Parrocchia 
Santi Angeli Custodi

Francavilla al Mare - Chieti

III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Mc 1,16-20)

Li chiamò perché stessero con lui" - Introduzione alla Lectio Divina su Mc 1,14-20  – Tuttavia

UNO SGUARDO CHE TOCCA IL CUORE

 

            “Dopo che Giovanni fu arrestato…”. Inizia così il brano del vangelo di Marco di questa terza domenica del tempo ordinario. Sembra un versetto molto ovvio, ma in realtà non lo è perché ci pone di fronte ad un’esperienza molto drammatica. Giovanni, come sappiamo, è quell’uomo che ha compiuto un cammino verso la terra attraversando il deserto senza avere la gioia di entrare nella terra promessa. Era portatore di speranza, che però viene messo nelle condizioni di non poter più parlare. Ciononostante Dio non si lascia frenare, attinge ancora una volta alle viscere della sua infinita misericordia e manda un altro che è più forte. “Gesù - dice infatti il testo - andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio”. È un vangelo che si espande in modo molto concreto e che interessa gli indemoniati, i lebbrosi, gli ignoranti sino ai confini della terra. Questa bella notizia è che ormai “il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino”, intendendo che la fase di cui il vangelo qui parla è già stata inaugurata e che ora è nella pienezza e che il regno si è avvicinato, è giunto cioè alla portata di tutti. Di qui l’invito a “cambiar mente” e a “stare saldi nel vangelo”, a mettere cioè le proprie radici, stabili, nella bella notizia, quella bella notizia che è Gesù stesso.

            Occorre tener presente tutto questo quando, nell’ultima parte, incontriamo il racconto della vocazione dei primi quattro discepoli. Ci renderemo conto che le parole del vangelo non sono soltanto un invito diretto agli apostoli, ma a tutti noi. L’evangelista ce li pone davanti come modelli di riferimento, perché tutti possiamo accogliere la parola di Gesù, accettando di cambiare mentalità e fidandoci del vangelo di Dio. Mentre erano intenti nel loro lavoro, Gesù vede quegli uomini immersi nella loro storia e li penetra in profondità con il suo sguardo. Non occorrono parole. Basta questo lampo di luce e Simone e Andrea si sentono toccati nel cuore. Disse loro: “Venite dietro a me”; quasi a dire: la risposta a tutti i vostri interrogativi, i vostri desideri, la vita che voi cercate affannosamente l’avete a portata di mano se venite dietro a me. La risposta è immediata. Anche qui non occorrono parole. Le scelte determinanti di una vita sono avvolte dall’abbraccio stupito del silenzio: “e subito lasciarono le reti e lo seguirono”.

            Questi apostoli, così come Giacomo e Giovanni, sono dunque il modello per eccellenza di chi mette da parte tutti i ragionamenti umani e si àncora unicamente alla parola di Cristo. Lasciano le loro sicurezze economiche e i loro affetti e si fidano della parola. Dove andranno? Non lo sanno per ora, ma impareranno che seguire Gesù significherà di fatto seguirlo fino a Gerusalemme. «E noi constatiamo, in effetti – commenta Origene - che la “voce” degli apostoli di Gesù è giunta a tutta la terra, e le loro parole ai confini del mondo (Sal 18,5; Rm 10,18). Ecco perché sono ripieni di potenza coloro che ascoltano la parola di Dio annunciata con potenza, e la manifestano con la loro disposizione d’anima, con la loro condotta e la loro lotta fino alla morte per la verità (cf. Sir 4,28)» (Contra Cels., 1, 62).

II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Gv 1,29-34)

Maestro dove abiti – La parte buona

L’AGNELLO DI DIO CHE

TOGLIE IL PECCATO DEL MONDO

 

Ascoltando la pagina evangelica proclamata oggi nella liturgia non sempre forse si fa bene attenzione alle parole con cui Giovanni presenta Gesù. Egli dice: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!». Stranamente non si dice che “toglie i peccati del mondo”, quali per esempio le ingiustizie, le violenze e gli inganni… Il Battista usa il singolare: “È l’agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo”, come se ci fosse nella storia degli uomini un unico grande peccato. E ci chiediamo: qual è questo peccato?

