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Carlo Acutis, punto di partenza per la fede!

Antonia Salzano: mio figlio, Carlo Acutis, punto di partenza per la fede

(dal Sito VATICAN NEWS)

Domani il corpo del giovane verrà esposto nel Santuario della Spogliazione ad Assisi, dove il 10 ottobre si terrà la cerimonia di beatificazione in calendario nella Basilica superiore di san Francesco. In vista dell’evento, la mamma ribadisce il messaggio che partirà dalla città della Pace

Ad Assisi entra nel vivo la beatificazione del venerabile Carlo Acutis. L’appuntamento è per il 10 ottobre con una celebrazione in programma nella Basilica superiore di san Francesco. Un cammino che inizia domani mattina con l’esposizione del corpo del giovane all’interno del Santuario della Spogliazione, qui resterà visibile fino al 17 ottobre. L’apertura della tomba rappresenta il primo atto di un percorso più ampio che prevede un ricco calendario di eventi per ripercorrere il cammino spirituale del 15enne morto nel 2006 per leucemia.

 

La santità per tutti

“Il corpo di Carlo – ricorda la mamma, Antonia Salzano – è stato trovato intatto, poi è stato trattato ed ora verrà esposto. Sono tanti i giovani e i fedeli che ci tengono a questo contatto”. La venerazione del giovane ha ormai raggiunto tutti gli angoli del pianeta. “Lui verrà beatificato – aggiunge – però la santità è qualcosa che riguarda tutti noi”. Ecco dunque il significato del rito che ci apprestiamo a vivere. “Il suo esempio – spiega – costituisce un punto di partenza per chiunque voglia mettere il Vangelo al centro della propria vita”.

La presenza del Signore

Per Antonia Salzano è chiaro il messaggio che parte da Assisi in questi giorni. “È un messaggio eucaristico che dice che il Signore è in mezzo a noi. Quindi è necessario vivere questa presenza di Dio costantemente”. Carlo ce l’ha fatta: ha sperimentato tutto questo anche grazie alla sua particolare adorazione nei confronti di san Francesco d’Assisi. Ma il suo essere nostro contemporaneo, il suo interesse per Internet, la sua attenzione per le questioni di tutti i giorni, dimostra ancora una volta che oggi ciascuno di noi può davvero aspirare alla santità”.

 

L’attesa

Tantissime le richieste di partecipazione all’evento del 10 ottobre e per questo si lavora alacremente. “C’è tanta gente che vorrebbe venire”, conferma Antonia Salzano. “Purtroppo, con il Covid, molti che provengono da Paesi come Stati Uniti, America Latina e Australia, sono bloccati. Però – sottolinea – abbiamo assicurato che sarà possibile vedere la celebrazione tramite Internet e alcune televisioni”.

 

Una figura che attrae

Una figura, quella di Carlo, che ha creato attenzione. Una fede calata profondamente nell’oggi, un messaggio che arriva chiaro ai giovani grazie ad un linguaggio fresco e vivace. Così, intorno a lui, sono nate tante iniziative come un video reportage realizzato da Officina della Comunicazione e Telepace, in collaborazione con VatiVision, la piattaforma digitale per la diffusione di contenuti audiovisivi di ispirazione cristiana tra i quali anche “La mia autostrada per il cielo”, sulla biografia di Carlo, e “Segni”, sulla mostra riguardante i Miracoli Eucaristici da lui ideata.

 

L’influencer cristiano

“L’attenzione dei media è sorprendente”, dice Antonia Salzano. “Tante testate, anche laiche, come il Times e la Bbc, si sono interessate a Carlo. Penso che questo nasca dal fatto che lui dialoghi con i tempi di oggi e dal fatto che la Chiesa proponga qualcuno che è legato ad internet e ai social media”. Tant’è che qualcuno lo ha chiamato “l’influencer di Dio”. Per l’uso consapevole delle nuove tecnologie, il Papa ha lo citato nella Christus Vivit, l’Esortazione Apostolica conclusiva del Sinodo straordinario dei giovani del 2018, dedicandogli un capitolo intero. “Noi pensiamo che il Papa lo abbia nel cuore – conclude la mamma – ma chissà se il 3 ottobre ad Assisi avrà un pensiero speciale per Carlo”.

