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Francavilla al Mare - Chieti

Lo zero democratico

Lo zero democratico

Venerdì scorso sulla pagina Facebook di Bambini e Genitori ho avuto il piacere di condurre una diretta insieme a Franca Errani, Counselor Coach Relazionale, Metodo Voice Dialogue, nonché mia collega nel progetto del libro “Il Cibo come via, gli Archetipi come guida”, a proposito della vulnerabilità e delle strategie che ognuno di noi mette in campo per difendersi.

Il titolo, un po’ ironico era “La cipolla che non fa piangere”, un modo per sottolineare, con leggerezza, l’involucro a strati che ogni persona costruisce, nel corso della sua esistenza a protezione di quel prezioso cuore che è la nostra essenza.

La diretta (che se volete potete riascoltare al seguente link) è stata un’occasione molto interessante per mettere in luce alcuni concetti che spesso trascuriamo perché troppo presi da altro o troppo spaventati dall’idea di poterci fermare a pensare…a stare.

La parola vulnerabilità deriva dal latino, dove vulnus significa ferita (non solo facendo riferimento a delle ferite fisiche ma anche a quelle dell’anima) e habilis, agile, maneggevole.  Vulnerabile è colui che si trova in una condizione in cui può essere ferito.

Ma habilis è la stessa parola latina da cui deriva un’altra parola importante per noi: responsabilità, la capacità di saper dare responsi alla vita. Se da un lato dunque, la vulnerabilità è una possibilità a ricevere qualcosa (in senso negativo), la vulnerabilità ci offre anche il dono di poter ricevere qualcosa e di aprirci ad un più ampio ventaglio di sfumature e di emozioni.

Ognuno di noi quando nasce riceve, a sua insaputa e senza intenzionalità alcuna, una ferita. Una prima ferita potremmo dire e, su questa base, inizia piano piano a svilupparsi la nostra personalità. Il nostro modo di rapportarci al mondo che ci circonda.

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Questo “trauma” è inevitabile per far sì che si sviluppino determinati comportamenti e ci si identifichi con alcune parti di noi (chiamate sé primari) e porta come aspetto secondario che se ne isolino delle altre parti complementari e si inizino a percepire alcune situazioni come possibili fonti di sofferenza.

Quando siamo piccoli infatti la nostra ferita è scoperta. Sono i nostri genitori che si prendono cura di noi e di lei e spesso questo non avviene. Anche in questo caso non è intenzionale e voluto. Ci vuole del tempo affinché si inizi a comprendere che ognuno deve essere una buona madre e un buon padre di sé stesso. Occorre fare pratica e avere pazienza per arrivare a sapersi accudire in autonomia la propria ferita.

Ecco che allora, in questo intervallo di tempo, da quando siamo nati a quando impariamo a prenderci cura di noi, la probabilità di sentirsi feriti è più alta e, man mano che questo accade, per evitare che ciò avvenga sviluppiamo delle strategie, ispessiamo di strati, come una cipolla, la nostra essenza, così da sentirci meno vulnerabili.

E cosa accade così facendo? …che a lungo andare, se non impariamo a gestire le nostre difese, nelle relazioni iniziamo a limitarci. Per paura di essere feriti, ci irrigidiamo, ci chiudiamo. A volte scappiamo. Altre attacchiamo per primi. In alcune occasioni arriviamo a congelarci.

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La paura di sentire la nostra ferita se da un lato ci mostra la nostra vulnerabilità, dall’altro però ci offre una grandissima risorsa: la consapevolezza che non è qualcosa che riguarda solamente noi. La paura è uno zero democratico. Riguarda tutti. Ognuno di noi la avverte.

Accogliere questo essere vulnerabili, umani, imperfetti è il primo passetto per imparare a gestire le nostre difese. Riconoscere che la perfezione non esiste è un fondamentale. Ci rende umani. Ci fa entrare in relazione. Apre un dialogo più autentico con gli altri, con i nostri cari. La consapevolezza di essere tutte persone che possono essere ferite in egual misura, ci mette sullo stesso piano.