Nel quarto vangelo la risposta è abbastanza chiara; si tratta dell’“incredulità”, cioè del non credere nell’amore di Dio e nell’amore fraterno. Il peccato – sembra dirci l’evangelista - viene da quella specie di dubbio profondo e radicale che ci portiamo dentro, che a volte ci pone in un atteggiamento di rassegnazione di fronte al male o all’egoismo. E da questo peccato vengono tutti gli altri; dalla mancanza di fiducia nell’amore sono giustificati tutti i nostri comportamenti di egoismo, di chiusura e di cattiveria.

Ma Gesù è venuto come “l’agnello di Dio, per togliere il peccato del mondo”. E “togliere”, nel contesto giovanneo, vuole dire che Gesù lo ha preso su di sé amando ogni uomo; amando gli uomini buoni e gli uomini peccatori, perdonando a coloro che lo offendevano e lo insultavano, portando la forza di un amore che è più grande della cattiveria, dell’egoismo e della violenza che ci sono nel mondo.

Per questo lo Spirito Santo viene donato a Gesù. Lo Spirito Santo, nel vocabolario biblico, è la forza di Dio, la vita di Dio, è la forza con cui Dio ha creato il mondo, è la ricchezza di amore con cui Dio ama eternamente di un amore infinito. Questo Spirito non solo viene donato, ma rimane, a ricordare che tutta la vita di Gesù è stata animata interiormente dalla forza dell’amore.

Riguardo al “peccato” Origene precisa: «egli non è né colui che lo toglierà, ma non lo ha tolto ancora, né colui che lo ha tolto e non lo toglie più, bensì colui che continua a toglierlo in ciascuno di coloro che sono nel mondo fino a che il peccato non sia soppresso dal mondo intero e il Salvatore rimetta al Padre suo un regno pronto (1Cor 15,24) per essere governato da lui, perché non vi si trova più il minimo peccato, ed a ricevere, in tutti i suoi elementi, tutti i doni di Dio, quando sarà compiuta questa parola: “Dio sarà tutto in tutti” (1Cor 15,28)» (In Ioan. I, 235).

Battesimo del Signore (Mc 1,7-11)

Il Sismografo: Mondo Vangelo della domenica. Tu sei il Figlio mio, l'amato:  in te ho posto il mio compiacimento (Mc 1,7-11)

Il tempo di Natale si chiude, secondo una tradizione molto antica, con la festa del battesimo del Signore, un episodio che leggiamo quest’anno nella versione offerta dal vangelo di Marco.

«Mentre Gesù sta uscendo dall’acqua, vede aprirsi il cielo». Il cielo sopra di noi non è vuoto. Forse molti conoscono la canzone di Cristiano De André, figlio del più celebre Fabrizio, presentata a Sanremo nel 2014: Il cielo è vuoto.

Cristiano dichiara di credere in Dio, ma provocatoriamente canta:

 

Il cielo è vuoto c'è soltanto il respiro

è solo un miraggio per prenderci in giro

Non puoi più fingere con me

È un limite il cielo, è un segreto è un tesoro

è Dio che si dimentica di fare tutto il suo lavoro.

No, Dio non dimentica di fare tutto il suo lavoro ed è però vero che il segreto del cielo è un tesoro. Di fronte a Gesù, il cielo si apre e mostra la presenza del Padre. E il Padre risponde in due modi: prima di tutto con la presenza del suo Spirito, che Marco ricorda in modo simbolico, molto corporeo, descrivendolo come una colomba, come tutti abbiamo ben in mente. Dio agisce nella sua creazione e agisce in ognuno di noi con questa sua presenza sfuggente e reale insieme: il suo Spirito, come una colomba che cerca il suo nido e lo trova in qualunque creatura è disposta ad accoglierlo. Se c’è questo Spirito di Dio, c’è dunque vita per l’intero creato.

Il Padre rivolge poi al figlio la sua parola: lo chiama appunto “figlio”, ricordandoci così che in Gesù ogni nostra preghiera diviene un rapporto padre-figlio: «Padre nostro che sei nei cieli…». Aggiunge ancora che questo figlio, Gesù, è “l’amato”, come già un tempo disse ad Abramo a proposito di Isacco.

E la terza parola che il Padre rivolge a Gesù al momento del suo battesimo è: «in te ho posto il mio compiacimento»; più semplicemente: sono contento, sono felice di te. Il Padre trova la sua gioia nel vedere il figlio che inizia il suo cammino.