Palermo ricorda il martirio di don Pino Puglisi

Le manifestazioni che l’arcidiocesi di Palermo e il Centro di accoglienza "Padre Nostro" hanno inserito nel programma del 27.mo anniversario della morte del sacerdote siciliano ucciso dalla mafia hanno ricevuto la Medaglia di rappresentanza da parte del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Nel 2018 la visita di Papa Francesco nel luoghi di "don Pino", proclamato Beato nel 2013
 dal sito VATICAN NEWS

Alessandra Zaffiro – Palermo 

“Non sono un biblista, non sono un teologo, né un sociologo, sono soltanto uno che ha cercato di lavorare per il Regno di Dio”, diceva di sé don Pino Puglisi, sacerdote di frontiera nel difficile quartiere Brancaccio di Palermo, segnato da degrado, mancanza di lavoro e illegalità. Parroco della chiesa di San Gaetano, appena possibile, nel 1991, fondò il Centro "Padre Nostro", punto di riferimento per le famiglie. Al suo assassino disse: “Me lo aspettavo”. Padre Puglisi sapeva di essere ormai nel mirino della mafia per la sua opera contro la criminalità organizzata, parlando ai giovani, togliendo la bassa manovalanza alla delinquenza. Eppure, come ha ricordato Papa Francesco due anni fa, in occasione della visita pastorale a Palermo per il 25.mo del martirio del Beato Giuseppe Puglisi, “Quando morì nel giorno del suo 56.mo compleanno, coronò la sua vittoria col sorriso, con quel sorriso che non fece dormire di notte il suo uccisore, il quale disse: “C’era una specie di luce in quel sorriso”. “Padre Pino – ha proseguito il Pontefice - era inerme, ma il suo sorriso trasmetteva la forza di Dio: non un bagliore accecante, ma una luce gentile che scava dentro e rischiara il cuore. È la luce dell’amore, del dono, del servizio”. Ventisette anni dopo, l’amore di don Pino per i suoi parrocchiani, per Palermo, è cresciuto, si è moltiplicato: una scuola media intitolata a padre Puglisi, un campo di calcetto, l’attesa per la realizzazione dell’asilo “I piccoli di Padre Puglisi, il sogno di don Pino, e l’erigendo santuario dedicato al Beato. Tutto nel quartiere Brancaccio. Diceva padre Puglisi “Se ognuno fa qualcosa”. E si continua a fare, anche in piena pandemia da Covid-19, come da programma delle iniziative, nel rispetto delle norme di sicurezza.

Due anni fa Papa Francesco a Brancaccio

Ancora vivo il ricordo a Brancaccio e in tutta Palermo della visita di Papa Francesco avvenuta il 15 settembre del 2018. Il Papa si è raccolto in preghiera nel luogo dove il sacerdote è caduto colpito a morte. Il Pontefice ha anche visitato la casa museo dedicata a don Pino, accompagnato dall'arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice. Ad attenderlo fuori dall'abitazione, i due fratelli di don Pino, Gaetano e Franco Puglisi, con le mogli ed altri familiari.

Le iniziative dell’Arcidiocesi di Palermo e del Centro Padre Nostro

Il ricordo del martirio del Beato Giuseppe Puglisi ha preso il via l’11 settembre con l’inaugurazione del micronido holding “Beato Giuseppe Puglisi e Santa Rosa Venerini” a Palermo in via Belmonte Chiavelli 1/A, dove per una ventina bambini, accompagnati da una solo genitore, tra mascherine, distanza sociale e pranzo porzionato, è stato proiettato all’aperto il cartone animato “La missione di 3P”, ispirato alla vita di don Pino per la regia di Rosalba Vitellaro. Ieri sera il raduno presso la parrocchia Santa Maria della Pietà, dove è stato battezzato il sacerdote di frontiera, con la veglia di preghiera proseguita in piazzetta Beato Padre Pino Puglisi, per assistere alla relazione “La Radicalità e la Testimonianza in don Giuseppe Puglisi e in don Giuseppe Dossetti” di Pier Luigi Castagnetti, collaboratore di don Dossetti. Alle 22.30 su TV2000 il concerto meditazione “Perché forte come la morte è l’amore”, del Centro di Accoglienza Padre Nostro e della Fondazione “Frammenti di Luce”. 