Permettersi di essere vulnerabili è un atto di coraggio. Dopotutto, non è forte chi sopporta di più o chi indossa la maschera della felicità più a lungo. Forte è colui che mostra ciò che sente, ammettendo i propri errori e le proprie ferite.

(Valeria Sabater)

Leggevo qualche giorno fa una frase in un articolo di Paola Bonavolontà: la fede e la vulnerabilità aprono la via al dialogo.

Questa frase mi è rimasta così impressa che la cito con grande piacere ad introduzione di un altro importante passaggio. Nel momento in cui ci riconosciamo persone vulnerabili e accettiamo di essere noi i veri responsabili della misura in cui gli altri possono ferirci, permettiamo a tutte le parti di noi di emergere, di entrare in relazione, anche intima con gli altri.

L’intimità ha infatti molto a che vedere con la vulnerabilità! Nelle relazioni costruiamo infatti una vera intimità solo quando ci concediamo di essere noi stessi, e diamo all’altro la possibilità di apprezzarci e accettarci così come siamo.

Aprirsi e lasciare che il nostro cuore possa scambiare della sana energia ci nutre e nutre l’altro.

Qualcuno venerdì durante la diretta chiedeva se la vulnerabilità sia sinonimo di fragilità. Al contrario! Fragilità deriva dal latino frangere, rompere. Se io riconosco la vulnerabilità non mi rompo, ma riconosco che posso essere ferito e soprattutto che posso ferire a mia volta. Essere consapevole di quello che posso ricevere, ma anche di quello che posso fare all’altro mi restituisce un potere attivo; una possibilità di scelta nel come voglio stare in una relazione.

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Con Franca nella diretta portavamo come esempio il protagonista di un suo nuovo romanzo, DivinDinero. Giuseppe, un uomo adulto che ha deciso, per evitare di essere ferito, la fuga… è proprio quando si trova solo con sé stesso a pensare, lontano da tutti e dal suo grande amore Gina, che comprende di come anche lei abbia usato delle strategie per difendersi ed evitare di soffrire e forse vale la pena concederle un’altra possibilità.

La vulnerabilità è un valore. Anche se facciamo fatica a pensarla in questi termini. Non siamo super eroi e, come spesso ripeto con i miei clienti, anche Superman aveva il suo tallone di Achille, la criptonite! Sapere quali sono i nostri punti deboli e comprendere quelli di chi abbiamo di fronte ci offre la possibilità di essere prudenti, di non pensare di avere sempre la verità in tasca, ma anche, e soprattutto, di essere indulgenti verso di noi e verso gli altri.

In un mondo che ci chiede sempre più di essere forti, duri e prestativi, la grande rivoluzione sarebbe quella di imparare ad abbracciare gli opposti e saper essere dolci, emotivi, vulnerabili.

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Giulia Di SipioScritto da Giulia Di SipioCounselor Relazionale (Iscrizione albo nazionale An.Co.Re n°275), Coach Relazionale Senior, specializzata in Counseling Gastronomico (autrice del libro "Il Cibo come via, gli Archetipi come guida"), Wedding Counselor Consulente Genitoriale,  da anni collabora con l'Associazione Orizzonte (www.associazioneorizzonte.it)  per facilitare l'inclusione e l'autonomia dei ragazzi diversamente abili, promuovere iniziative volte a sostegno delle famiglie con disabilità e potenziare le occasioni di lavoro per una buona genitorialità. Dal 2020 collabora con la Parrocchia degli Angeli Custodi per offrire un supporto pratico ed emotivo a chi ne sente il bisogno, percorsi di accompagnamento al Matrimonio per le coppie, Orientamento scolastico e lavorativo, Mediazione dei conflitti. Responsabile e referente dello Sportello di Ascolto “La famiglia al centro” e “Parliamone Insieme II” , per informazioni e appuntamenti  ?+39-347-1692195.

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