Il Dio della Bibbia non è pertanto un giudice severo e privo di emozioni. Una lezione per ciascuno di noi, chiamati a vedere nell’altro che incontriamo una persona che ci da felicità, che possiamo accogliere con gioia.

SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE (Lc 2,22-40)

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L’inizio e la fine del Vangelo (Lc 2,22.39) non hanno nulla di straordinario. Maria e Giuseppe compiono ciò che la Legge comanda riguardo a un figlio primogenito: lo consacrano a Dio e riconoscono in questo modo che non loro, ma Dio è il Signore; il bambino è nato non per fare la loro volontà, ma quella di Dio. Quando leggiamo: «Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui» (Lc 2,40) possiamo ben immaginare lo sguardo di benevolenza e il senso di fierezza con cui i genitori debbono aver seguito la crescita di Gesù. Non è così per tutti i genitori?

            Eppure, la gioia della vita che nasce porta con sé anche il germe della sofferenza. Di quel bambino un profeta ha detto cose grandi; lo ha salutato come “salvezza di Dio”, “luce dei pagani”, e “gloria d’Israele” (Is 40,5); ma sono state annunciate anche delle contraddizioni e delle sofferenze: «Egli e qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele (…) e anche a te una spada trafiggerà l’anima» (Lc 2,34.35).

In nessuno il mistero della vita e della morte trova compimento come in Gesù. Forse proprio guardando a Lui si può guardare la vita così com’è senza dover censurare gli elementi negativi. Non è cancellando mentalmente il male o la morte che si garantisce la fede nella vita, ma guardando in faccia la realtà con tutti i suoi aspetti negativi.

E guardando, nello stesso tempo, alla potenza di Dio che «è capace di far risorgere i morti» (Eb 11,19).

 

IV DOMENICA DI AVVENTO (LC 1,26-38)

Il primo miracolo di Maria è non essere scappata. La sua prima e vera  santità sta nell'”Eccomi”

MARIA, MODELLO DEL DISCEPOLO E DEL CREDENTE

 

            Nell’ultima domenica di Avvento, la liturgia ci propone il brano evangelico dell’annunciazione, letto e forse meditato innumerevoli volte, tanto conosciuto che il suo significato appare chissà scontato o comunque chiaramente comprensibile, pur nel suo mistero affascinante.

            L’evangelista accompagna il suo lettore all’origine, sollevando arditamente un velo sull’intimità di Maria, la madre di Gesù, per condurlo nel segreto sconcertante di una Parola che viene incontro all’uomo per farsi carne. Maria, protagonista di questo episodio, è presentata nel vangelo come modello del discepolo e del credente, proprio in virtù della sua relazione con la Parola divina. Ella è il prototipo dell’uomo credente, di colui che con una fede attiva e consapevole si mette alla sequela di Cristo.

            La Parola che irrompe nella vita di Maria prende la forma di un singolare saluto: “Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te” (v. 28). Più che di un semplice apostrofe, si tratta di un vero e proprio invito alla gioia, modellato sulle esortazioni rivolte a Sion: “Gioisci, figlia di Sion, a te viene il tuo re…” (Zc 9,9); o ancora: “Giubila, figlia di Sion, rallegrati, Israele, gioisci ed esulta di tutto cuore, figlia di Gerusalemme […] re di Israele è il Signore in mezzo a te” (Sof 3,14-17); si può entrare nella gioia in virtù di una promessa che si sta compiendo.

            L’appellativo usato dal messaggero divino (“piena di grazia”) suona per Maria come un nome nuovo, attraverso il quale l’angelo rivela alla vergine la sua condizione, la sua identità di donna colmata dalla benevolenza divina all’opera in lei. A Maria, svelata a se stessa dalla Parola che le viene incontro, viene donata la consapevolezza di un’identità in relazione: all’appellativo che la descrive come spazio privilegiato della manifestazione della grazia, l’angelo aggiunge: “il Signore è con te”, un saluto che indica un’elezione finalizzata ad una particolare missione, per la quale si promette assistenza e sostegno.