“Un fiore per 3P”

Oggi pomeriggio la messa celebrata in cattedrale dall’arcivescovo, monsignor Corrado Lorefice; poi, davanti alle spoglie del Beato, la consueta deposizione di “Un fiore per 3P”, ovvero padre Pino Puglisi. Mercoledì 16 e venerdì 18 settembre la proiezione della miniserie “The smile of 3P”, diretta da Paolo Brancati, prodotta dalla Seven Communication in collaborazione con il Centro di Accoglienza Padre Nostro, cui assisteranno i detenuti della Casa di reclusione “Calogero Di Bona Ucciardone” di Palermo. Giovedì 17 settembre il Consiglio della II Circoscrizione, in convocazione straordinaria, si riunirà per commemorare il parroco di Brancaccio presso l’aula consiliare di via San Ciro 15. 

Altre iniziative

Venerdì alle 11 l’Arcivescovo di Palermo, monsignor Corrado Lorefice benedirà i locali della Comunità alloggio per minori “Beato Giuseppe Puglisi e Santa Rosa Venerini” in via Santa Rosa Venerini, a Termini Imerese, gestita dal Centro di Accoglienza Padre Nostro. Sabato alle 9, presso l’I.C.S. “Padre Pino Puglisi” di via Francesco Panzera, sarà inaugurato l’anno scolastico 2020/2021. L’ultimo evento in programma è quello di martedì 29 settembre alle 20, che vedrà coinvolti i detenuti della Casa Circondariale “Pagliarelli – Antonio Lo Russo” per la proiezione del film “The smile of 3P”. All’organizzazione delle manifestazioni hanno contribuito tra gli altri: la Fondazione Giovanni Paolo II di Firenze, la casa-museo del Beato Giuseppe Puglisi, la parrocchia Santa Maria della Pietà di Palermo, la Venerabile Confraternita di Santa Rosalia dei Sacchi e del Pellegrino e PON Metro “Città di Palermo” 2014/2020 – Asse 3 – Servizi per l’inclusione sociale (OT9-FSE) Sostegno all’attivazione di nuovi servizi in aree degradate.

 
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E FU MATTINO

 

Se il Card. Carlo M. Martini, che per tre volte salì all’Eremo di San Biagio per conversare, come Santa Scolastica e San Benedetto, con suor Maria Pia, oggi non fosse partito per il Paradiso, avrebbe presentato così questo mazzetto di poesie fiorite tra gli ulivi e le rocce al caldo sole dell’amore:
"Sentire Dio è la cosa più semplice e al tempo stesso la più importante nella vita. Questa è la sorgente delle poesie di suor Maria Pia, questo ha trasmesso a generazioni di giovani spronandoli alla santità. Una santità che si possa, per così dire, trovare per le strade, che si possa incontrare sull’autobus, nella metropolitana, nella fabbrica, nell’ufficio, nella famiglia, una santità che esce dalle chiese per entrare nella realtà della vita di ogni giorno. Sarà necessariamente una santità non clamorosa, non conclamata, ma una santità luminosa e trasparente, capace di lasciare intuire il volto di Cristo in cui traspare la gloria di Dio".

 
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iL RICORDO DI DON ORESTE

 

 

Il ricordo di don Benzi

a 95 anni dalla nascita

(dal Sito VATICAN NEWS)

L’amore per gli esclusi, la fede incondizionata nella Provvidenza e in Gesù che moltiplicava le forze e le risorse. Papa Francesco, nel 2014, tratteggiava la figura di questo sacerdote della provincia di Rimini per il quale è in corso la causa di beatificazione

Isabella Piro e Benedetta Capelli – Città del Vaticano

Nel momento in cui chiuderò gli occhi a questa terra, la gente che sarà vicino dirà: è morto. In realtà è una bugia. Sono morto per chi mi vede, ma in realtà la morte non esiste perché appena chiudo gli occhi a questa terra mi apro all'infinito di Dio”.

In questo passaggio del testamento spirituale di don Oreste Benzi, scomparso il 2 novembre 2007, è racchiuso tutto l’amore che ha ispirato la sua vita di fede. Una vita spesa a salvare quella degli altri, delle donne schiave raccolte per strada, delle mamme accolte nel grembo della Comunità Papa Giovanni XXIII, di tanti giovani che, ispirati dal suo esempio, hanno scelto di percorrere la strada della santità come Sandra Sabattini, discepola spirituale di don Benzi, soprannominata la “Santa fidanzata” e morta a soli 23 anni. Sarà presto beatificata.

