compiere a Gerusalemme. La parola esodo vuol dire uscita. Mosè, infatti, aveva guidato l’uscita del popolo di Israele dall’Egitto; Elia a suo tempo aveva fatto un’altra uscita importante andando fino al Sinai; adesso Gesù sta preparando il suo esodo decisivo. È un’uscita, è un passaggio, è l’autentica Pasqua che comporta però il passaggio attraverso la croce: richiede quella sofferenza della passione. È un’uscita da questo mondo per poter entrare nella gloria del Padre. Ora, anche i discepoli devono imparare a fare l’esodo.

Il libro della Genesi, introducendo il racconto dell’alleanza con Abramo, dice che «Dio condusse fuori Abramo». Lo portò fuori dalla tenda, perché potesse contemplare il cielo notturno e contare le stelle. E quando si presenta, Dio gli dice che è colui che ha fatto uscire Abramo dalla sua terra e lo ha accompagnato altrove, in una terra nuova che gli ha promesso in eredità; e dopo tanto cammino del patriarca, Dio lo fa uscire per dirgli: «Conta le stelle, vedi se riesci a contarle!».

Dio è dunque colui che fa uscire. Ma da dove? Da noi stessi, dalle nostre idee, dai nostri attaccamenti, dai nostri vizi, dalle nostre abitudini cattive, dal nostro egoismo, che è spesso al centro ed è il nostro padrone. Ci sono tante voci confuse e discordi che ci disorientano quando vorremmo un’indicazione sul cammino da prendere, ma c’è sempre una parola che può essere ascoltata senza timore di essere ingannati: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!». C’è tanto male nel mondo, ma c’è anche, più forte del male, il bene di tante persone che non si stancano di amare. L’evento della Trasfigurazione ci educa a cogliere ciò che i nostri sensi superficiali non saprebbero percepire: che ogni gesto di vero amore, anche il più oscuro e il più ignorato, anche quello che sembra sprecato e inutile, esprime sempre un alone di gloria ed è benedetto da una voce che scende dall’alto, a confortarci con il dolce nome di “figlio”.

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