Questo è ciò che compie la Parola di Dio in Maria e nella vita di ogni credente: entrando in una storia, comincia a sollevare il velo sul volto del suo interlocutore svelandolo a se stesso, rivelandogli un’identità plasmata dall’azione divina. È una parola creatrice. Scrive infatti Sant’Agostino riguardo a questo episodio: «Egli scelse la madre che aveva creato; creò la madre che aveva scelto» (cf. Sermo 69, 3, 4).

III DOMENICA DI AVVENTO (GV 1,6-8.19-28)

Identità e testimonianza: Giovanni Battista". Introduzione alla lectio  divina su Gv 1, 6-8.19-28 – Tuttavia

GIOVANNI, IL TESTIMONE FEDELE

 

            Nel brano evangelico odierno, l’evangelista Giovanni mette in risalto due caratteristiche fondamentali del Battista, la prima delle quali è essere “mandato da Dio”. Come gli altri profeti dell’Antico Testamento egli è chiamato da Dio per una missione particolare. La seconda caratteristica è quella di essere testimone della luce: “Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce”; quella luce che è Cristo, in quanto incarnato nella storia umana, e cioè come rivelazione del Padre. “Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce”, precisa l’evangelista nel prologo, mettendo fine così a una nota polemica di alcuni che esaltavano il Battista a scapito di Gesù.

            Più avanti, alla delegazione inviata dai Giudei, composta di sacerdoti e leviti, persone cioè che appartengono al gruppo dirigente della città santa, Giovanni stesso risponde in merito alla sua identità, esplicitando innanzitutto quello che egli aveva coscienza di non essere: “io non sono il Cristo”, e neppure Elia o il profeta. Gli inviati dei Giudei non sembrano soddisfatti della sua risposta e insistono domandando: “Chi sei?”. Egli risponde citando in prima persona un passo del profeta Isaia: “Non sono altro che una voce che chiama nel deserto, che invita a mettere diritto il cammino del Signore” (cf. Is 40,3). Giovanni Battista al culmine del successo, della notorietà e dell’accettazione della sua missione, non esita a dire che egli è solo una voce che annuncia, un testimone che attira l’attenzione su qualcuno che è più importante e più grande di lui. Costui - afferma - è già in mezzo a voi, anche se vi risulta ancora ignoto.

            Giovanni, intimamente legato a Gesù, è dunque il testimone fedele, testimone di un Dio già qui. Il suo compito è quello di indicarlo al mondo come luce vera che illumina ogni uomo. «La voce è quella di Giovanni - scriveva sant’Efrem - ma la parola però che passa per quella voce è Nostro Signore. La voce li ha destati, la voce ha gridato e li ha radunati, e il Verbo ha distribuito loro i suoi doni» (Diatessaron, 3,15). Abbiamo ancora bisogno di cristiani che siano in questo mondo “voce” di un Altro, testimoni credibili dell’unica Parola che salva!

 

II DOMENICA DI AVVENTO (MC 1,1-8)

PANEQUOTIDIANO, «VI FU GIOVANNI, CHE BATTEZZAVA NEL DESERTO E PROCLAMAVA UN  BATTESIMO DI CONVERSIONE» – #InCammino

 

IL FONDAMENTO DEL VANGELO

 

            Marco è l’unico degli evangelisti a dare un titolo al suo vangelo. Un titolo che contiene tutto

quanto il lettore andrà a leggere: «Inizio del vangelo di Gesù Cristo Figlio di Dio». Non è la “storia”, non si troverà la “biografia”, ma la “buona novella”, cioè il vangelo, la “buona notizia” di Gesù Cristo, il Figlio di Dio. Queste nove parole sono la sintesi non solo di tutto il suo Vangelo, ma anche di tutto il Nuovo Testamento. È una “arché”, termine greco che si può tradurre con “principio”, “inizio”, ma anche con “fondamento”, punto solido di riferimento. Fin da subito, come si vede, l’evangelista chiarisce qual è il cardine di ciò che si rivela al mondo come bella notizia: Gesù Cristo, Figlio di Dio.

            Il vangelo di Marco è il primo ad essere stato scritto e tenta di mettere un po’ di ordine nel caos di tanti racconti relativi a Gesù di Nazaret cercando di chiarire bene la sostanza del messaggio identificato con la sua persona. Erano infatti passati pochi anni dai fatti della pasqua; tutti parlavano di Gesù, di ciò che era successo intorno a lui, del conflitto che si era prodotto tra lui e i capi degli ebrei; molti gli annunci che si susseguivano, dalle donne agli apostoli, ai discepoli, di averlo visto risuscitato. La “pietra scartata” adesso viene rivista, nel chiarimento portato dall’evangelista, come pietra miliare, pietra angolare su cui costruire tutto il resto.