Don Oreste e la Chiesa in uscita

Era il 7 settembre 1925 quando a San Clemente, un paesino sulle colline dell’entroterra di Rimini, nasceva don Oreste Benzi. A 95 anni da quella data, il progetto da lui avviato prosegue ancora ed il suo successore alla guida, Giovanni Paolo Ramonda, ricorda don Benzi con queste parole: “Era un prete che ascoltava i bambini, faceva sognare gli adolescenti, dava responsabilità ai giovani, faceva aprire il cuore e la casa alle famiglie, sconvolgeva i portafogli dei ricchi. Oggi don Benzi, con i suoi scritti, continua a dirci che ai poveri bisogna dare da mangiare, ai giovani risposte al bisogno di Assoluto, alla Chiesa di essere povera e di andare nelle periferie di tutto il mondo, ai sacerdoti di essere innamorati di Gesù e immersi nella vita del popolo. Da lassù ci insegna a vivere meglio quaggiù”.

 

Radicato in Cristo

Sesto di nove figli, don Benzi è stato direttore spirituale in seminario, assistente diocesano della gioventù di Azione Cattolica e insegnante di religione alle scuole superiori. Nel 1968 ha dato vita alla Comunità Papa Giovanni XXIII, presente attualmente in 42 Paesi del mondo. La sua causa di Beatificazione è attualmente in corso. Il 20 dicembre 2014, ricevendo in udienza in Vaticano i membri della Comunità, Papa Francesco ha ricordato l’insegnamento del sacerdote riminese, ovvero che “per stare in piedi bisogna stare in ginocchio”.

“Il suo amore per i piccoli e i poveri, per gli esclusi e gli abbandonati, era radicato nell’amore a Gesù Crocifisso, che si è fatto povero e ultimo per noi. La sua coraggiosa determinazione nel dare vita a tante iniziative scaturiva dalla fede in Cristo risorto, vivo e operante, capace di moltiplicare le poche forze e le risorse disponibili, come un tempo moltiplicò i pani e i pesci per sfamare le folle”

Il bisogno di profeti

“La comunità non è di don Benzi, la comunità è del Signore – aveva detto in un’intervista quando gli chiedevano del futuro - quando mi dicono tu sei il fondatore, io rispondo che ho paura di essere l’affondatore. Ciò di cui ho davvero paura è che dentro la comunità venga meno la profezia, che diventi istituzione. Abbiamo bisogno di profeti e di profezia”. Un bisogno forte che ancora oggi si avverte. 

 

Liturgia delle Ore

Scegliere il futuro IL COMPITO

(art. dal Blog Chiesa di Tutti Chiesa dei Poveri)

L’evento globale della pandemia ha reso visibile a tutti ciò che già era noto: siamo a una soglia oltre la quale può darsi catastrofe o salvezza. Quella che va costruita è l’unità umana, come soggetto della storia anche politica del mondo; vi fanno ostacolo le ideologie dell’identità, mentre non c’è più ad impedirlo un Dio che divide
Raniero La Valle

Mentre la pandemia continua a mietere vittime, soprattutto nei Paesi peggio governati, più sprovveduti e più poveri, in Italia stiamo vivendo un momento molto delicato di passaggio dalla prima fase irruente e paralizzante del contagio, a una fase di ripresa della mobilità e dei rapporti produttivi e sociali. Per tutti, nel mondo, comincia una nuova fase nella quale dovremo convivere con il morbo non ancora debellato ma anche con altri pericoli di portata globale che di qui in avanti potranno sprigionarsi dato il crescente degrado cui sono giunte le condizioni di vita sulla Terra. È pertanto oggi decisiva la scelta, per noi e per un lungo futuro, della strada da imboccare: o un ritorno alle pratiche e ai sistemi del passato, e magari di un lontano e funesto passato, come sembra proporre la virulenza restauratrice e identitaria della destra, oppure il passaggio a una fase nuova di cambiamento delle strutture rivelatesi impotenti a salvarci e di risanamento del nostro ambiente vitale, secondo l’avvertimento di papa Francesco nel giorno di Pentecoste: “peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla”.