            Al centro del messaggio del vangelo non c’è un comandamento o una promessa, ma questo dato di fatto, che la persona storica di Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio. Per gli uomini egli è il Cristo, il re d’Israele, ossia l’inviato da Dio. Per Dio egli è invece il Figlio amato, in cui si è compiaciuto. Il fatto che questo Gesù sia presso di noi uomini il Cristo, il Figlio di Dio, supera ogni altra ragione di letizia.

            Il vangelo è davvero una bella notizia. Il suo inizio è affidato alla predicazione di Giovanni Battista, attraverso il quale, così come era stato promesso dal profeta Isaia, si compie il piano di Dio. È una bella notizia, però, per tutti coloro che si accettano nella propria realtà, per tutti coloro che si riconoscono in una situazione di schiavitù, di peccato e di morte. È per questo che Giovanni predica un “battesimo di conversione”, perché il gesto di immergersi fisicamente nelle acque corrisponde a una confessione, a un’ammissione sincera, pubblica e totale della necessità di risorgere. «Battezzarsi solo nella penitenza - scriveva Tertulliano -, [è sapere] che verrà qualcuno fra non molto che battezzerà nello spirito e nel fuoco, poiché‚ la vera e duratura fede sarà battezzata nell’acqua per la salvezza, ma la fede simulata e debole è battezzata nel fuoco per il giudizio».

I DOMENICA DI AVVENTO (MC 13,33-37)

 

LO DICO A TUTTI – PREDICATELO SUI TETTI

VEGLIATE!

 

            Con questa prima domenica di Avvento inizia un nuovo anno liturgico, durante il quale leggeremo il vangelo di Marco. Fin dalle prime righe il lettore è avvisato che ciò che leggerà, le parole che ascolterà, le gesta che vedrà, i segni di cui si stupirà saranno opera del Figlio di Dio. Quello che Marco ci presenterà è il Gesù di tutti i giorni, uomo come noi. Si ha l’impressione di scoprirlo, giorno dopo giorno, con gli occhi di Pietro, che lo ha visto sulle strade della Palestina, durante gli anni della vita passati insieme; lo ha accolto nella sua casa di Cafarnao; lo ha visto mangiare e dormire, parlare e pregare…

            Nella scena presentata dalla liturgia odierna, l’evangelista riporta l’ultimo insegnamento pubblico di Gesù prima della sua passione. Dopo la fine della sua attività pubblica a Gerusalemme e prima del compimento del suo cammino, il maestro rivolge lo sguardo al futuro, al tempo in cui i discepoli dovranno vivere senza la sua presenza visibile, e li invita alla vigilanza: «Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento… Vegliate dunque… Quello che dico a voi lo dico a tutti: “Vegliate!”». Li esorta cioè ad avere uno sguardo lucido e acuto verso chi si presenta e verso ciò che avviene, perché diano una giusta interpretazione delle cose e non si lascino ingannare. Ripeterà lo stesso invito ancora, prima di essere arrestato, quando nel Getsemani esorterà i discepoli: «Restate qui e vegliate… Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare un’ora sola? Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione». In questo caso la veglia viene effettuata tramite la preghiera, che indica la consapevolezza di mantenere un’attenzione che sia anzitutto interiore.