Segnali di morte

Vi sono purtroppo dei segnali vistosi che sembrano avviarci alla prima alternativa: si pensi al ritorno del conflitto razziale in America, con tanto di rivendicazione della supremazia bianca, al ritorno delle frontiere in Europa, all’offerta provocatoria della cittadinanza britannica ai cinesi di Hong Kong, in nome dei diritti dell’antica colonia inglese, all’incrudirsi del conflitto economico e di potenza tra gli Stati Uniti e la Cina, all’imperturbabile corsa agli armamenti, agli attacchi all’Organizzazione Mondiale della Sanità e ad altre istituzioni internazionali, alla minaccia israeliana di liquidare, con l’annessione dei Territori occupati, la questione palestinese, all’apertura della corsa dei privati nello spazio, quasi una beffa al monito illuminista a non “sperperare tesori nel cielo”. E su tutti vi è il simbolo riassuntivo della foto-opportunity di Trump che davanti a una chiesa episcopaliana di Washington innalza la Bibbia come un idolo, rivendicando quella saldatura tra religione e potere che per secoli ha dilaniato la società umana e la fede stessa; con la variante, però, di riproporre come farsa quella visione costantiniana che storicamente si è data come tragedia. Gesto tuttavia che sarebbe errato archiviare come folklore, perché mette in chiaro il disegno largamente  erseguito in Occidente di una riappropriazione del cristianesimo come marcatore identitario e baluardo dei poteri esistenti, ad opera di populismi e integrismi di vario tipo, da Bannon a Orban, dai lefebvriani lepenisti a Bolsonaro, dalla “Opzione Benedetto” di Rod Dreher alla certosa di Trisulti, dall’odio al musulmano alla caccia allo straniero, fino ai rosari di Salvini, come è ben mostrato nel libro appena uscito di Iacopo Scaramuzzi : “Dio? In fondo a destra” . È evidente che se questi segnali si inverassero in processi reali, e le politiche si sviluppassero secondo queste premesse, l’unità umana sarebbe compromessa, e la catastrofe si farebbe imminente.

Opportunità del tutto nuove

Però ci sono anche segnali che indicano una possibilità del tutto opposta. Si presentano infatti straordinarie opportunità che la società umana non ha mai avuto e che aprono a una situazione nuova. La prima è la globalizzazione stessa che se ha esordito e si è affermata in una versione selvaggia, stremando gli uomini e rendendo sovrani il denaro, il Mercato e le armi, può tuttavia essere ripresa in mano e convertita in un vero universalismo, il cui concreto esercizio è oggi reso possibile dalle scienze, dalla tecnologia e dalla comunicazione. Se si volesse costruire politicamente e culturalmente un mondo unito, non ci sarebbero impedimenti materiali a precluderlo. Il diritto, gloria dell’Occidente, è pronto a partorirlo. C’è già un vagito dell’Europa che sembra prometterlo. L’altro segnale è la progressiva coscienza che si sta facendo luce in ogni parte del pianeta della precarietà e del pericolo di un multilateralismo incontrollato, non riducibile a una ragione e a una finalità comuni. Il conflitto la violenza e la guerra non possono più essere né la regola né l’ultimo grado di giudizio del rapporto sociale. A dirlo è un brivido che corre nel mondo. I poliziotti americani che si inginocchiano di fronte alle loro stesse vittime, neri o bianchi che siano, e innumerevoli manifestanti che ne ripetono il gesto sotto ogni cielo, non sono un segno di codardia, come pretende il folle americano al comando, ma sono un segnale apocalittico di un’età che è finita e un’altra che viene.

Conversione delle religioni

Infine c’è il segnale di una conversione delle stesse religioni, di cui il pontificato di papa Francesco rappresenta oggi il più autorevole annuncio. Non si tratta di questa o quella riforma o ammodernamento nelle confessioni religiose e nelle Chiese. Si tratta di una nuova narrazione di Dio, rimasta confusa e offuscata per secoli, pur dopo i Vangeli, che ora sembra perdere le sue scorie e i suoi travisamenti, e riacquistare somiglianza con l’originale, che Gesù ci ha fatto vedere: quel Dio tenerissimo, “primo nell’amore”, primo anche a prendere su di sé il dolore di tutti, come lo ha mostrato Francesco in questa pandemia, È un Dio in cui non c’è violenza: nessun patibolo può fregiarsi del suo nome, se non come vittima. Fu all’inizio del pontificato di papa Bergoglio, nel 2014, ma a conclusione di un lavoro condotto per anni, su impulso del Concilio, che la Commissione Teologica Internazionale presentò come “una svolta epocale nell’odierno universo globalizzato”, la novità “dell’irreversibile congedo del cristianesimo dalle ambiguità della violenza religiosa”. Quasi raccogliendo la sapienza e l’esperienza dei secoli, rileggendo la Bibbia, la teologia e i Concili, il documento vaticano era tutto proteso a identificare “nell’eccitazione alla violenza in nome di Dio, la massima corruzione della religione”. Le conseguenze di questa nuova chiarezza erano destinate a investire non solo una modalità della fede, o suoi possibili errori, ma la fede stessa. Secondo la Commissione Teologica Internazionale ciò voleva dire entrare in un’epoca nuova, varcare una “frontiera profetica di un nuovo ciclo religioso e umano dei popoli”. E se è lo Spirito che a ciò conduce la professione di fede, “l’icona ecclesiale dal canto suo deve suscitare l’immagine di una religio che si è definitivamente congedata – in anticipo sulla storia che deve seguire – da ogni strumentale sovrapposizione della sovranità politica e della Signoria di Dio. Questo “congedo può e deve essere vissuto da tutte le comunità cristiane dell’epoca presente, come avvento del tempo stabilito dal Signore per la maturazione del seme evangelico”: un tempo nuovo. La pastorale della misericordia, la Chiesa ospedale da campo, il Dio che “se si fermasse alla giustizia cesserebbe di essere Dio” di papa Francesco non erano lontani.