            Come si vede, il vigilare è dunque un atteggiamento essenziale della vita cristiana, che riassume la tensione caratteristica verso il futuro di Dio ed esprime l’attenzione e la cura per il momento presente. Anche oggi l’invito di Gesù risulta particolarmente utile, in questo tempo di crisi e di smarrimento, che spesso rischia di addormentare le nostre coscienze nel godimento egoistico di quanto possediamo, dimenticando la gravità dell’ora e il bisogno di scelte coraggiose e serie. Lo sapevano bene i padri del deserto che proponevano ai propri discepoli questo racconto: «Abba - chiese il giovane discepolo -, perché sono molti quelli che vengono nel deserto a cercare il Signore, e sono pochi quelli che perseverano?». Rispose l’anziano e saggio monaco: «Hai presente la caccia alla volpe, quella con tutti quei cani che corrono dietro al povero ma veloce animale? Tutto inizia quando all’apparire della volpe, i cani che sono davanti al gruppo cominciano ad agitarsi, contagiando della propria agitazione anche tutti gli altri cani, che sono dietro, e che la volpe non l’hanno neppure intravista. I primi iniziano a correre, e gli altri dietro a loro. L’apparire della volpe è stato probabilmente simile a un guizzo rosso, ma tanto è bastato per quei cani che se ne sono accorti e hanno colto il passaggio. Dopo un po’ di minuti di inseguimento, solo i cani che avevano anche solo intravisto la volpe continueranno a correre imperterriti, certi della sua esistenza, anche se vista solo per una frazione di secondo. E gli altri cani, quelli voglio dire che hanno iniziato a correre solo perché qualcun altro davanti a loro aveva iniziato a farlo? Be’, lungo la strada ci saranno innumerevoli cose più interessanti da fare che non correre dietro ad una volpe, per giunta neanche poi vista: un osso da annusare, un alberello invitante a cui accostarsi per fare pipì, una fresca ombra al cui riparo distendersi per un sonnellino, un sentiero comodo e largo dove trotterellare felici…». Che dire? Corriamo anche noi incontro al Signore. Buon Avvento!

NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO RE DELL'UNIVERSO - A (Mt 25,31-46)

Domenicane di Santa Maria del Rosario » Mt 25, 31-46

L’URGENZA DI DECIDERSI

 

            La pagina di Matteo, che la liturgia ci offre a conclusione dell’anno liturgico nella Solennità di Cristo Re, non ha paragoni negli altri sinottici e presenta diversi titoli cristologici: si parla del Figlio dell’uomo, del Re, del Pastore, del Signore, del Giudice. È dunque una sorta di compendio in cui Cristo, Re e Pastore, viene presentato come il perno della storia, attorno al quale devono maturare tutte le decisioni dell’uomo.

            È molto difficile comprendere l’esatto contesto nel quale è articolato il discorso, ma si può a ragione supporre che esso è rivolto non a qualcuno in particolare, ma alla comunità nel suo insieme, all’interno della quale ormai tutti i popoli si sono ritrovati. Siamo messi così di fronte a quelle attività che nella nostra tradizione chiamiamo “opere di misericordia corporale” e che esprimono la riconoscenza del credente per il dono di una presenza reale del Signore nei poveri e genericamente nel prossimo. All’interno di queste “opere di misericordia” si concretizza ciò che è celebrato nella liturgia eucaristica. L’impegno per gli altri fa rivivere infatti ciò che il Signore stesso ha vissuto e nel momento in cui il credente si dà ai bisognosi è il Signore stesso che si offre con lui, mentre nel medesimo tempo riconosce in coloro ai quali egli si rivolge la presenza del Signore che gli chiede il dono del suo amore.

La reazione dei destinatari indica però la difficoltà di compiere questo cammino: «quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito?» (v. 37). La risposta rimanda con semplicità al quotidiano cammino del credente, quasi Matteo volesse parlare della nostra società secolarizzata, dove non si ha tempo per approfondire tutto questo. «Ogni volta - dirà infatti il re - che avete fatto queste cose… l’avete fatto a me». Questa risposta è il tesoro che ciascuno di noi è invitato a portare con sé come viatico per il seguito della propria vita. Ne era convinto Gregorio di Nazianzo, il quale affermava: «se ritenete di dovermi ascoltare in qualcosa, servi di Cristo, e fratelli, e coeredi, visitiamo Cristo, tutto il tempo che ci è possibile, curiamo Cristo, nutriamo Cristo, vestiamo Cristo, riuniamo Cristo, onoriamo Cristo, non solo alla mensa, come qualcuno, né con gli unguenti, come Maria… ma poiché da tutti il Signore esige la misericordia e non il sacrificio, e la cui misericordia supera le migliaia di pingui agnelli, e questa portiamogli attraverso i poveri prostrati a terra in questo giorno, affinché quando saremo usciti di qui, essi ci ricevano nei tabernacoli eterni nello stesso Cristo Signore nostro» (Oratio XIV de pauper. amore, 27 s., 39 s.).

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