Un Dio senza violenza

C’era un ritardo in questa ammissione di un’infedeltà delle Chiese, che era costata molti dolori; ma alfine questa soglia era  arcata, e il corso storico poteva riprendere non più funestato dal falso conflitto tra Dio e il mondo, tra grazia e libertà; divino e umano non erano più confusi ma anche, secondo la fede di molti, non erano divisi.
“Svolta radicale”, la chiamavano i teologi del papa, ma essa non riguardava solo la confessione cristiana, e nemmeno solo la tradizione giudeo-cristiana, ma la “religione” come tale, “la concezione della religione e dell’umanesimo, indissolubilmente”, una fede che “è oggi chiamata ad anticipare l’epoca del riscatto definitivo del ‘nome di Dio’ dalla sua profanazione attraverso la giustificazione religiosa della violenza”. Non c’era più un Dio a fondare il trono dei potenti e ad impedire l’unità umana. Ed è da qui che è venuto, come prima cosa, il patto di fratellanza universale firmato ad Abu Dhabi con l’Islam, ma viene anche il contagio etico che fa dire a tutto il mondo: “non respiriamo più; senza giustizia non c’è nemmeno pace”.

Per una Costituzione della Terra

Queste sono le condizioni nuove che inducono ad agire, che postulano una “Costituente Terra”, e che fanno ritenere possibile una Costituzione della Terra. E da ciò a noi deriva un dovere, che non è solo quello di non disperdere una memoria e trasmettere un’eredità, ma è quello di trasmettere un compito. È un dovere che ricade sulle generazioni del Novecento che, uscite dalla notte delle grandi guerre mondiali e della Shoà, sono riuscite a concepire e predisporre le forme del mondo nuovo, ma poi hanno fatto a pezzi la loro creatura, si sono inchiodate sull’89, l’hanno preso come un loro bottino, come fosse la fine della storia a favore degli uni contro gli altri. Ed è quel compito, che allora fu interrotto, che le generazioni uscenti devono ora trasmettere alle generazioni nuove; il compito è quello di radunare i dispersi, rialzare i caduti, e costruire l’unica comunità umana, soggetto come tale di liberazione e di diritti. È una figura nuova, mai esistita prima se non nei sogni e nelle profezie. Vi fanno ostacolo le diversità, se sono rivendicate in modo che ciascuna prevalga e sia sovrana sulle altre. Ma esse ne sono la sostanza se tutte sono convocate per comporre non un nuovo Leviatano, ma la grande assemblea dei popoli della Terra al fine che l’umanità sopravviva, il mondo sia salvo e la storia continui. Questo compito non è il punto di caduta di un sogno, di un’utopia, di un mito: è imposto dalla ragione, anzi è l’unica risposta secondo ragione alle drastiche alternative oggi presenti; si tratta di costituire una sfera pubblica globale e varare una Costituzione della Terra che metta in atto garanzie e istituzioni di tutela e promozione dei diritti fondamentali di tutti gli abitanti del pianeta. È chiaro che questo progetto e questo processo dovranno fare i conti col Mercato, perché Mercato e sfera pubblica sono stati finora in contraddizione e in contrasto. Ma non deve l’uno soccombere all’altra. Basta che sia deposto dal trono e accetti le regole. Ciò è necessario per fronteggiare non solo le crisi sanitarie che di questa urgenza forniscono oggi la prova del nove, ma tutte le emergenze planetarie – alimentari, nucleari, ambientali – per non tornare a una sorta di “stato di natura” e per promuovere, ben oltre le emergenze, una convivenza di ragione e misericordia sulla Terra.

Raniero La Valle

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